Il degrado bohemienne di Genova

settembre 3, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Di questi tempi si vengono annoverando altri aspetti dell’irreversibile (?) degrado di Genova (Zingari e rom padroni della città!). E’ bene che questi temi vengano puntualmente ricordati onde evitare l’assuefazione a un clima che è stato imposto  e incrementato dagli attuali orientamenti politici della civica amministrazione. Se anche noi fossimo ingenui (o mattacchioni?) orientati a Sinistra ci chiederemmo: ma che senso ha favorire realtà che infastidiscono i nostri stessi elettori e ci fanno perdere (almeno in modeste percentuali) voti? Sappiamo però che il buon senso a Sinistra (che non è così spiccato come ci si vorrebbe far credere) finisce poi con il riconfermare le stesse amministrazioni (per lo meno finora l’ha fatto). Ma quel che il buon senso (a Sinistra) ignora è che alla propria parte politica ormai un simile orientamento non può essere tolto perché ne è parte essenziale e questo accade per molteplici concause. Sono idee che vengono da lontano (e sono purtroppo andate lontano, nel senso che ce le ritroviamo sempre fra i piedi). E’ l’idea utopistica che la redenzione umana possa arrivare da quelle aree della società che sono qualificate come “emarginate” e che in un modo o nell’altro costituiscono centri di resistenza. Anche se non sono in una posizione consapevole di avanguardia, sicuramente in caso di disordini possono fare mucchio. E’ evidente che qui il discorso si allarga ad una parte degli extracomunitari e di quel demimonde che alligna nel centro storico (proprio quello che si è messo in movimento insieme ad una parte della sinistra e dei “pacifisti” nei celebri giorni del luglio del 2001 – il cosiddetto “sacco di Genova” – sulla scia dei black blockers). Tra l’altro quest’area, che annovera vittime della tossicodipendenza e forse anche protagonisti dello smercio di stupefacenti ha trovato una sua figura carismatica in un religioso, un po’ sui generis, come Don Gallo che li ha identificati come gli “ultimi” di evangelica memoria. Ora, dato che ognuno vede quel che vuol vedere poiché sostanzialmente proietta istanze conscie e inconscie sugli oggetti (umani e naturali) prediletti non è il caso d’insistere. E’ però curioso un fatto: secondo un disegno razionale e politico di tipo marxiano e marxista con l’area suddetta si identificava il cosiddetto “proletariato straccione” (Lumpenproletariat) che assolveva di solito a compiti (consapevolmente o inconsapevolmente) reazionari nei confronti della classe operaia e del movimento dei lavoratori (sulla cui serietà e solidarietà trasformatrice e rivoluzionaria Marx contava). Questa posizione di base non mi risulta che sia mai stata smentita (salvo l’aggiunta del mondo contadino, laddove risultava maggioranza nell’ambito della forza lavoro complessiva). Lasciando però perdere le idee del padre fondatore, c’è da chiedersi come  sia che, con il passare del tempo,  la situazione sia così cambiata. C’è chi ha ricordato alcuni aspetti delle idee di Herbert Marcuse che sono circolate moltissimo soprattutto nel 1968 e negli anni seguenti e naturalmente al fatto che la classe operaia tradizionale è venuta diminuendo in maniera sensibile nell’ambito dell’area complessiva del lavoro sociale. Ma in quel di Genova il permissivismo e il sostegno nei confronti del “proletariato straccione e del demimonde” è diventato una vera e propria connotazione che non trova riscontro in altre aree cittadine governate dalla Sinistra. E’ evidente che si tratta di un’astuzia di governo (coperta da una carità “pelosa”). La presenza massiccia e la tolleranza verso quest’area del mob cittadino è uno strumento di governo per intimidire gli abitanti. I quali purtroppo sono stati giocati abbondantemente fino al punto da essere costretti a non reagire (dato che in fondo i timidi e i non coraggiosi o poco animosi sono la larga maggioranza).  Adesso riusciamo perfettamente a capire il senso di tutte quelle reprimende alimentate dalle accuse di razzismo e di esortazione alla tolleranza nei confronti di chi fiutava l’imbroglio che veniva perpetrato e tendeva ad insorgere o per lo meno a manifestare contrarietà. Il sottoproletariato (extracomunitario e comunitario) e larghe frange di tutte quelle vecchie conoscenze dei commissariati di polizia sono una costante milizia di intimidazione nei confronti della cittadinanza stessa che fa comodo a chi governa con una mentalità del tutto simile a quello e a quelle. C’è infatti un sottoproletariato che travestitosi in forme dissimulate può talora pervenire al governo, probabilmente il caso di Genova è esemplare. D’altronde le inclinazioni della maggioranza politica di governo della città condizionano anche le stesse forze dell’ordine che adoperano la mano leggera per non parlare di una parte “qualificata” della magistratura. Credo che onestamente ci sia poco da fare: o si cambia rotta o i  cittadini non possono far altro che da soli (quelli animosi) e associandosi, gli altri, intraprendere la via della rivolta più che legittima dal semplice scorrere delle pagine di cronaca nera sui diversi quotidiani cittadini. In determinate situazioni storiche il ricorso all’autodifesa è più che giustificato.

Claudio Papini.


Un movimento, un capo

luglio 26, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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La questione della possibile collocazione della Moschea di Genova nel palazzo della Commenda di Pré, porta inevitabilmente a ribadire le ragioni del centrodestra che ormai fanno parte del suo patrimonio genetico (almeno per quanto riguarda la maggior parte dell’elettorato e dei sostenitori in genere). Tuttavia, come ormai sappiamo, la ragionevolezza di fronte alle maggioranze altrui, viene regolarmente sconfitta. Tutto è “cosa loro”. E quindi il legittimo e costante argomentare per stornare dai nostri orizzonti le possibili iatture derivanti dalla politica della giunta di centrosinistra è destinato ad infrangersi contro la “dittatura” della maggioranza. E’ chiaro ormai da tempo che a Genova occorre una, per così dire, rivoluzione conservatrice che deve avvenire a partire dallo stesso centrodestra. Ma per proiettarsi al di fuori di esso e investire la società genovese. Per dare ali ai progetti del centrodestra occorre un vero e proprio cambiamento di mentalità che deve tradursi in due fatti pressoché simultanei (e proprio per questo non è mai facile che si verifichino entrambi, anche se non possono che stare insieme e l’uno richiama l’altro e viceversa). I due eventi che tutti noi dobbiamo cercare di far avvenire sono: 1) La nascita di un movimento che stia in piazza ed operi e manifesti (con alcune differenze di sensibilità) così come siamo abituati a vedere che fanno abitualmente le organizzazioni di sinistra; 2) un leader locale che, essendo movimentista, lasci perdere le cautele se non le litanie del moderatismo tradizionale.

La dinamica che può scaturire dall’agire del leader e dall’esserci del movimento è destinata a diventare la forza d’urto del suo successo. Lo abbiamo visto (a suo tempo) con il caso Castellaneta (prescindiamo ora dalle cause apparenti e nascoste della sua sconfitta). Tralasciando la persona dell’ex-Presidente dell’Ordine dei Medici e dei Chirurghi, ed ex-avversario di Pericu nella corsa alla carica di Sindaco, dobbiamo ritrovare quel tipo di impostazione: su essa è possibile far convergere un elettorato che va oltre quello stesso del centrodestra.  Credo che si debba comunque convenire che se il moderatismo del centrodestra è una risorsa pregevole e preziosa, essa non basta. La sinistra, in non poche delle sue articolazioni, si presenta ora come moderata ora come sovversiva. Genova ne è un notevole esempio. Direi che il centrodestra non possa che fare altrettanto. L’eccesso di moderatismo del P.d.L. (e segnatamente quello della sua leadership) ha finito con il costituirsi involontariamente e indirettamente in una sorta di rendita per il centrosinistra (che si guarda bene dallo sconfessare le stupidaggini delle sue frange ma le perdona e le accarezza come comanda il Vangelo di don Gallo, di don Farinella e, perché no? Di Alessandro Repetto). In politica, purtroppo, si impara ben di più dagli avversari e dai nemici che non dagli amici. Anzi è noto il detto: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”. Occorre dunque ritrovare un leader che sappia coniugare la mobilitazione del centrodestra (agitando opportunamente le acque) e l’azione di opposizione nelle sedi giuridicamente predisposte dai risultati elettorali. Questo per il capoluogo ligure è un punto indispensabile, altrimenti si continua a ricadere in quello stato di inerzia (tipico di non pochi dei moderati che votano sì bene, cioè per il centrodestra ma poi sono quanto mai alieni da ogni manifestazione di piazza). Sono naturalmente consapevole che ogni cambiamento della mente e del  conseguente comportamento non sia cosa che si possa realizzare con facilità ma se vogliamo riprenderci la città non possiamo che spingere con l’energia morale e intellettuale in questa direzione.  Altrimenti localmente il P.d.L non può far altro che ribadire il suo ruolo subalterno, quello che purtroppo l’elettorato moderato ha tenuto quasi senza interruzione di continuità dal 1976 in poi.

Chi ha mantenuto alta la bandiera della moderazione, dell’individualismo e della legalità ha dato una testimonianza onorevole che però non è mai bastata se non a garantire (talvolta in modo continuo, talora a fasi alterne) la propria personale rielezione, non però a capovolgere davvero in maniera duratura la maggioranza politica. Se non riflettiamo su questo e non ci ingegniamo ci risolvere spregiudicatamente la questione, ho l’impressione che non abbiamo scampo. Questa esiziale risposta ce l’ha fornita il fatto che nemmeno il favorevolissimo terremoto elettorale berlusconiano è riuscito  a Genova e in Liguria a mandare se non sporadicamente ed eccezionalmente la Sinistra-centro all’opposizione.  Direi che questo sia il problema imponente che ci sta dinnanzi e che noi non dobbiamo mai dimenticare quando vengono legittimamente sollevate le questioni che quotidianamente derivano e dipendono da esso.

CLAUDIO PAPINI


Lode a Enrico Cimaschi

luglio 21, 2010 da Redazione  
Capitolo Politica

Il Culturista desidera pronunciare una lode per l’amico Enrico Cimaschi che, con arte diplomatica degna di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore ed oratoria pari a quella di Cicerone, è riuscito a comporre il dissidio interno alla maggioranza di centrodestra all’interno dell’importante Municipio Genova centro est, entrato in crisi grazie alla scriteriata conduzione del vecchio presidente Aldo Siri e alla discutibile condotta di alcuni consiglieri. Ora Cimaschi è il nuovo Presidente, gloria a Cimaschi, che, siamo certi, farà un eccellente lavoro.

LA REDAZIONE


Tamerlano il grande

luglio 20, 2010 da Redazione  
Capitolo Storia

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Polo della verità, del mondo e della fede, l’Emiro Timur Küregen, perpetui Iddio Altissimo nei Due Orizzonti il suo regno e il suo sultanato e diffonda sugli orientali la sua giustizia e la sua benevolenza. Fra tutte le sue origini regie, nessun disegno ha eguagliato la condizione dei suoi esordi. Il lampo della sua spada è spada del lampo conquista mondo; il Sole della sua opinione è opinione del Sole adorna mondo.

Pari dignità ha con Alessandro Magno; di Saturno ha l’impeto e il castigo; come Jamshîd, Giove e Sole gli sono sottomessi; di Bahrâm ha la furia, è Marte assaltatore e fabbro; di Dario ha la ricchezza, il Sole gli è paggio che illumina in guerra…”.

È con queste parole che Ghiyâsoddîn ‘Alî di Yazd, monshî (segretario di corte) alla corte di Tamerlano, celebra in persiano il suo signore, secondo un modello letterario che unisce l’aspetto encomiastico mongolo alla lirica celebrativa persiana: opera commissionata dallo stesso sovrano, la Ghazavât-e Hendūstân (Campagne indiane), è in realtà composta da due parti indipendenti: il Compendio delle vittorie di Sua Maestà, il Gran Signore del khanato (dedicato alle campagne antecedenti il 1398) e le Tappe e imprese nei territori indiani (dedicato alla conquista dell’India), oggi riproposti in italiano nella prestigiosa collana islamica della Mondadori, in una versione dal persiano totalmente nuova e ricca di indispensabili note esplicative a cura di Michele Bernardini (Ghiyâsoddîn ‘Alî di Yazd, Le gesta di Tamerlano, Mondadori, Milano, 2009, € 16,00).

Pur essendo, chiaramente, un’opera volutamente elogiativa e propagandistica composta da un autore sicuramente attento a non farsi giustiziare per aver espresso giudizi invisi al sovrano, per il quale sempre e comunque il giudizio su un evento è nettamente favorevole a Tamerlano, è estremamente importante per quegli eventi che porteranno alla conquista mongola dei territori indiani fra il 1398 e il 1399, perché, pur con la limitazione dovuta allo sforzo celebrativo dell’autore, sono l’unica descrizione sistematica di quegli eventi.

E Tamerlano, di indoramento celebrativo della propria vita, ne aveva certamente bisogno: colui che il Runciman definisce, agli esordi, un insignificante signorotto di discendenza turco-mongola (cfr. S. Runciman, Storia delle Crociate, 2 voll., Einaudi, Milano, 1993, vol. II, p. 1079) in pochi anni diverrà il personaggio con cui Oriente e Occidente saranno costretti a confrontarsi.

Timur (in persiano, Temür in turco, significa “ferro”; a cause di ferite riportate nella sua giovanile attività di mercenario gli verrà aggiunto l’epiteto persiano di Lang (zoppo), sino a formare il nome Temür-e Lang, cioè Tamerlano) non sarà tanto un genio politico (inferiore, in ciò a Genghiz Khan), quanto un geniale utilizzatore di tutti gli strumenti culturali atti a trasformarlo, pur ancora imbevuto di credenze mongole pre-islamiche) nel prescelto da Allâh e nel difensore dell’Islâm anche contro lo stesso Impero Ottomano.

Ecco, allora, divenire il Signore della Congiunzione Astrale (Sâhebqerân), quando riuscirà a retrodatare la sua data di nascita di circa dieci anni, sino a farla coincidere con la congiunzione di Venere, Giove e Sole avvenuta il 25 di sha’bân del 736 dell’ègira, cioè l’8 aprile 1336: ma poiché il 736 era anche l’anno della morte dell’ultimo sovrano ikhanide (dinastia mongola che aveva dominato in Persia e Anatolia), Abū Sa’îd: Tamerlano riusciva ad imporre il suo impero come il continuatore di quello precedente. Allo stesso modo, badando più alla sostanza che alla forma, nella sua vita si fregerà di titoli poco altisonanti, come quello di “emiro” e di “genero” (per via di fortunati accordi matrimoniali), e manterrà al proprio fianco sovrani mongoli fantoccio con l’unica funzione di vedersi legittimato il potere.

Le sue conquiste saranno fulminee: distrugge l’impero mongolo in Asia Centrale dal 1370-75; conquista la Persia nel 1386; prende Bagdad nel 1392; sottomette l’Orda d’Oro, giungendo quasi a Mosca nel 1395; nello stesso anno di impadronisce di Erzinjan e di Sivas in Anatolia centrale; prende l’India settentrionale nel 1398; nel 1400 cadono nelle sue mani Aleppo e Damasco battendo gli eserciti mamelucchi e nel 1401 rade al suolo una ribelle Bagdad; batte gli ottomani ne 1402; rientrato a Samarcanda dopo aver ottenuto la sottomissione dell’Egitto nel 1403, progetterà la conquista della Cina che non potrà però attuare a causa della morte nel 1405.

Divenuto elemento centrale nella politica internazionale, non potrà stupire se le varie potenze cristiane tenteranno di sfruttarne la potenza in funzione ottomana (cfr. F. Cardini, Le Crociate tra il mito e la storia, Nova Civitas, 1971, pp. 286-289), peraltro con vano successo.

Nel momento in cui deciderà lo scontro frontale con gli Ottomani, Tamerlano avrà bisogno della conquista dell’India, per impadronirsi delle sue ricchezze in vista della guerra futura ma, anche, per uguagliare il livello di legittimità dell’Impero Ottomano, facendola passare, dinanzi agli occhi dei musulmani, per una jihâd rituale nei confronti di idolatri e politesti: ecco, allora, che si comprende l’opera di fiancheggiamento ideologico di Ghiyâsoddîn, che arriverà a giustificare ogni massacro scientemente perpetrato dal sovrano per garantire l’ordine nei territori conquistati e, persino, il sacrilego e anticoranico macello di prigionieri indiani ordinato dal mowlâna Nâseroddîn ‘Omar che non disponeva di montoni per il sacrificio rituale (cfr. Le Gesta, cit. p. 136).

Ma se l’Impero non sopravviverà alla sua morte, anche grazie alla straordinaria operazione propagandistica il mito di Temerlano durerà nei secoli, sino a costituire un modello non per l’Impero persiano dei Safavidi, ma anche per quello musulmano –lungimirante e tollerante- dei Moghul indiani (per altro da lui discendenti) e, ironia della sorte, anche per quello ottomano, allorquando Mehmet II, il conquistatore di Costantinopoli,  paragonerà le proprie gesta  a quelle del suo predecessore (cfr. M Bernardini, in Gesta, cit. pp. VIII-IX)-

GLAUCO BERRETTONI


“Il signore della paura” by Franco Cardini

luglio 19, 2010 da Redazione  
Capitolo Storia

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….Timur Beg, che recita devotamente le cinque preghiere giornaliere e conosce a memoria il Libro Santo e una quantità di «hadith» del Profeta, è un musulmano alla sua maniera, come e quando vuole lui. Ha imposto che nel suo mausoleo, accanto alla tomba del suo consigliere spirituale che i credenti venerano al pari di un santo, fosse piantato cerimonialmente il palo che gli sciamani salgono quanto vogliono comunicare con il cielo e con i morti; e là al Nord, quando anni fa ha marciato contro l’Orda Bianca e l’Orda d’Oro, ha asceso la Montagna Sacra della gente mongola, come aveva fatto Genghiz Khan, e là ha compiuto i riti del fuoco, dell’acqua, della terra e del vento secondo l’antica tradizione….” (p. 320): con queste rapide pennellate Franco Cardini riesce a descrivere, dall’intimo, quel Timur Beg (Timur lo zoppo), che l’Occidente conoscerà come Tamerlano e l’Islâm, invece, come “il Signore della congiunzione astrale”.

E Tamerlano, dicendente da per linea laterale da una piccola dinastia di origine mongola e turchizzata –quella dei Barlâs-, conquistatore di un gigantesco impero che dall’Anatolia giungeva sino ai confini della Cina-,  farà da sfondo e contemporaneamente sarà il mistico punto di arrivo per una vicenda che, momentaneamente dismessi (ma solo in apparenza) i panni dello storico e rivestiti quelli del romanziere, Franco Cardini ci racconta in Il Signore della Paura (Mondadori, Milano, 2007, € 17,50), in cui traccia uno splendido affresco del passaggio dal Medioevo ad un’ètà rinascimentale che si appresterà a rivisitare e rivitalizzare quella cultura greca e pagana che il Cristianesimo aveva invano tentato di cancellare.

Tardo Medioevo ed Umanesimo, Europa ed Asia, Cristianesimo ed Islâm, esoterismo ed essoterismo, letteralismo e simbolismo, sono alcune delle categorie che si confronteranno nel corso del romanzo, coinvolgendo i vari personaggi che, pagina dopo pagina, risulteranno sempre più intrecciati fra di loro.

È così che i tre protagonisti –Vieri Buondelmonti, nobile guelfo testimone di una Firenze che stava scomparendo, Arrigo degli Scolari, ghibellino fuoriuscito alla ricerca di sé, don Ruy Gonzàlez de Clavijo, gentiluomo castigliano amico dei musulmani in una Spagna tragicamente avviata alla totale “Reconquista”- intraprenderanno un lungo viaggio che li porterà prima a Gerusalemme e poi, lungo la Via della Seta, alla volta di Samarcanda, nel momento in cui Tamerlano sta cullando il suo sogno di conquistare il Celeste Impero.

E così, i tre si avventureranno, ognuno con le sue aspettative e i suoi pensieri, in un mondo sempre più distante e diverso da quello conosciuto, nel quale si mescolano, sullo sfondo di mosse politiche e strategie militari,  riti sciamanici e confraternite sufi, torri zoroastriane ed esicasmo ortodosso: la storia, allora, diventa “storia sacra”, una sorta di percorso iniziatico in cui si approfondisce, ad ogni tappa, il percorso verso il proprio “centro”.

Non è, quello di Cardini, un romanzo di azione e chi vi ricercasse “avventura” nel senso tecnico del termine rischia di rimanere deluso: non può mancare di avvincere, invece, l’appassionato di storia, soprattutto se vuole andare al di là di quegli stereotipi e di quelle “leggende metropolitane” duri a morire.

Ecco, quindi, ad esempio, restituire giustizia alla corrente della Shi’ia ismaelita, in Occidente conosciuta come “setta degli Assassini”, con pennellate rapide ma sicure: “…la da’wa dei veri credenti, i seguaci di Ismail, il settimo Imam dopo Ali il Ben Guidato…Ma voi faranj (i.e  “franchi”, e quindi “occidentali”, “cristiani” N.d.R.), lo so, conoscete le favole del Veglio della Montagna; e quella parola mai usata fra noi, che avete desunto dalle calunnie dei musulmani eretici, per i quali era un termine carico di disprezzo, voi l’avete accolta e trasformata in un marchio d’infamia. Per te io sono dunque, amico mio, un Assassino.” (p. 285); se questa è la visione di sunniti e cristiani, ben diversa, invece, la visione che, dall’interno, ne dà l’ismaelita: “Io mi limito a cercare di essere un membro non indegno della confraternita di coloro che credono che Dio si debba adorare in Spirito e Verità, e che non ci sia tempio che possa contenerLo, né preghiera che possa adempiere la Sua volontà, né rito che basti a onorare la Sua onnipotente grandezza, e che Sua unica sede sia l’infinito universo e l’angolo più riposto nel cuore del credente.” (p. 286).

Ma molto è concesso alla fedele trattazione storica, non minor attenzione è rivolta alla psicologia delle figure che compaiono nella vicenda, che sanno rivelarsi in tutta la loro complessità e contraddizione: ecco allora che Timur, il conquistatore che governa con tolleranza religiosa ma politico pugno di ferro, massacrare senza pietà gli ultimi ismaeliti ma, anche, per un incomprensibile disegno del destino, salvare la vita al suo nemico e trasformarlo nei suo più fedele seguace. Ma proprio perché l’uomo è contraddittorio, ecco anche il Tamerlano che conosce a memoria il Corano e che non ha dimenticato l’antica religiosità sciamanica, peccare di tracotanza arrogandosi prerogative divine, macchiarsi di quella stessa hybris che, secoli addietro, aveva colpito molti eroi greci e forse, proprio per questo, lo fa partecipe del loro stesso tragico epilogo: “…un altro guerriero su un altro cammello color pece anch’esso recava il nuovo stendardo di Timur: al suo passaggio, un brusio di meraviglia e quasi di terrore si levava progressivamente dalla folla che immediatamente si prostrava. Era una lunga fiamma di seta rossa come il sangue, al centro della quale sembrava guizzare come vivo, mosso dal vento, un dragone tessuto di seta d’oro  che soffiava fiamme d’argento dalle nari e ostentava possenti zampe unghiute. Lo Zoppo aveva osato arrogarsi la divina insegna dei Figli del Cielo. Era una sfida alla Potenza che regge l’universo: forse tanto blasfema arroganza sarebbe stata definitivamente punita; o forse tanto eroico ardire avrebbe conseguito un premio che soltanto a sperarsi pareva follia.” (p. 324).

GLAUCO BERRETTONI


L’evoluzione intellettuale di Palmiro Togliatti

luglio 15, 2010 da Redazione  
Capitolo Storia

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Nicola Simonelli ha scritto (sul Giornale), con atteggiamento riflessivo e aperto, un bell’articolo su Palmiro Togliatti (che era “il Migliore” anche come chierichetto). E’ un articolo che fa riflettere ben oltre quanto l’autore stesso asserisce, tenendo presente che la forma dubitativa viene opportunamente sottolineata nel corso dell’intervento. Si legge infatti “Però è anche vero  che non è del tutto conseguenziale presumere che chi in gioventù abbia frequentato ambienti religiosi (Istituti o famiglia), continui anche dopo a mantenersi credente per il resto della vita.” Non c’è dubbio. Questo lo si può constatare in generale ad ogni piè sospinto. Stalin ebbe a studiare in un seminario cristiano (greco ortodosso) e anche lui fu il migliore (politicamente) in quel senso che poi fu attribuito allo stesso Togliatti (per costume del P.C.I. allora filosovietico). Per l’ironia su questa modalità di attribuzione a partire dal capo (Stalin) resta straordinaria quella di Aleksandr Solženitzyn nel romanzo “ Il primo cerchio”. La questione tuttavia non può essere oggetto di celia perché ha un fondo irriducibile di serietà che, in un modo o nell’altro, ci riguarda tutti. L’evoluzione intellettuale di Palmiro Togliatti è a grandi linee chiara (pur se Simonelli fa naturalmente bene a evidenziare quanto è stato trascurato o sottaciuto per i motivi più svariati e non sempre commendevoli). Il leader del P.C.I. ha, da politico autentico, fatto oggetto di attenta considerazione dagli anni ‘20 in poi (proprio sulla scia di A, Gramsci) il fenomeno religioso (nella sua rilevante portata politica). Sappiamo che Gramsci era convinto della validità delle istanze materiali, ideali e politiche del cristianesimo e pensava che il movimento socialcomunista ne fosse l’erede di fondo. Quello che avrebbe realizzato le aspettative sempre disattese in poco meno di duemila anni. E’ evidente che a Gramsci della mitologia giudaico-cristiana, dei rituali e del culti, nulla importava, essendo egli del tutto estraneo ad una fede con valenza metafisica. Lo stesso si può dire di Togliatti. Il paradiso che contava era quello sulla terra (e non altrove). L’Italia degli scontri del primo dopoguerra era troppo contrassegnata da pregiudizi ottocenteschi e da cristallizzazioni ideologiche per poter consentire che un partito neonato (quello comunista, originatosi dalla scissione del partito socialista al Congresso di Livorno del 1921) potesse avviare contatti con il P.P.I.. E’ facile conoscendo l’Italia di oggi che le tensioni sociali, i veti incrociati, i “narcisismi” di partiti e di movimenti, di allora abbiano aperto la strada all’abile Benito Mussolini (socialista massimalista fino all’inizio del conflitto mondiale e poi dal 1919 fondatore a Milano, in piazza San Sepolcro, dei Fasci di Combattimento). Il 1919 è anche l’anno della fondazione del P.P.I. da parte di don Sturzo. E’ vero che diversi cattolici (fra i quali Alcide De Gasperi) fecero opposizione al Fascismo ma è altresì noto che dopo i Patti Lateranensi (11 febbraio del 1929) si aprirono per i cattolici possibilità straordinarie all’interno della società e dello Stato ed essi collusero bellamente e intensamente con il regime. L’importanza dei Patti Lateranensi fu riconosciuta da Togliatti perché egli vide la sistemazione di quell’equilibrio che già i Risorgimentali avevano in parte realizzato dopo il 1870 e in parte, naturalmente, no (vista la persistente ostilità fra Stato e Chiesa). Dal 1929, Fascismo e Chiesa cattolica vennero a costituire un asse di governo dell’Italia   del tutto nuovo e originale. Quando Togliatti fece votare a favore dell’articolo 7 non fece altro che riconoscere questo, configurando, se le condizioni politiche glielo avessero consentito, per l’avvenire un’intesa salda fra movimento comunista e Chiesa cattolica. Questo perché nella sua visione,  entrambi i soggetti istituzionali erano avversi alla società individualistica liberale di matrice protestante (anglosassone e statunitense). Le frizioni di Pio XII con De Gasperi avevano in questo contesto un preciso fondamento (senza naturalmente che il Pontefice arretrasse di un millimetro nell’avversione al – e nella condanna del – movimento comunista). E’ merito di A. Gramsci aver sottolineato la distinzione concettuale fra l’individualismo italiano nella sua diversità rispetto a quello dei popoli del nord Europa. Su questa linea si è mosso anche Piero Gobetti.

A me pare evidente che la robusta personalità politica di Togliatti ha riconosciuto incontrovertibilmente l’importanza del radicamento religioso del cattolicesimo nella penisola italiana e dunque l’inevitabile peso politico della religione stessa che è un fenomeno costante, fisiologico della realtà umana e sociale in genere (e questo riconoscimento nel politico autentico viene prima di ogni incredulità o di ogni fede e metafisica più o meno conseguente) come la tradizione machiavelliana (derivata dagli antichi Greci e dai Romani) ha insegnato a fare. Togliatti sperava che il movimento politico comunista si sarebbe radicato in maniera altrettanto forte e duratura, riconducendo nel proprio ambito lo stesso movimento cattolico (almeno per la maggior parte di esso). La continuità con l’ideale gramsciano è piuttosto evidente.

L’articolo di Simonelli nella sua parte finale possiede una sua forma malinconica e crepuscolare che esula dall’analisi propriamente storica. Egli sembra alludere al fatto che anche Togliatti (così come a suo tempo fu avanzato per  Gramsci) possa aver sentito come profonda e irrinunciabile la traccia della sua antica educazione cattolica. E’ una mozione sentimentale che lascia perplessi perché è una costante tipica della seduttrice fantasia dei cattolici immaginare che tutti (anche gli avversari più intelligenti) nel loro intimo sentano la verità cristiano-cattolica come suprema e incontrovertibile. E’ un sintomo di illusoria fraternità e debolezza. La realtà è, purtroppo, costituita da dure contraddizioni  dalle quali noi tutti siamo attraversati e dalle quali è difficilissimo districarsi. Sognare è bello (Le nostre sono soltanto delle intuizioni?), c’è da augurarsi di non fraintendere radicalmente la natura degli eventuali avversari.

CLAUDIO PAPINI


Scandali e gossip, è l’ora di farla finita

luglio 14, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Quando i media non avevano ancora raggiunto un potere tale da essere considerati l’immagine speculare della società, anche gli scandali erano di maggiore importanza. Rispetto alla portata e alla gravità politica dello scandalo Watergate, per esempio, ci sarebbe  da farsi quattro risate sui “vizietti” di onorevoli e ministri contemporanei. Il fulcro della questione è che un certo tipo di giornalismo, a nostro parere abietto, anziché concentrarsi su inchieste più difficili,  preferisce stuzzicare l’ attenzione del popolo qualunquista proponendo scandali di facile comprensione, che vanno ad inferire sulla sensibile morale piccolo-borghese. Quante persone oggi sono in grado di comprendere i meccanismi e le ragioni alla base di eventi quali la scoperta della loggia P2 o del circolo di corruzione dietro Tangentopoli? E’ indubbiamente più semplice e remunerativo, in termini di copie vendute e di bastonatura dell’avversario, esporre alla gogna mediatica un personaggio pubblico alle prese con illeciti di carattere morale, quali scappatelle con prostitute o possesso di stupefacenti. Lysander Spooner invitava a riflettere sul fatto incontrovertibile che i vizi non possano essere considerati reati; molto spesso gli accusati finiscono infatti con l’essere scagionati dopo esser stati offerti al macello dai media. Quelli che lasciano trapelare tali informazioni di bassa lega e che chiamiamo “deep throats” (gole profonde),  in realtà sono solo mediocri spie (sovente gli stessi magistrati). Grave è il fatto che negli ultimi anni, in seguito alla virata dell’ interesse mediatico sulla vita privata dei politici, si sia venuta a delineare una corrente di pensiero per cui ai cittadini deve essere garantito un fantomatico diritto all’ informazione sulle vicende personali dei governanti; in questo modo la privacy, intesa come diritto alla “proprietà” sulla personale riservatezza, è scomparsa in nome del cosiddetto “bene comune”. La divulgazione degli scandali sessuali fa male alla politica ed è emblema di un paese in cui il dibattito ideale ha lasciato il posto alle ciarle da bar. Quella che la sinistra giustizialista definisce “legge bavaglio” è in realtà un provvedimento liberale, nel più autentico rispetto dell’ habeas corpus e dell’inviolabilità dell’ambito privato; in quanto tale può fare solo bene alla dialettica politica italiana che potrà così tornare ad occuparsi soltanto degli illeciti di carattere politico. Con questo losco giro di soffiate e scoop la magistratura nostrana si è trasformata nell’agenzia di notizie preferita dei baroni del gossip; inoltre si è prestata ai giochi sporchi dei partiti che tentano di comprare, e talvolta ci riescono, i magistrati per gettare fango sugli avversari. E’ l’ora di farla finita.

DANIELE VENANZI


La cultura di destra secondo Evola

luglio 13, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Oggi, che il discorso sulla cultura di Destra è stato riaperto da Marcello Veneziani, può essere di qualche interesse quanto il Barone scriveva nel 1972: lo offriamo ai Culturisti con la consueta fiducia che contribuirà ad un dibattito che, per il solo fatto di essere tale, è comunque fecondo.

Glauco Berrettoni

LA CULTURA DI DESTRA

Oggi è abbastanza in voga parlare di una «cultura di Destra»: però è difficile sottrarsi alla sensazione che, in ciò ci tratti di un «fenomeno di congiuntura».  Data l’avanzata registrata dalla Destra nel campo politico (il riferimento è, chiaramente, alle elezioni politiche del maggio 1972 che segneranno un certo rafforzamento del Msi), N.d.R.), evidentemente, si cerca di metter su una controparte culturale, per integrarla. Tuttavia, ciò fa sorgere diversi problemi.

Anzitutto, bisognerebbe precisare che cosa si intende per cultura. Ci si può riferire al campo creativo oppure a quello delle idee e delle dottrine. Ora, il campo creativo (letteratura, romanzi, teatro, ecc.) è tale che non sopporta formule e ricette; qui ogni produzione autentica e valida dipende essenzialmente dalla esistenza di un clima corrispondente. La inconsistenza di una creatività su misura, o comandata, è risultata, ad esempio, dalla nullità delle produzioni nel quadro del cosiddetto «realismo marxista» o «socialista».

È nel secondo settore che si potrebbe e dovrebbe precisare il contenuto di una cultura di Destra, per i singoli dominii. Ma a parte l’appellativo congiunturale «di Destra», nell’essenza ci si dovrebbe riferire ad orientamenti intellettuali e critici preesistenti, e si tratterebbe solo di riprenderli e di svilupparli ulteriormente. L’attacco contro il marxismo, la sua storiografia e la sua metodologia sarebbe ovvio, ma in una certa misura lo si può dire scontato. Sono rari coloro che si tengono ancora ai dogmi logori del marxismo: il quale, se oggi è un pericolo, non lo è sul piano culturale, ma piuttosto su quello pratico-politico, dove, per venirne a capo, è richiesta non la polemica ma una azione decisa.

In una cultura di Destra può rientrare una critica della scienza e dello scientismo, le collusioni dei quali col marxismo sono note. Ad essa da noi è stato già dato di recente qualche valido contributo: la «smitizzazione» della scienza è un compito importante, ed in una prospettiva più vasta bisognerebbe pur soppesare, da una parte, l’apporto positivo della scienza nel campo materiale, dall’altra la controparte, ossia le devastazioni spirituali derivanti da una visione scientifica del mondo.

Un campo più importante di lavoro, per una cultura di Destra, è quello della storiografia. È un fatto che la storiografia da noi è stata scritta quasi senza eccezione in chiave antitradizionale, massonico-liberale e più o meno «progressista». La cosiddetta «storia patria» e non soltanto la più stereotipa, è caratterizzata dal mettere in risalto e nel glorificare come «nostra» storia tutto ciò che ha avuto un carattere prevalentemente antitradizionale: ciò, partendo dalla rivolta dei Comuni contro l’autorità imperiale fino a quegli aspetti del Risorgimento che ebbero una innegabile relazione con le idee dell’’89, fino all’intervento nella prima guerra mondiale. Qualcosa del genere va detto non solo per la «storia patria» ma anche per la storia in genere.

A quest’ultimo riguardo, mancano purtroppo precedenti da sviluppare. Vi è chi ha fatto, recentemente, valere i nomi di Machiavelli e di Vico, che non sappiamo proprio cosa c’entrino, in questo contesto: il materiale di cui disponevano era assai diverso e limitato. Da Vico, al massimo, si potrebbe desumere l’interpretazione in senso regressivo della storia, l’allontanarsi dal livello di quelle che egli chiamava le «genti eroiche», verso una nuova barbarie. Ciò, però, in Vico rientra nella teoria dei cicli, dei «corsi e ricorsi» storici: qualcosa di simile valendo anche per le teorie più aggiornate di Oswald Spengler col suo «Tramonto dell’Occidente».

Da Machiavelli , non sappiamo proprio che cosa mai si possa prendere per una storiografia di Destra. Di fronte al alcuni, che a parte la storiografia, vogliono far rientrare Machiavelli fra i pensatori di Destra in genere, noi dobbiamo avanzare precise riserve. Non certo per nulla Machiavelli ha dato il suo nome al «machiavellismo», ed anche a lasciar da parte l’aspetto meno simpatico di esso, ossia l’uso spregiudicato dei mezzi pur di raggiungere un fine, dobbiamo dire che non ce la sentiamo per nulla di definire come di Destra la semplice «maniera forte», un potere che si afferma recisamente quando un simile potere è informe e privo di crisma, di una superiore legittimazione: altrimenti vi sarebbe il pericolo di dover includere non pochi regimi attuali d’oltre cortina.

Per una considerazione di Destra della storia, a parte spunti reperibili in un Burke, in un De Toqueville, in un De Maistre, in un Burckhardt, l’unico contributo recente valido che noi conosciamo è il libro «La Guerre Occulte» di L. de Poncins e E. Malinski, tradotto anche in italiano. Esso è illuminatore nell’indicare i processi, spesso svoltisi dietro le quinte della storia conosciuta, che hanno portato alla disgregazione della civiltà tradizionale europea. Purtroppo l’esposizione di arresta all’avvento del bolscevismo. Resta pertanto, per giungere fino ad oggi, un periodo abbastanza vasto, denso quanto mai di avvenimenti, nel quale l’analisi dovrebbe venir continuata.

Anche la sociologia offre al pensiero della Destra un importante campo di lavoro. Infatti, tale disciplina, quando non vien svolta in chiave apertamente marxista, ha sempre una componente pervertitrice, di riduzione del superiore all’inferiore, e le correnti della sociologia americana hanno dato un chiaro esempio. Infine anche l’antropologia, nel senso di teoria generale dell’essere umano. Dovrebbe valere come un importante oggetto. Per esempio, qui si dovrebbe studiare e contestare l’orientamento, purtroppo così diffuso ed accettato, che fa da premessa alla psicanalisi, nell’una e nell’altra sua varietà, per individuare e contestare la concezione mùtila e distorta dell’uomo che ne costituisce il fondamento generale.

Con ciò crediamo che alcuni indirizzi essenziali siano stati già precisati-

JULIUS EVOLA, in «Roma», 29 Agosto 1972


Il Secolo XIX, un quotidiano comunista a Imperia

luglio 12, 2010 da Redazione  
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Non compro il Secolo XIX ma mi capita di leggerlo di quando in quando al bar Perry’s (angolo fra via Diaz e via Macaggi a Genova). Sempre che non sia già accaparrato da qualcuno degli avventori, solitamente insistenti nel compulsarlo a lungo, preferibilmente sulle pagine sportive e sull’oroscopo. Qualche giorno fa ho potuto scorrere i titoli cubitali che erano dedicati al Questore di Imperia accusato esplicitamente di pensare più agli extracomunitari (tormento realissimo e insistente in una zona di frontiera) che non alle infiltrazioni mafiose (quelle denunciate dai Carabinieri che hanno anche chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale della ridente cittadina ligure di Bordighera). Confesso che mi è venuto da ridere non per l’eventuale  gravità dei problemi di quell’area ma per il tono da crociata inquisitoria (strillata) del noto quotidiano, il quale forse ignora che da circa 30/40 si parla di infiltrazioni (anche in Liguria) del fenomeno mafioso, legato ma non necessariamente concomitante all’antica emigrazione interna degli anni ‘60 del secolo scorso. All’interno delle comunità meridionali via via formatesi c’erano già esponenti delle varie “onorate società” o erano arrivati immediatamente dopo per accingersi a trescare con il potere politico (o assumendolo in prima persona qualora fosse possibile grazie ai pacchetti di voti preconfezionati e provenienti dalla comunità di riferimento oppure facendosi intermediari presso qualche politico locale fosse esso di provenienza da “chilli paesi” oppure no). Non risulta che da allora l’egregio quotidiano cittadino si sia preoccupato più di tanto limitandosi a ripetere quanto per esempio veniva dicendo assennatamente il giudice Adriano Sansa, poi Sindaco di Genova grazie anche alla sponsorizzazione dello stesso giornale (il  figlio Ferruccio, tra l’altro, fu assunto poi dal quotidiano genovese). Come mai improvvisamente il Secolo XIX è partito per la crociata? La ragione è semplice: esso non ha indossato la croce (rossa), quella autentica dei Crociati, che è tuttora nel gonfalone di Genova ma piuttosto ha raggiunto la celebre (un tempo) organizzazione chiamata “Soccorso Rosso” (quella di Dario Fo e di Franca Rame, cui gli allegri studenti universitari genovesi opposero il motto “soccorso rosso non avrai il mio scalpo”, utilizzando il titolo italico dell’omonimo film interpretato da Robert Redford “Corvo Rosso non avrai…” del 1972). Vediamo di chiarire. L’area di Imperia da sempre fedele politicamente al centrodestra è indubbiamente in difficoltà a causa del caso Scajola e del fatto che questa inchiesta su Bordighera è venuta a lambire Minasso (che peraltro si viene discolpando mi pare in maniera abbastanza efficace). L’egregio Secolo XIX sta facendo precocemente campagna per il P.D. e d’altra parte come potrebbe essere diversamente per un giornale dei poteri forti (quindi) legato alle dieci famiglie più importanti di Genova e, a filo doppio, alla Giunta Comunale e a quella Regionale? La faccenda comunque è interessante perché segnala probabilmente una svolta di costume: anche in Liguria avremo nell’immediato prossimo venturo “l’antimafia di professione” che consentì ai celebri “cavalieri delle tavole rotonde” (cioè ai “deretani di pietra in eterni conciliaboli e comizi da tutti i  palcoscenici reali, eventuali ed immaginari” di prosperare politicamente (fenomeno siciliano già guarda caso segnalato a suo tempo da Leonardo Sciascia). Si può osservare che anche in questo senso la Liguria si viene allineando nel malcostume alle regioni del Sud, essendo già per altri tratti economico-sociali avvicinatasi parecchio a quelle latitudini. Ad un punto tale che, come suggerisce implicitamente il Secolo XIX (almeno nei titoli) occuparsi dei clandestini (che vendono i prodotti taroccati e delinquono) non è poi così importante. Che diamine! Ormai fanno stabilmente parte del bel paesaggio configurato già nell’abbondanza del presente (e chissà nel futuro!) dalla spiritualità servile del cattocomunismo piagnone. In questo senso (e non è per nulla una battuta!) un eccellente direttore del maggior quotidiano cittadino, potrebbe essere quel LeoLuca Orlando da Palermo, oggi in carica all’IDV, ma domani sicuramente disponibile. Non è difficile considerando il passato di quest’ultimo accertare una “corrispondenza d’amorosi sensi” con l’egregio quotidiano cittadino, specchio veritiero di una Liguria al limite della “sceneggiata”mediterranea.

CLAUDIO PAPINI

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Veneziani e la cultura di destra

luglio 9, 2010 da Redazione  
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Nel “Giornale” del 7 luglio Marcello Veneziani ha pubblicato un articolo, “La tiritera sulla destra”, come al solito acuto e frizzante (ecco due qualità che raramente si trovano coniugate nelle pagine dei giornali).

La diagnosi di Veneziani sui grilli parlanti e sul tramonto della cultura di destra, quale era interpretata dai militanti degli anni Settanta e Ottanta è largamente condivisibile.

Quella cultura, sedicente di destra, infatti, oscillava (vaneggiando e infuriando) tra le suggestioni esoteriche di Julius Evola e il turismo mentale di Armandino Plebe.

Era cultura di nome, ossia strumento della politica circense condotta da Giorgio Almirante sul binario del doppio pensiero. Una politica ridotta a sofistica, in obbedienza alla vocazione crepuscolare descritta da Michele Federico Sciacca.

L’immagine di quella cultura di destra era rappresentata dal leader missino, che conduce la campagna antidivorzista con la veste di bigamo conclamato.

Veneziani è dunque condivisibile, quando, sepolta la figura contorta della destra almirantiana (e ultimamente finiana), presta attenzione alla cultura quale sensibilità diffusa, una mentalità, un sentire e un pensare animate da un amore della tradizione, della comunità, del senso religioso della vita.

Se non che la mentalità animata da un amore della tradizione, della comunità e del senso religioso della vita è la radice di quella destra ideale, cui, secondo la felice definizione di Clemente Solaro della Margarita, appartengono quanti hanno a cuore il bene della religione e della società civile.

Nell’età moderna la destra ha origine dall’insorgenza popolare contro il giacobinismo e contro le oppressioni oligarchiche. Radice della destra è la fede cattolica e l’amore per la giustizia.

E’ il senso religioso della vita che ha animato la rivolta dei vandeani e dei Viva Maria contro un potere politico che intendeva soffocare la religione sottomettendola al potere mondano.

Al proposito è necessario rammentare che il contenzioso religione – potere ha una lunga storia: cesaropapismo, ghibellinismo, assolutismo, gallicanesimo, giuseppinismo. Considerazione, questa che impedisce il cammino della cultura verso l’ideologia reazionaria, cui aderiscono da destra e da sinistra – in un grottesco frullato – neomassoni, neopagani, neoghibellini, neogaribaldini e neonazista.

Il movimento dei Viva Maria, infatti, nasce per contrastare la politica giuseppinista dell’arciduca di Toscana e la teologia progressista del vescovo di Pistoia.

La confusione di cultura della destra e cultura della reazione è pertanto arbitraria.

Dobbiamo dunque cercare le radici della vera destra nelle opere dei grandi pensatori del Novecento che hanno manifestato fedeltà alla tradizione e al diritto naturale:  Giorgio Del Vecchio, Augusto Del Noce, Michele Federico Sciacca,  Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Francisco Elias de Tejada, Marino Gentile, Antonio Livi.

Il disgusto e la pena che procura la destra interpretata maldestramente (avverbio perfetto…) e abusivamente da Fini e dai suoi intellettuali facenti futuro, non deve incoraggiare la fuga dall’area di appartenenza.

Come afferma Veneziani la buona cultura non è una conventicola, un partitino di intellettuali, ma qualcosa di più vasto. Di più “vasto” e di più “profondo”. La vera cultura, infatti, ha fondamento (profondo, appunto) nel senso religioso della vita.

PIERO VASSALLO

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