I riti nell’antica Roma – un libro
luglio 1, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società

Quanti si dedicano allo studio della Tradizione Romana potranno trovare nell’opera postuma di Marco Baistrocchi Il Cerchio Magico. Riti circumambulatori in Roma antica (Ed. Il Libri del Graal, Roma, s.d., € 20,00) approfondimenti interessanti su riti indoeuropei che, a Roma, assumeranno una posizione centrale nella ritualità che accompagnerà la fondazione dell’Urbe, la sua periodica purificazione, nonché la vita spirituale dei Collegi Sacerdotali, dell’esercito, della famiglia, delle case e delle proprietà agricole.
L’opera nasce dalla collaborazione fra quanti, dalla moglie Andreola a Piero Fenili, da Renato Del Ponte a Sandro Consolato, da Roberto Sestito a Serafino di Luia, hanno inteso ricordare la figura di Marco Baistrocchi (1941-1997), che nel corso della sua vita, ancorché dedicatosi alla carriera diplomatica, diverrà uno dei principali esponenti degli studi di romanistica e degli Studi Tradizionali: già collaboratore di riviste come Conoscenza religiosa, Arthos, Yghieia ed Ignis, cofondatore con Piero Fenili di Politica Romana, sarà l’autore di opere importanti come Les portes du ciel: “devayâna” e “pitriyâna” (Archè, Milano, 1979), Aspects de géographie sacrée: l’orientation solstitiale et equinoziale dans l’Ancienne Egypte (Archè, Milano, 1982), Arcana Urbis. Considerazioni su alcuni rituali arcaici di Roma (Ecig, Genova, 1987), nonché del volume che, a cura di Renato Del Ponte, riunirà gli articoli apparsi su Arthos dal 1981 al 1986, Riti e tradizioni di Roma antica Saggi per Arthos 1981-1986, I libri del Graal, Roma, 2006) .
Come nella Prefazione osserva Renato Del Ponte, i 14 capitoli in cui si compone il volume, possono inserirsi pienamente in quel filone comparatistico che, iniziato da Dumézil, ha avuto il merito di riportare i fatti religiosi romani a degli archetipi indoeuropei: ecco, allora, la necessità di districarsi in un complesso labirinto di non semplice facile interpretazione, nel quale, però, Baistrocchi “si aggira da par suo e, si può dire, come guidato da un sicuro istinto, anche se non mancano in questo tipo di percorso, durante la difficile indagine, alcune inevitabili incertezze” (p. VIII).
Del resto, è lo stesso Autore che, nell’Introduzione, ci ricorda come “l’accostamento ad altri sistemi religiosi, costituisce un metodo non solo legittimo, ma indubbiamente indispensabile, purché le analogie rilevate presso uno degli altri sistemi religiosi, siano realmente in grado di lumeggiare il significato della religione romana: spetta, infatti, soprattutto al Dumézil il grande merito di aver avviato, non senza qualche evidente esagerazione, tale grandiosa opera di decifrazione, che ha permesso di far erompere il significato originario di tante arcaiche e pietrificate strutture mitico-rituali romane e la luminosa spiritualità che le permeava e le vivificava” (p. IX).
Circuambulazione astrale e rituale (cap. 1), celeste e ctonia (cap. 2) , , purificazioni animali mediante l’Amburbium (cap. 3) e umane nei Lupercalia (cap. 4), le circumambulazionide i cambi negli Ambarvalia (cap. 5), i riti dei Fratelli Arvali (cap. 6), gli Argei (cap. 7) e i riti marziali (cap. 8), il Troiae lusus di cui ci parla anche Virgilio (cap. 8), la circumambulazione nell’esercito e i riti propiziatori per i neonati (cap. 11), la casa e la puerpera (cap. 12), la manumissio dello schiavo (cap. 13) ed il significato della conversione verso destra e verso sinistra ( cap. 14) sono i capitoli che si snodano nel libro: sicuramente tecnici ed eruditi ma che, come ricorda Piero Fenili, consente anche a chi lo vorrà di “affiancarsi a Marco per seguirlo nella riscoperta di quella Roma vivente che a lui fu sommamente cara, nello spirito di quell’Amor che ne costituisce appunto l’anagramma sacro”(p. IV): lo spirito di Roma Aterna, insomma, non manca di vivificare l’ultima fatica dello studioso.
GLAUCO BERRETTONI
Sesso, foia ed internette
giugno 12, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società

Oggi parliamo di sesso. Per la precisione di come i costumi sessuali umani si vanno evolvendo dopo l’avvento delle tecnologie digitali, dalla TV, ai telefonini, a internet. Partiamo da un parallelo fra quel che accadeva prima degli anni ‘50 e ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi foderati di preservativi alla fragola. Ai tempi del boogie woogie alcuni maschi e alcune femmine cominciavano a sussurrarsi frasi indecenti attraverso la bachelite degli apparecchi telefonici. Sollazzo per pochi fortunati, benestanti e tecnologici. Il titillar di parole cominciava a fare il suo lavoro nel territorio sconosciuto del sesso virtuale. Per il resto ci si vedeva la sera, di soppiatto, nelle viuzze scure o nei bar malfamati. Ci si baciava e ci si accarezzava dal vivo, si faceva l’amore in macchina per la prima volta dopo lunghe, estenuanti frequentazioni semiclandestine, in fuga da mogli e genitori. Il corpo era ancora sovrano e i partners più rari; difficile collezionare amanti quando per conoscere qualcuno papabile dovevi andare in balera per venti mesi di fila. La pornografia, stimolante infallibile del disfacimento morale e della degenerazione dei costumi, era riservata a un giro ristretto di viziosacci senza limiti. Parlare a voce alta di sessualità era considerato un tabù. Potevano farlo soltanto paludati studiosi di psicanalisi o statistica. Ai nostri giorni l’universo erotico-sessuale-amoroso risulta completamente ribaltato. Gran parte della popolazione entra in contatto con decine di partners potenziali grazie ai social network, ai siti di contatto specifici, alle mail. Con alcuni scatta pure il sesso virtuale, che precede in diverse occasioni quello reale. Spesso però ci si ferma al gioco mentale e si ama, si copula, si fa petting glitterando i neuroni altrui, in un fantasmagorico caleidoscopio di invenzioni verbali che corrono nello spazio akashico. Talvolta ci si innamora di quei corpi sconosciuti rappresentati da cervelli potenti. In rete è più facile aprire lo scrigno dei nostri pensieri agli altri, i segreti fluttuano senza ritegno e ci si consegna con maggior facilità alla comprensione del proprio simile. I corteggiamenti avvengono via sms o Twitter sul telefonino, con brevi frasi lusinghiere e, più avanti, utilizzando parole sconce degne del miglior libertino settecentesco. Oppure via Facebook, nella solitaria landa della chat, su siti come Meetic, in cui sesso e sentimento si amalgamano dietro l’anonimato dei frequentatori. La pornografia nel frattempo è dilagata: dalla televisione, ai cellulari, alla rete è tutto un allegro fornicare, le perversioni fanno scuola e anche l’ultimo dei geometri prova a cimentarsi con l’esterrefatta consorte casalinga in acrobazie e fustigazioni degne di Rocco Siffredi. I generi si sono moltiplicati ma l’ultima frontiera è sagnata dal “gonzo movie”, filmastro in cui il protagonista della prestazione sessuale è anche operartore alla camera e regista dell’opera: in sostanza filma i suo genitali e il/la partner impegnata a stuzzicarli. In questo bailamme il corpo si dissolve, diventa immaterico, un agglomerato di pixel, suoni e caratteri che ci porta dritti verso il coito ologrammatico. La donna, ormai completamente libera di manifestare le proprie declinazioni erotiche, si sbizzarisce e si trasforma in padrona del campo di battaglia. Il maschio, dinamite ormonica in perenne ricerca di stimoli, si perde in masturbazioni, trombate rapide e indolori, tremebonde esibizioni di virilità postmoderna. Molti, terrorizzati dalla revanche femminile, si rifugiano nell’omosessualità fifona, surrogato della gnocca remissiva. I nostri giovani sembrano pornoattori maturi già a sedici anni; imparano tutto dal web e hanno ben poche inibizioni nel replicare l’orgia. Che dire, il sesso è sempre stato motore del mondo ma oggi sembra essere diventato “il mondo”. Astenendoci da considerazioni moralistiche, non possiamo che constatare il cambiamento epocale e augurarci che la tendenza attuale ci porti verso una nuova concezione dei raporti umani, anziché all’implosione energertica della civiltà. I futuro è oggi, direbbe Ballard. La fine è dietro l’angolo? Chiederebbe Marzullo in calze a rete e guepiere.
MAURIZIO GREGORINI
IL FUTURO DEL PORNO (dal sito www.panorama.it)
«Il futuro del porno sono i video on demand e lo streaming, ossia la possibilità di scaricare i filmati hard da internet direttamente sulla tv del salotto» dice la star italiana dei film a luci rosse Rocco Siffredi, incontrato da Panorama all’Adult entertainment expo di Las Vegas, la più grande fiera al mondo dedicata al sesso e alla trasgressione.
Siffredi, che alcuni anni fa aveva lasciato il set per dedicarsi alla regia, è tornato a fare l’attore, anche perché il suo sito è fra i più cliccati dai voyeur della rete. Per Rocco, e non solo per lui, il futuro del porno è il web: consente, infatti, risparmi enormi sulla produzione e distribuzione dei dvd, permettendo quindi di vendere i film a basso prezzo. «Un milione di persone che pagano 1 dollaro, fanno un totale di 1 milione di dollari. Niente male» chiosa l’attore. Agli Avn awards, gli Oscar dei film hard che ogni anno si assegnano a Las Vegas, Siffredi è stato premiato, ottenendo la statuetta della migliore serie straniera dal titolo Rocco puppet master.
Una rotta, quella della migrazione sul web tracciata da Siffredi, avvalorata dai numeri. Secondo i dati emersi alla fiera di Las Vegas, negli Stati Uniti ogni secondo vengono spesi 3.075 dollari per l’acquisto di materiale pornografico sul web e 28 mila utenti guardano materiale per adulti; ogni 39 minuti viene creato un nuovo video erotico; ogni giorno 68 milioni di utenti online digitano termini hard nei motori di ricerca. A livello mondiale, 72 milioni di utenti all’anno (per il 28 per cento donne) consultano i 4,2 milioni di siti per adulti presenti sul web (il 12 per cento di tutti i siti esistenti).
Un business miliardario
La pornografia sul web è dunque un fenomeno globale, la cui crescita non è destinata a diminuire, anzi le nuove tecnologie rappresentano un’ulteriore spinta. La disponibilità di connettività a banda larga e l’alta definizione permettono oggi di usare il web come una gigantesca videoteca a portata di mouse. La maggior parte dei siti che permettono di scaricare video offrono la possibilità di vederli in Hd, a pieno schermo, anche sul televisore. Il computer si è cosi trasformato in un self-service del porno consentendo agli utenti non solo di guardare i film ma anche di condividerli, commentarli, scambiarli.
I video che arrivano dal web hanno ormai una qualità paragonabile a quella dei film in dvd, con il vantaggio di poter vedere i titoli preferiti quando si vuole, senza dover uscire con il bavero alzato da una videoteca o da un sex shop.
I guadagni del porno online vengono stimati intorno ai 2,5 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti e ci sono significativi margini di crescita.
La risposta alla crisi
Il proliferare dei siti a pagamento che trasmettono film a luci rosse è dovuto specialmente alla crisi che, pure in questo settore, si è fatta sentire. Tanto che i più importanti studios hanno ufficialmente chiesto un aiuto pubblico. Joe Francis, produttore della serie di dvd Girls gone wild, e Larry Flynt, fondatore della rivista Xxx Hustler, hanno inoltrato una richiesta di 5 miliardi di dollari al Congresso americano. Se lo stato ha aiutato l’industria dell’auto e le banche, perché non salvaguardare anche i migliaia di addetti in questo settore? Le vendite di dvd oltreoceano sono in effetti calate del 22 per cento e i compensi si sono più che dimezzati. L’attrice di film per adulti Savannah Stern ha confessato a Panorama che meno di due anni fa guadagnava circa 150 mila dollari all’anno e ora fa fatica ad arrivare a 50 mila.
Social porno e pirateria
Se internet da un lato può essere l’ancora di salvezza di questo mondo, dall’altro può anche esserne il carnefice.
«Il mercato dell’intrattenimento per adulti ha registrato, infatti, un declino significativo nelle vendite di dvd a causa della pirateria e dei siti porno gratuiti» spiega a Panorama Alec Helmy, presidente ed editore di Xbiz, la bibbia dell’industria a luci rosse. La vera minaccia del business online è rappresentata dai siti porno «social». Il modello gratuito di accesso e condivisione dei filmati inventato da Youtube è stato infatti copiato da numerosi siti come Xtube, Redtube, Youporn e Porn-hub. Questi portali hanno conosciuto un incremento esponenziale negli ultimi anni. Solo dal 2006 (anno d’inizio del fenomeno) al 2007, stando ai dati di Compete.com, Xtube ha aumentato il suo pubblico online del 241 per cento; Youporn è cresciuto addirittura del 9.202 per cento.
Questa tendenza si è confermata nell’ultimo anno, visto che Pornhub, uno dei siti più in voga, ha registrato un incremento del 104 per cento, annoverando tra i visitatori quasi 10 milioni di utenti. Molti dei video presenti su questi siti sono spezzoni delle migliori produzioni internazionali e questo ha costretto i principali studios a intraprendere azioni legali per tutelare i diritti d’autore, riunendosi in un’associazione, la Pak Group.
La lotta alla pirateria diventa primaria anche contro il download illegale dei film con i sistemi di file sharing. Secondo la Brigham Young University, ogni mese vengono scaricati 1,5 miliardi di materiali pornografici, il 35 per cento di tutti i file scaricati con i peer-to-peer.
Coniglietti e aborti
giugno 12, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società
![]()
Certa stampa “tenerona” (a Genova “Il Secolo XIX”), in vista dell’estate lancia il suo allarme preoccupato: due coniglietti appena nati trovati in un cestino dei rifiuti a due passi dall’imbarco traghetti, la tartaruga lasciata libera sulla spiaggia di Cogoleto, il pitone abbandonato da una ragazza qualche giorno fa ad Animal Assistence. Anche a Genova, siamo all’emergenza abbandoni…degli animali!
Il problema è serio e non saremo certo noi a sottovalutarlo. Di fronte a questi “numeri”, ai numeri dei coniglietti, dei cani e dei gatti abbandonati, vorremmo che analogo zelo fosse manifestato per lo “sterminio” dei nascituri d’uomo e di donna.
Di aborti (è veramente uno dei paradossi della nostra epoca) si parla meno e con minore allarmismo degli …abbandoni degli animali. Li si rinchiude in qualche statistica annuale, li si fa oggetto di comparazioni, li si riduce a “costo sociale”.
Per carità il tema-aborto non è di quelli che si può ridurre ad una battuta. Tocca i sentimenti delle donne, il loro vissuto personale, le loro specifiche condizioni. Mette in discussione il senso della vita (e della morte) che caratterizza il nostro occidente. Ci pone di fronte il senso del bene e del male.
Proprio per questo insieme di fattori, la questione non può essere rinchiusa nel cantuccio delle notizie di routine, quelle che è meglio non sovraccaricare di particolare “pathos” e che è meglio “raffreddare”, evitando che la gente si ponga interrogativi sconvenienti e che le istituzioni vengano invitate ad intervenire, con iniziative mirate, in grado di evitare gli “abbandoni” dei nascituri (con il sostegno alla maternità) e l’indifferentismo dei giovani (al fine di fare comprendere loro la responsabilità che ci si deve assumere quando si compiono certe scelte).
I 4 milioni di gravidanze interrotte nel nostro Paese, da quando è stata approvata la legge 194, non sono meno importanti dei coniglietti e dei pitoni abbandonati, su cui certa stampa “tenerona” si interroga alla vigilia dell’estate.
MARIO BOZZI SENTIERI
De Benoist, metamorfosi del politeismo
maggio 26, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società

“Contro cosa ci si deve ribellare al giorno d’oggi?” All’ardua domanda Alain De Benoist risponde puntando il dito contro l’ideologia dell’Identico, “il cui motore è l’idea di Unico, che è ciò che non sopporta l’Altro, e intende ridurre tutto all’unità: Dio unico, civiltà unica, pensiero unico“.
Nella babele dei pensieri oggi in liberà il guru neodestro vede l’appiattimento su un pensiero unico. E ne denuncia la causa con chirurgica presunzione: “Essenza ed esistenza sono in questo modo separate, come lo sono anima e corpo, spirito e materia, e come lo sono anche i diritti (fondate sulle caratteristiche della natura umana) e i doveri (che si esercitano solo all’interno di una relazione sociale, quindi in un contesto ben preciso. L’esistenza concreta non sarebbe così che una maschera che impedirebbe di vedere l’essenziale”.
L’universo dei tuttologi non contempla l’obbligo di conoscere i princìpi della metafisica, infatti le scienze umane francesi hanno addirittura annientato la filosofia assimilandola. Ma parlare di essenza e di esistenza in un contesto di pure scienze umane è comunque azzardato.
Ora la distinzione e la confusione di esistenza ed essenza stanno al bivio in cui la filosofia moderna si separa – senza ragione – dalla metafisica di San Tommaso d’Aquino.
La filosofia classica afferma che, in Dio, l’essenza delle cose è distinta dall’esistenza. San Tommaso sostiene, ad esempio, che, in Dio, la pietra è Dio, ha l’essere di Dio e non un’autonoma esistenza di pietra.
La riflessione sui nostri pensieri ci presenta alcuni indizi fortemente favorevoli alla distinzione di essenza ed esistenza: noi possiamo, infatti, pensare essenze come l’unicorno e l’ippogrifo, ma finché l’unicorno e l’ippogrifo non escono dalla mente di coloro che li pensano ed entrano nel mondo in carne e ossa, le loro essenze hanno solo l’esistenza degli enti di ragione, cioè l’esistenza della mente che li pensa.
Esiste il pensante: il pensato ha l’esistenza del pensante. Tizio pensa l’ippogrifo, Tizio esiste e l’ippogrifo ha l’esistenza di Tizio.
La ragione che abolisce la distinzione di esistenza ed essenza si incammina nella direzione proibita dove abita l’illusione della totale identità di pensiero ed essere. Illusione che ha nome di politeismo mentale, cioè guerra del delirio contro il principio di non contraddizione.
Nel principio politeista “et.. et…”, e una cosa e il suo contrario sono la stessa cosa, la cultura della destra incontra la punta della slavina comunista, cioè il detto di Herbert Marcuse: l’affermazione del principio di identità e non contraddizione è la radice del fascismo orrido e immenso.
Se De Benoist avesse studiato la filosofia di cui parla avventurosamente saprebbe che la crisi della metafisica tradizionale inizia allorché la scolastica decadente (Suarez) s’illude di poter abolire la distinzione di essenza ed esistenza.
Rammento questo precedente perché nel saggio “Ribelli e ribellione”, De Benoist dichiara guerra a quel pensiero unico che dipende dalle filosofie, che hanno portato alle estreme conseguenze il rifiuto della distinzione di essenza ed esistenza.
La novità ribellistica, insistentemente rivendicata dai tracotanti pensatori neoterici radunati nel club “fare futuro”, ha appunto radice nella grottesca manipolazione delle fondamentali categorie della metafisica. La ribellione di De Benoist è una ridicola antimetafisica in cammino su una metafisica gamba di legno.
PIERO VASSALLO
Per completezza riportiamo a seguire uno scritto di Alain De Benoist sul politeismo; i culturisti potranno farsi in tal modo un’idea oggettiva sull’argomento.
POLITEISMO E MODERNITÀ
Premessa
Direi che sono tre gli autori di riferimento da tener presente come sfondo di quello che diremo. Nietzsche, Weber, Heidegger.
Autori di sfondo in che senso? Non semplicemente nel fatto che abbiano pensato la categoria di ‘politeismo moderno’ che ormai risulterebbe imprescindibile oggi. In realtà in tutti e tre il concetto di politeismo non è affatto centrale, se non assente. Tuttavia Nietzsche, Weber e Heidegger sono i pensatori di quella modernità che sono tra gli autori di riferimento tra chi oggi, anche senza fare esplicito riferimento a loro, ha usato il politeismo – volendo fare del politeismo un elogio – come chiave di lettura del mondo moderno e contemporaneo.
Weber parlò di politeismo, e più precisamente di “politeismo dei valori”. Però, ripetiamo: non è qualcosa di centrale in Weber, piuttosto è una conseguenza della sua sociologia. Cosa vuol dire politeismo dei valori?
E qui entra di scena Nietzsche, il quale aveva annunciato la morte di Dio. In che senso? Nel senso che siamo ormai tutti non cristiani e anche chi dice di credere in Dio non ci crede poi così tanto? No: in realtà Nietzsche ha una esplicita antipatia per il rozzo ateismo moderno. Dice Nietzsche: la morte di Dio come fenomeno della modernità non è l’ateismo, bensì il tramonto di tutti quei valori che furono un tempo ritenuti fondanti. Quindi la morte di Dio non per la vita degli Dei (anzi, Nietzsche del tutto coerentemente ne La nascita della tragedia scrive: “Tutti gli dei devono morire”; anche in Così parlò Zarathustra: “Morti sono tutti gli dei: ora vogliamo che viva il superuomo”, «Della virtù che dona», 3): non si tratta di politeismo contro monoteismo, in senso propriamente teologico. Si tratta invece della morte del mondo soprasensibile in quanto mondo degli ideali, delle idee eterne, delle (o della) verità: il mondo vero, autentico, quello veramente reale, in contrapposizione al nostro mondo, inteso come transeunte, apparente, mutevole, irreale.
Quindi morte di Dio vuol dire morte della metafisica: non c’è più nulla a cui l’uomo possa attenersi e secondo cui possa regolarsi. Il nichilismo batte alla porta. Tutta la metafisica, tutta la filosofia, lo stesso Occidente hanno come loro carattere il nichilismo, nella misura nella quale Platone fonda tutto nel sovramondano (inaugurando quindi la filosofia come nichilismo); ma solo noi moderni ce ne stiamo rendendo conto, chiamandolo con il suo nome. Quindi il nichilismo non è una corrente di pensiero a fianco alle altre: non è come dire idealismo, cristianesimo, positivismo, ecc; è invece il carattere, il destino dell’Occidente. Heidegger scrive: “La metafisica è l’ambito storico in cui diviene destino che il mondo ultrasensibile, le idee, Dio, la legge morale, l’autorità della ragione, il progresso, la felicità del maggior numero, la cultura, la civiltà perdano la loro forza costrittiva, e si annullino”; persino il cristianesimo potrebbe essere “un derivato e un momento dello sviluppo del nichilismo”. Queste parole Heidegger le scrive nel suo notissimo saggio “La sentenza di Nietzsche: «Dio è morto»”. Heidegger è il grande interprete di Nietzsche nel ‘900: i suoi corsi universitari su Nietzsche tra il ’36 e il ’40 erano tesi a interpretare il pensiero di Nietzsche come compimento della metafisica occidentale. Oggi, in filosofia occuparsi di Nietzsche vuol dire anche confrontarsi con la lettura di Heidegger, e viceversa. Nietzsche e Heidegger: gli autori della modernità.
Ma cosa dice Nietzsche a riguardo del politeismo? C’è un pensiero (il 143) ne La gaia scienza che si intitola «Il vantaggio più grande del politeismo». Eccolo qui riportato:
Che il singolo si eriga il suo proprio ideale e derivi da esso la sua legge, le sue gioie e i suoi diritti – questa fino ad oggi è stata considerata come la più mostruosa di tutte le umane aberrazioni e come idolatria in sé: in realtà quei pochi che osarono ciò, hanno sempre sentito la necessità di una apologia davanti a se stessi, ed essa di solito s’esprimeva in questi termini: «Non io! Non io! Ma un Dio attraverso di me!». Fu nell’arte e nella forza mirabili di plasmare dèi – il politeismo – che questo istinto potè disgravarsi, purificarsi, giungere a perfezione, nobilitarsi: infatti, in origine, era questo un istinto volgare e meschino, affine alla testardaggine, alla disobbedienza e all’invidia. Essere ostili a questo istinto di un proprio ideale: era questa, una volta, la legge di ogni eticità. Non c’era, allora, che una sola norma: «l’uomo» - e ogni popolo credeva di possedere quest’unica e ultima norma. Ma, al di sopra e fuori di sé, in un lontano oltremondo, si poteva vedere una molteplicità di norme: un dio non era la negazione o la bestemmia di un altro dio! Qui per la prima volta furono permessi individui, qui per la prima volta si onorò il diritto degli individui. L’inventare dèi, eroi e superuomini di ogni specie, come pure esseri affini agli uomini o subumani, nani, fate, centauri, satiri, demoni e diavoli, costituì l’inestimabile propedeutica per la giustificazione dell’egoismo e della sovranità del singolo: la libertà che si accordava al dio contro gli dèi, la si attribuì infine a se stessi contro leggi e costumi e vicini. Il monoteismo, invece, questa rigida conseguenza della dottrina di un uomo normativo e unico – la fede quindi in un dio normativo, accanto al quale non ci sono che dèi falsi e bugiardi – costituì forse il pericolo più grande nel corso dell’umanità fino a oggi; fu allora che rappresentò una minaccia per l’umanità quell’arresto prematuro, già da un pezzo raggiunto, per quel che c’è dato sapere, dalla maggior parte delle altre speci animali: in quanto esse tutte credono in un animale unico, normativo e ideale della loro specie e hanno definitivamente tradotto in carne e sangue l’eticità del costume. Nel politeismo era come preformata la libertà di spirito e la multiforme spiritualità dell’uomo: la forza di crearsi occhi nuovi e personali, sempre più nuovi e personali: cosicché per l’uomo soltanto, in mezzo a tutti gli animali, non esistono orizzonti e prospettive eterne.
Varietà, multilateralità, polisemia, polimorfismo, plurisignificati, pluralismo, poliarchia. Questi e altri termini analoghi vengono usati da sociologi, filosofi, psicologi, antropologi, storici che si confrontano con l’epoca moderna, un’epoca segnata dal politeismo, dal weberiano politeismo dei valori.
Certo, Weber non è Nietzsche, anche se c’è chi ha cercato tracce nietzschiane nel pensiero del sociologo tedesco; e ancor meno è Heidegger, ma certamente egli si muove all’interno di un pensiero post-nietzschiano, nella misura nella quale Nietzsche è stato il profeta della società moderna. Ogni società ha i suoi valori, ogni uomo ha i suoi valori – e quanto sono in concorrenza e in contraddizione i valori in un singolo uomo! –, i sistemi politici hanno i loro valori, ecc. Insomma, la modernità si connota come un campo di lotta fra diversi valori tra cui l’uomo deve prendere posizione e che non si conclude mai con la vittoria di un valore solo (o di un sistema di valori). Il mondo dell’esperienza non arriva mai al monoteismo, fermandosi al politeismo.
Inoltre, come causa ed effetto, crollano le verità metafisiche, le certezze teologiche; nel frattempo, sulla via dell’individualismo di derivazione cartesiana, scopriamo la persona come centro della vita, dei valori, delle esigenze; ma scopriamo anche l’estraneità, l’esistenza di società altre dalla nostra (altre nel loro sistema economico, politico, morale, religioso, ecc.). E allora: relativismo. Siamo proprio sicuri che i nostri valori sono gli unici e veri valori? E ancora: lo scontro e l’incontro tra culture. Chi si deve assoggetare a chi? Si deve ospitare l’altro, ma come si fa se non lo accettiamo in quanto altro? E il monoteismo in tutto ciò? Il monoteismo inteso come desiderio e volontà, nella storia di tutto l’Occidente, di cercare la norma unica, vera, incontrovertibile, valida universalmente; la legge, i valori; di ricondurre tutto all’uno, all’unico. In questo senso il monoteismo non sarebbe violenza nei confronti di chi non si riconosce in valori che scopriamo molto più culturalmente determinati di quello che non sospettassimo prima? Ovviamente metafisica e monoteismo in questo caso vanno a braccetto: l’uno non è che il presupposto dell’altro. Metafisica e violenza: un titolo di un noto saggio di un altro profeta della modernità molto seguito: Derrida.
Ecco allora che siamo arrivati a spiegare “politeismo dei valori”, in questo senso – sì – contrapposto al monoteismo dell’Occidente.
Anche la sociologia contemporanea ha accolto questa situazione. Prima i sociologi parlavano di melting pot, per cui gli immigrati avrebbero dovuto gradualmente abbracciare le modalità culturali dei paesi ospitanti. Ma con il tempo le minoranze culturali hanno voluto fare valere le loro differenze come ricchezze in quanto principi delle loro identità. Per questo ora la teoria del melting pot ha ceduto il passo a quella del salad bowl (insalatiera): ci si mescola, ma ognuno mantiene la sua identità culturale, con tutto ciò che è legato ad essa. Ovviamente tutto ciò non fa altro che decostruire ulteriormente la nostra stessa identità, già in crisi per il tramonto dei vecchi valori.
Un aneddoto su Eraclito
Aristotele ci riporta il seguente anedotto su Eraclito. Alcuni stranieri volevano andare da lui per vedere come vive e che aspetto ha un pensatore quando pensa. Ma lo trovarono mentre si stava scaldando i piedi davanti al fuoco. “S’arrestarono sorpresi, soprattutto perché, vedendoli esitanti, egli li incoraggiò, invitandoli a entrare, con queste parole: «Anche qui sono presenti gli dei»”.
“Anche qui sono presenti gli dei”. Questa frase ha avuto un certo successo tra i filosofi. E guarda caso, Heidegger racconta l’anedotto appena citato nella Lettera sull’umanismo. Cosa dice ad Heidegger questa vicenda narrataci da Aristotele? È un esempio dell’autenticità che l’uomo deve assumere su di sé se non vuole cadere in un vivere quotidiano che sia pura chiacchiera, distrazione, vanità. Anche qui sono presenti gli dei vuol dire che è nella realtà quotidiana che vanno cercati e vissuti; ma questa realtà va interpretata in una maniera nuova rispetto al modo in cui svolgiamo la nostra vita solitamente. Bisogna pensare la realtà ridandole la sua dignità. Quando le diverse “cose”, situazioni, persone vengono guardate e vissute con autenticità, esse divengono qualcosa di nuovo: esse si offrono, si aprono, la loro esistenza si squaderna davanti ai nostri occhi. Ogni “ente” (tanto per usare un po’ di terminologia heideggeriana) ha una sua verità, una sua ricchezza, una sua incommensurabile profondità, una sua misteriosità, le quali vengono tutte chiuse, spezzate, cancellate davanti a uno sguardo leggero, non meditativo, inautentico. Possiamo stare in questa stanza e interpretarla come un luogo, e allora ci priviamo della possibilità di pensare la stanza. Allora ci sembrerà un’aula come un’altra. Non ci danno la prossima settimana questa aula, bene andiamo nell’altra. E così via. Ma se invece vediamo in questa stanza quell’ente che ci parla dei nostri incontri, degli anni passati qui, prima come studenti, poi come laureandi, poi ancora come laureati, dottorandi, ecc., delle persone viste, scordate, amiche, delle discussioni, dei progetti, delle intuizioni che è stato bello avere o ascoltare, delle sciocchezze che ci sono scappate, delle banalità, e via dicendo: bene, in questo caso non è poi così vero che un’aula equivale a quell’altra.
Troviamo la stessa frase di Eraclito in un altro teorico della modernità dello scorso secolo: Hans Blumenberg. Egli dice: per Eraclito tutto era pieno di dei, oggi tutto è pieno di teorie scientifiche; bisogna perciò riconquistarsi una nuova semplicità. Una semplicità che passa per la rivalutazione e una nuova amicizia verso i miti (e infatti Blumenberg ha scritto un libro poderoso sull’Elaborazione del mito). Questo in contrapposizione alla tirannia del Dio unico e onnipotente, del Logos onnipervadente: insomma contro la ragione monoteistica. Solo il politeismo può riaprirci spazi di libertà. Per rispondere agli interrogativi ultimi dell’uomo non basta la ragione filosofica (logos), ma bisogna andare al di là di se stessi per cogliere tutto in una giusta prospettiva: quindi solo il mito può essere questo appoggio esterno. “Il mito risolve le aporie del Logos”.
E ancora, passando a un altro autore, troviamo la frase eraclitea come titolo di un capitolo dell’ultimo libro di Salvatore Natoli, Stare al mondo. Dice Natoli: al politeismo antico non si torna; il politeismo moderno invece va concepito come emancipazione del pensiero dall’uno. Eppure un qualche ‘uno’ era presente anche nel mondo antico. Si trattava di un “sentirsi parte”, essere un momento della totalità. E Natoli fa riferimento all’idea di natura, alla grande madre. E anche la Grecia ebbe il suo pensiero dell’uno, con Parmenide. Ma questa unità, ancor prima che essere intesa come essere, lo era come natura, physis.
Il politeismo antico è altro dal monoteismo ma si formula come singolare monismo: coincidenza natura-tutto. Ma allo stesso tempo la natura è ciò che si differenzia, da essa nascono gli dei e gli uomini: è il luogo del molteplice illimitato e in cui tutto è divino. Per i greci l’unità non è un’entità separata, non è qualcosa che precede il mondo ponendolo in essere. Essa coincide con il mondo: deus sive natura.
Il monoteismo inaugura un ‘dualismo asimmetrico’ caratterizzato dalla dipendenza. I greci invece guardano alla varietà del mondo come molteplicità in unità. Quindi il politeismo non è semplicemente la credenza in più dei, ma è la percezione della divinità di tutte le cose (cerchiamo di leggere queste parole di Natoli avendo in mente il discorso che fa Heidegger – cui Natoli tra l’altro fa esplicitamente riferimento – e cioè vedere le cose senza sovrastrutture, aprendoci alla loro ricchezza).
C’è una differenza tra il politeismo antico e quello moderno: in quest’ultimo ogni parzialità pretende spesso l’unicità. In ciò sta l’eredità della prepotenza dell’uno. Nell’antico politeismo invece ogni determinazione è parte e momento di una totalità. Questa lettura del politeismo antico – scrive Natoli – valorizza il passato per il futuro. Il politeismo coglie le differenze come sfacettature del medesimo e il medesimo come dispiegarsi delle differenze. Ciò non esclude il conflitto, anzi a volte lo scatena. Nel contempo però si è invitati alla venerazione delle cose, sante nella loro fragile unicità.
Se Eraclito diceva che “anche qui ci sono gli dei”, ciò significa che il politeismo vede il divino ovunque e quindi invita alla pietas universale. La crudeltà è ineliminabile nella natura; la pietas sarà quindi un contromovimento, determinandosi come reciprocità e condivisione.
Essere fedeli alla terra. Questo era l’imperativo continuamente ribadito da Nietzsche, in contrapposizione alle teorie dell’altro mondo, del retro mondo, delle verità come principi, dei valori, delle teologie e metafisiche. Questo imperativo è ripreso più volte negli scritti di Salvatore Natoli. Si tratta di un filo rosso rinvenibile in tutti gli elogi del politeismo contemporanei: ormai non c’è più nessuna legge eterna che ci possa salvare o dare almeno la ricetta della verità e della felicità. Dobbiamo essere allora fedeli alla terra, alla nostra condizione di esseri umani, mortali, limitati, alle nostre piccole gioie sempre passeggere. E nel fatto che siano passeggere dobbiamo trovare motivo di maggiore felicità (sono così rare e preziose!) rispetto a quella che potremmo trovare in qualche teoria consolante che ci racconti la storiella dell’altro mondo eterno e buono. Tutto va valorizzato positivamente, anche ciò che la ragione monoteistica ha voluto per tutta la sua storia sopprimere. In un altro suo scritto (Nietzsche e i greci: il problema del tragico, ora contenuto in I nuovi pagani), Natoli cita da un paragrafo di Umano troppo umano di Nietzsche, dedicato al paganesimo dei greci. In che cosa consiste il paganesimo dei greci secondo Nietzsche? Essi prendevano tutto quello che era umano troppo umano e gli davano uno statuto di esistenza, invece di ingiuriarlo: una specie di diritto, anche se di secondo ordine. I greci non volevano negare completamente il male: esso c’è, è una realtà umana; “a loro basta che esso si moderi e non colpisca a morte o avveleni internamente ogni cosa – vale a dire essi pensano in modo simile ai plasmatori dello Stato greco e non sono stati i maestri e i precursori”.
Ora abbiamo parlato di diversi autori. Sarebbe interessante tornare ad Heidegger per vedere cosa dice degli dèi; sarebbe interessante, ma Heidegger è troppo difficile per poterne parlare in pochi minuti. Magari un’altra volta.
Ma almeno altri due autori – ce ne sarebbero tanti! – sono da citare obbligatoriamente: David L. Miller e Odo Marquard. Il primo ha scritto un libro dal titolo “Il nuovo politeismo” (prima edizione: ’74; seconda: ’81); il secondo un articolo (testo di una conferenza del ‘78) dal titolo “Lode del Politeismo – A proposito di monomiticità e polimiticità”. Sono veramente due testi di riferimento, basilari.
ALAIN DE BENOIST
Cos’è realmente il Jihad
maggio 13, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società

Il termine jihâd, conformemente alla radice JaHaDa, indica “sopportare, soffrire, sacrificarsi” e soltanto dalla terza forma verbale intensiva indica “combattere” ; il termine, quindi, indica propriamente “sforzo” tanto è vero che spesso viene usato nell’espressione jihâd fî sabîl Allâh “sforzo sulla via di Dio” e, in tal senso, si distingue un jihâd quale sforzo per un perfezionamento nella via spirituale ed un jihâd visto nella sua accezione più terrena, comprendente il confronto fisico con un nemico materiale: ciò, conformemente al detto del Profeta: “Ora torniamo dal piccolo jihâd al grande jihâd” .
Ecco, quindi, che si possono vedere due tipi di jihâd, ben distinti ma non contrapposti:
al-Jihâd al-Kabîr il grande Jihâd, inteso come attitudine a combattere le cattive inclinazioni
Al-Jihâd al-Saghîr il piccolo Jihâd, inteso come lo sforzo fatto con tutte le forze per difendere e diffondere l’Islâm
Più specificamente, le quattro scuole giuridiche sunnite ( hanafîta, mâlikita, shâfî’ita, hanbalita), concordano nel distinguere quattro ambiti di Jihâd che, in realtà, sono tre + 1: con l’animo, con la parola, con le mani e, infine, con la spada.
Come si può facilmente comprendere, se da un certo punto di vista è il jihâd combattuto con l’animo e all’interno di esso la vera Grande Guerra Santa, in realtà esso finisce coll’inglobare necessariamente anche quello effettuato con la parola e con le mani, in quanto questi ultimi due si possono assolvere “incoraggiando ciò che è giusto e correggendo ciò che è sbagliato” (cioè combattendo le cattive inclinazioni e, a tal fine, imponendo misure disciplinari); rimane, pertanto, quale piccola guerra santa il jihâd con la spada (jihâd bi’l-sayf), conformemente al versetto coranico “Combattete contro coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quello che Dio e il suo Messaggero hanno dichiarato illecito, e coloro fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Verità, combatteteli finché non paghino il tributo (jizyah) uno per uno (‘an yad), umiliati” (Cor. 9, 29)-
In realtà, nel Corano, il termine jihâd è relativamente tardo. Riprendendo la suddivisione classica delle sure in primo periodo meccano (610-615), secondo periodo meccano (615-619), terzo periodo meccano (619-622) e periodo medinese (622-632), lo troviamo del tutto assente nel primo periodo meccano, nel secondo compare nell’accezione di un conflitto verbale con gli infedeli, nel terzo è usato in riferimento all’impegno della lotta contro l’idolatria, mentre è nel periodo medinese (dopo l’egira) che il jihâd è presente nell’accezione di lotta militare: questo fatto, che cioè le disposizioni relative al jihâd siano presenti nelle sure più tarde, ha fatto sì che siano vincolanti e sostitutive rispetto ad altre, di diverso tono, proprie del periodo precedente e che, soprattutto, i giuristi si siano trovati nella necessità di normare tutto ciò che riguarda il jihâd bi’l-sayf.
Innanzitutto bisogna domandarci quale sia l’obiettivo del jihâd, secondariamente chiederci quali siano le caratteristiche che lo distinguono da ciò che, eventualmente, potrebbe essere guerra ma non jihâd; l’obiettivo è universalmente riconosciuto da tutto l’Islâm: rafforzare l’islâm, proteggere i credenti, purificare gli animi dall’errore.
Se questi sono gli obiettivi, dobbiamo chiederci quando è giusto usare la guerra per raggiungerli; questo fa sì che venga introdotto il concetto di jihâd quale guerra giusta (analogamente al concetto della romanità di bellum justum ac pium): la traduzione di jihâd con guerra santa (sia pure relativamente al piccolo jihâd) è estremamente imprecisa, perché sarebbe più corretta quella di “guerra legale” cosa che, per il carattere stesso dell’Islâm che non prevede una separazione fra piano secolare e piano sacrale ma, al contrario, tende alla sacralizzazione di qualunque aspetto della realtà, vuol dire essere in accordo con la rivelazione divina. Ecco, quindi, lo sforzo del fiq, cioè del diritto islamico, a ricavare la normativa che pone il jihâd in accordo con la volontà divina.
Innanzitutto, perché il Jihâd sia veramente tale, non deve avere alcuna motivazione terrena: ciò in accordo con quel jihâd fî sabîl Allâh che abbiamo visto essere la Grande Guerra Santa cui comunque la piccola deve costantemente riferirsi: cosa interessante, è che è questo, cioè il conflitto combattuto per la propagazione e la difesa dell’Islâm, ad essere l’unico ammesso dalla sharî’ah, cioè dalla Legge sacra posta da Dio.
Una volta stabilito questo, dobbiamo domandarci : chi ha l’obbligo del Jihâd? La risposta diverge a seconda che di tratti di un jihâd offensivo o di un jihâd difensivo: nel primo caso è obbligo per tutti i musulmani (fard ‘ala-l-kifâyah) , cioè un dovere che incombe sulla comunità nel suo complesso, non singolarmente: obbligo collettivo, dunque, dal quale sono comunque escluse alcune categorie della società come i minori, i mentalmente insani, gli schiavi, le donne, gli ammalati, i debitori in alcune circostanze, etc.
Il jihâd diviene invece dovere individuale (fard ‘ayn) quando il territorio islamico viene attaccato dall’esterno: in questo caso, i credenti devono imbracciare le armi anche in assenza della proclamazione ufficiale del Jihâd da parte delle autorità preposte.
Ecco allora la domanda: chi deve proclamare il jihâd e per quali motivazioni? La risposta, siamo sempre in ambito sunnita, è che lo può fare solo chi si trovi ad essere il reggitore politico e/o spirituale ella comunità (ummah) dei fedeli (cioè il Califfo o Imâm –da non confondersi con il concetto shi’ita di Imâm-).
Diverso, invece, il caso della Shi’ha duodecimana: qui il capo dello Stato è occulto, e in sua mancanza non può essere proclamato il Jihâd: anche al tempo della guerra Iran-Iraq, gli iraniani non hanno mai parlato di “guerra santa”, ma solo di “guerra giusta”.
Al riguardo i giuristi si sono posti anche la domanda se sia vincolante la proclamazione del Jihâd fatta da un tiranno o da un capo di Stato ingiusto e non osservante i principii della sharî’ah: la risposta dei giureconsulti è prevalentemente positiva, in quanto la trasgressione minerebbe l’unità della ummah islamica. La medesima importanza dell’unità della ummah fa escludere nel modo più assoluto il jihâd nei confronti di altri musulmani .
In virtù di quali motivazioni l’Imâm può proclamare il jihâd? Anche qui la risposta è semplice e univoca, in quanto solo due sono i casi in cui ne è permessa la proclamazione:
1) per difendere il territorio dell’Islâm da un’aggressione esterna;
2) per l’islamizzazione (con le armi) di territori non islamici (infedeli).
La teoria islamica del jihâd offensivo nei territori non-islamici, ci induce quindi a introdurre quello che è un elemento centrale della dottrina islamica, cioè la divisione del mondo in:
1) Dâr al-Islâm (Territorio dell’islâm), dove è applicata la Sharî’ah;
2) Dâr al-Harb (Territorio della Guerra), tutto il resto del mondo dove la Sharî’ah non è applicata.
Meno rigida la scuola shâfi’ita che menziona anche, quale via di mezzo, il Dâr al-Sulh, il Territorio del Trattato, che si instaura quando i non-credenti concludono un armistizio con i musulmani, a condizione che possano mantenere le loro proprietà in cambio del pagamento annuo di un’imposta sulle medesime.
Senza addentrarci sulle modalità che fanno di un territorio un Dâr al-Harb (deve essere uno Stato che applica la Sharî’ah o basta che un gruppo di musulmani possa vivervi in accordo con le regole della Sharî-ah? Nel concreto il problema scaturirà per l’India e al riguardo vi sono numerose fetwâ’h contrapposte), è chiaro che il problema de jihâd riguarda solo il Dâr al-Harb. E allora la domanda successiva è: all’interno del Dâr al-Harb, quali sono i nemici che è lecito combattere e con quali modalità? Anche qui la giurisprudenza è molto precisa.
I nemici contro i quali è lecito muovere il jihâd, sia pure, come vedremo, con modalità profondamente differenti, sono: i pagani (kâfirûn); i musulmani ribelli all’autorità dell’Imâm (apostati, ribelli politici, secessionisti), i musulmani rei di diserzioni e banditismo, la Gente del Libro (Ahl al-Kitâb), cioè Ebrei, Cristiani e Zoroastriani.
Nel primo caso, del jihâd portato contro i politeisti, l’alternativa è solo fra la morte o la conversione all’Islâm, in quanto nel Dâr al-Islâm non c’è posto per coloro che vengono considerati idolatri: su questo punto, sia il Corano che la Sunna (Tradizione ) sono molto espliciti: “Uccidete gli idolatri dovunque li troviate; prendeteli, circondateli, appostateli ovunque in imboscate. Se poi si convertono e compiono la preghiera, e pagano la Decima (zakât), lasciateli andare, poiché Dio è indulgente e buono e clemente (Cor. 9,5). Per la giurisprudenza islamica, il kâfir è colui che adora gli idoli, il totemista, il politeista, il pagano, chi non riconosca l’esistenza di un’unica divinità, metafisica e morale e, per alcune interpretazioni odierne, l’ateo ed il materialista.
Nel secondo caso, vediamo il jihâd combattuto contro coloro che mettono in discussione l’unità della ummah islamica: sono gli apostati (murtaddûn), letteralmente “coloro che separano”; l’apostasia, sia del singolo che abbandona l’Islâm per un’altra fede, sia di un gruppo che abiura la fede e si rifugia nel Dâr al-Harb. Anche qui c’è l’obbligo di combatterli, non prima, però, di averli invitati al pentimento e di aver dato loro il tempo necessario per ravvedersi: in caso contrario, le quattro scuole concordano che la pena da infliggere è la pena di morte.
Da un punto di vista storico e politico, questo caso è molto interessante, perché, nelle guerre di liberazione nazionale contro il colonialismo europeo, ha permesso l’emissione di fetwâh contro altri musulmani accusati di collaborazionismo e di essersi lasciati traviare da suggestioni europee in contrasto con i valori islamici (è il caso, ad esempio, della resistenza senussita in Libia, di Urabi in Egitto e della rivolta algerina di Abd-‘al-Qâder). Analogamente, questo tipo di jihâd viene invocato da parte di movimenti fondamentalisti, antioccidentali e antisionisti come (si ricordino gli scritti di Sayyib Qutb all’interno dell’Associazione dei Fratelli Musulmani e quelli di Mawdûdi per il Jamâ’at-i Islâmi), nonché per giustificare conflitti inter-islamici contro regimi politici ritenuti corrotti (ad esempio da parte di Saddam Ussein, nel 1990, nei confronti dei regimi filo-occidentali del Golfo)
All’interno del secondo caso vanno anche considerati i ribelli politici (bughât) ed i secessionisti (muharibûn): nel primo caso, se poco numerosi e non pericolosi, potranno risiedere nel Dâr al-Islâm; nel secondo, invece, dovranno venir combattutti in quanto minacciano l’unità e l’unitarierà dell’ummah islamica.
Per il terzo caso, quello del jihâd contro i musulmani colpevoli di diserzione e banditismo, l’Imâm ha l’obbligo della sua proclamazione, ma la giurisprudenza non è unanime sul tipo di pena da riservare loro.
Per quanto concerne il quarto caso, quello del jihâd combattuto contro la Gente del Libro, lo scenario è decisamente diverso. La Gente del Libro comprende coloro che hanno ricevuto la rivelazione divina, ma che in seguito, per la concezione islamica, l’avrebbero adulterata, rendendo necessaria la venuta di Mohammed che, in quanto Sigillo di Profezia, chiude la Rivelazione divina. La Gente del Libro non è obbligata alla conversione ma, se si sottopongono al dominio islamico e accettano di pagare una tassa fondiaria ed un tributo personale (jizhah), ottengono lo status giuridico di dhimmî, cioè di “protetti”, che è minuziosamente regolato in ogni aspetto.
Pur con restrizioni sociali e politiche (in quanto non fanno comunque parte della comunità dei credenti), i dhimmî godono diritti civili abbastanza estesi e, soprattutto, possono esercitare liberamente il culto religioso a tale riguardo si osservano due casi:
1) I dhimmî sottomessi con la forza: in questo caso, salvo diversi patti stipulati con i vincitori, non possono restaurare gli edifici di culto né edificarne di nuovi, in quanto il loro territorio è, per diritto di conquista, territorio islamico;
2) I dhimmî che si sono arresi per trattato o capitolazione: in questo caso possono erigere nuovi edifici e restaurare gli antichi.
L’uso della guerra per la propagazione della religione con le armi o per la distruzione fisica di coloro che seguono altre religioni celesti non è lecita: lâ ikrâha fî-d-dîn “Non c’è coercizione nella religione” (Cor. 2, 256).
Nel caso di jihâd, poi, ci sono regole assolutamente vincolanti: non ci devono essere uccisioni di vecchi, donne e bambini; il combattimento deve cessare in caso di resa, non devono essere fatti agguati o imboscate, ma il nemico deve prima essere invitato a farsi musulmano o a pagare la jiziah se rientra nei casi previsti; i prigionieri non devono esser mutilati né sottoposti a tortura; sono vietate le rappresaglie indiscriminate contro la popolazione civile; non devono essere distrutte le abitazioni, né tagliati gli alberi, né avvelenati i pozzi, né ucciso il bestiame.
Ma, soprattutto, a rendere lecito il jihâd è il totale disinteresse e la mancanza di ogni sia pur minimo sentimento di vendetta o di odio personale (e qui il ricollegamento al “grande Jihâd” è evidente): narra la tradizione shi’ita, che nel corso di un duro combattimento, Alî, il Principe dei Credenti e primo Imâm, inflisse un duro colpo al nemico. Una volta caduto a terra, Alî si sedette sul suo ventre e, allora, il nemico gli sputò in faccia. Il sommo Imâm si alzò e lo lasciò andare. Gli chiesero perché mai avesse reagito così e Alî rispose: «Ciò che egli ha fatto in quel momento mi ha incollerito. Se io lo avessi ucciso in quel momento, lo avrei fatto impulsivamente. Io mi sono dunque trattenuto per non ucciderlo per vendetta, dato che, così facendo, la mia fede sarebbe stata macchiata».
GLAUCO BERRETTONI
Totti al mare, Totti al mare….
maggio 11, 2010 da Redazione
Capitolo Costume e Società

Altro che Fini e Berlusconi. A dividerci oggi sono ben altri leader. Apriamo bene gli occhi e guardiamola, nuda e cruda com’è, la nostra realtà di italiani. In fondo in fondo la nostra passione è solo una: il calcio! Chissenefrega della politica, almeno da qui al 16 maggio. Nei nostri pensieri (magari fosse così ma, ironicamente, lo possiamo dire per certo) ci sono solo loro: Ranieri e Mourinho. Uno pacato e uno… no, uno flemmatico e l’altro esaltato, un giallorosso contro un nerazzurro. Roma da una parte, Inter dall’altra. Come due anni fa quando, all’ultima di campionato, con una doppietta di Ibra, l’Inter di Mancini si aggiudicò lo scudetto battendo il Parma, mentre la Roma di Spalletti fu stoppata dal Catania con un pareggio in extremis. Lì, però, i leader erano “solo” i giocatori, in ballo c’era “solo” un tricolore da cucire sulla maglia. E in campo non c’era Capitan Totti. Domenica ci sarà, invece. Ma, soprattutto, ci saranno i due protagonisti di questa sfida, sudata sul campo e in tv a suon di gol e di frecciate… “Zero Tituli” tra tutte. La Roma è sotto di due punti in classifica, ma può ancora sperare e godere del vantaggio negli scontri diretti. Se dovesse vincere con il Chievo, infatti, per l’Inter sarebbero fatali sia una sconfitta che un pareggio contro il Siena. Utopia, forse, visto che i toscani sono già rassegnati alla retrocessione. Un carosello in piena regola, tutto made in Italy, che scandisce ogni inverno le domeniche (ma anche i sabato e i mercoledì) di milioni di italiani. E va bene così. Se lo cantava anche Rita Pavone poi, vuol dire che l’argomento “pallone” è serio e ben radicato in noi, popolo italiano… quasi da modifica della Costituzione, tanto per restare in tema di attualità politica. Ma il problema vero, quello di cui si parla da giorni, non è chi vincerà lo scudetto ma a chi Er Pupone tirerà un nuovo calcio in culo. Chiariamo: parliamo di un bel calcione di rincorsa con il completo disinteressamento della palla. Per meno non ci scomodiamo. E se ne seguisse anche un bell’infortunio tanto meglio. Un bel gesto, insomma, di fair play tutto dedicato da Totti mercoledì scorso all’amico Balotelli, colpevole di qualche insulto di troppo al veterano Capitano giallorosso. Lui, indomito ventenne interista che, appena qualche giorno fa, per farsi benvolere dai tifosi, aveva gettato con stizza la maglia sul campo dopo la figuraccia in Champions contro il Barca. Due esempi di sportività, insomma. Così, una normale routine di gioco come può essere qualche provocazione, da sopportare e ignorare soprattutto in un clima così delicato come la finale di Coppa Italia, è diventata lo spunto per un episodio da dimenticare. Insomma, Totti doveva fregarsene e invece… poteva essere una bella prova di sportività, per lui, da dimostrare alle migliaia di tifosi sugli spalti, spesso protagonisti di episodi violenti. D’altronde chi, se non i giocatori, devono dare il buon esempio a chi li supporta? Di certo non chi mena l’avversario. Di certo non chi disprezza la propria società. E invece? Invece il calcione è diventato un toccasana. Balotelli, martire, è stato riabilitato dai suoi tifosi e Totti è diventato un “gladiatore” da osannare. Alla fine tutti scusati, perdonati e contenti. Totti ora ha una squalifica, dovuta, ma l’assoluzione totale e una grande solidarietà. Ma solidarietà per cosa? Per essere stato beccato? Criticare non è un reato, si può fare volendo. Certo che l’ipocrisia è più comoda! Insomma, basta fare gol per essere dei campioni? Purtroppo oggi sembra che sia così. Almeno sugli spalti giustizia sportiva è fatta, a suon di mille striscioni solidali esposti domenica scorsa, come “Io sto con Francesco” e “Sempre al tuo fianco capitano”. Ma non c’è limite al peggio, il più bello è arrivato dalla tribuna: “Totti non si discute, si ama!!!”. Parola di Ilary Blasi, la moglie. Un motto da appendere sicuramente nel salotto di casa. E il Capitano ringrazia. Sicuro del perdono in caso gli scappasse qualche altro bel calcione…
ANTONIA RONCHEI






