Quali città nel nostro futuro?
dicembre 27, 2009 da admin
Capitolo Architettura e Urbanistica

Quando gli uomini cominciarono a edificare le città, le concepirono, oltre che come luoghi ove raccogliere stabilmente le comunità, quali raffigurazioni del cosmo dove vivevano gli dèi, col proposito di riprodurre la dimora divina in modo da indurre le deità a soggiornare accanto ad essi per beneficiare della loro guida e protezione. Prima, quando la pastorizia li obbligava alla vita errante, senza fissa dimora, gli uomini si limitavano a portarsi dietro, trasportandola su un carro, la casa (o tempio) della divinità, al cui interno era possibile la comunione col Dio (attraverso il suo simulacro). La scoperta dell’agricoltura e la possibilità di una vita stabile produsse l’edificazione degli agglomerati urbani, dove, per garantirsi la contiguità e la benevolenza degli dèi, ci si sforzava dunque di erigere città sublimi così come si immaginava dovesse essere il luogo dove l’Ente supremo soggiornava; e tale intenzione ha accompagnato per un lunghissimo periodo la configurazione degli assetti urbani dettati ai mortali dalla loro visione del cosmo, dalle loro condizioni economiche e sociali e dalle tecniche e dai materiali di cui disponevano in relazione alla propria capacità di raffigurarsi un domicilio adatto e gradito alla divinità. Se ciò è vero (com’è vero), non v’è dubbio che esista un rapporto di causa ed effetto tra l’attuale imbarbarimento delle nostre città e la fine della concezione metafisica dell’agglomerato urbano. Le città di una volta avevano un cuore, una fisionomia, un’identità. Esse erano espressione di quell’energia collettiva volta a conferire al luogo scelto per albergare la nostra esistenza la sostanza abitativa più gradevole, più bella, più nobile che ci era dato realizzare. Le città di oggi, così come si sono venute configurando da circa un secolo in qua, sono autentici disastri urbani, nient’altro che l’ammucchiarsi brutale di edifici senz’anima, esempi strazianti non solo di offesa alla bellezza, ma anche di umiliazione della stessa idea di abitazione. Dovremmo cominciare a chiederci seriamente come siamo riusciti a cadere così in basso, noi che, dai Greci in poi, siamo stati i depositari della bellezza e dell’armonia; domandarci, col massimo di allarme, come abbiamo potuto accettare supinamente l’irrompere nell’architettura e nell’urbanistica di tanta licenza antiestetica, di tanta deformità, di tanta sconcezza e devastazione. Senza dubbio la risposta la troviamo nelle dottrine utopistiche affermatesi nel Novecento, quelle ideologie egualitariste e massimaliste che, rompendo con la tradizione classica e con la visione trascendente dell’universo, prefiguravano il mutamento dell’uomo da persona umana a essere sociale così com’è dato nelle società delle api e delle formiche, distruggendo così il principio dell’individualità per dissolverlo in una indifferenziata moltitudine. Queste dottrine o ideologie hanno lanciato con determinazione il loro attacco mortale ai due concetti fondamentali di tradizione e di bellezza, propugnando una visione del fare umano che dopo aver disprezzato, screditato, aborrito e vilipeso ciò che gli uomini avevano felicemente realizzato nel passato, ha cominciato a sconvolgerlo e a demolirlo ferocemente. Le città di oggi sono il prodotto di quelle ideologie nefaste e distruttive. Il loro modello di società, uniformante e dispotico, ci ha lasciato in eredità, anche dopo il loro fallimento storico, gli orrori concepiti dagli architetti e dagli urbanisti ispiratisi alla politica di massificazione e omologazione che ne era il portato socio-culturale. Questi architetti si sono sentiti autorizzati a rovinare le città tradizionali e a riconfigurarne l’assetto, a sconnetterle, ad assediarle con atroci periferie e sovente, dove era loro possibile (per esempio approfittando delle devastazioni prodotte dai bombardamenti della guerra) a ricostruirle di sana pianta, costringendo i cittadini inconsapevoli o inermi a vivere nelle abitazioni e nei quartieri mortificanti e disumanizzanti da essi progettati. In nome dell’ideologia costruttivista e funzionalista di stampo massimalista si è obbedito a una furia incessante di rinnovamento prodotta dalla smania nichilista di distruggere il passato per creare visioni dello spazio rispondenti alla volontà superomista dell’uomo di sostituire il suo ingegno demiurgico immanente alla potenza creatrice dello spirito, quella che si nutriva della convinzione che l’opera dell’uomo debba configurarsi come uno specchio, un abbozzo, una sfaccettatura della nozione del divino. Così, al posto delle città a misura di dèi e di uomini, universi del radicamento e dell’identità comunitaria, ciascuna commisurata alla cultura e alla spiritualità specifica dei popoli, luoghi dove la funzione abitativa si sposava alla praticità e fruibilità della struttura urbanistica e all’esigenza di bellezza degli ambienti, la città contemporanea ci ha dato i moduli abitativi standardizzati, le periferie smisurate e irrazionali, i grattacieli sempre più elevati, i centri residenziali e quelli commerciali o di lavoro nettamente separati tra loro: un tessuto urbano freddo e a compartimenti stagni in cui la città, componendo una trama sgradevole e astiosa, si è frammentata in tante isole non comunicanti tra loro, desolanti e minatorie, ostici all’uomo e generatrici di angosce e aggressività. Ognuno di noi, consapevolmente o inconsapevolmente, sente estranee e nemiche queste città poiché esse annullano la differenza tra pubblico e privato, tra piacere e necessità, tra utilità e bellezza, e spersonalizzano l’individuo. ne uccidono l’autonomia e la fantasia riducendolo ad un’automa senz’anima e senza aspirazione. L’uniformità urbanistica non è altro che l’espressione e lo strumento di una volontà di dominazione tracotante e intimidatoria esercitata sull’uomo a tutti i livelli. Conviene solo alle grandi organizzazioni statalistiche, alle grandi concentrazioni di capitali e di forze produttive, alle eminenze oligopolistiche e totalizzatrici, per le quali le volontà e i desideri e i piaceri individuali non hanno alcuna cittadinanza. In conclusione, conviene rivedere radicalmente il modello di città che vogliamo per il nostro futuro, cominciando a riallacciare quel filo spezzato coi modelli realizzati dai nostri progenitori e recuperando il loro concetto di città.
DIONISIO DI FRANCESCNTONIO
A Genova non si sogna
novembre 10, 2009 da admin
Capitolo Architettura e Urbanistica
Futuro? Futurista. Musica? Musicista. Cultura? Culturista. Parole magiche e soggetti intriganti. Oggi nasce il Culturista, nuovo magazine Internet dedicato alla Cultura e a cui partecipo volentieri. Una inventiva e scatenata Direzione mi ha affibbiato un compito: aprire una pagina con cui avviare un pubblico dibattito. Subito ho pensato alla mia città, Genova, e mi è venuto in mente un quesito che rode nella testa delle nuove generazioni: c’è un futuro? Genova ha un futuro? Alla luce dei dati che la politica esprime direi che qui attualmente non c’è futuro. Ma da dove viene questa analisi negativa? I due dati più catastrofici: Tutto è fermo e non c’è lavoro. Per nessuno. Tanto meno per i giovani che se ne vanno via in cerca di fortuna in altre Regioni, in altri Paesi. Centinaia di luoghi in competizione tra loro, olimpicamente in corsa, intenti a trasformare ciò che non funziona attraverso la costruzione di nuovi quartieri e nuove identità. Tessuti urbani che mutano lo squallido ambiente preesistente in metropoli esuberanti e incredibili. Tutti di corsa. Perché? Per attirare intelligenze e capacità intellettuali. Per tale motivo nascono architetture visionarie e sorprendenti. E il termometro della libertà d’espressione sono le Gallerie d’Arte in cui incontrare artisti, vedere opere originali e discutere di giovane cultura. Se la politica fosse attenta, acuta e intelligente, anche un semplice disegno su carta sarebbe sufficiente per comunicare il cambiamento che verrà. Se poi si è dotati di grande talento, un amministratore pubblico, con i poteri che ha, sarebbe in grado di dar vita si sogni. E trascinare così i giovani, offrendo loro occasioni di incontro, vivibilità, benessere e piacere di vivere. Però, di questi tempi, a Genova non si sogna. Né di notte né di giorno. Soltanto sonni profondi, “russamenti” rumorosi e inquieti, balbettii e brusii disordinati, incomprensibili, piccoli e modesti scambi di poche banalità quotidiane. La medicina che mette in moto il cervello esiste. Si chiama Curiosità, Creatività, Comunicazione, Carattere, Coraggio, Convinzione, Carisma, Competenza e Buon Senso. A chi conduce Genova manca una precisa idea di città. Un progetto complessivo chiaro e leggibile, ottimamente illustrato, con una precisa identità, il futuro appunto capace di trasformare il sinistro buio intellettuale in una stella piena di luce; ospitale, disponibile e aperta, spazzando via per sempre l’astio velenoso, il maligno rancore e il pedante motteggio, altalenante e verboso. Risultato finale: una Genova più attraente, più bella e più affascinante. Una magnifica città che si pre per farsi amare. Dateci idee!
Elio Vigna (architetto)







