Destra e cultura
Siamo stanchi di ascoltare il solito reframe sulla cultura di destra inesistente e le ironiche allusioni di sbadati personaggi imegnati a sproloquiare giudizi su cose che non conoscono. Da tempo sul “Il Giornale” appaiono interventi di lettori-elettori del centrodestra che lamentano la scarsa presenza e la pochezza degli uomini di cultura d’area. Intendo fare chiarezza sul tema una volta per tutte e con estremo rigore. A Genova, personaggi come Piero Vassallo (filosofo), Alberto Rosselli (storico), Bruno Pampaloni (giornalista e saggista), il sottoscritto (cineasta), Claudio Papini (filosofo), Dionisio di Francescantonio (pittore e scrittore), Sergio Maifredi (regista teatrale), Andrea del Ponte (grecista), Mario Bozzi Sentieri (saggista) e molti altri, hanno dato luogo a una vera e propria sfida all’establishement culturale sinistro e formano un cenacolo coeso in continua evoluzione, capace di intavolare discussioni serissime sul futuro delle destre. Alcuni tra loro hanno pure pagato sulla propria pelle il fio dell’azione anticonformista (Il sottoscritto, Maifredi, Rosselli) con boicottaggi, minacce islamiche, malversazioni varie. Le radici a cui ci si appella sono le più svariate, a testimonianza della ricchezza del nostro patrimonio ideale e della varietà degli spunti in campo. In secondo luogo vorrei fosse chiaro un distinguo: la sinistra ocuupa il potere a Genova da 40 anni e le politiche culturali le fa chi è seduto nei luoghi delle decisioni e maneggia i quattrini. Gli altri restano a margine, con le mani legate, sopratutto se marchiati con l’infamente nomea di “uomini di destra”. Pertanto non possono incidere sulle politiche museali, sugli eventi, sull’immagine cittadina, sulle scelte festivaliere e fieristiche. Fino a che la sinistra governerà avrà anche in mano la cultura, c’è poco da fare. Le altre sono chiacchiere. Vinciamo le prossime comunali, dateci in mano la cultura e vedrete che rivoluzioneremo questa città come un calzino.
MAURIZIO GREGORINI
Il Gecko festival

Il Culturista presenta oggi una manifestazione di estremo interesse che si inaugura domani, sabato 8 maggio, nella cornice del delizioso borgo medievale di Apricale, in provincia di Imperia e che vedrà susseguirsi grandi mostre e workshops internazionali con i maggiori fotografi pubblicitari, note modelle, aziende del comparto fotografico e molto altro per un mese intero. Il festival, che già dalla prima edizione va ad imporsi come il più importante happening incentrato sulla fotografia nel nostro paese, è organizzato da “Professione Fotografo” scuola di fotografia e studio fotografico genovese ed è diretto dalla nota fotografa Sabrina Losso. facciamo seguire un breve pezzo di presentazione del festival a cura del direttore artistico, l’immaginifco Antonio Guccione (nella foto uno scatto di Enrico Ricciardi per calendario celebrities)
“Io preferisco sempre lavorare in studio, ciò isola le persone dal loro ambiente, diventano, in un certo senso, simboli di se stessi. Spesso penso che vengano da me a farsi fotografare come andrebbero da un medico o da un indovino per scoprire come sono, perciò dipendono da me, io devo conquistarli, altrimenti non ho niente da fotografare; la concentrazione deve partire da me e coinvolgerli; a volte la sua forza è tale che non si sentono più neanche i rumori, il tempo si ferma. Viviamo un breve, intenso periodo di intimità, ma è immeritato, non ha un passato né un futuro e quando la posa è finita, quando la fotografia è stata fatta, non resta più niente, se non, appunto, la fotografia.
La fotografia è una sorta di imbarazzo, loro se ne vanno e io non li conosco, ho sì e no udito quello che dicevano, se li incontrassi da qualche parte dopo una settimana credo che non mi riconoscerebbero, perché non ho la sensazione di essere stato realmente presente, o almeno, quella parte di me che lo era è adesso nella fotografia e le foto hanno per me una realtà che le persone non hanno; è attraverso la fotografia che le conosco, forse questo è nella natura del fotografo, io in realtà non sono mai coinvolto, non ho bisogno di avere una conoscenza reale, è solo una questione di riconoscimento”.
Richard Avedon dal saggio di Susan Sontag “Sulla fotografia”
Ho deciso di partire da questa citazione perché rappresenta l’essenza di quel cambiamento in atto a cui spesso faccio riferimento.
E’ finito il periodo del “tutto va bene”, si è definita una linea, uno spartiacque che divide il passato dal futuro, e noi ci troviamo esattamente nel mezzo; in questa fase è assolutamente necessario capire che cosa possiamo dare a livello fotografico.
E la risposta è una sola: arte; la fotografia deve avere un coté artistico.
Io ho accettato di fare da direttore artistico al Gecko Festival perché credo che nel campo della fotografia e delle manifestazioni ad essa legate ci sia una forte esigenza di rinnovamento; se guardiamo ai festival esistenti e già affermati, ci accorgiamo che hanno investito per lo più sulla grande fotografia di reportage e oggi stanno oggi crollando; il Gecko Festival propone invece un concetto del tutto nuovo, moderno, figlio del nostro tempo, inoltre è unico, non esistono festival di fotografia in Europa che valorizzino il mondo della comunicazione e della pubblicità. E questo, sono sicuro, sarà motivo di grande successo.
ANTONO GUCCIONE (fotografo)
Direttore artistico del Gecko international advertising photo festival
Perchè l’Islam vieta le immagini del Profeta

Perché tanti problemi per la raffigurazione del volto del Profeta? Le furiose polemiche che, dai tempi delle famose “vignette” raffiguranti il Profeta dell’Islâm, sorgono ogni qual volta si raffiguri Mohammed, ci spingono a tentare di comprendere il motivo del divieto islamico di raffigurare sia Dio, sia il volto del Profeta.
La proibizione, intanto, non è assoluta ma presenta una serie di limitazioni che se all’Occidentale possono sembrare assurde, sono tuttavia pienamente inserite nel contesto spirituale di questa Religione.
L’immagine piana, infatti, è ammessa a patto di non rappresentare Dio o il volto del Profeta, mentre l’immagine che proietta un’ombra non è ammessa, se non in via eccezionale, quando cioè raffigura un animale stilizzato, come ad esempio nell’architettura e nell’oreficeria.
Nelle moschee –che sono luoghi di culto e di riunione della comunità-, l’assenza di immagini ha lo scopo, negativo, di togliere una presenza che rischia di opporsi a quella di Dio e, inoltre, quello di eliminare la possibilità di essere fonte di errori a causa dell’imperfezione necessariamente contenuta in ogni simbolo.
Se la proibizione della raffigurazione di Dio è facilmente comprensibile, in quanto vuole affermare la Sua assoluta trascendenza che, in quanto tale, esclude ogni termine di confronto, più complessa può apparire la proibizione di raffigurare il volto del Profeta. Il problema dell’incomprensione sta nell’errore, tutto occidentale, di interpretare il Profeta Mohammed alla stregua dei Profeti ebraici.
L’Islâm conosce tre termini per designare un profeta: innanzitutto “Nabî” e “Rasûl”, che indicano, rispettivamente, il profeta puro e semplice (Nabî), l’uomo a cui Dio ha scelto di parlare e che non reca necessariamente un messaggio universale e l’Inviato (Rasûl), che è chiamato da Dio a diffondere il messaggio a quella parte di umanità cui è provvidenzialmente destinato; un terzo, infine, che designa il Profeta (ûlu’l-‘azm), colui che ha il compito di diffondere una nuova religione ed una nuova Legge.
Se la tradizione islamica parla di centoventiquattromila profeti inviati da Dio a ogni popolo, ricorda solo sei Profeti portatori di Legge: Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù (Isâ) e Mohammed: quest’ultimo, oltre a racchiudere i tre gradi della Profezia è anche il Sigillo della Profezia, in quanto per l’Islâm con lui la Rivelazione si è definitivamente conclusa. Più nessuna Legge vi potrà essere sino alla fine dei tempi.
Se tutti i profeti sono espressione della Rivelazione universale, l’Islâm vede in Mohammed il mezzo per il quale l’energia spirituale della Tradizione viene perennemente rinnovata, non solo l’annunziatore di una nuova Religione e il fondatore di una nuova Civiltà, ma anche la perfezione della regola umana ed il modello per la vita spirituale del musulmano.
Per la Tradizione islamica, il Profeta, anche se esteriormente è un essere umano, interiormente è la completa realizzazione dell’umanità, è l’Uomo Universale, il Prototipo di tutta la creazione e la norma di tutte le perfezioni, lo specchio nel quale Dio stesso contempla l’essenza universale, interiormente identico al Verbo e all’Intelletto divino. Da questo deriva la conseguente proibizione della raffigurazione del suo volto.
Il Profeta, pertanto, è il modello di riferimento di ogni musulmano, prototipo della perfezione umana e spirituale e guida verso la sua realizzazione, secondo quanto viene espressamente rivelato nel Corano (33,21): «L’Inviato di Dio rappresenta sicuramente per voi un magnifico modello»; ecco, allora, che i musulmani plasmano la propria vita sulla sua imitazione, persino negli aspetti più minuti e apparentemente più insignificanti, come il modo di mangiare, di lavarsi e di svegliarsi.
Anche i gesti minimi dell’esistenza quotidiana divengono così il simbolo concreto di una tensione continua verso il divino e la possibilità di realizzare l’unione con la divinità e, sul piano storico, contribuiscono a cementare una comunità così culturalmente differenziata come quella islamica e a renderla un unico corpo.
GLAUCO BERRETTONI
Perché tanti problemi per la raffigurazione del volto del Profeta? Le furiose polemiche che, dai tempi delle famose “vignette” raffiguranti il Profeta dell’Islâm, sorgono ogni qual volta so raffiguri Mohammed, ci spingono a tentare di comprendere il motivo del divieto islamico di raffigurare sia Dio, sia il volto del Profeta.
La proibizione, intanto, non è assoluta, ma presenta una serie di limitazioni che se all’Occidentale possono sembrare assurde, sono tuttavia pienamente inserite nel contesto spirituale di questa Religione.
L’immagine piana, infatti, è ammessa, a patto di non rappresentare Dio o il volto del Profeta, mentre l’immagine che proietta un’ombra non è ammessa, se non in via eccezionale, quando cioè raffigura un animale stilizzato, come ad esempio nell’architettura e nell’oreficeria.
Nelle moschee –che sono luoghi di culto e di riunione della comunità-, l’assenza di immagini ha lo scopo, negativo, di togliere una presenza che rischia di opporsi a quella di Dio e, inoltre, quello di eliminare la possibilità di essere fonte di errori a causa dell’imperfezione necessariamente contenuta in ogni simbolo.
Se la proibizione della raffigurazione di Dio è facilmente comprensibile, in quanto vuole affermare la Sua assoluta trascendenza che, in quanto tale, esclude ogni termine di confronto, più complessa può apparire la proibizione di raffigurare il volto del Profeta. Il problema dell’incomprensione sta nell’errore, tutto occidentale, di interpretare il Profeta Mohammed alla stregua dei Profeti ebraici.
L’Islâm conosce tre termini per designare un profeta: innanzitutto “Nabî” e “Rasûl”, che indicano, rispettivamente, il profeta puro e semplice (Nabî), l’uomo a cui Dio ha scelto di parlare e che non reca necessariamente un messaggio universale e l’Inviato (Rasûl), che è chiamato da Dio a diffondere il messaggio a quella parte di umanità cui è provvidenzialmente destinato; un terzo, infine, che designa il Profeta (ûlu’l-‘azm), colui che ha il compito di diffondere una nuova religione ed una nuova Legge.
Se la tradizione islamica parla di centoventiquattromila profeti inviati da Dio a ogni popolo, ricorda solo sei Profeti portatori di Legge: Adamo, Noè, Abramo, Mosè, Gesù (Isâ) e Mohammed: quest’ultimo, oltre a racchiudere i tre gradi della Profezia è anche il Sigillo della Profezia, in quanto per l’Islâm con lui la Rivelazione si è definitivamente conclusa. Più nessuna Legge vi potrà essere sino alla fine dei tempi.
Se tutti i profeti sono espressione della Rivelazione universale, l’Islâm vede in Mohammed il mezzo per il quale l’energia spirituale della Tradizione viene perennemente rinnovata, non solo l’annunziatore di una nuova Religione e il fondatore di una nuova Civiltà, ma anche la perfezione della regola umana ed il modello per la vita spirituale del musulmano.
Per la Tradizione islamica, il Profeta, anche se esteriormente è un essere umano, interiormente è la completa realizzazione dell’umanità, è l’Uomo Universale, il Prototipo di tutta la creazione e la norma di tutte le perfezioni, lo specchio nel quale Dio stesso contempla l’essenza universale, interiormente identico al Verbo e all’Intelletto divino. Da questo deriva la conseguente proibizione della raffigurazione del suo volto.
Il Profeta, pertanto, è il modello di riferimento di ogni musulmano, prototipo della perfezione umana e spirituale e guida verso la sua realizzazione, secondo quanto viene espressamente rivelato nel Corano (33,21): «L’Inviato di Dio rappresenta sicuramente per voi un magnifico modello»; ecco, allora, che i musulmani plasmano la propria vita sulla sua imitazione, persino negli aspetti più minuti e apparentemente più insignificanti, come il modo di mangiare, di lavarsi e di svegliarsi.
Anche i gesti minimi dell’esistenza quotidiana divengono così il simbolo concreto di una tensione continua verso il divino e la possibilità di realizzare l’unione con la divinità e, sul piano storico, contribuiscono a cementare una comunità così culturalmente differenziata come quella islamica e a renderla un unico corpo.
GLAUCO BERRETTONI
Isole mai trovate – Una mostra-monster

Andiamo qui a criticare la strombazzata mostra “ Isole mai trovate” (e meno male che non le hanno trovate, pensa se le trovavano che scempio!), esposizione viaggiante d’arte contemporanea che toccherà, dopo Genova, altre città italiane ed europee, all’interno della quale nomi più o meno noti del panorama internazionale presentano opere legate all’Utopia, questa sconosciuta. Nebulosa già nel titolo e negli intenti, tale mostra spiattella e celebra a piene mani quella concezione dell’arte che intendo criticare apertamente in questo articolo, con un breve viaggio al termine della notte. L’etimo della parola “arte” risale all’antico ariano nel significato di “adattare, rendere omogeneo”. Attraverso i secoli e le lingue, dal greco al latino, all’italiano odierno, il termine ha assunto la veste che i dizionari etimologici gli riconoscono: per arte si intende comunemente la capacità manuale umana che consente, attingendo a certe regole, di realizzare prodotti utili o effimeri; da cui “artigianato”. Per traslato, l’artista è inteso come colui che forgia, grazie alla creatività espressa attraverso l’abilità delle sue mani, l’opera d’arte. La maggior parte dei lavori proposti nella mostra in questione contraddicono, come gran parte dell’arte cosiddetta contemporanea, questo sacrosanto principio: per comunicare l’artista deve dominare le tecniche dell’artigianato e applicarle seguendo certi principi condivisi. A partire all’incirca dalla seconda metà del novecento, sull’onda delle idee riottose profuse dalla ribellione sessantottina, la smagliante sbornia delle avanguardie storiche si è espansa in mille rivoli boccacceschi dai nomi astrusi e lontani dal sentire comune: concettuale, informale, minimal, povera, land e via cantando. In alcune di queste “correnti” la dissoluzione o la caricaturizzazione della figura sono andate assumendo l’aspetto di una inutile masturbazione solipsistica; il “saper fare” si è trasformato in “avere delle idee” e le opere sono divenute indecifrabili, aride, chiuse in se stesse, mute. Il brutto e l’inettitudine hanno sostituito l’armonia e la capacità manuale. La maggior parte fra gli abitanti delle “Isole mai trovate” ora al Ducale, si rispecchia in questi atteggiamenti. Pochi di loro, come le note perfomers Orlan e Marina Abramovic, hanno saputo sublimare la regressione in atto in nuova potenza espressiva. Diversi tra questi “non Artisti”, invece, come Tony Cragg, Jan Fabre, Rebecca Horn, Jannis Kounellis, solo per citarne alcuni tra quelli rappresentati nella mostra, si sono rannicchiati in una torre di fango (altro che d’avorio!), all’interno della quale crepa di fame la tradizione della grande arte europea e ridacchia il cerbero dell’imperizia tecnica, dell’ermetismo orrido. A prescindere dal valore dei singoli comunque, è giunta l’ora di dire forte e chiaro che l’arte così intesa rappresenta la morte della comunicazione tra artista e fruitore. Il cambio dei tempi e i magrissimi risultati raggiunti intonano un tetro requiem per questa degenerazione autodistruttiva dell’estetica e, per via indiretta, della morale. La Storia sta decretando l’oblìo per la stragrande maggioranza dei bardi contemporanei e i veri artisti tornano inevitabilmente alla ribalta. La gente è stanca di visitare mostre che lasciano l’amaro in bocca e offendono il buon gusto, incapaci d’emozionare, ideologiche e spesso prive di quelle stesse idee che vorrebbero far passare come innovative e dissacranti, nel migliore dei casi zeppe di luoghi comuni stantii. Rivogliamo il bello e la perizia dei grandi artigiani, il loro calore e la loro profondità. Sarebbe l’ora se ne accorgesse anche chi gestisce la cultura di una grande città. Ogni riferimento a persone realmente esistenti è puramente voluto.
MAURIZIO GREGORINI
Le prime 3 puntate TV de “I Dialoghi selvatici”
Il Grande Gioco – arte in Italia dal 1947 al 1989

apertura al pubblico dal 24 febbraio 2010 | un progetto a cura di luigi cavadini, bruno corà, giacinto di pietrantonio | sedi varie
Una grande mostra per descrivere e interpretare quarant’anni di storia italiana. Avendo nell’arte il punto focale, inserendo però le espressioni artistiche nel contesto culturale, sociale economico di decenni rivelatisi cruciali per l’Italia: quelli dal 1947 al 1989, dall’immediato dopoguerra alla caduta del muro di Berlino. Sono stati gli anni della ricostruzione dopo una guerra tra le più devastanti, ma anche del celebrato “miracolo italiano”, gli anni della contestazione e del terrorismo, gli anni complessi della Guerra fredda. Anni comunque fondamentali anche per capire ciò che è l’Italia di oggi, nell’economia, nella politica e, a suo modo, anche nell’arte.
Per la prima volta in modo organico una grande mostra cerca di fare il punto su quel periodo magmatico, contraddittorio e vivo come pochi, tentando fra l’altro di verificare come nel corso di quei quarant’anni, l’arte abbia influenzato la società.
Emblematico il titolo della rassegna: “Il Grande Gioco. Forme d’arte in Italia 1947 – 1989“, dove il “grande gioco” evoca ruoli, richiama esperienze, suggerisce relazioni, ma soprattutto intende sottolineare come il divenire della storia e dell’arte non possano essere affrontate per comparti, ma debba essere letto nelle interazioni e nelle rispettive e reciproche influenze.
Per realizzare una così importante rassegna tre realtà hanno unito gli sforzi: Il Comune di Lissone con il suo Museo d’arte contemporanea, il Comune di Bergamo con la GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea e il Comune di Milano – Cultura, con i suoi spazi della Rotonda di via Besana, strettamente affiancate dall’Assessorato alla Cultura della Regione Lombardia. L’ideazione del progetto e la cura delle mostre sono di Luigi Cavadini, Bruno Corà e Giacinto Di Pietrantonio.
“Il Grande Gioco. Forme d’arte in Italia 1947-1989 – scrivono i curatori – fa il punto sulla ricchezza di ricerche ed esiti conseguiti nel quarantennio corrispondente al periodo ormai universalmente definito della Guerra fredda mediante la sperimentazione di nuovi mezzi e di nuovi territori estetici da parte dell’arte e le relazioni, le confluenze e/o influenze instauratesi in molti casi con architettura, cinema, design, editoria economia/industria, fotografia e fotogiornalismo, società, teatro, televisione.. Si tratta di una trasversalità che recupera, ravvivandola a partire dal secondo dopoguerra, la ricchezza dell’esperienza futurista, che intendeva entrare nei vari campi espressivi e sociali della realtà.
Negli anni dell’immediato dopoguerra gli artisti cercano di riprendere percorsi spesso interrotti dalla loro partecipazione al conflitto o, comunque, di ravvivare la propria ricerca e di dare ad essa una nuova visibilità. Dei due percorsi figurazione-astrazione il filone figurativo, stando agli effetti prodottisi nei decenni successivi al dopoguerra, non sembra avere sbocchi fecondi nella società alla quale peraltro ambiva, mentre la ricerca astratta si va espandendo e ramificando in vari filoni. Proprio su questa “storia” si soffermano le mostre, per la sua diversificata evoluzione, per le conseguenze decisamente ampie che avrà sulla ricerca dei decenni successivi e per le relazioni che si instaurano con i vari aspetti della cultura e della società e dell’economia dell’epoca. Le forme dell’arte e delle neoavanguardie si diffondono nella realtà, diventano vita, anche se la maggior parte delle persone non ha consapevolezza da dove quelle forme provengano”.
La mostra si articola sui tre spazi espositivi secondo una successione temporale che assegna al Museo d’arte contemporanea di Lissone le opere degli anni dell’immediato dopoguerra fino al 1958, alla Rotonda di via Besana di Milano le opere del periodo 1959-1972 e alla GAMeC di Bergamo quelle degli anni più recenti, dal 1973 al 1989.
Si annuncia intanto che una formula compendiaria della mostra si terrà a partire dal 3 luglio fino al 26 settembre 2010 presso la sede del Museo d’Arte della città di Lugano.
MARIO BOZZI SENTIERI
La grande mostra su Schiele a Milano

A partire dal 24 febbraio Palazzo Reale presenta una straordinaria mostra dedicata al genio Egon Schiele.
Promossa e prodotta dal Comune di Milano e Skira editore, e curata da Rudolf Leopold e Franz Smola, la mostra permette di ripercorrere attraverso 40 suoi capolavori l’affascinante universo della breve vita artistica di Schiele, dai ritratti di forte penetrazione psicologica, agli enigmatici paesaggi, alle opere dall’accentuato erotismo.
Altrettanti capolavori degli artisti suoi contemporanei (Klimt, Kokoschka, Gerstl, Moser) affiancano i dipinti del Maestro, per meglio comprendere l’effervescenza della vita artistica della Vienna del tempo tra Secessione ed Espressionismo.
I visitatori hanno così la possibilità, anche grazie alle ricche restituzioni fotografiche, di affacciarsi su quel palcoscenico vitalissimo degli ultimi anni dell’Impero asburgico, sul quale si intrecciano le figure leggendarie di Freud, dei musicisti Strauss, Mahler, Schönberg, dei letterati Roth, Musil, Schnitzler, degli architetti Loos, Wagner, di Freud, e dove domina ancora la figura del vecchio imperatore Francesco Giuseppe, mentre un giovane Hitler si aggira ai margini della soci età.
Organizzata in collaborazione con il Leopold Museum, la principale raccolta di opere di Schiele al mondo, la mostra offre così non solo la rara occasione di ammirare i capolavori del Maestro e dei suoi contemporanei, ma anche di tracciare un affresco del clima nel quale questi capolavori furono generati e del quale sono oggi viva testimonianza.
SEDE
Palazzo Reale, piazza Duomo, 12
20121 Milano
DATE
Dal 24 febbraio al 6 giugno 2010
LA REDAZIONE
Arte popolare

Dott. Massimiliano Lussana – Direttore de IL GIORNALE – Redazione di GENOVA
Dott. Maurizio Gregorini – Direttore de IL CULTURISTA
Genova, 13 febbraio 2010
Leggo oggi su “Il Giornale” un’ulteriore puntata del costante certame che da tempo prosegue e che meglio aiuta (in prospettiva) a definire la posizione del centrodestra locale in materia di politica artistica e culturale in genere. Vi trovo ambedue (Lussana e Gregorini) più convergenti (pur con sfumature diverse) che in altre circostanze, per es. in relazione al previsto effetto derivante dall’ingaggio di Marco Goldin (il re Mida delle Mostre). Sicuramente la monumentalità del valore acquisito per tradizione laddove viene somministrata popolarmente in forme accattivanti di forte richiamo, è destinata ad incontrare (fino a prova contraria) successi di pubblico cui non si può rinunciare se si vuole contribuire a rendere l’arte popolare (e non solo quella che per antonomasia si è convenuto di chiamare in tal modo). Probabilmente tutto il passato (per farlo conoscere il più possibile) dovrebbe essere coinvolto in una commercializzazione vertiginosa. Il suo degradarsi ( a fin di bene) potrebbe proprio favorire il ridimensionamento (se non l’accantonamento) di quella frattura originaria che l’arte esplicitamente incontra da quando essa non è più la nervatura-mediazione fondamentale nella nostra società (G.W.F. Hegel notò questo in età romantica rimproverando i suoi compatrioti per il loro sforzo splendido e generoso insieme per cercare di riportare l’arte in quanto tale al centro di una società. Per lui il mondo “filosofizzato” lo si poteva intendere solo ricorrendo ad un altro tipo di sapere: quello dell’economia politica, della politica stessa, della religione e della filosofia). Il mondo, quello nostro, dell’impresa tecnico-scientifica, è il mondo della sperimentazione, un mondo intellettualizzato, che configura le proprie forme originali (anche quelle artistiche) in un tipo di ricerca sempre più spiccata ed approfondita. E’ quindi evidente che una frattura di fondo, registrata due secoli fa, incide ancora pesantemente in quel circuito di comunicazione del fenomeno artistico in cui sono sempre contemporaneamente presenti i fruitori e gli artisti veri e propri. Nell’ambito di questo rapporto (non semplice ma sufficientemente scambievole per antichissima tradizione) si è venuta costruendo tutta una ramificazione intermediaria di cui “gli animali politici” hanno finito con il tenere direttamente o indirettamente le fila. Il che non è strano e per la verità si potrebbe qualificare come naturale. Purtroppo, come si è detto, l’arte (per destino storico) è stata declassata ed è diventata il reame appagante (per i più diversi motivi, alcuni dei quali tutt’altro che commendevoli) di tutto un mondo di imbonitori, guitti, pitonesse, comunicatori, operatori culturali e altri molti (insomma tutta la bella e varia umanità che ha reso artificioso e taroccato, per es., – a causa delle direttive politiche ricevute dai tenutari dell’industria culturale – ogni certame letterario, pittorico ecc.). So benissimo, come lo sapete Voi due, di vivere in una città difficile che possiede una stratificazione di civiltà all’interno della quale l’arte è stata raramente sentita come popolare (cioè, dunque, non è stata per lo più profondamente partecipata). E questi sono problemi derivanti dalle carenze dell’essenziale “sovrastruttura” politica che ha fatto sentire l’arte come una sua emanazione (o comunque l’ha mascherata e fatta sentire invece come un qualcosa di genuino mentre era invece resa artefatta dalle opportune mediazioni). Il gusto popolare può essere modesto o, comunque poco disciplinato, e tuttavia avverte quasi subito che c’è qualcosa che non va (e finisce dunque con il non riconoscersi in quel prodotto non consentaneo al suo sentire individuale e sociale). Sì dunque alla cultura di massa (pur riconoscendo senza false remore che l’artista autentico è sempre piuttosto eccentrico rispetto a quella medietà del sentire che è il vero sentire sociale preponderante. L’artista autentico vede ciò che altri non vedono e dunque può benissimo non convincere per lungo tempo). Sì ad un atteggiamento liberale che tolga peso specifico alle miriadi di mediazioni culturali che,volontariamente o involontariamente, sembrano produrre più confusione che altro (soprattutto se nascono da quella tecnica maliziosa del “saper mettere gli uomini opportuni nei punti giusti”). Tutto questo però è possibile a grandi linee se, in anticipo, si ha abbastanza chiaro che cos’è la cultura popolare e quale arte le venga, quasi spontaneamente incontro. Una politica degna di questo nome deve cercare di rispondere a questi interrogativi, senza aggravare le fratture già esistenti (ce le siamo sopportate anche troppo).
Claudio Papini
Le grandi mostre a Genova

il recentissimo reclutamento di Marco Goldin, detto il Re Mida delle mostre, da parte del Presidente della Fondazione Cultura professor Luca Borzani, segna per la nostra città il definitivo sfondamento tra quella che è la concezione “alta” dell’offerta culturale e la cosiddetta “commercializzazione della cultura”. Goldin è infatti l’uomo che ha reso fenomeno di massa l’arte del passato e quella figurativa contemporanea, inanellando un successo dietro l’altro e arricchendosi grazie alla sua agenzia e casa editrice Linea d’Ombra. Per la cronaca, il ragazzo d’oro delle mega-esposizioni offre oggi la sua opera alla Villa Manin di Passariano di Codroipo, vicino a Udine e al Castel Sismondo di Rimini; altre avventure lo vedono presente in giro per il mondo. A partire dal 27 novembre 2010 entrerà prepotentemente anche a Palazzo Ducale, con la mostra intitolata “Mediterraneo – da Corot a Monet a Matisse” e due mostre minori, ma più interessanti, riservate al tormentoso pittore siciliano Piero Guccione (ebbi modo di apprezzare i suoi quadri già una ventina di anni fa nella casa di un collezionista palermitano) e al giovane, ma affermato catanese, Giuseppe Puglisi. I numeri danno ragione al bardo di Treviso ( città d’origine del Goldin): a Brescia 250.000 visitatori per Gauguin e Van Gogh, giusto per citare l’esempio più clamoroso. Nel mondo dell’arte le opinioni intorno a Goldin sono assai contrastate: gli elitari lo accusano di svilire il settore offrendo prodotti facili ad un pubblico che nulla ne capisce e, di conseguenza, non li apprezza. Gli amanti del portafoglio e dei grandi numeri, invece, lo esaltano come un genio. Credo che una visione equilibrata debba riconoscere a Linea d’Ombra e al suo factotum, una grande capacità nello scegliere le tematiche delle esposizioni in funzione del gradimento da parte del pubblico più vasto: autori già digeriti dall’immaginario collettivo ed estremamente godibili, colorati, selezionati per la comunicatività. D’altro canto l’attività espositiva di una grande città come Genova, non può limitarsi alla spettacolarizzazione, deve anche offrire aperture alla sperimentazione e ai linguaggi misti, oggi unica realtà degna di nota. Ben venga dunque a Palazzo Ducale il “mostrificatore” Goldin, l’uomo che trascina migliaia di turisti pensionati in comitiva per vedere un quadro. A patto che si tenga ben presente quello che deve essere l’obiettivo più alto per chi si occupa di offerta culturale: stimolare il pensiero, aggiornare le menti, far circolare idee nuove, avvicinare i giovani alla contemporaneità; e si organizzino manifestazioni di maggiore incisività. Tanto per dirne una mi piacerebbe vedere a Genova qualcosa di simile alla favolosa mostra di giro, targata Fondazione Mazzotta, che i questi giorni è al Museo di Villa Ciani a Lugano (l’ho visitata ieri). Dedicata alla commistione uomo-macchina, dagli automi medievali ai robots, dalle protesi ai cyborg, dalla molteplicità alla singolarità, è un vero delirio intelligente di immagini fotografiche, pittoriche, scultoree, da Leonardo Vinci a Braque, da Man Ray a Orlane. Un bombardamento di stimoli e di aperture al domani. Se si affiancano operazioni come questa, che vanno realmente a incidere sulla forma mentis di una comunità, ci può e ci deve stare anche il Goldin di turno, con il suo turismo artistico e festoso. In caso contrario, chi ha in mano le redini della cultura in città, adempie solo in parte ai suoi doveri. Spero che il buon professor Borzani legga questa mia nota e ne tenga conto: magari smetterò di criticarlo.
MAURIZIO GREGORINI
Articolo apparso su “Il Giornale” in data odierna
Arte e bellezza, ossigeno e intelligenza

In questo inizio di 2010 lampi nel buio paiono annunciare tempi nuovi, più propizi alla sopravvivenza dell’homo intellectualis, minacciato nella sua stessa esistenza dal ridursi del suo habitat ad aree sempre più ristrette. L’antiestetica del brutto e del rutto, la deformità dell’urlo e dell’insulto, la lode dell’inettitudine e del parassitismo da parte di una videocrazia invadente, la cacofonia della parolaccia, la volgarità plebea, l’aggressività bestiale, la leggerezza idiota di parole e frasi inconcludenti…: non sentite già il capogiro dopo questa rappresentazione di solo alcuni fra i gironi infernali che dobbiamo attraversare ogni giorno, a meno che non optiamo per solitudini trappiste? Ebbene, pare da alcuni segnali che una parte non indifferente di società abbia maturato un tale disgusto per questa atmosfera così infetta, da incominciare una migrazione virtuosa verso chiunque offra cultura: quella vera, antica, alta, non il surrogato idiota e bugiardo che ad esempio venne dispiegato in città al tempo di Genova 2004, con le cosiddette “installazioni artistiche” che durarono, giustamente, l’espace d’un matin. Capita sempre più spesso che grandi spazi pubblici in cui si offrono raffinati prodotti del pensiero calamitino folle attente e reverenti, desiderose, per così dire, di disinquinarsi dalla tossicità circolante. Recentemente, nell’arco di pochi giorni, ho assistito a tre di questi eventi davvero miracolosi, su cui dovremmo porci importanti interrogativi. Il salone del Maggior Consiglio si è riempito all’inverosimile, un pomeriggio, per ascoltare una lezione magistrale di Monsignor Ravasi sui significati e sull’interpretazione dell’Apocalisse: argomento altamente teologico che, una volta, avrebbe raccolto qualche decina di persone al Quadrivium di Santa Marta. Il pubblico, attentissimo e ricettivo, si è fatto accompagnare per quaranta minuti su su per altezze vertiginose da questa straordinaria guida di montagne spirituali che è Ravasi, uscendo in un interminabile applauso liberatorio dopo essere stato riportato a valle. Un altro pomeriggio, nella Sala delle Colonne sempre al Ducale, una straboccante folla in crisi di astinenza di bellezza e verità si è riunita per ascoltare da un ispirato Enrico Campanati la lettura del I canto dell’Inferno e la successiva lezione di commento. In questi giorni allo Stabile fittissime platee applaudono fragorosamente e con insolito trasporto Leo Gullotta, interprete di “Il piacere dell’onestà” di Pirandello, non tanto per l’intrinseco valore dell’opera quanto – come capita di sentir dire fra gli spettatori – per trasmettere all’attore il gradimento del pubblico per essersi ottimamente impegnato in una prova artistica seria. Tanta è la nausea che ormai si prova ad assistere alla comicità becera e sciocca del “Bagaglino”. Plutarco in un passo della “Vita di Pericle” così afferma a proposito delle opere fatte realizzare da Pericle sull’Acropoli: Per bellezza ognuna fu subito, già allora, antica, ma oggi esse ci appaiono fresche, come se fossero state appena ultimate. Ne sgorga come una perenne giovinezza, che le conserva immuni dall’assalto del tempo, quasi fossero intrise di uno spirito che fiorisce in perpetuo e di un’anima incapace di invecchiare. E’ una magnifica descrizione di ciò che ogni spirito sensibile avverte come “classico”. Ecco, nella società italiana contemporanea, come traspare anche dalla lettura attenta della grande stampa nazionale, si sta affacciando un bisogno disperato di aspirare qualche boccata di questo ossigeno che salvi dall’umiliante cronaca delle miserie quotidiane. Sarebbe questo il momento per i Mecenati d’Italia, se ancora ne esistesse qualche esemplare, di intercettare questo profondo bisogno, canalizzarlo, dargli una casa, anzi un palazzo. Potrebbe essere un canale televisivo, dedicato unicamente a mostrare idee, bellezza e cultura, rendendone partecipi gli spettatori. Potrebbe essere anche la fondazione di un grande Accademia della Cultura Perenne, o di un Istituto di Formazione dei Liguri. Ma ne riparleremo.
ANDREA DEL PONTE






