Sacrosanta parità fra i sessi

Una storia finisce. Lui:“Ah, io quella lì me la sono…”. Frase tipica, maschile, rude, stupida. Lei:“Ah, abbiamo vissuto una magnifica storia d’amore”. Frase tipica femminile, romantica ma altrettanto stupida. Perché? Perché entrambe sono fuori dalla vera visione della realtà. Due punti di vista per definire esattamente la stessa cosa, vissuta allo stesso modo ma raccontata da un uomo e da una donna. Gli eterni opposti destinati, o condannati???, a vivere comunque insieme. Così, da sempre, lui si fa bello millantando storie esageratamente “mache” mentre lei confessa alle amiche solo i bei momenti che furono… dimenticandosi come d’incanto del resto: liti, telefonate che non arrivano e complimenti mai ricevuti. Ma, dopo tutto, siamo fatti così, da milioni di anni ormai. Come si potrebbe cambiare? Impossibile. Non ci possiamo fare niente. Dobbiamo solo rassegnarci a vivere questa eterna dicotomia tra Amore e Psiche, tra Ragione e Sentimento, tra un popolo di “Red” e di “Rossella”. Diciamocelo, per la maggior parte delle volte noi donne, per gli uomini, all’inizio siamo solo dei trofei, finchè non ci trasformiamo in grandi rotture di scatole. Una bella carriera, insomma. O almeno così pensano loro. In realtà, molti non lo ammetterebbero mai neanche sotto tortura ma, senza di noi, non vorrebbero mai stare. Però, c’è da dire, che raramente si accorgono del nostro valore al primo appuntamento. Se siamo carine, amano portarci in giro, a cena e nei locali, ma prima di capirci davvero passano mesi… a volte anni. Poche domande, poche telefonate, poche smancerie. Loro sono machi! Finchè non li becchiamo nel buio del cinema piagnucolare mentre Elio Germano canta Anima Fragile al funerale della moglie, nel bel film di Lucchetti La nostra vita. Lì, ma noi già lo sapevamo, abbiamo finalmente la certezza che anche il loro cuore è pieno di sentimento, ma che fa molta fatica a mostrarsi. Quindi? Aspetteremo, lo sappiamo fare benissimo. Dai tempi del telefono a rotella, quando alzavamo la cornetta ogni cinque minuti per vedere se funzionava. E funzionava, era lui che non chiamava. Alla fine, però, oggi il cinema l’ha pagato lui. Noi in questo siamo degli assi. In strategia non ci batte nessuno, non per niente Obama ha scelto Hilary per gestire le relazioni internazionali. Dopo l’affaire Lewinsky Ahmadinejhad le fa un baffo! Ma lei mica è normale. Nel senso che è diventata così, con un marito come il suo o tirava fuori gli attributi lei o erano guai. Noi donne comuni, invece, che ancora crediamo nell’amore (è un duro lavoro ma qualcuno lo deve pur fare) siamo dolci, romantiche e… curiose come le scimmie. Appena incontriamo un uomo, e non dite di no, attacchiamo subito con mille domande e seguiamo tutto con estrema attenzione. Pensiamo subito a fare regalini, pensierini, bigliettini, cenette e tutto quello che fa tanto “storia perfetta”. E’ proprio questo il nostro problema! Impegnate come siamo a raggiungere quello che sognamo spesso non ci rendiamo conto che a desiderare un mondo di cuori siamo solo noi. Ma guardiamoli bene, sti uomini. A loro non gliene frega nulla se gli compriamo una camicia o gli cuciniamo un dolce sofisticato. Per vivere bene, a loro, bastano una maglietta e una frittata. Sapete che cosa vogliono veramente? Vogliono una relazione che li faccia stare sereni, senza liti e senza rotture. Come noi, no? Certo. Ma mentre loro non ci rompono le scatole se lasciamo in giro i vestiti, non laviamo i piatti o non li chiamiamo estattamente all’orario stabilito, noi lo facciamo. Eccome. Non gli lasciamo passare niente. Eppure lo sappiamo benissimo che le così dette “menate” portano solo al litigio ma, niente, a noi non interessa. Continuiamo e continuiamo finchè scoppia la rissa. A quel punto ci mettiamo a piangere. Brave sceme. La colpa è nostra, care. Impariamo da Hillary in questo, non lamentiamoci ma studiamo una strategia efficace per raggiungere i nostri obiettivi. Loro sono così, punto. Non possiamo cambiarli. Eurostat dice che in Italia il 77% dei lavori domestici sono svolti solamente dalle donne. In Europa si parla ancora di come ottenere le pari opportunità, gli stipendi delle donne sono quasi ovunque evidentemente inferiori a quelli maschili e l’opinione pubblica si scandalizza se Samantha Cameron, moglie del primo ministro britannico, preferisce una donna come autista per i suoi figli. Insomma, uomini e donne in questo mondo non sono e non possono essere uguali. E non è per forza un male, anzi. Loro, come possono, alla fine ci amano. E noi… noi…. beh, noi è chiaro che abbiamo sempre ragione, che domande! Ma a volte è bene che resti un nostro segreto. Prepariamogli una frittata, piuttosto. Per il bene di tutti.
ANTONIA RONCHEI
Contro l’università dei fannulloni

In un momento di grave crisi, qual è l’attuale, nessuna può pensare di conservare le proprie rendite di posizione. In particolare negli incarichi apicali della Pubblica Amministrazione, nella politica, negli Enti di emanazione pubblica. Ben venga perciò il decreto, di prossima emanazione, da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, che prevede l’istituzione dell’ANPREPS ovvero l’Anagrafe nazionale online dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascun soggetto l’elenco delle Pubblicazioni Scientifiche prodotte.
Per quanto riguarda i criteri di valutazione del carattere scientifico delle pubblicazioni, il ministero rimanda ad un successivo decreto, ma si fissano già alcuni paletti: “i dati contenuti nell’Anagrafe non possono sostituirsi al giudizio di pari sui contenuti delle pubblicazioni o dei progetti di ricerca, né possono essere esaustivi o sostitutivi dei parametri, da utilizzare nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori o, in prospettiva, dei professori”.
In sostanza l’Anagrafe conterrà soltanto elementi di informazione utili a individuare standard minimi al di sotto dei quali non dovrebbe essere possibile identificare una pubblicazione come avente carattere scientifico. Intanto dovranno essere predisposte tre sezioni dove raggruppare i professori per nome, per pubblicazione e per altre attività svolte (didattiche, organizzative, istituzionali).
Negli otto articoli di bozza del Decreto ministeriale si prevede che l’ANPRePs faccia innanzitutto riferimento alle banche dati già costituite presso il ministero che dunque confluiranno nell’ANPRePs.
Inoltre le informazioni contenute nell’Anagrafe dovranno essere utilizzate per l’attribuzione, da parte dell’autorità accademica, degli scatti biennali alla propria docenza e per individuare i soggetti che potranno partecipare alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento dei professori.
Infine l’ANPRePs metterà a punto degli indicatori di produttività delle attività di ricerca a livello di ateneo da adoperare come criterio di ripartizione delle risorse, sia per valutare la qualità di chi propone progetti di ricerca, sia per consentire l’utilizzo trasparente di parametri per il reclutamento dei ricercatori.
Tra tanti discorsi sul merito, sulla ricerca e sull’innovazione, finalmente una proposta chiara e concreta per riattivare l’Università, guardando a chi lavora e a chi no, a chi fa buona ricerca e a chi vivacchia, magari con un occhio rivolto ai giovani, troppo spesso “compressi” da un sistema di potere baronale.
MARIO BOZZI SENTIERI
Il PDL e gli universitari

Non abbiamo ancora i dati ufficiali del Miur ma voci ufficiali e ufficiose si rincorrono, e il quadro finale sembra gia’ essere scritto. Le elezioni della circoscrizione nord-ovest del CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari), organo con sede a Roma ed interlocutore primo del Ministero dell’Istruzione, hanno premiato le liste del CLSU, legate al movimento di Comunione e Liberazione, che ottenendo quasi il 50% dei voti negli atenei del Nord, potranno contare su almeno 3 o 4 seggi a Roma. Li segue il Coordinamento Liste di Sinistra (Udu, PD ecc..), che avra’ due eletti al CNSU e Studenti per la Liberta’-Azione Universitaria, con un eletto, lo studente Giuseppe Anselmo, candidato espressione di Studenti per La Liberta’, nessun seggio invece per il movimento neo-fascista Blocco Studentesco, che pero’ conquista alcuni posti di prestigio nei consigli delle universita’ di Roma e del Sud Italia. Il vero exploit lo ha avuto la lista “Studenti per le Liberta’- Azione Universitaria”, lista unificata dei due movimenti universitari che facevano capo a Forza Italia e Alleanza Nazionale. I due movimenti universitari han deciso di correre insieme ma con candidati diversi. In particolare, per il Nord Ovest, la componente “Forzista” si e’ schierata in massa (tranne Genova) sul candidato poi risultato vincitore, Giuseppe Anselmo. Mentre la componente Aennina si e’ divisa sul candidato “leader” da sostenere, tra Enrico Deabate, detto Jerry, e Matteo Mitziopoulos detto Miz, provocando fratture tra gli esponenti, non solo figurate, ma anche fisiche. Alcuni giorni prima delle elezioni infatti, un diverbio sui manifesti da attaccare (Miz o Jerry?) ha scatenato una rissa tra i chiostri della Cattolica tra due esponenti di A.U. E visto che non si tratta della prima volta in cui un esponente di AU viene alle mani, voci maligne riferiscono che nella portineria d’ingresso, sia affissa una fotografia del rissoso ex (?) aennino, con l’ordine assoluto di divieto d’ingresso.
Ancora una volta, il micro cosmo politico universitario ci insegna una cosa: dividersi sulle preferenze e’ stupido e dannoso. Il piccolo gruppo di Studenti per La Liberta’, senza fondi, e senza tante strutture, e’ riuscito a far eleggere un candidato attraverso il metodo leghista delle elezioni regionali ed europee (quelle con le preferenze) dell’ ”Unico/i candidato/i da sostenere”, evitando risse interne e inutili lotte all’ultima preferenza. Imparera’ qualcosa anche il PDL dei grandi?
Elisa Serafini
Intervista a Paola Girdinio – by Genova Zena

1) Un anno e mezzo da Preside della Facoltà di Ingegneria, ci può fare un primo bilancio del suo incarico?
Certamente durante questo anno e mezzo da Preside non ho avuto tempo di annoiarmi: in sostanza ho dovuto affrontare problemi che possono molto approssimativamente essere classificati in tre grandi categorie: la didattica, con l’applicazione della riforma degli ordinamenti degli studi universitari (ex D.M. 270/2004), l’edilizia; con tutte le questioni direttamente ed indirettamente legate al futuro trasferimento della Facoltà agli Erzelli. Infine le problematiche economiche, determinate dalla necessità di trovare soluzioni “creative” per cercare di penalizzare il meno possibile la funzionalità della Facoltà anche a fronte di una significativa riduzione dei trasferimenti dall’Ateneo. Tuttavia non è nel mio carattere contemplare il passato: tutte e tre queste problematiche, ben lungi dall’essere state risolte, impatteranno pesantemente sul resto del mio mandato. Cercherò di gestire il tutto, con la collaborazione, ovviamente, di tutta la Facoltà, che in questa prima parte di mandato mi ha aiutato moltissimo.
2) Prof.ssa Girdinio, la prima donna dietro la scrivania più alta di Villa Cambiaso, che significato ha per lei? Qual è la percentuale di ragazze che oggi scelgono di scriversi a Ingegneria?
Essere la prima donna a presidere una Facoltà di così gloriose tradizioni è in primo luogo un onore, ed in secondo luogo un servizio di grandissima responsabilità, che cerco di adempiere al meglio delle mie possibilità. La percentuale di ragazze che si iscrivono alla Facoltà di Ingegneria, attualmente, è dell’ordine del 38% sul totale degli iscritti. Non è quindi più vero il luogo comune secondo il quale l’ingegneria sarebbe una cosa “da maschi”; si tratta, viceversa di studi serissimi ed impegnativi, nei quali la tenacia e la motivazione di molte ragazze portano ad ottenere ottimi risultati. Detto questo, certamente non intendo fare “razzismo alla rovescia” privilegiando le ragazze; maschi o femmine che siano gli studenti, a mio parere è poco importante: la cosa fondamentale –incidentalmente anche l’unica che interessa il mondo del lavoro– è che siano bravi.
3) Quali messaggi cerca di trasmettere quotidianamente ai suoi studenti?
L’importanza dell’impegno e della serietà in tutto quello che si fa, il sano pragmatismo ingegneristico, ed il rispetto delle istituzioni e delle regole.
4) In una recente lettera su un quotidiano locale afferma che il contatto esterno è fondamentale per facoltà come Ingegneria. Quale valore aggiunto porta nell’offerta formativa?
Nella didattica esistono discipline “di base” nelle quali i saperi sono estremamente consolidati, mentre esistono discipline “applicative” nelle quali l’aggiornamento è giocoforza continuo. Mi pare evidente che il contatto con l’esterno permette ai docenti di confrontarsi con le continue necessità del mondo dell’industria e delle professioni e la ricaduta sulla didattica non può che essere positiva. Quello che non deve succedere è che l’impegno “esterno” sia tale da impattare sulla qualità della didattica, altrimenti, anziché valore aggiunto, diventa nocivo. Ma in questo caso si tratterebbe –ovviamente– di un comportamento deteriore, che comunque non intendo tollerare.
5) Nel marzo scorso la Facoltà ha presentato un ampio programma di internazionalizzazione pre e post-laurea per gli studenti, di che cosa si tratta?
Le esigenze di sviluppo della società moderna richiedono, oggi, alle Università, di puntare sull’internazionalizzazione. Infatti questa Facoltà di Ingegneria e le aziende che accolgono i suoi studenti, oggi, agiscono in un mondo “globale”.Pertanto la Facoltà ha iniziato per tempo a sensibilizzare i propri studenti verso problematiche internazionali, riscuotendo l’apprezzamento delle aziende. Infatti oggi, grazie a specifiche convenzioni della Facoltà, siamo arrivati ad offrire strumenti per fare esperienza all’estero, sia nei segmenti temporali che precedono la laurea (triennale e/o magistrale; Erasmus), sia a livello post-laurea (tirocini all’estero in aziende straniere; Da Vinci, “porta la laurea in azienda”). Contemporaneamente la Facoltà ha attivato ulteriori linee strategiche rivolte all’accoglienza di studenti stranieri, in particolare al secondo e al terzo livello (dottorato). Tali linee realizzano “in house” scambi di cultura fra studenti stranieri e studenti italiani. Questa Facoltà di Ingegneria, poi, e’ impegnata in un continuo incremento della qualità della propria didattica e della propria ricerca. Questo fatto e’ testimoniato dal collocamento (a cura del CENSIS) di questa Facoltà fra le prime 2 Facoltà d’Ingegneria d’Italia, e contribuisce a fare crescere quantitativamente, di anno in anno, l’arrivo di studenti stranieri di buon livello.
6) Il tema dell’energia nucleare oggi deve fare i conti con una carenza di professionisti nel settore, come Facoltà di Ingegneria che soluzioni avete individuato?
L’attivazione di un corso di Laurea Magistrale in Ingegneria Nucleare, per tentare di recuperare le competenze che, fino al referendum del 1987, erano presenti sul territorio ligure. L’auspicio, a prescindere dalle scelte politiche che potranno essere assunte dal Parlamento e dal Governo nazionale, è quello di riportare sul territorio ligure il sapere e le formazione di tecnici che possano padroneggiare una tecnologia certamente discussa, ma che avrà una forte rilevanza nella produzione energetica a livello mondiale per tutto il XXI secolo. L’avere una scuola nucleare “forte” presso la Facoltà potrà, a mio parere, contribuire significativamente all’economia nazionale e locale per alcuni decenni.
7) Fra pochi mesi sarà la ricorrenza dei 140 anni della fondazione della Regia Scuola Navale, che cosa avete in programma per le celebrazioni?
Nel 2010 ricorre il 140 anniversario della fondazione della Regia Scuola Superiore Navale, storica e prestigiosa istituzione dalla quale deriva l’odierna Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. Per la celebrazione dell’evento si stanno elaborando iniziative di diversa natura, introdotte dalla giornata inaugurale prevista per il giorno 11 giugno 2010 presso Villa Cambiaso-Giustiniani, prestigiosa sede della Facoltà di ingegneria dell’Università di Genova.
di ALBERTO PANDOLFO (copyright Genova Zena)
Io buco musica in vena
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Eccoli lì, testa bassa e cuffiette ficcate nelle orecchie. Camminano, anzi ciondolano, a tempo di musica. Sono i music-addicted, ovvero i fanatici della musica. Drogati, per l’esattezza. Sono quelli che si vedono in giro con i due fili che gli escono dalle orecchie, in pratica. Quelli che non ti rispondono quando sull’autobus gli chiedi: “scende?”. Quelli che, alla fine, non si spostano e che, poi, li devi spingere per forza. Quelli che ogni volta che attraversano rischiano la vita perché non sentono i clacson, quelli che nei negozi non rispondono al saluto delle commesse. Ma anche quelli che si isolano dalla realtà. Perché? Va bene essere stufi del casino, delle chiacchiere continue e degli strombazzamenti dei motorini ma non sarà che, in fondo in fondo, usiamo la musica come rifugio e non come un semplice passatempo? E’ anche questo un segno del disagio sociale dei nostri tempi? O è solo una moda? Di fatto la seguono in molti, non fanno parte di un target definito ma hanno in comune una forte voglia di evasione. Hanno tra i 13 e i 50 anni, sono sia uomini che donne, lavoratori e studenti. Di tutto un po’, insomma, tranne anziani. Loro, al contrario, con qualcuno ci vorrebbero parlare anche, se solo trovassero delle orecchie disponibili. Spegnere il volume, però, non lo vorrebbero fare solo i nonni ma anche i medici. Il problema, infatti, non è solo sociologico. Chi abusa delle cuffiette, oltre all’isolamento, rischia addirittura l’udito. Lo dice uno studio del professor Peter Rabinowitz della Yale University School of Medicine, che paragona il danno causato dai livelli di rumore della musica sopportati dai padiglioni auricolari a quelli dell’esposizione ravvicinata al rombo del motore di un jet. Le conseguenze? Graduale perdita dell’udito e problemi audiologici assicurati. Esattamente gli stessi rischi, sostiene il medico, di quei lavoratori obbligati a stare molte ore a contatto con fonti di rumore, come i saldatori o i demolitori nei cantieri edili. In pratica, i livelli del volume della musica di alcuni lettori Mp3 supererebbero addirittura di 120 decibel quelli sopportabili dall’orecchio umano. E lo stesso professor Rabinowitz, sul British Medical Journal, mette in guardia anche dalle conseguenze dell’uso dei lettori musicali in momenti in cui l’attenzione dovrebbe essere sempre massima. Come in auto, ad esempio, dove il rimbombo della musica nei timpani abbasserebbe la soglia di guardia alla guida. Ma non solo. Le cuffiette sarebbero pericolose anche per il cuore: contenendo magneti, infatti, interferirebbero con pacemaker e defibrillatori. A sostenerlo uno studio di William Maisel, direttore del Medical Device Safety Institute presso il Beth Israel Medical Center di Boston. Infine, contro la musica “pret-a-porter” ci si mette anche uno studio indipendente finanziato dall’Unione Europea, che ha evidenziato che sono 10 milioni in tutta Europa, nella stragrande maggioranza adolescenti, le persone che rischiano danni permanenti all’udito a causa dell’uso prolungato e scorretto delle cuffie acustiche. A questo punto, cosa possiamo fare per non ammalarci ma continuare a goderci la musica per strada? Un primo passo è rispettare lo standard di sicurezza del volume previsto dall’Ue, che non deve superare i 100 decibel. E per la voglia di evasione? Niente regole: per contenerla ognuno fa quel che può.
Antonia Ronchei
A scuola con il fazzoletto rosso

Ora e sempre Resistenza nelle scuole italiane. Il ministro Mariastella Gelmini ha deciso di inserire nei programmi di Storia del quinto anno delle superiori l’esplicito riferimento alla lotta di Liberazione che mancava. Il ministro ha capitolato sulla questione per evitare polemiche e accuse di carattere censorio che gli sono state mosse da partiti e associazioni dell’antifascismo militante. Hanno gridato l’omissione e alla rimozione e scatenato subito un polverone .
L’Anpi come sempre dà battaglia e sostiene che si tratti di un’omissione pensata. Cari partigiani, è possibile che non vi rendiate conto di essere davvero patetici con queste sortite ideologiche?
Per carità, è giusto che la Resistenza venga studiata nelle scuole. È pienamente corretto che questo periodo storico venga approfondito. Però, alla Storia nelle aule scolastiche bisogna rendere giustizia
Ai ragazzi va raccontata anche la verità sui partigiani liberatori e sui crimini commessi dalla giustizia sommaria nella sanguinaria guerra civile di cui oggi stiamo pagando ancora le terribili conseguenze.
Nicola Vacca
Scandalo all’Università

Noi del Culturista non possiamo nasconderci la gravità della recente denuncia del consigliere regionale ligure Angelo Barbero che ha portato alla ribalta convinzioni già largamente diffuse fra tutti coloro che da qualche decennio hanno guardato alla situazione delle nostre università con viva preoccupazione. Non mi riferisco tanto al vezzo (che è un vero e proprio vizio) da parte di alcuni docenti di trasformare la lezione in una sorta di comizio (di solito antigovernativo, quando al governo naturalmente è il centrodestra). Molti insegnanti sono di modesta caratura scientifica e certamente pensano di rendere più interessanti in tal maniera le loro lezioni. Si illudono questi Demostene in pectore. Ottengono solo il risultato di infastidire non pochi studenti ai quali, quello che essi dicono, entra da un orecchio e regolarmente esce dall’altro. Questo primo contenuto della denuncia illustra un fenomeno che genera fastidio ma il cui effetto è di scarso rilievo. D’altra parte va segnalato che anche nella scuola media di secondo grado il numero dei comizianti prestati all’insegnamento è piuttosto alto e non pochi genitori, allarmati dai figli, vengono segnalando tali situazioni ai rispettivi Dirigenti Scolastici, sovente con risultati scarsi oppure nulli.
Il consigliere Angelo Barbero parla però di un corso universitario “dalle grandi risorse ed enormi potenzialità, purtroppo inespresse, a causa del potere e dell’influenza esercitati su di esso dall’estrema sinistra.” Aggiunge inoltre che quel corso “ è infatti in mano a quella parte della sinistra che, non più rappresentata nelle sedi politiche e istituzionali, occupa il potere nelle aule universitarie, ovviamente non in funzione degli studenti. Non è un caso che la facoltà di Savona continui a perdere iscritti molto più che nel resto d’Italia causato senza dubbio da insegnamenti non confacenti alla didattica di oggi, che non rispondono alle esigenze del mercato.”
Direi che siamo in presenza di uno dei tanti casi esemplari che emergono(dal passato prossimo) in molte sedi di facoltà universitarie nella nostra penisola: si tratta di una sorta di curiosa privatizzazione di un segmento di struttura pubblica, alimentata con i soldi della collettività. La motivazione (guarda caso!) è, come al solito, politica. Ed è una scusante inaccettabile. Quel che però sconcerta è la genesi di questi fenomeni. E’ evidente che all’interno di determinate facoltà universitarie in certi anni è venuto meno (qualora beninteso prima vi allignasse) quello che si chiama “orgoglio corporativo e scientifico” e che impedisce l’arruolamento del personale per “motivi politici” del tutto prevalenti rispetto alla seria e collaudata preparazione scientifica. Ora sappiamo tutti che la società è percorsa, sovente, se non investita (e talora pervasa e ubriacata) da specifiche bufere di natura cultural-politica che tendono a rompere le dighe degli equilibri esistenti nell’ambito dei diversi atenei. Qualora nelle rispettive facoltà manchi una capacità selettiva seria (messa peraltro già a dura prova da forme incancrenite di feudalesimo nepotistico), non vi è dubbio che l’arruolamento diventa per lo più ispirato da criteri che poco hanno a che fare con la ricerca scientifica e la didattica. Se questo è il punto d’inizio, nulla di strano che determinate situazioni finiscano per presentare alla lunga tratti di marcescenza, destinati ad identificarsi pericolosamente con i costumi di gruppi di pressione, di combriccole capaci di coniugare prassi obsolete con atteggiamenti prepotenti non alieni da mentalità parassitaria, quasi fossero come quei famosissimi enti inutili che, se non il pregio, hanno il pudore almeno di cercare, nascondendosi, di conseguire l’anonimato assoluto. Se la denuncia del consigliere Angelo Barbero è fondata, come siamo portati a credere fino a prova contraria, su riscontri effettivi, non c’è dubbio che siamo, in presenza in quel di Savona, di una costumanza che ritenevamo estranea alla Liguria, perché più facilmente reperibile nell’ambito di quegli enormi atenei che sono stati costruiti in determinate parti d’Italia. E’ chiaro che laddove nei decenni passati il potere politico costruì complessi universitari mastodontici frequentati cioè da centinaia di migliaia di studenti, quegli atenei finivano con l’essere in parte ingovernabili e favorivano il sorgere di isole e nicchie fuori controllo. Di solito le ideologie estremistiche facevano da paravento ad interessi non del tutto commendevoli e sovente inconfessabili.
Claudio Papini
La droga e il ‘68

Ho ancora vivo nella memoria un ricordo della mia prima gioventù, allorché, da ragazzo, negli anni Settanta, quelli immediatamente successivi alla famigerata stagione del Sessantotto, capitai una sera nella camera comune d’un ostello della gioventù dove alloggiavo durante un soggiorno in una località del sud della Francia. Trovai riuniti nella camera diversi ragazzi ospitati come me all’ostello: erano seduti in circolo sul pavimento e si passavano l’un l’altro una sigaretta da cui ognuno aspirava voluttuosamente una lunga boccata di fumo. Fui immediatamente invitato a partecipare a quel passatempo collettivo, che appariva manifestamente come una sorta di rito. Ricusai l’invito, avendo capito al volo di che si trattava; del resto, a togliermi ogni dubbio sarebbe bastato l’odore singolare aleggiante nell’aria: quello, inequivocabile, della marijuana, già sentito altrove. Qualcuno, scambiando il mio irrigidimento per timore o timidezza, insisté. “Su, vieni” fui esortato in tono di motteggio, tra la lusinga e il rimprovero “vedrai che la vita ti sembrerà molto più bella, dopo”. “No, grazie” risposi seccamente, irritato dal tono di superiorità con cui mi si interpellava. “A me la vita piace guardarla con la mente lucida, buona o cattiva che sia”.
Era quella una delle mode nate dal clima culturale avviato dal Sessantotto, quella della sregolatezza collettiva e per così dire orgiastica che si traduceva nel fumo di gruppo dello “spinello” o della “canna”, ovvero nell’assunzione in comune della sostanza stupefacente o allucinogena. L’equivoco di fondo di quel clima culturale utopico, velleitario e anarcoide, del suo permissivismo assoluto e della sua pretesa infantile e narcisistica di tutto pretendere e nulla negarsi, cominciava a diffondere i suoi veleni nefasti nella psiche di coloro che si erano abbeverati alla scuola dei maestri del nichilismo e dell’autoannientamento, dove i principi che sostengono la ragione e orientano la volontà venivano sistematicamente derisi e nullificati. Secondo quei maestri insensati, il concetto di libertà, da sempre associato a quello della responsabilità e implicante la coscienza drammatica del vero e del bene, veniva respinto dalla presunzione che vero è ciò che mi pare e bene ciò che mi piace, mentre ogni senso di responsabilità si frantumava di fronte alla pretesa solipsistica di non avere da render conto ad altri che a se stessi e all’esigenza di soddisfare i propri desideri; per cui, al postutto, la libertà coincideva con l’istintività, la verità con l’immediatezza e il bene con l’irresponsabilità. Gettare disinvoltamente a mare tutti i legami, tutti gli impegni, tutti i doveri; pretendere di avere immediatamente tutto ciò che si desiderava, bivaccando eternamente in una trasgressiva ed esaltata adolescenza: questo era l’ideale di vita di chi si nutriva dei miasmi diffusi dal massimalismo giovanilistico ultralibertario di quegli anni. E già le suggestioni anarcoidi fermentavano in smania d’evasione. Le menti, disgregate dalle chimere del permissivismo ad oltranza, cominciavano a coltivare la fuga dalla realtà, ovvero l’ingresso nella sfera dell’oltre sé per mezzo del disordine dei sensi e del soqquadro della ragione. Molte voci – voci che avevano il crisma dell’autorevolezza, quelle di cattedratici, scrittori, giornalisti, poeti e cantanti – ignari o avversi all’esortazione aristotelica di non scantonare dai sentieri della logica e del buon senso, levavano il grido nichilista dell’irrealtà e della fuga da se stessi: “Io sono io e altro da questo io!” Del resto questo genere di folgorazione delirante veniva da lontano. Ricordate Rimbaud, il poeta adolescente, il veggente maledetto? “Io è un altro”; “Il poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi”; “La vera vita è assente. Noi non siamo al mondo”; “Tu non sai né dove vai né perché vai”. Queste sono solo alcune delle illuminazioni che scandiscono la dissoluzione di sé e del senso del mondo di questo visionario furibondo, il quale attraversò come una meteora satanica il mondo delle lettere francesi negli anni a cavallo dell’esperienza terribile della Comune di Parigi. Ma il suo esempio ha fatto scuola e i promotori del Sessantotto ne hanno ereditato a piene mani la lezione di rifiuto totale della propria cultura fino all’annientamento di sé e all’esilio dalla letteratura e dalla vita stessa. Tentò (osò) tutte le trasgressioni: fu blasfemo, pornografo, sodomita, pidocchioso, vagabondo, mendicante, eretico, rivoluzionario, nevrotico, drogato e sifilitico, prima di ripudiare l’Europa e la poesia per dedicarsi al commercio delle armi e degli schiavi in una remota località dell’Africa.
Durante gli anni Settanta, ma ancor più negli anni successivi, non si contano gli istigatori al rifiuto dei limiti del sé e dell’approdo alla cosiddetta conoscenza superiore, quella che trasporta la coscienza oltre i confini della sostanza unica dell’io. Per ottenere questa condizione occorre che l’immaginazione si ponga al di là della comune percezione del reale. Si entra nella sfera della sapienza “autentica” solo superando la ragione e “aprendo il terzo occhio”, come dichiarava tale René Daumal, morto, guarda caso, per overdose di eroina. Altre affermazioni demenziali circolavano nelle librerie: “Il reale è entrato nell’illusorio affinché l’illusorio entrasse nel reale” (L’uomo e la certezza di Frithijoff Schuon); “Vedere nel nulla è il vero vedere, il vedere eterno” (La dottrina Zen del vuoto mentale di Daisetz Teitaro Suzuki). Tra gli altri, un autore come Elèmire Zolla, ritenuto incautamente dai frequentatori superficiali dei suoi testi un avveduto tradizionalista, parlava senza ritegno, in termini positivi, di “sdoppiamento furibondo” e di “sapienza drogata”. Non c’è da meravigliarsi se un tale humus culturale, diffuso a piene mani attraverso i veicoli più disparati, abbia finito per rappresentare il più formidabile trampolino di lancio per la diffusione della droga su scala popolare e mondiale.
Al tempo dei miei primi viaggi in autostop, mentre io ed altri viaggiavamo per desiderio di conoscenza e d’istruzione, anche per praticare e approfondire la conoscenza d’una lingua straniera, per molti ragazzi andare in viaggio era un modo come un altro per fuggire dalla realtà e perdersi nell’illusione, così come la droga poteva assolvere al desiderio di procurarsi con mezzi artificiali la chimera impossibile del paradiso a portata di mano o, in altre parole, l’annullamento di un sé disorientato e sommerso dalla cultura dell’autonegazione e dell’autoannichilimento per perdersi in un’ovattata e mielata incoscienza, prima avvisaglia di quella suggestione suicidaria più profonda che avrebbe investito di lì a poco i forzati dell’eroina e dell’ecstasy, successivamente sostituite dalla cocaina e da altri tipi di droghe sintetiche. All’epoca, comunque, non era un caso se assumere la droga veniva definito, gergalmente, “andare in viaggio”.
Devo fare un viaggio dove brillano rocce scoscese simili a diamanti,
correre nella valle sotto la montagna sacra,
mi tufferò nelle spumeggianti acqua della cascata…
declamava enfaticamente una canzoncina americana di allora, e il viaggio alludeva con ogni evidenza alla fuga nei presunti paradisi della droga. Il viaggio veniva inteso precisamente come un mezzo per perdere il contatto con la realtà e da se stessi fino a confondersi e smarrirsi, per straniarsi dalla vita e annullarsi completamente. Come invitava a fare, del resto, un’altra significativa canzoncina di quei tempi, questa di John Lennon, il più celebrato dei famosissimi Beatles:
Lascia che ti porti con me,
sto andando nei Campi delle Fragole.
Lì niente è reale, non c’è niente da pensare,
campi di fragole per sempre.
Ad occhi chiusi è bello vivere…
Dionisio di Francescantonio
E ora la scuola “liberata” faccia la rivoluzione!

L’anno scolastico 2009/2010 sarà ricordato come il primo, da tempo immemorabile, senza occupazioni scolastiche e clamorose proteste studentesche. A stigmatizzare l’accaduto è lo scrittore Roberto Alajmo, su “L’Unità”, che parla di “Onda” infranta contro il “muro dell’indifferenza”e di fermenti “sotto traccia”. Niente comunque a che fare con le proteste, che, di autunno in autunno, si sono succedute, senza soluzione di continua, da alcuni decenni a questa parte.
La causa di questo “riflusso” della protesta ? Secondo Alajmo l’assenza della scuola dall’agenda politica nazionale ed una sostanziale indifferenza del grande pubblico sul tema.
Lo scrittore siciliano e “l’Unità”, impegnati nella ricerca della protesta-che-non-c’è-più, si devono essere persi evidentemente qualche passaggio recente.
La “Riforma Gelmini”, il tentativo di fare un po’ di ordine in una scuola per troppi anni abbandonata a se stessa, le iniezioni di rigore ed il ricupero di risorse da destinare al rinnovamento degli immobili, spesso fatiscenti, e alla valorizzazione del corpo docente sono tutto, fuori che segno della disattenzione del Governo e della maggioranza che lo sostiene sul tema.
Più interessante , nello scoramento de “l’Unità”, prendere atto che se è indubbio che le occupazioni d’istituto sono state, per troppi anni, una rito un po’stracco ed una valvola si sfogo rispetto ad una scuola con gravi ritardi e limiti, l’auspicata “rivoluzione” può prendere vie tutt’altro che scontate.
Al di là delle solite geremiadi di certa sinistra, le motivazioni per chiedere, nella scuola e nell’università, una “rivoluzione” ci sono tutte, ma certamente non nel senso evocato da “l’Unità”.
E’ una rivoluzione del merito e del rigore ciò di cui ha bisogno ora la scuola italiana, dalle elementari all’Università.
Al bando perciò i classici scioperi per i vetri rotti e i cessi tappati e giù duro contro quel mondo di “furbetti”, che sulla scuola ci campa, senza fare il proprio dovere, di docenti faziosi, che tirano solo al “ventisette”, avendo perso ogni motivazione professionale, di dispensatori di sapere senza carisma.
Su queste questioni cruciali vorremmo vedere una nuova stagione di mobilitazione e di impegno studentesco. Non per qualche occupazione fine a se stessa. Non per “tirare a campare”, ma per riportare la scuola al centro di quel processo di formazione non solo culturale, quanto soprattutto civile, che deve essere alla base della vita di un popolo.
Mario Bozzi Sentieri
Capire i nostri giovani

La maggioranza dei nostri giovani, le nuove generazioni, dai trentenni in giù, sono immanenti, vivono profondamente il loro tempo e hanno smesso di porsi interrogativi viziati da torsioni ideologiche e pregiudizi. Non temono “la società liquida” (per dirla con Baumann) e si perdono nella galassia di informazioni contemporanea senza preoccuparsi dove arriveranno e quando.
Vivono la loro esistenza persi nell’attimo, ormai padroni soltanto dell’incertezza e pertanto certi di esserlo incerti, consustanziali all’ondivaga follia dell’esistenza. Hanno cessato di programmare i grandi temi, non gli interessa agganciarsi a radici intricate e inficiate da echi di pensiero lontani. Navigano a vista, pragmatici e pratici, completamente post-ideologici, assorbiti dall’estetica stessa del viaggio, che sia fisico o mentale. Se noi adulti non capiremo queste loro precise caratteristiche non potremo aiutarli a trovare la forza morale, solo e soltanto quella, per oltrepassare gli scogli più duri che la navigazione metterà sulla rotta del domani. Il futuro è già quì, siamo noi a non vederlo e a rimanere con tutti e due i piedi nel passato.
MAURIZIO GREGORINI






