Dal pesce alla buridda, il passo è breve

settembre 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

Buridda

Occupandomi da anni di cultura mi sento obbligato ad intervenire sul tema inerente l’utilizzo dell’edificio che fino ad oggi ha ospitato il Mercato del pesce di Genova e che a breve sarà liberato. E’ noto che la Sindaco Marta Vincenzi spinge per insediare fra le nobili mura dell’edificio di piazza Cavour il centro sociale Buridda, ora allocato in via Bertani, in quella che fu la sede della facoltà di economia e commercio. Pochi sanno però che il bel palazzo della “Pescheria” (come chiamato in origine) rappresenta un esempio unico di architettura razionalista ad uso commerciale ed è di grande rilevanza storica. Edificato all’inizio degli anni ’30 su progetto dell’architetto del comune Mario Braccialini, addensa molti segni tipici delle varie correnti estetiche dell’epoca: influssi decò s’intrecciano con reminiscenze futuriste, le finestre di taglio espressionista s’innestano nella massiccia costituzione dell’edificio, monumentale e fascistissima nell’aggetto. Destinata fin dal suo concepimento ad ospitare le attività del mercato ittico, la struttura subì la demolizione di una parte in occasione della costruzione dell’adiacente sopraelevata. Da quei tempi l’incuria ha lasciato nell’abbandono la splendida realizzazione architettonica sopravvissuta. Oggi, senza alcun riguardo per il valore storico e culturale, si propone di offrire l’edificio su un piatto d’argento al centro sociale menzionato. Ora, non ho nulla contro il Buridda se si mette in regola come si professa da tempo. Anzi, sono un fautore del dialogo con i ragazzi che lì dentro lavorano e sfogano un bisogno di aggregazione cui la municipalità non sa rispondere. Ma devono andare proprio in una struttura di pregio che da anni aspetta un rilancio e una valorizzazione? Quanto c’è di ideologico e fazioso nella proposta della Sindaco e quanto di obiettivo e realmente favorevole alla cittadinanza? Si trovi un’altra sede per il centro sociale e non si metta in pratica l’ennesimo scempio culturale. Il palazzo del Mercato del pesce deve accogliere fra le sue mura un’attività che nobiliti Genova e il quartiere del Molo. Il senatore Musso propone di realizzare al suo interno un museo dell’architettura: idea nobile e raffinata. Trovo però che l’utilizzo museale, per quanto curato e vivace, somigli sempre ad una mummificazione, una via di fuga dalla vitalità. La memoria è importante, siamo d’accordo, però chi di sole memorie si nutre finisce come Marcel Proust, chiuso nella propria soffitta a rimembrare. Genova negli ultimi decenni ha già intrapreso su sé stessa un notevole sforzo di reminiscenza, si è già  ritrovata dal punto di vista del passato, molti musei sono stati riattivati, tanto materiale storico è stato offerto al pubblico. E’ giunto il tempo di guardare al domani e cominciare a destinare le nostre forze all’innovazione, alle professioni giovani: fra le tante possibili getto sul piatto una proposta sola per il futuro del Mercato del pesce: un campus permanente che offra robuste agevolazioni e fondi per le start up digitali innovative da tutta Europa. In totale apertura all’internazionalizzazione e al mondo della comunicazione. Noi genovesi siamo di fronte ad una decisione epocale: offrirci al mondo per rinascere giovani e turbolenti o chiuderci in noi stessi per invecchiare sereni. Scelte entrambe lecite, ma io voglio sorridere al futuro, per i miei figli, per la gloria della mia terra.

MAURIZIO GREGORINI


Machiavelli e il calcio italico

giugno 28, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Il campionato mondiale di calcio 2010 in Sudafrica si è concluso anzitempo e con vergogna per l’Italia, come sappiamo. E’ vero quel che si dice, cioè che nel nostro Paese ci sono tanti commissari tecnici in pectore quanti sono i maschi oltre i 15 anni che masticano calcio; ma è anche vero che non tutti hanno le doti giuste per analizzare l’argomento da un’ottica politica e socio-culturale, al di là degli schemi tattici. Ci provo io.

Per spiegare il tracollo della squadra italiana ex campione del mondo bisogna aver letto con attenzione il Principe di Machiavelli. Stupore? No, perché le sfide sportive calcistiche internazionali sono il surrogato odierno e incruento delle frequentissime guerre d’un tempo, di cui i popoli hanno assoluto bisogno come delle religioni. Mancando le guerre, ci si rifugia in quel conflitto sublimato che è la partita, ovvero nello scontro fra avverse tifoserie: dove ogni tanto, comunque, ci scappa il morto. E Machiavelli nel suo celeberrimo trattato parla proprio di come un Principe (leggi “allenatore”) debba comportarsi per portare al successo il proprio Stato (leggi “squadra”), facendo rifulgere la sua Virtù e contrastando l’opposizione della Fortuna (“sorte”, o “malasorte”). Nel fondamentale capitolo XXV, il Segretario fiorentino riflette sulle ragioni di un fenomeno apparentemente inspiegabile: come mai un leader che in precedenza è stato coronato dai più bei successi (leggi Lippi e il mondiale vinto nel 2006) all’improvviso poi crolla senza che abbia cambiato nulla nel suo modo di operare:

“Ma restringendomi più al particolare, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna”.

Ed ecco l’illuminante risposta: i leader, siano essi prudenti o impetuosi, hanno successo se il loro agire concorda con i tempi; ma se persistono nel loro modo di procedere anche quando i tempi richiedono un diverso carattere, allora falliscono. E per un uomo che prima ha trionfato seguendo un certo metodo di comportamento, è difficilissimo avere poi la forza di cambiare quando i tempi lo richiederebbero.

“L’uomo respettivo (“prudente”), quando egli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde e’ rovina; che se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna…Concludo adunque che, variando la fortuna e stando li uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici (“fortunati”) mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici (“falliscono”).

Per questo Lippi è “ruinato” con la sua squadra, e di questo è colpevole: di conservatorismo, immobilismo, incapacità di “leggere” i tempi nuovi, che nel mondo del calcio e del costume corrono a una velocità di cui né lui né Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio, si sono resi conto. C’è un ultimo consiglio di Machiavelli di cui il prossimo allenatore dovrebbe tenere molto conto per i prossimi Europei:

“Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla; e, come donna, è amica dei giovani”.

E per i prossimi mondiali? Tenere il Principe sul comodino e occhio alle variazioni della volontà della capricciosa Fortuna.

ANDREA DEL PONTE


Quale cultura per il centrodestra?

maggio 17, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

Eur-300x292Occorre un rapido cenno storico per dire come nel nostro paese la cultura sia stata egemonizzata dalla sinistra. La figura dell’intellettuale organico all’ex Pci nacque, a suo tempo, proprio dall’esigenza di quel partito di impossessarsi di tutti i mezzi attraverso i quali la cultura si manifestava in Italia, piazzando ai posti di comando o di controllo quel genere di intellettuale arruolato alla sua ideologia politica, cresciuto in esercito sempre più numeroso a mano a mano che l’accesso a posizioni di privilegio e di prestigio veniva garantito solo dall’appartenenza a quell’area. Così, praticamente dal dopoguerra ad oggi, personale selezionato o convertito alla scuola del marxismo-leninismo si è venuto impossessando sempre più massicciamente dell’orientamento ideologico delle case editrici, dei giornali, delle televisioni, delle università e delle scuole (dalle elementari ai licei), della produzione cinematografica e teatrale, della gestione di gallerie e istituti d’arte, imponendo ovunque il proprio criterio di selezione per stabilire ciò che era valido da ciò che non lo era ed educando ed orientando in tal modo drasticamente le coscienze. Di fronte a questa situazione, in cui versa tuttora il nostro paese benché i discendenti del Pci abbiano perso nel corso degli ultimi quindici anni ampie posizioni politiche, ripercuotendosi in qualche misura anche sul terreno culturale, il centro destra non ha ancora sviluppato una strategia adeguata per sottrarre alla sinistra gli strumenti della diffusione della cultura tuttora in gran parte nelle sue mani. Anche quando raggiunge il potere politico, lo schieramento moderato rimane deficitario sul terreno della comunicazione culturale, il che è un limite fortissimo perché ogni riforma politica, per potersi affermare, deve poter poggiare e nutrirsi di  quell’humus culturale nuovo, vitale, energico, che fa appello alla volontà di ”fare” basata sulla capacità e sul merito e quindi sull’esigenza di far emergere coloro che sanno dare il meglio di sé nei diversi settori in cui si articola la società. Tale deficit si sconta soprattutto sulla possibilità di veicolare a tutti i livelli, quindi attraverso le diverse forme della comunicazione culturale, questo messaggio di selezione al rialzo, per così dire, delle attività degli italiani. Però, prima ancora dell’ovvia affermazione che il centro destra non può più esimersi dall’attrezzarsi adeguatamente per avviare una battaglia su tutti i fronti per contendere e riconquistare alla sinistra gli spazi culturali che essa detiene ormai da troppo tempo, si impone di fare chiarezza circa la proposta di questa necessità culturale che è, per sua natura, del tutto alternativa a quella del postcomunismo, un postcomunismo che ha sempre teso e ancor oggi tende alla proletarizzazione dei cervelli, omogeneizzando al ribasso la condizione e quindi le capacità degli uomini. In altre parole, poiché non lo si è ancora fatto, o non lo si è fatto che poco e male, bisogna cominciare, intanto, a stigmatizzare con puntualità e rigore la “qualità” del prodotto culturale ammannito per anni dalla sinistra alla coscienza degli italiani.
Va ricordato con chiarezza che lo scopo della sinistra, come per tutte le ideologie politiche ispirate al bolscevismo rivoluzionario, era quello di instaurare uno stato totalitario dove la libera persona venisse sostituita dall’uomo sociale, abolendo cioè ogni differenza tra uomo e uomo, soffocando l’io unico e insostituibile che ispira il proprio agire alla libera creatività individuale per sostituirlo con la tirannide della collettività e dell’uguaglianza assolute. In altre parole, scardinando le fondamenta stesse della civiltà di cui siamo figli, quella civiltà dell’Occidente basata sulla centralità e sulla libertà della persona umana e sulla democrazia della società degli individui, concetti ereditati dalla cultura classica greco-romana su cui si è innestato l’afflato vivificatore del cristianesimo. Su questa strada la “politica culturale” praticata per impulso dell’ideologia marxista-leninista, mossa dalla sua radicale avversione al patrimonio culturale dell’Occidente e ovviamente al cristianesimo che ne costituisce la base etico-morale, ha letteralmente rovesciato il senso della nostra cultura. Così abbiamo assistito al travisamento e quindi alla degenerazione di tutti i principi basilari della nostra tradizione: il bello è diventato brutto e viceversa, mentre il bene e il male, nonché la verità e la menzogna, sono diventati concetti relativi o intercambiabili perché piegati e asserviti all’affermazione o alla negazione di ciò che, dal punto di vista dell’ideologia rivoluzionaria, rappresentava l’unico bene possibile, vale a dire l’affermazione del sistema collettivistico totalitario. Il senso di ciò che guidava il nostro agire, tra cui fare arte (dove la cultura di un popolo trova, nelle sue diverse applicazioni, la massima espressione della propria sensibilità e spiritualità), è stato ribaltato e snaturato: l’arte non doveva più mirare al bello e al sublime per fornire una testimonianza di ciò che più ci avvicina all’immagine del creatore del mondo, ma esaltare tutto ciò che ci volge all’ingiù e attesta la nostra natura materiale e animale, celebrando il trionfo dell’istintualità ferina di cui si sostanzia il nostro essere e la terrestrità biologica a cui si riduce l’esistenza laddove sia negato ogni riferimento alla spiritualità. In tal modo la ragione stessa dell’arte, in tutte le discipline attraverso cui si manifesta, si è confusa perché si è offuscata o addirittura perduta la capacità di discernere tra bellezza e bruttezza, tra grandezza e pochezza e, alla fin fine, tra sublime e banale. Spezzando il filo secolare della nostra tradizione, dove la concezione estetica dell’uomo obbediva alla sua sete di armonia e di bellezza così come si riscontra nella natura e nel mondo, e che ha permesso all’Occidente di progredire verso conquiste spirituali, artistiche (e, per la stessa via, scientifiche) mai ottenute da altri, l’ideologia collettivistica assolutizzata si è mossa decisamente sul versante del regresso, della distruzione dell’armonia e della bellezza e, in ultima analisi, della confusione e della decadenza propugnate e vissute all’insegna del materialismo e del nichilismo etico-estetici più furibondi e protervi. Il risultato di questo processo è sotto gli occhi di tutti: la cultura, nel nostro paese, è ormai un cadavere. Il controllo ideologico del pensiero ha banalizzato e imbruttito drasticamente ogni forma di comunicazione. La produzione poetica e narrativa è scaduta ad afasia o balbettio inconcludente e tedioso, salvo rare eccezioni costrette all’editoria o ai circoli letterari underground, come dire al silenzio. La nostra cinematografia, una volta prestigiosa benché condizionata già nell’immediato dopoguerra dalla presenza di elementi di marxismo, oggi è ridotta a sottoprodotti dilettantistici che possono incontrare il consenso solo di un pubblico imbambolato e ormai rassegnato al peggio. L’architettura e l’urbanistica, da decenni, non fanno che sconnettere, soffocare e rovinare città e borghi un tempo tra i più belli del mondo. Le arti figurative, ancora oggi, benché altrove si affermino nuove tendenze, si ostinano a ricamare ghirigori nel vuoto sempre più inutili e incomprensibili. Per non parlare del conformismo del politicamente corretto che stravolge ogni manifestazione della tradizione all’insegna del multiculturalismo e quindi della negazione dell’identità e del radicamento.

Questo, dunque, in primo luogo, deve aver presente e denunciare vigorosamente il centro destra: che l’egemonia del pensiero di sinistra non ha prodotto altro, in Italia, che sottocultura e non cultura, misconoscendo e negando, e quindi depauperando e distruggendo ignominiosamente, un patrimonio culturale e identitario che figurava tra i più alti del mondo. Nell’invocare (e nell’attrezzarci per poterla realizzare) la fine del conformismo ideologico che detiene ancora in gran parte il monopolio dei mezzi che educano e orientano le coscienze non avendo mai rotto col massimalismo fallace e distruttore delle proprie origini, non dobbiamo perdere di vista la necessità imprescindibile di tornare a riannodare il filo spezzato con la nostra tradizione, restituendo a tutti noi l’orgoglio, la sensibilità, il modo di intendere e di volere, in una parola la forma mentis ereditata dalla nostra identità italiana e occidentale, la sola capace di farci tornare ad attingere gli alti risultati che hanno caratterizzato per secoli la nostra storia.

Dionisio di Francescantonio


Sulla castrazione dei pedofili

maggio 14, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Si discute, ogniqualvolta le cronache riportano casi di pedofilia, se non sia il caso di castrare i protagonisti che si macchiano di un tal crimine. Quest’ articolo si schiera contro a partire dalle seguenti considerazioni.

L’uomo è libero di peccare, e di diventare schiavo del peccato. A dire questo, dopo il Vangelo, è l’esperienza, ovvero il ricordo di noi stessi nel tempo. Tuttavia non c’è alcun bisogno di proclamarsi credenti o non credenti per constatarlo, le nostre azioni parlano per noi: chi pensa eccessivamente al cibo, diventa eccessivamente grasso e smisurato, e quanto più trabocca il suo pensiero per il cibo rispetto alle necessarie esigenze di nutrimento, tanto più s’ingrossa e appesantisce il corpo, rendendolo sgradevole d’aspetto  e impacciato nelle elementari funzioni motrici. Chi pensa troppo a drogarsi, finisce per disprezzare chiunque si metta d’ostacolo fra lui e la droga: siano essi il parde, la madre, il fratello o le leggi dello Stato, si troverà amico soltanto di ciò che può fornirgli la droga, nella fattispecie il denaro; e come chi pensa troppo al denaro diventa egli stesso valuta, giacchè tutto filtra in termini di perdita o guadagno e dove non trovi attività interessata viene meno anche il suo interesse, così chi penserà solo a drogarsi sarà disposto a vendere qualsiasi affetto ove possa scorgerne un guadagno da investire totalmente in questa schiavitù; i tossici sono schiavi fedelissimi al proprio padrone, poichè parlano, pensano, agiscono e distruggono con grandissima tenacia ed obbedienza. Esempi di schiavitù sono del resto innumerevoli. Chi studierà troppo sui libri, finirà per diventare egli stesso simile a un libro: privo di colore, destinato ad ingiallire, spesso noioso ad ascoltarsi e sprezzante nei confronti di chi non legge nessun libro; e non è pur questa una mancanza? Del resto chi non si cerca in nessun libro, si troverà in balìa del senso comune, naufrago fra pulsioni istintive ed opinioni condivisibili. E poi c’è chi resta schiavo della proprio libido, bestia insaziabile e ingorda: i più. Non tutti infatti riescono ad addomesticare il proprio piacere, e invero la perversione sembra proprio questo: un’incapacità di ordinare il proprio appetito sessuale, che per sfogarsi scende sempre più in profondità nel macchinare situazioni in cui il piacere, smarritosi, sconfina nel suo opposto, nella brutalità. Come un cane che latra continuamente rimbombando nelle orecchie del padrone, la lussuria chiede continuamente bocconi di cui saziarsi, e mai sembra smettere. Eppure, vi sono momenti nella vita di ogni persona, in cui la cagna tace. Sono incontri d’amore, come chiamarli altrimenti? Ciascuno da sè sa riconoscerli: quando lo sguardo è terso, il cuore -forse per caso- sgombro, e il mondo intero sembra raccogliersi entro un sentimento puro e disinteressato, attivato magari da un semplice dettaglio che prende corpo nella memoria e la trasfigura.

Ecco come Montale ebbe modo di descrivere tali “occasioni”, occasioni d’ amore si potrebbe sottintendere, in questa poesia contenuta negli “Ossi di seppia”, e intitolata “Incontro”.

Tu non m’abbandonare mia tristezza/ sulla strada/ che urta il vento forano/ co’ suoi vortici caldi, e spare; cara/ tristezza al soffio che si estenua: e a questo,/ sospinta sulla rada/ dove l’ultime voci il giorno esala/ viaggia una nebbia, alta si flette un’ala/ di cormorano.

La foce è allato del torrente, sterile/ d’acque, vivo di pietre e calcine; /ma più foce d’umani atti consunti,/ d’impallidite vite tramontanti/ oltre il confine/ che a cerchio ci richiude: visi emunti,/ mani scarne, cavalli in fila, ruote/ stridule: vite no: vegetazioni/ dell’altro mare che sovrasta il flutto.

Si va sulla carraia di rappresa/ mota senza uno scarto,/ simili ad incappati di corteo,/ sotto la volta infranta ch’è discesa/ quasi a specchio delle vetrine,/ in un’aura che avvolge i nostri passi/ fitta e uguaglia i sargassi/ umani fluttuanti alle cortine/ dei bambù mormoranti.

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo/ presagio vivo in questo nembo, sembra/ che attorno mi si effonda/ un ronzio qual di sfere quando un’ora/ sta per scoccare;/ e cado inerte nell’attesa spenta/ di chi non sa temere/ su questa proda che ha sorpresa l’onda/ lenta, che non appare.

Forse riavrò un aspetto: nella luce/ radente un moto mi conduce accanto/ a una misera fronda che in un vaso/ s’alleva s’una porta di osteria./ A lei tendo la mano, e farsi mia/ un’altra vita sento, ingombro d’una forma che mi fu tolta; e quasi anelli/ alle dita non foglie mi si attorcono/ ma capelli.

Poi più nulla. Oh sommersa! : tu dispari/ qual sei venuta, e nulla so di te./ La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari/ dal giorno sparsa già. Prega per me/ allora ch’io discenda altro cammino/ che una via di città,/ nell’aria persa, innanzi al brulichio/ dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io/ scenda senza viltà.

Qui le fronde di una pianta sulla soglia di un osteria, risvegliano nel poeta il ricordo di una nuca, dei capelli su cui forse egli pose la sua mano carezzevole. Non importa di chi sia il volto, importa l’istante in cui il ricordo pervade di senso la tristezza del momento, la mancanza di un senso a cui accompagnarsi, acuita nella dispersa moltitudine degli uomini: è questa un’occasione d’amore, d’ improvviso conforto, presto inabissatosi nei meandri della memoria. Momenti che al poeta tocca esprimere, ma che si deve credere accadere ad ogni uomo.

E proprio perchè anche al peggiore degli uomini, all’assassino più efferato, al pedofilo più corrotto è concesso primo o poi di provare un istante d’amore, sarà sempre una scelta personale quella di abbandonare la via che ci ha resi schiavi e impotenti di fronte ai nostri misfatti. Togliere la bottiglia all’avvinazzato, o nascondere le armi all’assassino, castrare un pedofilo, o impedire ad una donna di estirpare il figlio nascituro dal suo grembo, in questo senso sembreranno operazioni simili a chi voglia potare un cespuglio di rovi partendo dalle spine: mentre il male si nutre alla radice, e tale radice sembra essere l’ignoranza.

L’ ignoranza, lontana dall’essere quella di chi non ha mai letto un libro, si potrebbe chiamare ciò che per mezzo dell’illusione fa considerare un male per un bene. Ebbene, se scopo dei politici è sradicare il male dalla società castrando i pedofili, diano per primi il buon esempio impugnando le forbici e tagliandosi in pubblico la lingua, così spesso impunemente testimone di scandalo e malaffare.

GIOVANNI TRAVERSO


Guillaume Faye: la colonizzazione dell’Europa

aprile 29, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

IL Culturista vi propone da oggi una selezione  di testi di Guillaume Faye, studioso francese non classificabile e indipendente.

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“Vi apparirò ora incredibilmente utopico, quanto apparivano coloro che, all’inizio del secolo, prevedevano che per far girare le fabbriche non sarebbero più state necessarie pesanti macchine a vapore, ma semplici prese di corrente incassate nei muri. Altrettanto utopico di coloro che credevano che macchine più pesanti dell’aria potessero levarsi in volo, che la carta carbone stava per essere rimpiazzata dalle fotocopiatrici, che il comunismo era solubile nel liberalismo, e che la prima religione in Francia potrebbe diventare un giorno l’Islam.

La caratteristica centrale della storia è che essa è molto più surrealista della fantascienza stessa. Lungo il fiume della storia, l’impensabile è possibile. Mi spiego meglio. Gli storici del futuro, diciamo del 3000, considereranno forse che il maggior avvenimento del XX secolo e dell’inizio del XXI non sarà stata la prima o la seconda guerra mondiale, né il comunismo o la sua fine, né l’aviazione, né l’automobile, ma la metamorfosi – parola più forte di “rivoluzione” – delle civiltà umane provocata dal congiungersi dell’ingegneria biologica e dell’informatica.

La tecnoscienza contemporanea è un fattore storico d’importanza capitale. Essa può sconvolgere tutte le carte. Persino quelle della geopolitica e delle capacità genetiche innate dei popoli. Interferisce con la spiritualità e trasforma i dati della religione e della filosofia. Senza entrare nei dettagli, sappiamo sin d’ora che 1) la potenza degli elaboratori sarà centuplicata o più da ora al 2020; 2) dei ponti vengono stabiliti tra l’ingegneria genetica e l’informatica; 3) le capacità di intervento sul genoma (umani, animali, piante) segue una progressione geometrica.

No, non andremo tra le stelle, non colonizzeremo altri pianeti, altri sistemi solari (del resto, a che serve?) (2), ma noi faremo di meglio e di più: modificheremo l’uomo dall’interno. In altre parole, siamo alla fine dell’umanismo. In bioinformatica, tutto rischia di divenire possibile. Dalla fabbricazione di chimere (ibridi uomo-animale), all’uomo bionico, passando, alla rinfusa per l’eugenismo positivo, la fabbricazione di esseri umani specializzati (iper-intelligenti, iper-resistenti, iper-aggressivi, iper-longevi, etc., a scelta), cloni, fabbricazione di organi o geni di soccorso, nascite senza gravidanza in incubatrice con eventuale programmazione del feto (fattorie di allevamento umano), creazione di elaboratori biologici a biochip dotati di meta-intelligenza e meta-sensibilità, così come androidi del medesimo tipo. Eccetera.” (Continua)


Prostitute al Chiambretti show

aprile 12, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Mi fermo all’autogrill. Libro in bellavista di  Patrizia D’Addario, dall’eloquente e curioso titolo “Gradisca Presidente”. Mi fermo al secondo autogrill (eh oh, c’ho fame). Un libro è esposto tra Whinnie The Pooh e Andrea Gallo (aiuto!), si tratta di “Confessioni di una trans” di Efe, trans turco/a che conquistò per diverse serate le poltrone vellutate del Chiambretti Show, Porta a Porta, Matrix, Annozero e compagnia cantante, grazie al caso Marrazzo. Sfoglio qualche pagina. Efe racconta <<storie vere di 10 anni di professione>> , tra baristi, avvocati, professori, imprenditori e politici. Patrizia d’Addario fa lo stesso, aggiungendo un non richiesto (dal lettore medio) capitolo melodrammatico che racconta la triste giovinezza, per poi passare alla minuziosa descrizione delle performance sessuali del premier e dei relativi compensi. Mi accorgo insomma, che in Italia, non solo si commettono reati alla luce del sole, (o del lampione) che restano limpidamente impuniti, ma addirittura siamo arrivati al punto in cui conviene che il reo renda pubbliche le sue malefatte. Vediamo da mesi  prostitute e trans in televisione, sui giornali e ora pure nei libri. Nessuno sembra aver protestato. Non si vede nessuna associazione presentare esposti, nessun Papa lamentare l’annichilimento dell’umanità, nessun politico gridare allo scandalo. Sembra che l’italiano medio non sia affatto turbato da questo fenomeno ma che, anzi, ne sia molto attratto: peggio, complice: perché le leggi del mercato editoriale parlano chiaro: se vendi, finisci all’autogrill. Se finisci all’autogrill, vendi. Alla luce del tangibile  favoreggiamento globale  e nazionale del reato di prostituzione, con tanto di marketing editoriale,  mi chiedo se non sarebbe il caso di ridiscutere una proposta di regolamentazione dello stesso. Insomma, rimandiamo a casa le ragazzine rumene e le donnone nigeriane sfruttate. Mettiamo in galera gli sfruttatori. E poi, diamo una partita iva a queste signorine self / everybody made- woman, da 8.000 euro a giornata. Magari ci guadagniamo anche noi.

Elisa Serafini


Ismo ismo, invochiamo il nuovo futurismo!

aprile 9, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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A proposito dei suggerimenti in merito ad un possibile indirizzo di politica culturale, aspetto non irrilevante trascurato anche recentemente nella redazione del programma elettorale del centrodestra, va ricordato un aneddoto riferito al Giappone e allo spirito del suo popolo. Avendo chiesto uno straniero ad alcuni giapponesi perché si ostinavano a coltivare con grande fatica e con modesta resa il riso in un paese largamente montuoso che richiedeva investimenti e quindi comportava un costo del prodotto superiore a quanto sarebbe stato effettivamente  l’esborso complessivo in denaro se si fosse provveduto all’acquisto sul mercato internazionale presso i paesi grandi produttori della nota graminacea largamente disponibile, si sentì rispondere che la coltivazione del riso era parte essenziale del paesaggio che così modellato era appunto il Giappone. Ora questo discorso di valore universale può essere riferito alla nostra terra (sia le piccole patrie – i municipi, le province, le regioni – sia la grande, l’Italia) tanto per i prodotti agricoli (come per tutti gli altri) quanto, naturalmente, per le opere dell’ingegno in generale, dalle più concrete alle più astratte. Esse tutte caratterizzano, in relazione alla loro minore o maggiore esemplarità, il nostro paese. L’attenzione alla terra, al commercio, all’industria, ai costumi, alla lingua della nostra regione e della nostra patria non può essere trascurata. Non credo che questo sia provincialismo. Se difendiamo i nostri prodotti  e pretendiamo il riconoscimento del marchio “doc” in sede europea, perché non dovremmo difendere la nostra lingua e i nostri dialetti? Chi da tempo è venuto facendo ciò, ha compiuto un’opera meritevole ed egregia. Non si tratta di rinchiudere la propria vita in seno al “piccolo mondo antico”. Si tratta piuttosto di far fronte alla spersonalizzazione sempre più profonda che ci è venuta negli ultimi decenni imponendo la civiltà statunitense (nell’immediato dopoguerra), tenendo presente che anche le istituzioni europee hanno contribuito a ridimensionare la specificità culturale di tanta parte della nostra sensibilità e della nostra riflessione. Da ultimo la mondializzazione ha ulteriormente concorso ad inserirci in un circuito che conduce verso l’approssimazione all’anonimato. E compito dunque della politica culturale del centrodestra ritrovare quel “cuore antico” che è caratteristico del nostro popolo (come lo è – differente dal nostro – di altri popoli, vicini e lontani) che ci permetta di affrontare il futuro senza che si debba temere per il tramonto della nostra “civiltà”. E questo è il termine preciso per indicare l’esserci storico italiano in genere: la “civiltà italiana” è stata caratterizzata da due significativi momenti, quello romano (pagano e cristiano) e quello comunale, attorno all’anno Mille (donde poi l’Umanesimo e il Rinascimento). Tutto quello che è stato prodotto in questo snodi focali della nostra storia (ma anche tutto quello che ne è conseguito) non può essere disperso dagli Italiani odierni (in preda a sindrome masochista). Deve essere rivissuto attraverso le sue tappe significative fino ai giorni nostri. La ricapitolazione è l’anticipo ideale di ogni possibile salto di qualità inteso a non indebolirsi.  Non si può scherzare su tutto ciò perché qua e là si avverte un sottile senso di disintegrazione. Rispondendo in data odierna ad un intervento di Nicola Vacca a proposito di quanto egli viene attribuendo al ministro della P.I. Maria Stella Gelmini in materia di insegnamento della Resistenza (nell’ultimo anno dei programmi della scuola media di secondo grado, quale che sia l’orientamento degli studi), ho dimenticato di far rilevare una cosa curiosa ma significativa: alla storia italiana, nella maggior parte dei volumi (biennali e triennali), viene dedicato sempre minore spazio. L’Italia, nei suoi eventi, sembra cosa modesta e trascurabile (e questo da parte di professori universitari o dei loro assistenti che sono a stipendio dello Stato appunto italiano). Diciamolo pure: si è passati dall’ipernazionalismo fascista all’iperinternazionalismo antifascista. Di quest’ultimo atteggiamento molti sono i padri, occorre cercare di pensionarli in fretta. La colpa di questa “esterofilia ruffiana” è tutta loro e dei loro discendenti, quali che siano i posti che essi (per grazia ricevuta) sono venuti occupando in seno alle organizzazioni culturali. E’ quindi necessario attivare un movimento di controtendenza che sappia rivalutare da punti di vista consueti e, magari, originali quanto fa parte irrinunciabile del nostro essere liguri e italiani, italiani e liguri (essendo partecipi, in maniera più mediata, anche dello spirito di tutte le regioni della nostra penisola). Credo che questo sia l’intento che, pur se in determinate circostanze costretto a rimanere sullo sfondo, debba animare anche quelle esternazioni, soggettive, sbrigliate di cui sovente danno saggio alcuni “Culturisti”. Infatti se dallo Sturm und Drang non pochi degli autori “romantici” finirono per allontanarsi, esso rimase pur sempre un atteggiamento originario eversivo e sperimentale destinato a ritornare nella cultura germanica. Per quella italiana c’è da chiedersi se una ventata di rinnovato “futurismo” (senza riferimenti alle attuali discutibili versioni che ne danno i seguaci del presidente della Camera dei  Deputati), capace di incidere, rinnovando la nostra cultura non sia effettivamente auspicabile.

Claudio Papini

(nella foto Marinetti & co)


Per il PDL genovese ci vuole una mutazione genetica

aprile 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Il risultato deludente delle elezioni regionali in Liguria ha messo in evidenza un chiara debolezza del PDL nella città di Genova. Vincente nelle due province del ponente, Imperia e Savona, e nei comuni del levante genovese il partito berlusconiano ha mostrato il fianco nel capoluogo, con una percentuale raccogliticcia e insignificante. Come è noto, risulta essere difficilissimo affermarsi alle regionali della nostra terra se non si ha un buon risultato nella città principale, che raccoglie più della metà degli aventi diritto al voto. E’ dunque giunto il momento di dire forte e chiaro quello che moltissimi tra gli iscritti e gli attivisti pensano: a Genova è necessaria una potente svolta organizzativa all’interno del partito. Non si tratta di attaccare questo o quello ma di chiedere a gran voce una struttura articolata in grado di confrontarsi con l’apparato militaresco della sinistra. Per quel che mi riguarda individuo le seguenti problematiche:

1) Manca la figura di un vero e proprio organizzatore all’interno del partito, una persona in grado di tenere le fila, capace di visione manageriale e dotata di sguardo lungimirante: le responsabilità vanno suddivise per materie e affidate a singoli competenti (altro che commissioni fasulle e caotiche per dare un po’ di fumo negli occhi!); non si possono più avere le liste elettorali a venti giorni dal voto; è necessario selezionare e formare i candidati in netto anticipo sulle scadenze, bisogna tener viva la tensione per tutto l’anno con eventi, promozione, convegni; i contatti con le categorie produttive devono essere al centro costantemente.

2) E’ assolutamente indispensabile nominare un responsabile cittadino della comunicazione e della cultura. La campagna elettorale di Biasotti e di tutti i candidati è stata segnata da un grigiore e da un provincialismo estremo. Finite le elezioni poi, le iniziative sono tutte affidate alla buona volontà dei singoli, senza alcun coordinamento o linea editoriale. Si comunicano in modo penoso i contenuti di cui siamo ricchi. I rapporti con la stampa e le televisioni non sono curati e mancano incentivi. Non viene dato il giusto peso alla cultura e sappiamo che fare cultura a 360°, in modo moderno e non paludato, significa coinvolgere le menti migliori e più innovative, i giovani e molte donne.

3) E’ stato abbandonato il territorio alla Lega e alla sinistra, i vecchi circoli di AN sono stati sciolti, i contatti fra gli iscritti, gli elettori e gli eletti si verificano soltanto durante le campagne elettorali. Non dico di tornare alle sezioni di partito ma aprire pochi clubs di nuova concezione, ben fatti e gestiti oculatamente, aiuterebbe moltissimo a ritrovare il contatto con la gente. Ci vuole maggior coraggio nell’esporsi sui temi scottanti: se è il caso andare in piazza a gridare o legarsi ai pali per protestare.

4) E’ ormai esiziale dare spazio a volti nuovi e di qualità che catalizzino la fiducia dei giovani e di quelle ampie frange di astensionisti a cui si lega spesso il risultato del voto. Personalità simili ci sono eccome ma fino ad oggi sono state lasciate ai margini dai signorotti delle preferenze e dalla nomenclatura, timorosa di perdere le proprie comode poltroncine. I candidati pidiellini alle ultime regionali erano quasi tutti volti noti; usurate e stantie volpi della politica vecchio stampo che pescano i propri voti nello stesso bacino poco profondo e garantito. Nessuno di loro aveva l’appeal ampio e il consenso trasversale di un Enrico Musso.

5) Manca totalmente una visione originale e d’insieme della città. Cominciamo da subito a lavorarci.

6) Non si può più litigare costantemente tra noi. Perdere due, tre quattro personalità di richiamo per banali motivi, può incrinare la credibilità e inficiare le votazioni. Il PDL è un partito composito ma deve restare  sempre unito e mettere da parte le beghe di corrente, le consunte rivalità fra post-aennini ed ex Forzaitalia. Siamo tutti nella stessa barca, ed è una barca rossa, oppressiva, coriacea.

Noi non vogliamo morire in una città mediocre e di sinistra. Noi vogliamo prendercela questa città e farne un gioiello invidiato da tutti, già a partire dalle comunali. E’ ora di cambiare registro per vincere senza pudore.

MAURIZIO GREGORINI


Donne con gli spigoli? No grazie

marzo 31, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Donne con gli spigoli? No, grazie. Alcune, se le abbracci, sembra addirittura che ti scricchiolino tra le mani. Secche, troppo magre. Non malate, ma ossessionate dalla forma fisica. Si piacciono così e la colpa, a volte, è anche nostra. Perché noi donne, ammettiamolo, quando vogliamo siamo davvero perfide. Come quando rivediamo una conoscente dopo tanto tempo, magari una ex compagna di classe. Ancora bella, lei. Ancora in forma, lei. E senza rughe, sempre lei. La squadriamo e, intanto, mediamo la frase più acida per colpirla nel vivo. Poi esclamiamo: Come stai bene, cara, ingrassare un po’ ti ha reso più femminile! Stronze. Ma poi, chi l’ha detto che avere qualche chilo in più sia così brutto? Anzi. In tempi di crisi, soprattutto, chi è in carne trasmette allegria e benessere. Non obesa, attenzione, ma “giusta”, come dicono le mamme. Anche Anna Wintour, perfido direttore della bibbia della moda Vogue America, si è ricreduta. “È ora di finirla con gli abiti da passerella che vanno bene solo a una tredicenne alle soglie della pubertà”, ha dichiarato, perfetta col suo caschetto biondo durante una riunione sulla salute delle modelle, a Boston, lo scorso 22 marzo. Lei, ispiratrice del diavolo della moda, che veste solo Prada, sembra aver ceduto (finalmente) al fascino della pancetta e ha sparato a zero contro la magrezza sfilata sulle passerelle e nei giornali negli ultimi 10 anni. La punta dell’iceberg di una tendenza che ha preso piede soprattutto durante gli ultimi defilè femminili, quando due colossi del lusso come Prada e Louis Vuitton hanno scelto indossatrici più “in carne” degli anni passati. E meno male! Perché, ammesso di avere i soldi per comprarli, entrare in quei tubini o in quegli hot-pants per noi, ragazze cresciute a pastasciutta, sarebbe stata una mission impossibile. Ma davvero dobbiamo invidiare le modelle? Ma davvero vogliamo vestire come loro? Fidatevi, ne ho viste di ragazze belle nei back stage delle sfilate, ma non avete idea di come stiano senza quei vestiti! Di viso belle, bellissime, non c’è dubbio. Ma fisicamente ossute, emaciate e divoratrici solo di barrette energetiche. E’ vita quella? D’altronde per lavorare al computer si può avere anche una sana taglia 42. E poi non direte mica che Laetitia Casta, Sabrina Ferilli e Elle McPherson sono grasse? Eppure non entrerebbero neanche con una gamba in una 38! E, allora, pensiamoci bene prima di cominciare diete drastiche per l’estate. Rassodiamo magari un po’ qua e un po’ là ma, poi, godiamoci la vita. Mangiamo con serenità ed esibiamo senza vergogna, ma sempre con classe, seni strizzati, braccia rigogliose e visi rubicondi. Volete mettere il paragone con le gambe-grissino, gli zigomi pronunciati e le scapole in vista? I rumors dei blogger più informati sostengono che riviste come Vogue Italia e marchi come Givenchy e Louis Vuitton stiano cercando volti e corpi più floridi e meno stereotipati del passato. Curve al posto di spigoli, dunque. Un po’ com’era sulle passerelle anni ’90. Linea condivisa anche dalla Wintour. In teoria, però. Sembra, infatti, che la terribile guru della moda abbia prima seguito la tendenza popolare a promuovere modelle formose ma, poi, abbia rifiutato di pubblicare sul suo giornale le foto dell’attrice extra large Gabby Sidibe. Ipocrisia? Meglio ha fatto Alexandra Shulman, direttrice dell’edizione britannica di Vogue, inviando una lettera di protesta ai più famosi fashion designer, affinché smettano di produrre abiti che solo una donna ai confini dell’anoressia è in grado di indossare. Ma non solo, la Shulman rivela anche che le riviste di moda usano spesso un programma di fotoritocco, per far sembrare le modelle più grasse anziché più magre e non essere accusate di promuovere un’immagine negativa. E allora, care modelle, non sarebbe meglio metterli su davvero questi chiletti? Anche perché sembra che a preferire un abbraccio morbido sia più del 50% degli italiani. Vogliamo deluderli?

ANTONIA RONCHEI


Contro Fare Futuro abortista

marzo 24, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Negli ultimi giorni la malpremiata ditta di Fare Futuro ha sfondato l’ultimo diaframma che la divideva dal laicismo spinto e dall’abominio della sinistra autodistruttiva progressista: si è schierata infatti su posizioni abortiste. I bardi finiani (meglio dire sarkoziani, viste le copiature) non sono stati neppure sfiorati dall’idea che il nostro è un paese cattolico. Nemmeno può importare loro che l’abortismo (benthanianamente) è antiutilitarista e sta alla base del calo delle nascite. Chissenefrega poi se l’aborto va contro ogni concezione dei diritti del neonato, diritti alla vita tanto sbandierati dagli stessi Farefuturisti in altre occasioni. Vogliamo poi parlare dell’amore filiale? Di quanto esso sia bistrattato e convulso di questi tempi? Ma ai nuovi cantori del laicismo sfrenato che può interessare se l’egoismo trionfa e il sesso libero domina? Il Culturista desidera da oggi prendere distanza definitiva dalla ghenga finiana, per noi collocata ormai all’opposto di ogni nostro principio e tesa a distruggere quel poco che resta della società.

MAURIZIO GREGORINI

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