Evola, Jung e la psicoanalisi
L’equivoco psicanalitico, al centro di questo articolo pubblicato da Evola su Il Secolo d’Italia il 26 agosto 1964: non era certo una novità per chi si rifaceva alla Tradizione Integrale e che metteva d’accordo, per una volta, guénoniani ed evoliani. Lo riproponiamo ai Culturisti, sperando di suscitare il loro interesse.
Glauco Berrettoni
(nella foto C.G.Jung)
C.G.Jungì – REALTÀ DELL’ANIMA
Il libro di C. G. Jung recentemente uscito per le edizioni Boringhieri col titolo Realtà dell’anima riunisce dieci saggi del notissimo psicanalista svizzero, morto l’anno scorso (1). Gli argomenti sono vari ma, naturalmente, vi ricorrono costantemente le idee fondamentali del sistema dell’Autore, presentato come una elaborazione più completa e più spiritualistica di quella del Freud.Due di questi saggi, sull’Ulisse di Joyce e su Picasso, rientrano nel campo dell’arte. Del primo, apprendiamo con piacere che lo stesso Jung solo a gran fatica e annoiandosi giunse a leggere l’Ulisse sino in fondo;le considerazioni da lui svolte su questo famoso romanzo come un fenomeno e uno specchio del clima dei tempi, più che come opera d’arte, spesso sono interessanti e rivelatrici.
Un altro saggio è dedicato alla donna in Europa. È preceduto dalla citazione di un noto passo di Nietzsche: «Tu ti dici libero? Voglio udire il tuo pensiero dominante. Ti dici libero, ma per cosa? Vi sono di quelli che hanno gettato il loro ultimo valore quando hanno gettato il loro vincolo». Il saggio, tuttavia, non dà affatto quel che esso promette in base a questa citazione, applicabile ottimamente alle rivendicazioni della donna moderna. Stupisce poi sentir dire da chi, come lo Jung per la sua professione, di soggetti femminili dovrebbe averne studiati fin troppi, che nelle relazioni con l’altro sesso le donne aspirerebbero ad un rapporto di anime, mentre all’uomo interesserebbero quasi soltanto le relazioni sessuali. Il saggio finisce –dopo un accenno all’«anticulturale mancanza di relazioni da cui è sorta la terribile barbarie della guerra» (sic)- con la strana affermazione che «la donna moderna si trova di fronte ad un grandioso compito, il quale segna forse l’inizio di un’epoca nuova». Forse lo vediamo già nelle belle anticipazioni dell’America U.S……
Un breve saggio è dedicato allo stesso Freud. Vi si mette giustamente in rilievo la misura in cui le sue teorie si sono definite in funzione polemica contro le concezioni puritane borghesi e vittoriane del precedente periodo. Vi ha dunque agito un fattore contingente storico, esulante, come tale, dal campo puramente scientifico ed obiettivo.
Ad aver propriamente attinenza col titolo del libro, Realtà dell’Anima, sono i due primi saggi e l’ultimo. In questa sede, sarebbe frivolo procedere ad una disanima critica che investirebbe necessariamente tutto il sistema dello Jung. Ci limiteremo dunque a un semplice accenno.
Lo Jung combatte la «psicologia senza’anima», ossia la psicologia che nega alla psiche una realtà a sé, riducendola ad un prolungamento e ad una funzione dei processi fisiologici e corporei. Fin qui, si può essere d’accordo, anche se questa teoria materialistica ha ormai fatto il suo tempo. Ma quando si va a vedere quale è l’anima a cui lo Jung rivendica la dignità di un principio reale e autonomo, di una forza animatrice dello stesso corpo, non si trova nulla che corrisponda al concetto tradizionale dell’Io cosciente. Si trova invece il famoso «inconscio», il quale ha un carattere collettivo e che s’identifica quasi con l’eredità e la memoria della specie durante i millenni e che viene dato come una «totalità» anteriore alla coscienza umana. L’Io cosciente sarebbe solo un fenomeno tardivo rispetto all’inconscio, e egli si illuderebbe assai quando pensa di essere «padrone a casa sua» -perché l’inconscio sarebbe la vera forza motrice della psiche conscia, pronta a vendicarsi quando non la si segue e non ci si conforma alle sue esigenze. In che modo il conscio abbia potuto «svilupparsi» dall’inconscio – questo è un mistero che lo Jung non ha mai pensato di spiegare.
Comunque è chiaro che, come si suol dire, dalla padella si cade nella brace. Il carattere di «realtà» viene rivendicato, di contro alla psicologia materialistica, ad una entità misteriosa la quale a sua volta rende quasi irreale e effimero tutto ciò che è vita psichica veramente consapevole e centrata sull’Io personale. Lo Jung giunge a dire che quella realtà universale e totale a cui gli antichi davano il nome di cosmos e di «Dio» sarebbe in fondo, scientificamente, l’inconscio. Egli interpreta il mysterium coniunctionis, il mistero dell’unione e delle nozze mistiche di cui parlano mistici e ermetisti come un simbolo del compito dell’unione dell’Io conscio con l’inconscio: compito, di una importanza decisiva non solo nel campo psicoterapico ma altresì nel problema del ridimensionamento della nostra civiltà.
Lo Jung chiama il «Sé» l’essere integrale che nascerebbe da questa unione della psiche conscia (l’Io) con l’inconscio collettivo. Malgrado che qui vi sia il presentimento di una superiore verità, nel quadro delle teorie dello Jung tutto questo resta una pura fisima e, praticamente, qualcosa di assai pericoloso. Come si può mai pensare di giungere a qualcosa di positivo nell’affrontare l’inconscio, nel riconoscerlo e nell’accettarlo, quando non si parte dal riconoscimento della realtà, della possibile sovranità e perfino della «sovrannaturalità», di un Io cosciente, quando questo Io, invece, come si è detto, viene ridotto ad un tardivo e incomprensibile prodotto e ad un frammento dell’inconscio collettivo? Nel caso dell’uomo quale lo concepisce lo Jung (ossia se questa concezione scombinata fosse vera), di rigore non una integrazione ma una regressione sarebbe l’unico esito dell’avventura.
L’ultimo e più lungo saggio, Presente e futuro, ripropone la stessa tematica in una critica della civiltà e della società di oggi. Lo Jung denuncia i processi attuali di «massificazione» dell’uomo, di standardizzazione e di organizzazione collettiva distruttrice della personalità. Fin qui, tutto bene, sebbene questa polemica sia ormai divenuta quasi un noioso luogo comune. Dallo Jung essa, peraltro, è condotta in un modo radicale che sbocca in un individualismo protestanico e quasi anarchico. Infatti, per lui le stesse religioni positive sarebbero forme collettivizzanti da respingere. Solo una relazione puramente individuale e diretta del singolo con “Dio” può salvarlo dalla dissoluzione nelle masse. Se qui lo Jung esita ad identificare «Dio» con l’inconscio, egli tuttavia vede nell’inconscio l’unico luogo di questa esperienza (mentre, se mai, tale luogo dovrebbe essere il “superconscio”). Tutti i principali dissidi e i conflitti dell’attuale società (non manca il solito spauracchio della catastrofe apocalittica in margine all’èra atomica) non sarebbero che effetti e riflessi della scissione fra il conscio e l’inconscio, del mancato riconoscimento del fondo oscuro della psiche.
L’accordarsi con esso, «curando» questo dualismo, viene presentato come il compito del presente e del futuro, quasi sotto la specie di un farmaco universale nei riguardi dei nostri destini. Non occorre dire che nello Jung l’orrore per la guerra ha per controparte quello per gli «Stati dittatoriali» presi in blocco (i loro errori, peraltro, non sarebbero «che il culmine delle atrocità di cui si sono resi colpevoli i nostri antenati, lontani e vicini») e per ogni principio di autorità (tranne, naturalmente, quello dello psicanalista, che si sostituisce al sacerdote e al maestro spirituale, nel segno della nuova «scienza»).
Nello Jung è penoso veder affiorare qua e là motivi validi commisti a deformazioni e a vere idee fisse professionali (della prassi neurologica e pediatrica). Per via di queste commistioni, presso a decisi sconfinamenti nel campo della spiritualità, della religione e dei simboli, lo Jung, praticamente, è più pericoloso del Freud, perché può sedurre molti palati più delicati a cui non va il cibo grossolano della psicanalisi freudiana. Costoro non si accorgono che in ultima istanza, come si dice popolarmente, «se non è zuppa, è pan bagnato».
JULIUS EVOLA, in Il secolo d’Italia, 26 Agosto 1964
(a cura di Glauco Berrettoni)
Evoluzionisti, w la specie, abbasso la persona umana

Le ipotesi della scienza evoluzionistica non sono incompatibili con la fede cristiana. I Padri della Chiesa sostenevano, infatti, che Dio ha posto nella materia le capacità – le rationes seminales – necessarie a generare nel tempo le diverse creature.
Incompatibili con la fede sono, invece, le nozioni scientifiche manipolate e sofisticate da Darwin e dai suoi seguaci, allo scopo di rovesciare la teologia cristiana nell’ipotesi mitologica che attribuisce al Caso la creazione di tutti gli organismi viventi.
L’esame critico e la confutazione della dottrina darwiniana sulla divinità del Caso, pertanto, competono alla filosofia e non alla scienza sperimentale.
Prima di consultare gli artefatti testi della biologia evoluzionistica, gli studiosi intesi alla demistificazione del darwinismo devono compiere una faticosa e spregiudicata esplorazione delle filosofie acquattate sotto le maschere e i travestimenti scientifici.
Nicola Abbagnano, un pensatore che non può essere sospettato di creazionismo, aveva, peraltro, stabilito che l’ipotesi evoluzionistica apparve proprio nel momento in cui l’idea romantica ed idealista del progresso si affermò nella sua massima universalità.
Pubblicato in questi giorni, per i tipi dell’editrice veronese “Fede & Cultura”, il convincente saggio “Contro Darwin e i suoi seguaci” soddisfa l’esigenza di una rigorosa indagine filosofica proponendo il resoconto di un viaggio nel labirinto delle filosofie (di Condorcet, Hegel, Schelling, Comte e Marx) dalle quali Darwin dipendeva.
Autori dell’esauriente saggio sono Francesco Agnoli ed Alessandro Pertosa, due giovani, animosi e qualificati esponenti dell’avanguardia cattolica, che si è ricostituita dopo gli anni della decadenza progressista.
La lucida risolutezza dei due giovani studiosi ha osato aprire l’armadio in cui sono conservati gli scheletri del darwinismo, cioè le camuffate sofisticazioni, i taciuti filosofemi, i nascosti, inconfessabili furori, il devastante pessimismo e la tanatofilia.
Investigate senza imbarazzi e rispetti umani, le teorie dettate dal delirio filosofico in cappa bianca tradiscono le loro segrete magagne; la condanna della pietà e l’avvilimento della persona umana al rango dell’animalità. Non il rispetto degli animali, ma l’animalismo, l’abbassamento dell’uomo alla stalla, dove è trattato come il risultato di una specie senza anima e perciò sottoposto agli spietati imperativi dell’eugenetica.
L’ideologia evoluzionistica vuole che la legge tuteli soltanto il bene della specie. Il singolo in cui non si attua l’evoluzione della specie, non ha diritti e può essere soppresso o lasciato morire.
Senza vergogna, scriveva Darwin: “Noi uomini civilizzati facciamo di tutto per arrestare il processo di eliminazione; costruiamo asili per pazzi, storpi e malati; istituiamo leggi per i poveri ed i nostri medici esercitano al massimo la loro abilità per salvare la vita di chiunque all’ultimo momento. Vi è motivo per credere che la vaccinazione abbia salvato un gran numero di quelli che per la loro debole costituzione un tempo non avrebbero retto al vaiolo. Così i membri deboli delle società civilizzate propagano il loro genere. Nessuno di quelli che si sono dedicati all’allevamento degli animali domestici dubiterà che questo può essere altamente pericoloso per la razza umana”.
Prima di sprofondare nella follia, Nietzsche, fedele interprete del darwinismo e perciò implacabile accusatore della religione che riconosce la sacralità della persona umana, dichiarava a sua volta: “La compassione intralcia totalmente la legge dell’evoluzione, che è legge della selezione. Essa conserva ciò che è maturo per la fine, oppone resistenza a vantaggio dei diseredati e dei condannati dalla vita, essa conferisce alla vita stessa, attraverso l’abbondanza dei malriusciti di ogni specie che conserva in vita, un aspetto grigio e precario”.
Dietro il casto paravento buonista e umanitario, è questo il programma soggiacente agli aborti terapeutici, alle manipolazioni genetiche e alle eutanasie: illuminare, festeggiare la vita mediante il bestiale sacrificio dei c. d. malriusciti.
Sennonché la festa dell’evoluzione è una scena precaria e senza luce. Non appena si pone la domanda sulla finalità il mito evoluzionistico dilegua e svanisce nelle nebbie del pessimismo radicale, dove regna la natura insensata, la madre tenera e feroce, incubo che domina gli scritti dei maestri del sospetto, Leopardi, Schopenhauer e Nietzsche.
I vertici dell’evoluzione sono le immagini della morte e del nulla. Non stupisce, dunque, che l’estremo orizzonte dell’evoluzionismo sia l’apologia della dolce morte. Umberto Veronesi, borioso e malinconico epigono di Darwin, giustifica rappresentando il suo incubo gnostico: “Il mondo è pieno di mostruosità, di orrori, di sbagli, dove tutti sono contro tutti”.
PIERO VASSALLO
La suina c’è già stata molti anni fa

I miei sensi anunnaki mi fanno captare che in Italia il 14 ottobre u.s., secondo il calendario terrestre vigente in quel Paese, è stato vaccinato contro il virus H1N1 il primo umano autoctono, un medico della locale Asl di circa 40 anni. Poverino. Ciao a tutti, sono Gihungi l’Anunnako, e questo è un mio messaggio spazio-tempo. Consultando i miei database spazio-temporali, ho trovato non essere la prima volta che si sente parlare di influenza suina sulla Terra, anche se la maggior parte dei terrestri non ne è a conoscenza: nel 1976 quelli che gli umani chiamano Stati Uniti d’America furono giá scossi da una presunta pandemia di febbre suina, causata da un ceppo influenzale che pareva molto simile alla Spagnola del 1918. L’allora Presidente Ford lanció un programma di vaccinazione di massa che inizió il 1 ottobre 1976 e che duró fino al 16 dicembre: furono vaccinati quasi 40 milioni di statunitensi, tra quelli vaccinati dall’U.S. Public Health Service e quelli che invece si rivolsero ai “private sector providers”. La vaccinazione non fu uniforme su tutto il territorio degli Stati Uniti, ma presentó differenti politiche di applicazione locale: mentre ad esempio la cittá di New York attese maggiori evidenze prima di procedere nella vaccinazione dei cittadini, nello Stato del Minnesota furono vaccinati due terzi della popolazione adulta. A fine novembre peró fu riconosciuto un primo caso di sindrome di Guillain-Barré seguita alla vaccinazione dell’influenza suina, caso che fu riconosciuto come effetto collaterale della stessa. Anche se la vaccinazione fu bloccata furono 532 i casi di sindromi di paralisi neuromuscolari accertati come conseguenza della vaccinazione e tra questi furono 25 i morti, mentre 4.000 risultarono le richieste di risarcimento danni alla Pubblica Amministrazione dai cittadini che erano stati vaccinati. L’nfluenza e la presunta pandemia scomparvero velocemente cosí come erano comparse, fino a quando nel 1979 la CBS trattó la questione nella trasmissione “60 minutes”, rivelando come tutta la vicenda fosse stata gestita con un allarmismo perlomeno sospetto. All’epoca Capo di Gabinetto e Vice Capo di Gabinetto dell’amministrazione Ford erano rispettivamente tali Donald Rumsfeld e Dick Cheney… Donald Rumsfeld che dal 1997 al 2001 è stato è stato Presidente della Gilead Sciences, l’Azienda che ha brevettato il Tamiflu. Qualche anno dopo, nel 2006, l’amministrazione Bush avrebbe varato tramite la Food and Drug Administration americana il Pandemic Influenza Preparedness Strategic Plan, che prevedeva stranamente un aumento dell’80% delle scorte del Tamiflu. Strano, vero? A fine 2008, che combinazione, una nuova minaccia di influenza suina inizió a serpeggiare tra gli addetti ai lavori, fino a scatenare una vera e propria campagna di disinformazione che ha avuto il suo picco nell’estate 2009. Ma ció richiederá un altro messaggio spazio-tempo, in questo non mi è possibile aggiungere altro, rischierei di compromettere la corretta spedizione.
GIHUNGI
Energie rinnovabili 2

Torniamo a parlare di fotovoltaico, avevamo lasciato l’argomento in sospeso.Un impianto fotovoltaico non necessita di particolare manutenzione ordinaria: è indispensabile solo la pulizia periodica dei pannelli fotovoltaici e il controllo visivo dei collegamenti tra i diversi componenti. A seconda della scelta effettuata dal titolare dell’impianto, l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico puó essere: a) utilizzata sul posto, modalità definita Scambio sul Posto. b) in parte utilizzata sul posto e in parte immessa nella Rete Elettrica Nazionale, modalità definita Utilizzo e Cessione. c) totalmente immessa nella Rete Elettrica Nazionale, modalità definita Sola Cessione. La modalità a) Scambio sul Posto è quella più diffusa, in quanto in questo caso l’energia elettrica prodotta dall’impianto fotovoltaico è utilizzata per i propri consumi d’energia, quali ad esempio i consumi elettrici totali di una villetta o di un’azienda, oppure i consumi di energia per i servizi generali (scale, ascensore, garage) di un condominio. L’eventuale energia elettrica prodotta in eccesso rispetto ai propri consumi è immessa automaticamente nella Rete Elettrica Nazionale: così facendo il Produttore – Consumatore matura un credito da cui andrà a scalare le future richieste di energia dalla Rete. Le modalità b) Utilizzo e Cessione e c) Sola Cessione sono riservate ai titolari di Partita IVA (Ditte Individuali e Persone Giuridiche). Il Governo Italiano incentiva la produzione di energia elettrica attraverso impianti fotovoltaici con una metodologia che premia la quantità di energia prodotta: non sono previsti incentivi o sgravi fiscali per l’installazione dell’impianto fotovoltaico, mentre ogni kWh prodotto è premiato con un corresponsione di una tariffa specifica e incentivante. L’Ente che cura i rapporti con i Produttori di Energia Elettrica con impianti fotovoltaici è il Gestore Servizi Elettrici SpA (GSE S.p.A. – www.gse.it): fra le attività di competenza, il GSE verifica e autorizza l’avvio della produzione elettrica con l’impianto fotovoltaico e corrisponde gli incentivi economici ai Produttori. La corresponsione degli incentivi economici è attuata per mezzo del Conto Energia, ovvero direttamente sul conto corrente del Produttore con l’applicazione di specifiche norme: il ricavato derivante dalla vendita dell’energia elettrica prodotta può essere ceduto dal Produttore alla propria Banca per l’ammortamento del mutuo contratto per l’acquisto e l’installazione dell’impianto fotovoltaico.
ANDREA ROSSI
Energie rinnovabili, speranza per il futuro

Oggi parliamo di impianti fotovoltaici. Un impianto fotovoltaico converte l’energia solare in energia elettrica continua: l’impianto è composto dai pannelli fotovoltaici interconnessi, dall’inverter che trasforma l’energia elettrica prodotta in continua in energia elettrica alternata e, negli impianti più potenti, dalla cabina di trasformazione. La produzione di energia elettrica derivante dall’impiego dell’impianto fotovoltaico non comporta alcuna forma di inquinamento: non sono presenti né emissioni di gas o di sostanze pericolose né scarichi in fiumi, non essendo necessari alla produzione di energia elettrica la combustione di idrocarburi / gas / carbone e il raffreddamento dell’impianto. Un impianto fotovoltaico si caratterizza e si definisce per la potenza di picco installata (potenza nominale), ossia per la capacità massima teorica di produzione elettrica: l’unità di misura della potenza dell’impianto fotovoltaico è il kWp, chilowatt di picco. L’energia prodotta si misura in kWh (chilowattora). La prassi vuole che gli impianti fotovoltaici vengano suddivisi per dimensione in tre grandi famiglie:
- piccoli impianti: con potenza nominale inferiore a 20 kWp
- medi impianti: con potenza nominale compresa tra 20 kWp e 50 kWp
- grandi impianti: con potenza nominale maggiore di 50 kWp.
La potenza assorbita dall’impianto elettrico di un’abitazione è tipicamente di 3,3 kWp. Per valutare l’ammontare della produzione di energia elettrica dell’impianto fotovoltaico sono a disposizione degli indicatori che riportano la producibilità media dell’impianto: i valori della producibilità media sono stati elaborati su base statistica in funzione dell’irraggiamento medio misurato nella zona di installazione dell’impianto. La producibilità media varia quindi da zona a zona, con valori decisamente più alti per il sud Italia rispetto al nord Italia: per quanto riguarda la Liguria, con particolare riferimento alle Riviere, si può considerare una producibilità media tra i 1.200 ed i 1.350 kWh anno per kWp installato: ad esempio, un impianto con una potenza nominale di 20 kWp è in grado di produrre mediamente circa (20×1.300) = 26.000 kWh all’anno. Un impianto fotovoltaico ha una vita media di circa 25 anni: infatti con il passare del tempo i pannelli fotovoltaici si degradano con la conseguente perdita di efficienza in termini di quantità di energia elettrica prodotta (perdita che può essere stimata nello 0,45% annuo) Energia pulita, energia dal futuro.
ANDREA ROSSI
Cronache dal futuro
Leggo dalle cronache del mio predecessore della Dinastia Eletta che sul Pianeta Terra giá nel 1859 si ebbe un evento chiamato perturbazione di Carrington dalle conseguenze particolarmente significative. Salve a tutti, sono Gihungi l’Anunnako, e questo è un mio messaggio spazio-tempo.A fine agosto del 1859 una violenta tempesta solare, causata dalla formazione di un elevato numero di macchie solari e dall’impatto del vento solare sulla magnetosfera terrestre, causó un’interruzione delle linee telegrafiche di 14 ore ed aurore boreali visibili fino ai Tropici: in California alle due di notte un gruppo di minatori si sveglió pensando fosse giorno, e a Cuba si poteva tranquillamente leggere un libro all’aperto in piena notte. Le conseguenze di quella supertempesta solare non furono particolarmente gravi in una societá che non era ancora pienamente industrializzata; a parte l’interruzione delle linee telegrafiche nessun’altra attivitá subí particolari conseguenze. Oggi le cose andrebbero in modo molto differente: i primi a subire forti danni e a diventare in pratica inutilizzabili sarebbero i satelliti, quindi le reti elettriche e telefoniche, che in caso di forte tempesta solare potrebbero andare in tilt, con tutto ció che da esse dipende; come la distribuzione dei carburanti, i sistemi idrici, la conservazione degli alimenti, la produzione industriale. In poche ore l’intero pianeta potrebbe retrocedere di centinaia di anni a un nuovo Medio Evo. Ci vorrebbero poi mesi, se non anni, per riportare tutto quanto nelle condizioni precedenti all’evento. Ma è realmente possibile che ciò accada? Secondo quanto riportato dal settimanale britannico New Scientist, in un rapporto finanziato dalla NASA e pubblicato dalla National Academy of Sciences americana a inizio anno, il 2012 sará contraddistinto da un’ attivitá solare particolarmente intensa, e sono previste forti esplosioni della corona che porterebbero alla generazione di un vento solare molto forte. Questo, a contatto con la magnetosfera terrestre genererebbe una tempesta ancora piú potente di quella registrata nel 1859. Secondo Daniel Baker, esperto di meteorologia spaziale dell’Universitá del Colorado e Presidente della Commissione della National Academy of Sciences che ha redatto il rapporto, “ci stiamo avvicinando sempre piú ad un possibile disastro”. Eppure, i miei sensi di anunnako mi dicono che questo avvertimento è passato inascoltato dai terrestri, che nessuna attivitá è stata intrapresa per prevenire almeno parzialmente un evento del genere, e che i media continuano a raccontare le solite storie di veline e calciatori piú o meno dopati. E’ una giornata come tante sul Pianeta Terra.
Andrea Rossi






