L’efficienza e lo spirito
giugno 17, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

Lo spirito della nostra epoca ritiene che ciò che rimanda allo spirituale sia di intralcio agli pseudo valori dell’efficienza, della pratica, della tecnica, che egli solo reputa sovrani.
Lo spirito moderno, adottando come significato propriamente “lo spirito dei tempi”, è uno spirito di idolatria, in cui l’idolo è questa congrega di associazioni impulsive e macchinistiche di cui sopra. Tale divinità è un idolo in quanto ascolta ma non risponde, ossia è muto; manca, in altre parole, di causale e finale.
Un’abolizione dello spirituale è l’abolizione delle pratiche esterne della spiritualità, ossia della pronuncia della parola Dio laddove Dio compare, della pronuncia della parola anima laddove l’anima compare, e così via. Le pratiche interne, ovvero la fede, scompaiono necessariamente se ne viene proibita l’espressione comune: la fede difatti non è una scaturigine puramente interiore, ma abbisogna delle pratiche del riconoscimento sociale e anche di questioni meramente formali, o meramente estetiche.
L’etica fa parte di queste pratiche spirituali abolite.
Recentemente, però, l’etica si riaffaccia nel bel mondo, in modo del tutto artificiale; artificiale come l’origine delle pratiche di idolatria di massa dei nostri tempi. Essa diventa una pratica tra le altre: si dibatte di etica nel lavoro, per esempio, come di una corrente tra le altre, dove quella etica (“l’etica di mercato”, per esempio) pare un prodotto appena sfornato. Il ministro Tremonti parla come un guru sudamericano, e possiamo contare che molti spettatori mediatici, cittadini d’oggi, non abbiano difficoltà ad idolatrarlo.
Abbiamo citato Tremonti per indicare come lo spirituale si riaffacci oggi.
Secondo lo stesso spirito dei tempi si può interpretare l’enciclica di papa Benedetto XVI Caritas in veritate: anche se l’ottica papale non è affatto kitsch né propone un’etica come le altre, ma un recupero mero dell’etica. Pare davvero artificiale un ripristino ideologico; ma è necessario se è sparita la naturalezza di avere a che fare con un’etica, se è sparita la naturalezza del rispetto umano. Una volta infatti, anche chi non credeva in Dio andava a messa, ed era perfino contento e consolato che si predicasse la vita eterna: il religioso riceveva, borbottii a parte, il rispetto formale, e dunque anche il rispetto sostanziale. A Dio ciò che è di Dio.
Abbiamo citato l’etica del sociale perché, ed è triste necessità l’affermarlo, tale recupero dell’etica si può solo svolgere, oggi, in base ad un’effettiva efficienza. Solo con la crisi, e la volontà di migliorare le economie, si è rivalutato il ruolo della sfera del religioso, cui l’etica attiene in quanto obbedienza e fede (le tavole della Legge).
Da anni nel marketing si studiano le modalità di lavoro che riescano meglio, rivalutando gli aspetti di carisma, leadership, team work, di finalità dell’azienda, di motivazione: tutto ciò che attiene, ancora, al religioso. Ma nel caso del marketing è tutto assolutamente ridicolo: non è difatti una serie di prescrizioni esterne, financo non prescritte, che determinino l’instaurazione di quel senso che rende positiva l’azione, ed efficiente. Ne è piuttosto il valore retorico di tal discorso. Basterebbe il dettame del Vangelo, la carità, da questo punto di vista, e l’applicazione di quell’umanesimo alla società dell’azienda, per fare meglio degli studi americani che parlano di matrici ed amenità varie. Non è per nulla che le imprese più eccellenti fanno riferimento a nuclei familiari di amore ed obbedienza.
Roba vecchia, del resto.
Clausetiwz nel suo “Vom Kriege” ricorda a più riprese come non sia assolutamente da sottovalutarsi l’elemento spirituale nella risoluzione del conflitto, e che non si debba riporre il calcolo più di tanto negli elementi puramente materiali.
Giulio Cesare non avrebbe avuto la fama che merita, ma soprattutto non avrebbe avuto le vittorie, se non fosse stato un oratore eccezionale sui campi, e se non avesse ritenuto se stesso discendente di Venere o unico difensore della libertas romana.
Roba vecchia, che tra poco diverrà una moda diffusa. Non citiamo neanche le ridicole manie dello slow-food, od altre sciocchezze, che indifferentemente oggi si pongono accanto ad efferatezze iperproduttive, con tanti cittadini che magari si affannano per sei giorni al fine di realizzare una ‘lentezza’ programmata di due ore nette.
Travagli estetici, grotteschi kitsch artistici alla moda nei salotti buoni di Milano, à la page quando generano prese di posizione politiche, sembrano aver riscoperto un che di religioso.
Ma la via al religioso non sta in sovrapposizione di pratiche a quelle già abominevoli; piuttosto sta nel messaggio cristiano del volere perdere tutto, del seguire e dell’obbedire.
SIMONE FRESIA
Il caso Pomigliano
giugno 15, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

La crisi strutturale del capitalismo finanziario che ormai da troppo tempo sta interessando l’economia globale, nonostante il ciclico ottimismo degli esegeti del libero mercato, vive un nuovo periodo di pericolosa turbolenza. Dopo il rischio di default greco, appare una possibile crisi ungherese e un ormai costante indebolimento dell’Euro. Nel contempo si acuiscono contrasti a livello internazionali in passato non prevedibili, il disastro ecologico della piattaforma petrolifera della BP determina inaspettate tensioni diplomatiche anglo americane e i focolai di tensione quali Gaza, Afganistan, Iraq e Iran non sembrano essere avviati verso una soluzione pattizia o definitiva.
In questo contesto si inserisce un tentativo da parte del maggior esponente del capitalismo italiano, la FIAT, di ripercorrere a ritroso la strada delle tutele e delle legittime conquiste contrattuali dei lavoratori, per una ridefinizione dei rapporti di forza a totale vantaggio della parte datoriale. Il “caso Pomigliano” ne rappresenta un esempio che potremmo definire da manuale.
I principali attori di questa “tragedia sociale” sono tre e rivestono ruoli e responsabilità diverse.
La FIAT: emblema e icona del Capitalismo italiano, ha vissuto per anni sulle sue rendite di posizione che gli garantivano una congrua assistenza da parte dello stato, la garanzia di una posizione quasi monopolista del mercato interno e uno smisurato potere nell’ambito della capacità di influenzare lo sviluppo e le scelte strategiche della Nazione. Ora il meccanismo si è in parte guastato e, in ultimo, anche le sovvenzioni dirette ed indirette da parte dello Stato si sono, al momento, esaurite. Questo ha determinato una forte tensione con il governo che ha avuto momenti di estrema contrapposizione durante la crisi seguita alla scelta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, stabilimento ritenuto improduttivo, ma che nella realtà è stato negli ultimi anni utilizzato dalla FIAT esclusivamente per canalizzare contributi statali e regionali senza un piano industriale di lungo respiro. Dopo questa scelta dolorosa, per l’impatto sociale in un’area che certo non brilla per alternative occupazionali, e a quanto pare irreversibile, il management FIAT si è rivolto alle altre realtà produttive , confermando almeno a parole la vocazione italiana dell’Azienda…. ma a quale prezzo??. L’attenzione posta su Pomigliano ne è purtroppo un esempio. Le richieste da parte datoriale hanno visto una corsa al rialzo che ha destato non poche preoccupazioni. Il CCNL veniva considerato inapplicabile nella sua completezza pena l’impossibilità di indispensabili investimenti per il rilancio dello stabilimento. L’aumento della produzione doveva avvenire a parità di forza lavoro impiegata e le leve su cui bisognava agire erano essenzialmente la flessibilità e la riduzione del costo del lavoro, pena la chiusura. In questo turbinio di rilanci al massimo ribasso, si è arrivati a chiedere il mancato pagamento dei primi tre giorni di assenza per malattia, un impostazione della turnistica aziendale che prevede l’utilizzo delle ferie per parte delle festività dominicali, con il risultato di una effettiva perdita di 20 giorni di ferie annue da parte dei lavoratori, l’impossibilità di qualsiasi azione futura che contesti i contenuti dell’eventuale accordo pena gravi provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori e la perdita di qualsiasi agibilità sindacale da parte dell’organizzazione che avesse avuto l’infelice idea di appoggiare qualsiasi iniziativa di protesta, con un conseguente forte ridimensionamento del diritto di sciopero
I Sindacati dei Metalmeccanici, che nell’immaginario collettivo rappresentano anche loro una icona.. quella del Movimento Sindacale Italiano. Questi si trovano disuniti e lontani dalla meta, che ovviamente dovrebbe essere quella di garantire il massimo realizzabile dei diritti e delle tutele, nel rispetto della competitività della produzione aziendale e della condivisione di obiettivi concretamente raggiungibili di sostenibilità del piano industriale, in un momento di pesante crisi economica del comparto automobilistico. La CGIL, da una parte, agita pregiudiziali che rompono da subito il fronte sindacale e servono in buona fine alla stessa per continuare ad occupare uno spazio al momento lasciato libero dalla crisi della sinistra politica. CISL, UIL e UGL tentano un difficile ruolo di mediazione tra la prepotenza padronale e la prepotenza pseudo ideologica della CGIL, ma si trovano schiacciati da entrambe in una posizione certamente scomoda. La chiusura di Pomigliano deve essere evitata a tutti i costi, tuona il Segretario della CISL Bonanni.. “Vitale è arrivare ad un accordo condiviso per garantire il futuro di Pomigliano…. ma anche per non compromettere il piano FIAT per l’Italia” afferma il Segretario Generale UGL Giovanni CENTRELLA aggiungendo che “siamo consapevoli dei sacrifici chiesti dall’azienda, ma con molta responsabilità diciamo sì al piano”. Questa diventa quasi una scelta obbligata con la CGIL che tenterà di gestire il malcontento, salvo ripensamenti dell’ultima ora, e CISL, UIL e UGL che, nell’impossibilità di un fronte comune di tutti i lavoratori, dovranno, obtorto collo, accettare il diktat aziendale.
D’altronde, sfiduciati da decine di anni di perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni, ridimensionamento delle tutele e dello stato sociale, stremati da una crisi economica che vede nelle fasce deboli, nel mondo del lavoro e dei pensionati le vittime sacrificali alla ripresa, i lavoratori non sono certo nelle condizioni migliori per affrontare una dura lotta e per giunta con il ricatto della chiusura dello stabilimento e degli agognati investimenti FIAT in Italia, Questo determina una situazione a dir poco anomala, se i sindacati uniti avessero scelto la strada dello scontro avrebbero assunto la tremenda responsabilità di un allontanamento della FIAT dall’Italia, aprendo a quel processo di delocalizzazione, forse non tanto segretamente, auspicato dal management della più grande fabbrica italiana. Nel contempo, molto probabilmente, i lavoratori degli altri stabilimenti FIAT non sarebbero stati in grado di agire con incisività in un eventuale conflitto aziendale e gli stessi lavoratori di Pomigliano, di fronte al rischio di licenziamento e di chiusura dello stabilimento, avrebbero potuto vacillare ed essere presi per.. fame. Quindi, anche se con tutte le perplessità del caso, l’accordo, certamente, non è un “nuovo modello di partecipazione”, né tanto meno va considerato “un auspicabile punto di svolta nelle relazioni industriali”. Tuttavia è un atto responsabilmente ponderato da parte di CISL, UIL e UGL al fine di evitare una “macelleria sociale” che poteva sicuramente coinvolgere decine di migliaia di lavoratori. Abbracciare la linea della CGIL, voleva dire stare al fianco di una organizzazione sindacale che ne avrebbe strumentalizzato politicamente le motivazioni , con il rischio obiettivo di minare quel poco di credibilità e forza del sindacato, a fronte dell’impossibilità reale, da parte dei lavoratori di affrontare una dura lotta in condizioni di forte disagio. Purtroppo la la crisi economica, una opinione pubblica che probabilmente non avrebbe capito le ragioni della battaglia, distratta da ben altri argomenti, e infine un governo che spera di recuperare un rapporto sempre difficile e diffidente con un icona del capitalismo italiano, non garantivano le condizioni per impostare un confronto con il minimo di possibilità di vittoria e che quindi poteva sfociare in una rotta dalle conseguenze inimmaginabili.
Dobbiamo quindi accettare l’accordo come unica scelta plausibile e percorribile, ma creare nel contempo le condizioni per un nuovo approccio nel gestire le crisi e nel gestire lo sviluppo, un nuovo ordine che permetta una reale partecipazione e non il dover stare sotto lo schiaffo dei diktat padronali che agiscono sulla paura della perdita del posto di lavoro e sul ricatto della delocalizzazione e sul l’azzeramento degli investimenti in Italia. Perché purtroppo il caso FIAT Pomigliano è certamente il caso più eclatante, ma non è isolato, come non è una caratteristica del settore metalmeccanico. Infatti, altro giro altri licenziamenti…. ad esempio il Call Center Cronos Italia di Pomezia (Rm) ha aperto le procedura di licenziamento per 65 giovani lavoratori e lavoratrici, che operano in funzione della commessa del 187 di Telecom Italia. Ennesima ferita che si apre in un altro settore quello delle telecomunicazioni, ormai preda giornaliera di crisi “vere o presunte” che si concludono con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Ricordiamo anche, ma guardate un po’ che strano, che Cronos è stata una delle prime aziende a delocalizzare parte del lavoro in Romania qualche anno fa.
Abbiamo evitato molto probabilmente di mandare al massacro migliaia di lavoratori, abbiamo quindi tentato di non permettere quella “macelleria sociale” sempre in agguato. Alcune domande sorgono tuttavia spontaneamente. Quando si imposterà una reale strategia di contrasto ad una crisi che viene sempre e solo pagata dalle fasce deboli? Quanto verranno infine superati gli insormontabili ostacoli che non permettono di colpire le cause generanti la stessa?? Quando si potrà finalmente porre dei limiti nelle retribuzioni degli amministratori?? Quando si potrà limitare la voracità degli speculatori? Quando si porranno i presupposti di una reale emancipazione del lavoro da merce ad elemento fondante della produzione????.
Le contraddizioni di questo sistema sono evidenti .. a noi tutti quindi creare la consapevolezza che ci sono gli strumenti, le condizioni e gli antidoti per combatterle.
ETTORE RIVABELLA
Il PDL e la libertà d’impresa
aprile 20, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

Il PdL vuole ritrovare veramente una nuova capacità dinamica ? Metta da parte le polemiche intestine e torni ad occuparsi di questioni serie, a cominciare da quelle che riguardano l’Italia del lavoro e dell’ intrapresa.
I dati su cui lavorare ci sono e ben chiari. Essi ci dicono che l’Italia è il paese meno libero d’Europa, dal punto di vista economico. Secondo l’Indice della libertà di intrapresa, sviluppato dall’Istituto Bruno Leoni, le nostre imprese sono libere al 35 per cento, ben sotto la media europea (57 per cento) e a distanza siderale dal paese più libero, l’Irlanda (74 per cento).
L’Indice della libertà di intrapresa si propone di misurare gli spazi di libera iniziativa presenti nelle diverse realtà del continente europeo, con l’obiettivo di cogliere in che modo il sistema regolamentare favorisca oppure ostacoli la produzione di ricchezza, l’innovazione, la creazione di posti di lavoro. In pratica, si tratta di un indicatore sintetico che raccoglie informazioni su vari aspetti, allo scopo di confrontare l’attrattività delle diverse economie. Esso si compone di cinque aree – libertà dal fisco, libertà dallo Stato, libertà d’impresa, libertà del lavoro, libertà dalla regolazione – ciascuna delle quali interpreta i dati raccolti da 55 indicatori tratti da rapporti e documenti internazionali. In questo modo, è possibile selezionare degli indicatori che si ritengono rilevanti allo scopo di capire quali siano i punti di forza e di debolezza di un paese, e utilizzarli per formare un indice di immediata interpretazione: il risultato, infatti, è in sostanza una “percentuale” di libertà economica, dove valori più alti corrispondono a una maggiore libertà. L’indice è stato pensato per applicarsi alla realtà europea, in modo da valutare un numero ristretto e relativamente omogeneo di paesi.
L’indice è costruito per interpretare in modo relativo ciascun indicatore: in altre parole, il “massimo” e il “minimo” di ciascun singolo indicatore (per esempio, l’aliquota massima dell’imposta sul reddito d’impresa) non sono valori teorici ottimali (per esempio, zero e cento per cento di tassazione), ma dipende dai valori minimo e massimo effettivamente riscontrati (per esempio, le aliquote del 10 per cento in Bulgaria e del 34 per cento in Belgio).
In relazione all’Italia, l’aspetto più clamoroso riguarda il fatto che il nostro 35 per cento – sebbene rispecchi una realtà relativamente variegata – non è il frutto della media tra valori molto alti e molto bassi, ma dipende dal fatto che, per ciascuna delle nostre cinque aree, l’Italia si colloca nelle ultime posizioni in graduatoria (con la significativa eccezione della libertà del lavoro). In particolare, il 35 per cento di libertà d’intrapresa rispecchia la media tra il 31 per cento di libertà dal fisco, il 42 per cento di libertà dallo Stato, il 48 per cento di libertà del lavoro, il 37 per cento di libertà d’impresa, e addirittura il 18 per cento di libertà dalla regolazione.
Entrando nel merito delle macroaree, sulla libertà dal fisco l’Italia si posiziona all’ultimo posto. Sulla libertà dallo Stato solo quattro paesi fanno peggio di noi (Francia, Grecia, Ungheria e Portogallo). Sulla libertà d’impresa è penultima, prima della Grecia. Sulla libertà dalla regolazione, ultima. Unica area di relativo successo italiano è la libertà del lavoro, dove il nostro paese si colloca al sedicesimo posto, davanti ad altri otto paesi e molto vicina al valore medio per l’intera Ue (54 per cento).
Di fronte a questi dati c’è poco da discutere e c’è molto, moltissimo da fare per cominciare a “liberare” le energie imprenditoriali presenti. Ne va non solo dei destini del mondo imprenditoriale ma della tenuta del sistema-Paese e della stessa credibilità del centrodestra. C’è qualcuno che vuole farsi avanti per fissare priorità e ambiti d’intervento ?
Mario Bozzi Sentieri
Prima di tutto riformare la giustizia
marzo 29, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

Una riforma organica, una vasta ristrutturazione della giustizia. Di questo il paese ha bisogno, fra le priorità assortite che ci assillano. E solo all’interno di un’ampia mutazione effettivamente utile a rimettere in ordine il devastato panorama giudiziario, può trovare posto la barriera anti-giustizialismo. Provvedimenti singoli non hanno più ragione d’esistere, sono vent’anni che mettiamo tapulli ai gomiti e pezze alle chiappe, è giunto il momento di rovesciare come un calzino la materia.Dalla separazione delle carriere all’abbreviazione drastica dei processi, dall’informatizzazione completa dei tribunali all’assenteismo dei giudici, dalla certezza della pena alla riduzione del numero delle leggi. Il blocco della giustizia nel nostro paese allontana gli investitori esteri, penalizza gli onesti a vantaggio dei disonesti, rallenta la circolazione dei liquidi, affanna l’economia, rende più arditi i criminali, fa di alcuni magistrati una banda politicizzata e arrogante, espone i cittadini ad ogni sorta di sopruso impunito. Dobbiamo aggiungere altro? Se Berlusconi e il centrodestra vogliono davvero cambiare il paese sciolgano una volta per tutte il nodo gordiano e spezzino il cerchio perverso che si è formato, direi incancrenito.
Ruben Gallardo y Fufù
Un esame accurato delle variazioni all’articolo 18
marzo 17, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

In un momento di crisi del movimento sindacale e di crisi economica e occupazionale qualsiasi intervento sull’articolo 18 anche se demandato alla contrattazione collettiva ne termina un depotenziamento… fermo restando che l’accordo a latere siglato da UGL CISL e UIl con le Organizzazioni Datorialitende per lo meno a azzerarne alcune storture interpretative …”escludendo che il ricorso delle parti alle clausole compromissorie, poste al momento dell’assunzione, possa riguardare le controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro”. Comunque la posizione ufficiale del sindacato è la seguente: Gli articoli dal n. 30 al n. 32 della legge recentemente approvata dal Senato recante deleghe al Governo in diverse materie concernenti i rapporti di lavoro pubblico e privato, reca innovazioni in materia di processo del lavoro che hanno fatto molto discutere i commentatori ed i giuslavoristici, soprattutto per quanto riguarda il delicato tema del licenziamento che è regolamentato dal famoso “Articolo 18” dello “Statuto dei Lavoratori” (legge n. 300/1970).
E’ quindi opportuno analizzare nel dettaglio le norme disposte dalla nuova legge e valutarne le conseguenze. Premettiamo innanzitutto che in nessuna parte della legge in questione e degli articoli succitati si fa riferimento a modifiche od abrogazioni dell’art. 18, il quale rimane quindi immutato nel diritto del lavoro.
L’art. 30 è intitolato “Clausole generali e certificazione del contratto di lavoro”, e regolamenta la materia della “certificazione dei rapporti di lavoro” introdotta dal Decreto Legislativo n. 276 del 2003, in attuazione della cosiddetta “Legge Biagi” che si propone di ridurre il contenzioso dei rapporti di lavoro mediante una preventiva concordata attestazione della tipologia contrattuale applicata e delle mansioni assegnate. Il comma 2 dell’articolo succitato ribadisce il concetto che il giudice non può discordarsi dalle valutazione delle parti espresse nella certificazione, salvo ovviamente i casi di vizi dell’atto, già previsti in linea generale dall’ordinamento giudiziario. Per quanto riguarda in particolare il licenziamento, si afferma che il giudice – ove interpellato per dirimere la vertenza – deve innanzitutto tener presente le indicazioni del contratto collettivo di lavoro applicabile e poi, al fine di valutare il giustificato motivo di cui alla legge n. 604 del 1966 (cui l’articolo 18 fa riferimento) di numerosi parametri atti a valutare le ragioni delle parti. Tra questi parametri di valutazione della situazione esposta sono inserite anche “la situazione del mercato del lavoro locale” e le “dimensioni e condizioni dell’attività esercitata dal datore di lavoro”: cose queste che presentano qualche perplessità in quanto possono certamente rafforzare le ragioni del datore di lavoro. Esse però possono anche essere utilizzate a vantaggio del lavoratore: ad esempio, se la situazione del mercato del lavoro locale è critica, ed è quasi impossibile trovare altra occupazione, la contestazione al licenziamento da parte del lavoratore può essere più facilmente accolta. Comunque, in linea di principio, un’indicazione dettagliata dei parametri cui attenersi è certamente migliore rispetto ad una discrezionalità assoluta per il giudice. L’art. 31 è intitolato “Conciliazione ed arbitrato” e regolamenta queste materie nel rapporto di lavoro. I commi dal 1° al 4° confermano, con leggere modifiche procedurali, la normativa (già esistente dal 1975) sul tentativo obbligatorio di conciliazione da effettuarsi presso le Direzioni Provinciali del Lavoro, prima di adire la via giudiziale. Il comma 5° prevede che le controversie nell’ambito del succitato tentativo obbligatorio di conciliazione possono essere demandate, in qualsiasi momento, ad un lodo arbitrale tra le Parti, secondo le norme della procedura civile vigente. Il comma 6° estende questa facoltà anche ai tentativi di conciliazione svoltisi in sede sindacale. I commi 7^ ed 8^ prevedono che questo arbitrato possa svolgersi anche in alternativa al tentativo obbligatorio di conciliazione di cui ai commi precedenti. Il comma 9 è quello che ha fatto più discutere, perché introduce nei rapporti di lavoro la cosiddetta “clausola compromissoria” che obbliga le parti al ricorso all’arbitrato in caso di controversia. Si è detto che questa norma colpirebbe il lavoratore, la parte più debole, il quale sarebbe costretto ad accettare questa norma all’atto dell’assunzione, per timore di perdere il lavoro. Tuttavia, la preoccupazione espressa non ha fondamento in quanto la norma approvata con questo comma afferma chiaramente che siano “le parti contrattuali” (ossia, per i contratti di lavoro che sono collettivi, le associazioni sindacali e quelle datoriali) a pattuire clausole compromissorie. E queste pattuizioni possono avvenire, recita la norma approvata, “solo ove ciò sia previsto da accordi interconfederali o contratti collettivi di lavoro stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”. Non solo, ma la clausola compromissoria deve essere “certificata” (quindi, con data e firme certe). Il comma in questione aggiunge che, ove non siano stati stipulati accordi interconfederali per regolamentare la materia entro un anno dall’entrata in vigore della legge, sarà il Ministero del Lavoro ad elaborare un decreto legislativo di applicazione. L’art. 34 è intitolato “Decadenze e disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo determinato”. I commi 1° e 2° integrano il preesistente art. 6 della legge n. 604 del 1966 che detta le procedure per l’impugnazione del licenziamento, indicando tempi precisi per tutto l’iter. I comma 3° e 4° sono importanti perché estendono la normativa di cui sopra (impugnazione del licenziamento) anche alla qualificazione del rapporto di lavoro, al tempo determinato, alla collaborazione coordinata e continuativa, al trasferimento, alla cessione di contratto di lavoro. I comma 5° e 6° prevedono la corresponsione di indennità a favore del lavoratore a tempo determinato, in caso di conversione del rapporto.
Il comma 7° è anch’esso importante perché prevede la corresponsione della penalità, a carico del datore di lavoro in caso di conversione del rapporto di lavoro a tempo determinato, anche ai giudizi pendenti. In conclusione, si può dire che gli articoli succitati non introducono normative penalizzanti per il lavoratore, soprattutto nel caso più delicato del rapporto quale il licenziamento. Lo scopo che si è prefisso il legislatore è quello di rendere più veloci le definizione delle vertenze di lavoro, soprattutto in caso di licenziamento, in considerazione della lunghezza pluriennale dei giudizi in materia di lavoro. Poiché non è stato mai abrogato l’art. 18, la previsione della reintegrazione nel posto di lavoro stabilita da quella norma può essere richiesta anche in sede di tentativo di conciliazione e di arbitrato. La responsabilità della tutela effettiva del lavoratore viene trasferita, con queste norme, dal giudice alla parte sindacale che lo assiste, sia in sede di conciliazione che, ancor più, in sede di arbitrato. Se gli accordi sindacali saranno precisi e chiari, la tutela del lavoratore potrebbe essere più ampia.
ETTORE RIVABELLA
Buoni esempi da imitare
gennaio 14, 2010 da admin
Capitolo Lavoro e Welfare

Il Comune di Castelnuovo del Garda (VR) ha vinto il primo premio quale Comune «Amico della Famiglia 2008», premio istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il Comune veronese si è aggiudicato il primo premio nella sezione dedicata agli enti locali con popolazione sino a 15mila abitanti grazie al «Piano integrato delle politiche familiari» e, precisa la comunicazione ufficiale che porta la firma del sottosegretario senatore Carlo Giovanardi, «per l’attenzione mostrata verso le famiglie e per i segnali concreti di interesse nei loro confronti, meritevoli di essere incoraggiati e diffusi».Il Piano Integrato, dopo essere stato il motivo dell’assegnazione del “Marchio Famiglia” da parte della Regione Veneto, aveva suscitato grande interesse anche a Roma e negli ambienti veramente attenti al ruolo e alle funzioni della Famiglia nella nostra società.Sempre più frequentemente il sindaco Maurizio Bernardi e gli altri amministratori vengono coinvolti quali relatori in convegni e tavole rotonde in diverse regioni italiane per portare l’esperienza castelnovese quale contributo all’innovazione nelle Politiche Familiari. Il Piano Integrato delle Politiche Familiari (P.I.Pol.Fam.) è un piano multisettoriale, composto da oltre 100 progetti il cui diretto o indiretto destinatario è la famiglia, quale cellula fondamentale su cui si fonda la società ed intorno a cui ruota l’intera vita civile e multiculturale moderna. Il piano consiste in un insieme di interventi multidisciplinari che coinvolgono tutti i settori in cui è organizzata l’attività amministrativa comunale ed implica un impegno diretto e concreto da parte di tutti gli assessorati che compongono l’organo esecutivo del comune.
By Mario Bozzi Sentieri
Tremonti, il posto fisso e gli altri
dicembre 11, 2009 da admin
Capitolo Lavoro e Welfare

«Non credo che la mobilità di per sé sia un valore. Penso che in strutture sociali come la nostra il posto fisso sia la base su cui organizzare il progetto di vita e la famiglia. E per me l’obiettivo fondamentale è ancora la stabilità del lavoro». Il dibattito ingenerato dalle dichiarazione del Ministro Tremonti sul “posto fisso” ha dimostrato come certi temi determino reazioni contrastanti e trasversali in una palude politica che troppo spesso sembra assuefatta a digerire tutto e il contrario di tutto. Inoltre va opportunamente evidenziato che tali affermazioni erano nel contesto di un convegno sulla Partecipazione dei lavoratori all’azienda, e forse tutto ciò non è determinato da semplice casualità ma da un nesso causale che dobbiamo valutare con la dovuta attenzione. Infatti Tremonti non è nuovo a butade provocatorie che smuovono un po’ le acque della “palude”: spesso è intervenuto parlando delle conseguenze negative che la globalizzazione ha prodotto sull’organizzazione del lavoro e in altre occasioni ha riaffermato i principi di forme di coinvolgimento dei lavoratori nell’impresa, come tra l’altro nel Convegno succitato. Ora vediamo, per sommi capi, le reazioni che, come abbiamo già evidenziato, sono di per sé sono indicative di una certa trasversalità e confusone dei ruoli. Infatti se Berlusconi ha “dovuto” difendere il proprio Ministro, la Marcegaglia ha chiaramente dichiarato che quelle affermazioni rappresentavano “un passo indietro”. Bertinotti, oibò, ha addirittura paventato un ritorno all’ancient regime, il noto economista Tito Boeri preferisce attendere fatti concreti ad esternazioni dalle scarse o nulle conseguenze pratiche, Il Ministro Sandro Bondi afferma che Tremonti non si contraddice, semplicemente perché non ha difeso il posto fisso!!!, il ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta di «ricette del secolo scorso», tanto a lui piace fare il “battitore libero” e probabilmente apprezza maggiormente la nouvelle cuisine Franceschini, allora Segretario del PD, giunge a pontificare, con un certo linguaggio tra l’ermetico e l’ispirato, che in Italia serve dinamismo, merito e uguaglianza per contrastare l’immobilismo che è il principale problema del nostro paese. Massimo Giannini, editorialista di Repubblica e direttore del suo supplemento “Affari e Finanza” se la cava con un simpatico abbinamento, forse non troppo originale, tra Leonard Zelig e il nostro Presidente del Consiglio e con un altrettanto poco originale accusa di “populismo”. Rina Gagliardi, ex Senatrice di Rifondazione Comunista, scopre, ironicamente, che Tremonti è diventato “comunista”. Giorgio Cremaschi, Segretario Nazionale della FIOM CGIL e leader della Rete 28 Aprile, si ripresenta con il comprensibile quesito “ Ma la Sinistra dov’è??” che incontra tutta la nostra solidarietà pure da ben diversa posizione politica. “Italia Oggi” punta sullo scoop e dichiara che “Tremonti si iscrive al Sindacato” citando il Segretario della UIL Angeletti che afferma “Sembrava sentire parlare un nostro iscritto”… forse aveva qualche dubbio se invece intervistavano un loro Dirigente???. Bonanni dichiara “ è un obiettivo che inseguiamo anche noi” sperando che, a suon di inseguire, ogni tanto anche per i lavoratori qualcosa si acchiappi!!! ed Epifani??.. ironizza sul nuovo corso Tremontiano… ma visto l’attuale empasse della CGIL si vedono pochi motivi per ironizzare e molti invece per riflettere. Il Manifesto, in un articolo di Antonio Lettieri, ex Segretario Confederale della CGIL, interviene nel dibattito con un articolo molto interessante in cui si opera una comparazione tra la posizione di Ichino e quella di Tremonti, giungendo alla conclusione, certamente per loro inquietante, che alcuni esponenti di spicco del PD si collochino più a Destra, secondo ovviamente i loro stereotipi della Destra, “della parte… più intelligente della Destra Europea, certo non rappresentata da “Libero”, che vede invece proprio “il posto” di Tremonti non più al sicuro!! Passando ad analizzare i commenti dei “tecnici”, si evidenzia in Tiraboschi, collaboratore di Marco Biagi, la volontà di ridimensionare le affermazioni di Tremonti, che definisce fuorviate da alcuni giornali, e di ribadire, invece, che la soluzione sta nella flessibilità e che il ritorno al “posto fisso” sia impensabile, citando, tra l’altro, il dato italiano in cui il peso del lavoro a termine è in linea con l’Europa… e allora cosa pretendiamo???!! Dall’altra sponda.. ovviamente politica, Tiziano Treu, autore del famoso “pacchetto”, primo vero elemento di cesura nel mondo del lavoro con la precedente struttura normativa e capace di incrinare in maniera al momento irreversibile il modello di welfare, lentamente costruito nei decenni precedenti, basti ricordare, per tutti, i CoCoCo e il lavoro interinale, afferma perentoriamente che “il posto fisso non basta più” e nei fatti condivide buona parte delle valutazioni del Tiraboschi. Infine, ed è stata lasciata per ultima proprio per l’affetto che ci lega all’UGL e alla sua Segretaria Generale, Renata Polverini fa una affermazione importantissima e che ravviva le nostre speranze e i possibili sviluppi politico sociali almeno per il nostro paese. Infatti afferma con chiarezza e determinazione “Esiste un’alternativa al mercatismo”e che” l’affermazione di Tremonti sposa le nostre idee” e poi, incrociando forse le dita, “ l’auspicio è che questa convinzione possa sfociare in un’azione di governo”. Certamente l’attacco al lavoro fisso proviene da lontano, gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da un tentativo, continuo e diversamente motivato, finalizzato all’enfatizzazione della mobilità lavorativa, vista da una parte come opportunità di ascesa sociale, mentre dall’altra si evidenziava che le superiori esigenze della produzione e innanzitutto della produttività determinavano una incontrovertibile sviluppo del rapporto di lavoro in chiave di maggiore precarietà e flessibilità. Tutto questo non trova conferma nelle cause che hanno determinato l’attuale crisi economica. Cause che non hanno trovato alcun paracadute nella maggiore flessibilità e precarietà del lavoro e che tanto meno ne hanno limitato i danni: precarietà e flessibilità inoltre mal si conciliano con il concetto di partecipazione e di cogestione dei lavoratori in azienda e certamente sono ben lontani dal poter creare reali opportunità di elevare il lavoro da semplice effettuazione di “prestazione contro mercede” e quindi costo intrinseco della produzione a elemento della stessa, in collaborazione paritaria tra quanti apportano il capitale e quanti, invece, la loro esperienza, la loro capacità lavorativa, organizzativa ed intellettuale. Quanto sopra evidenzia un altro aspetto, forse passato inosservato, la scelta partecipativa, infatti , determinerebbe un palese distacco dal concetto di “posto fisso” inteso come diritto a prescindere… a prescindere cioè da un comportamento consono e coerente da parte del lavoratore di fronte alle responsabilità assunte nello svolgere un determinato ruolo nell’ambito dell’organizzazione del lavoro in azienda. Il modello partecipativo, elevando il lavoro a soggetto della produzione al pari del capitale e non a semplice “costo” , prevede, ovviamente, responsabilità e doveri a fianco dei diritti nell’ambito di un progetto che realizzi concrete forme di cogestione nelle scelte strategiche dell’impresa e nella ripartizione degli utili rinvenienti dalla stessa . Il concetto del “diritto a prescindere”, che è stato uno dei tanti errori del periodo della famosa “conflittualità permanente” degli Anni Settanta, ha creato le condizioni perché forze ben individuate e certamente interessate abbiano potuto portare dagli Anni Ottanta ad oggi un pesante attacco alla struttura di welfare che caratterizzava il nostro stato sociale costruito nel corso dei decenni precedenti. Ancora oggi l’attacco al dipendente pubblico e i conseguenti interventi normativi che ne penalizzano fortemente la dignità degli stessi, sono conseguenti all’incapacità dello Stato e alla connivenza di certe forze sindacali di affrontare comportamenti certamente marginali e non generalizzati di pochi ma che determinano conseguenze per tutti.
ETTORE RIVABELLA
Riscoprire e valorizzare i mestieri abbandonati
dicembre 9, 2009 da admin
Capitolo Lavoro e Welfare

Un malinteso senso della modernità, nei decenni scorsi, ha svilito agli occhi dei giovani tante arti e tanti mestieri che caratterizzavano e differenziavano il nostro territorio grazie ad esperienze secolari. Anche i sindacati hanno svolto un ruolo fortemente negativo in questa vicenda, rendendo insostenibili i costi per l’artigiano o il piccolo imprenditore che avesse avuto intenzione di prendere un apprendista nella propria bottega o nella propria officina. Siamo convinti che almeno una parte di tali mestieri potrebbe essere recuperata e tornare appetibile ed economicamente produttiva in presenza di un prolungato e sapiente intervento di recupero e di ri-valorizzazione. Tale operazione, che potremmo definire di promozione sociale, dovrebbe mirare, tra l’altro, alla ricostituzione di tutti quegli elementi identitari che caratterizzavano ogni singolo mestiere: storia, loghi e simboli, feste (tra cui quella del santo patrono che costituiva l’esclusiva d’ogni professione) e altri appuntamenti oltre che, naturalmente, visibilità e riconoscimenti da parte delle autorità cittadine. L’elaborazione d’una strategia vincente per restituire valore a ciò che era stato colpevolmente trascurato, naturalmente adattata alla sensibilità moderna e, soprattutto, ai moderni mezzi di comunicazione, spetterà agli esponenti più carismatici delle singole categorie. Ma, almeno per la fase di partenza, dovrà giovarsi dell’aiuto degli amministratori locali. Di quei nuovi amministratori locali che, si spera, cesseranno di sponsorizzare progetti e feste del nulla. Con la mia associazione Voltar Pagina, che ha tra i suoi scopi statutari il rilancio delle arti e dei mestieri, si è cominciato ad affrontare questo tema, partendo da proposte utili al miglioramento della formazione professionale. In questa fase preparatoria, per necessità di partire da un esempio concreto, abbiamo posto l’attenzione sulla valorizzazione di tutti i mestieri che ruotano attorno alla costruzione della casa (muratori, carpentieri, falegnami, idraulici, ecc.). Quale finirà per essere la nostra qualità edilizia se le maestranze che operano in questo campo continueranno ad essere così trascurate? Inoltre: è giusto svendere con tanta superficialità innumerevoli e dignitosissimi posti di lavoro che hanno sempre permesso di mantenere intere famiglie? Ricordo la cattiva impressione che, più di dieci anni fa, ricevetti leggendo quanto dichiarato in un’intervista da Stefano Zara (futuro presidente Confindustria). Ebbene, egli sviliva volontariamente l’attività nell’edilizia sostenendo che, nella nostra città, il lavoro in questo campo era ormai destinato a diventare appannaggio esclusivo degli extracomunitari. E’ possibile, ci si chiede, decretare così a tavolino la fine delle maestranze locali, in possesso di competenze uniche (si pensi alla realizzazione dei tetti in ardesia o alla costruzione dei muretti a secco) e di conseguenza allontanare i nostri giovani da posti di lavoro non parassitari e assai remunerativi? Era questo un lusso che potevamo permetterci? Non siamo ricchi come gli Emirati Arabi. Ed infatti oggi le conseguenze di simili scelte dissennate sono sotto gli occhi di tutti. Esauriti i posti da precario nel pubblico impiego, è sempre più frequente vedere i nostri ragazzi accontentarsi di fare il “boccia” alle dipendenze di imprese edilizie il cui titolare è ormai un extracomunitario. Nulla da dire contro questo genere di extracomunitario: anzi, tanto rispetto per la sua intraprendenza. Tuttavia va anche detto francamente che la qualità del lavoro, in questo settore, lascia spesso a desiderare; mentre prima era garantita. Questa riflessione ci pare necessaria in questo momento storico favorevole al cambiamento e quindi alla ricerca di strumenti utili al rinnovamento dell’economia, della vita sociale e, in definitiva, della cultura.
MIRIAM PASTORINO
Caritas in veritate – Il papa e la partecipazione – parte 2a
dicembre 1, 2009 da admin
Capitolo Lavoro e Welfare

Di fronte all’attuale crisi economica mondiale da più parte si è voluto dare un’interpretazione della stessa evidenziandone i vari aspetti e ricercandone le cause. Quindi ci siamo confrontati con analisi che inquadravano il tutto nell’ambito di uno dei ciclici ed indispensabili riposizionamenti del mercato capitalista, per altri si trattava di una crisi strutturale dalle motivazioni più profonde, per altri ancora tutto era riconducibile alla bolla speculativa originata dalla finanza creativa e dal conseguente effetto domino di strumenti di difficile controllo. Analisi che racchiudono certamente elementi interessanti e valutazioni circostanziate di indubbia condivisibilità, tuttavia si ritiene opportuno inserire come spunto di approfondimento alcune considerazioni presenti nell’Enciclica Papale, che presenta elementi riconducibili ad una critica dell’evoluzione del Capitalismo e della pericolosità delle relative conseguenze. Si legge infatti “ che l’appiattimento delle culture sulla dimensione tecnologica, se nel breve periodo può favorire l’ottenimento di profitti, nel lungo periodo ostacola l’arricchimento reciproco e le dinamiche collaborative. È importante distinguere tra considerazioni economiche o sociologiche di breve e di lungo termine. L’abbassamento del livello di tutela dei diritti dei lavoratori o la rinuncia a meccanismi di ridistribuzione del reddito per far acquisire al Paese maggiore competitività internazionale impediscono l’affermarsi di uno sviluppo di lunga durata. Vanno, allora, attentamente valutate le conseguenze sulle persone delle tendenze attuali verso un’economia del breve, talvolta brevissimo termine”.Questo riteniamo sia un elemento essenziale per una corretta analisi dell’attuale crisi. La mancanza di una visione strategica, la prevalenza di una gestione in chiave tattica delle imprese finalizzata a massimizzare i profitti di breve termine è elemento da non sottovalutare per le sue reali conseguenze. Ma scendiamo nel particolare. Innanzitutto la mancanza di una corretta ridistribuzione del reddito ha visto negli ultimi decenni un allargamento incredibile tra il reddito medio dei lavoratori e le remunerazione dei dirigenti e degli azionisti. Questo aspetto viene confermato dalla difficoltà da parte del Governo della più grande potenza economica mondiale di porre un freno a suddetti introiti. “Sempre meno le imprese, grazie alla crescita di dimensione ed al bisogno di sempre maggiori capitali, fanno capo a un imprenditore stabile che si senta responsabile a lungo termine, e non solo a breve, della vita e dei risultati della sua impresa, e sempre meno dipendono da un unico territorio. Inoltre la cosiddetta delocalizzazione dell’attività produttiva può attenuare nell’imprenditore il senso di responsabilità nei confronti di portatori di interessi, quali i lavoratori, i fornitori, i consumatori, l’ambiente naturale e la più ampia società circostante, a vantaggio degli azionisti, che non sono legati a uno spazio specifico e godono quindi di una straordinaria mobilità”. Quindi la trasformazione del capitalismo nel XX secolo da imprenditoriale a finanziario ha determinato la perdita di una visione strategica della sua missione e il completo sradicamento dal contesto territoriale in un’ottica di globalizzazione e delocalizzazione. Il capitalismo finanziario infatti valuta gli investimenti in termini di redditività, eventualmente compenetrandoli con il rischio correlato e non tende all’autoperpetuazione nell’impresa della propria esistenza e in quella della propria discendenza come nel capitalismo imprenditoriale, che pur sempre trovava nello sfruttamento dell’uomo sull’uomo una indispensabile opportunità di guadagno. Quest’ultimo inoltre era umanamente legato al territorio di cui in buona fine era l’espressione e si considerava investito della sua rappresentanza morale e ovviamente economica. Se poi agli aspetti sovraevidenziati aggiungiamo l’effetto moltiplicatore della varie forme di finanza creativa, quali derivati,futures, etc diventa ovvio che una crisi, che in passato poteva forse essere facilmente assorbita, vedi mutui subprime, diventa motivo di un epocale effetto domino che ha rischiato e rischia forse tuttora di trascinare sul lastrico milioni di lavoratori e ridurre i livelli di vita per centinaia di milioni di altri. Fermo restando quanto sopra affermato non è certo nel ripristino di una irrealizzabile e non auspicabile restaurazione del Capitalismo imprenditoriale una possibile soluzione del problema. Citando nuovamente l’enciclica “Il mercato è soggetto ai principi della cosiddetta giustizia commutativa, che regola appunto i rapporti del dare e del ricevere tra soggetti paritetici. Ma la dottrina sociale della Chiesa non ha mai smesso di porre in evidenza l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale per la stessa economia di mercato, non solo perché inserita nelle maglie di un contesto sociale e politico più vasto, ma anche per la trama delle relazioni in cui si realizza. Infatti il mercato, lasciato al solo principio dell’equivalenza di valore dei beni scambiati, non riesce a produrre quella coesione sociale di cui pure ha bisogno per ben funzionare. Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica. Ed oggi è questa fiducia che è venuta a mancare e la perdita della fiducia è una perdita grave. .Il problema quindi è creare quella fiducia smarrita e ritrovare una visione di lungo periodo e su questo si dovrebbe fare una riflessione dalle conseguenze rivoluzionarie!!! Quale elemento della produzione può garantire meglio il recupero di questi due aspetti essenziali se non i lavoratori stessi. In effetti il lavoratore non può che avere una visione di lungo periodo che corrisponde alla sua vita lavorativa e certamente non punta su scelte meramente speculative che metterebbero in gioco il suo avvenire e l’azienda dove opera. Quindi ritorniamo all’importanza della leva partecipativa e dell’elemento cogestivo come contrappeso equilibrante della deriva capitalistica. e di una visione meramente utilitaristica e produttivistica dell’economia. Su questo tema sarebbe opportuno aprire un dibattito scevro di pregiudizi e che oggi, nel pieno della crisi delle ideologie, può coinvolgere gli orfani di una Destra e di una Sinistra che hanno compreso i limiti del capitalismo e la sua evoluzione disumanizzante, e che possono trovare impreviste condivisioni con i valori fondanti della Dottrina Sociale della Chiesa e con l’analisi della attuale crisi economica fatta da Benedetto XVI.
ETTORE RIVABELLA
E se ci affidassimo al papa?
novembre 20, 2009 da admin
Capitolo Lavoro e Welfare

E se ci affidassimo al papa per un progetto di partecipazione nelle imprese? Dopo le considerazioni di Sacconi, gli interventi di Tremonti, le proposte di legge di Ichino, il tema della Partecipazione e della Cogestione diventa oggetto di analisi e di proposte da vari versanti della società civile e del mondo politico italiano. Se in passato sembrava relegato ai ristretti circoli della Destra alternativa e di alcune componenti della scuola sociale cattolica e delle loro rispettive compagini sindacali, ora il sogno partecipativo sembra assumere forma e sostanza. Tuttavia l’analisi più compiuta e il maggiore impulso alla ricerca di una nuova esperienza nei rapporti tra lavoro e capitale e nella ridistribuzione della ricchezza, proviene da un “pulpito”, e il termine nella fattispecie non può essere più corretto, per certi aspetti inaspettato. Il Santo Padre Benedetto XVI ha infatti affermato nell’ultima enciclica “Caritas in veritate” a chiare lettere che: “Cresce la ricchezza mondiale in termini assoluti, ma aumentano le disparità. Nei Paesi ricchi nuove categorie sociali si impoveriscono e nascono nuove povertà. Nelle aree più povere alcuni gruppi godono di una sorta di supersviluppo dissipatore e consumistico che contrasta in modo inaccettabile con perduranti situazioni di miseria disumanizzante. La corruzione e l’illegalità sono purtroppo presenti sia nel comportamento di soggetti economici e politici dei paesi ricchi, vecchi e nuovi, sia negli stessi paesi poveri. A non rispettare i diritti umani dei lavoratori sono a volte grandi imprese transnazionali e altre piccoli gruppi di produzione locale. Gli aiuti internazionali sono stati spesso distolti dalle loro finalità, per irresponsabilità che si annidano sia nella catena dei soggetti donatori sia in quella dei fruitori.” Analisi chiara e ineccepibile di quel degrado della società contemporanea che tutti noi abbiamo ben presente. Il Papa procede ad una valutazione dei compiti dello Stato che è più che condivisibile . “Oggi, facendo anche tesoro della lezione che ci viene dalla crisi economica in atto” “ sembra più realistica una rinnovata valutazione del … ruolo e del …. potere dello Stato, che vanno saggiamente riconsiderati e rivalutati in modo che siano in grado, anche attraverso nuove modalità di esercizio, di far fronte alle sfide del mondo odierno. Con un meglio calibrato ruolo dei pubblici poteri, è prevedibile che si rafforzino quelle nuove forme di partecipazione alla politica nazionale e internazionale che si realizzano attraverso l’azione delle Organizzazioni operanti nella società civile; in tale direzione è auspicabile che crescano un’attenzione e una partecipazione più sentite alla res publica da parte dei cittadini.. Dal punto di vista sociale, i sistemi di protezione e previdenza, già presenti ai tempi di Paolo VI in molti Paesi, faticano e potrebbero faticare ancor più in futuro a perseguire i loro obiettivi di vera giustizia sociale entro un quadro di forze profondamente mutato”. E come non essere d’accordo con le valutazioni sulle conseguenze della Globalizzazione?? “Il mercato diventato globale ha stimolato anzitutto, da parte di Paesi ricchi, la ricerca di aree dove delocalizzare le produzioni di basso costo al fine di ridurre i prezzi di molti beni, accrescere il potere di acquisto e accelerare pertanto il tasso di sviluppo centrato su maggiori consumi per il proprio mercato interno. Conseguentemente, il mercato ha stimolato forme nuove di competizione tra Stati allo scopo di attirare centri produttivi di imprese straniere, mediante vari strumenti, tra cui un fisco favorevole e la deregolamentazione del mondo del lavoro. Questi processi hanno comportato la riduzione delle reti di sicurezza sociale in cambio della ricerca di maggiori vantaggi competitivi nel mercato globale, con grave pericolo per i diritti dei lavoratori, per i diritti fondamentali dell’uomo e per la solidarietà attuata nelle tradizionali forme dello Stato sociale. I sistemi di sicurezza sociale possono perdere la capacità di assolvere al loro compito, sia nei Paesi emergenti, sia in quelli di antico sviluppo, oltre che nei Paesi poveri. Qui le politiche di bilancio, con i tagli alla spesa sociale, spesso anche promossi dalle Istituzioni finanziarie internazionali, possono lasciare i cittadini impotenti di fronte a rischi vecchi e nuovi; tale impotenza è accresciuta dalla mancanza di protezione efficace da parte delle associazioni dei lavoratori. L’insieme dei cambiamenti sociali ed economici fa sì che le organizzazioni sindacali sperimentino maggiori difficoltà a svolgere il loro compito di rappresentanza degli interessi dei lavoratori, anche per il fatto che i Governi, per ragioni di utilità economica, limitano spesso le libertà sindacali o la capacità negoziale dei sindacati stessi. Le reti di solidarietà tradizionali trovano così crescenti ostacoli da superare” … e ora l’affondo sul ruolo dei Sindacati, con la esse maiuscola ovviamente.” L’invito della dottrina sociale della Chiesa, cominciando dalla Rerum novarum [60], a dar vita ad associazioni di lavoratori per la difesa dei propri diritti va pertanto onorato oggi ancor più di ieri, dando innanzitutto una risposta pronta e lungimirante all’urgenza di instaurare nuove sinergie a livello internazionale, oltre che locale” e infine il fondamentale rapporto tra lavoro e uomo “Quando l’incertezza circa le condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione, diviene endemica, si creano forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell’esistenza, compreso anche quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale. Rispetto a quanto accadeva nella società industriale del passato, oggi la disoccupazione provoca aspetti nuovi di irrilevanza economica e l’attuale crisi può solo peggiorare tale situazione. L’estromissione dal lavoro per lungo tempo, oppure la dipendenza prolungata dall’assistenza pubblica o privata, minano la libertà e la creatività della persona e i suoi rapporti familiari e sociali con forti sofferenze sul piano psicologico e spirituale” … e la centralità dell’uomo … elemento della produzione e non “costo della produzione … . “Desidererei ricordare a tutti” afferma il santo Padre,” soprattutto ai governanti impegnati a dare un profilo rinnovato agli assetti economici e sociali del mondo, che il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo, la persona, nella sua integrità: “L’uomo infatti è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale” (61). la svolta partecipativa è a questo punto completa. Il lavoratore da prestatore d’opera che cede la sua attività professionale dietro la corresponsione di una “mercede” rimanendo quindi estraneo all’impresa a soggetto, diventa protagonista dell’attività economica… e tutto questo attraverso un rinnovato, insostituibile ruolo delle Organizzazioni Sindacali che devono avere il coraggio rivoluzionario di assumersi le loro responsabilità di fronte ai legittimi interessi che rappresentano, recuperando spinta motivazionale, valori, trasparenza gestionale e dialettica interna che forse non hanno mai avuto ma che certamente risultano indispensabili in ipotesi partecipativa.
ETTORE RIVABELLA






