Incontro con i tuareg
luglio 2, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza
Avevo trascorso la giornata presso il grande raduno di allevatori nomadi transumanti nei territori desertici e i contadini insediati nelle savane coltivabili che si svolge nella regione del sahel situata nel nord del Niger all’inizio della primavera, in occasione della festa organizzata dai peuhl, pastori di grandi mandrie di buoi e cammelli, durante la quale i giovani eseguono danze prolungate per la conquista d’una moglie. Nella società peulh i ruoli appaiono invertiti: non sono le ragazze a dover sedurre i giovanotti col trucco e col gesto, ma i maschi, i quali, coi volti sontuosamente truccati, si esibiscono in danze cerimoniali per essere scelti dalle fanciulle. Ma il raduno era anche un’occasione di mercato dove ogni gruppo offriva in vendita la propria merce: ceste ricolme di miglio e di manioca; pile di patate dolci, di manghi e papaie; mucchi di datteri; ampi blocchi di sale, riportati dai tuareg in pericolosi viaggi compiuti fino alle lontanissime distese del deserto salato; stoffe, stuoie, gioielli e calebasses, i grandi recipienti ricavati da gusci di zucca seccati, quindi intagliati e dipinti per essere adibiti ad uso domestico. Avevo affrontato un interminabile viaggio in pulman per trasferirmi da Niamey, la capitale del Niger, in quell’arida regione a cavallo tra il Sahara e la savana, per osservare e fotografare quel coloratissimo e animatissimo spettacolo di folla impegnata nei commerci più diversi, vagando incessantemente tra i vari gruppi, sostando davanti alle scene – le danze, le conversazioni, le contrattazioni e gli approcci tra uomini e donne – che, dopo il calar del sole, il guizzare dei fuochi o delle luci a petrolio mi restituivano trasfigurate. A notte inoltrata mi ritrovai verso la periferia del grande assembramento, nei pressi di alcuni tendaggi tuareg. Mi sentivo troppo stanco per continuare a stare in piedi e mi guardavo intorno cercando un posto appartato dove stendere la mia stuoia per trascorrere la notte. Il luogo era tranquillo perché l’occasione era di quelle istituzionalmente pacifiche, ma, essendo l’unico esponente d’una cultura generalmente non presente in raduni di quel genere, avevo un certo ritegno a mettermi a dormire in mezzo agli altri; per cui mi guardavo in giro dubbioso, esitando sul da farsi. La mia incertezza doveva essere percepibile, perché una voce mi interpellò in tono incoraggiante: “Olà, ça va?” La domanda era formulata in un francese perfetto, ma lì per lì non mi sorpresi, giacché avevo incontrato molti africani capaci di parlare la lingua degli ex dominatori con proprietà e buon accento. Chi mi aveva rivolto la parola era un giovane tuareg sorridente, un bel ragazzo sui venticinque anni con una rada barbetta disordinata intorno al mento e gli occhiali a stanghetta sul naso, seduto fuori dalla sua tenda accanto a una bellissima donna dagli occhi a mandorla e a una bambina completamente nuda di due o tre anni col capo raso, salvo per un ciuffo di capelli alla sommità della nuca. “Oui, ça va” risposi, guardando senza grande interesse la famigliola tuareg intenta a godersi quel po’ di fresco portato dal buio dopo la giornata infuocata. Una teiera bolliva su uno strato di carbonella ardente. “Asseyez-vous (si accomodi)” disse il giovane indicando la teiera, gesto col quale ero invitato inequivocabilmente a prendere il tè con la sua famiglia. Non avrei mai rifiutato un invito di quel genere, non solo perché sarebbe stato inteso come una scortesia incomprensibile, ma perché esso mi svelava l’atteggiamento amichevole e ospitale dell’uomo, da cui ritenni di poter trascorrere senza timore la notte se non proprio dentro la sua tenda (cosa che invece più tardi mi fu offerta), almeno accanto ad essa. “Merci” dissi sorridendo con gratitudine e mi accosciai di fronte all’uomo. Per alcuni istanti restammo in silenzio, mentre la donna, col bellissimo volto atteggiato alla impenetrabilità serena e distaccata d’una sfinge, armeggiava intorno alla teiera, introducendovi quietamente alcune perle di zucchero, rimestando all’interno con un cucchiaio e richiudendo il coperchio di smalto con un piccolo scatto metallico. Presso i tuareg la conversazione non inizia fino a quando il tè non è pronto e l’ospite non ne ha sorseggiarne almeno una tazza; ma nello sguardo rivoltomi dall’uomo, pur pacato e venato d’un filo di divertimento e d’ironia, indovinavo come un’intesa, una comprensione e una simpatia mischiati a un senso d’attesa, a qualcosa di allusivo tra me e lui che non riuscivo ad afferrare e che perciò mi spinse a rompere il silenzio: “D’ou venez-vous (da dove venite)?” Egli, rispondendo, fece con la mano un gesto vago verso il nord: “Du cotè de Taoudenni, pour approcher du sel ici”. Taoudenni è la località sahariana dove si trovano le miniere di sale a cielo aperto presso le quali i Tuareg si recano a dorso di cammello ad estrarre il prezioso prodotto per venderlo nei luoghi di raduno come quello nel quale ci trovavamo in quel momento. Sapevo che solo dei grandi conoscitori del deserto come i tuareg osano avventurarsi sulle difficilissime piste dirette a Taoudenni attraverso un territorio conosciuto come “il deserto dei deserti”, vale a dire la parte più arida e temibile di tutto il Sahara, con pochissimi pozzi d’acqua salmastra lungo il cammino e dove le tempeste di sabbia si scatenano con una frequenza spaventosa e persecutoria (almeno, osavano quando realizzai quel viaggio, diversi anni fa; con l’evoluzione dei tempi e l’introduzione nel Sahara di moltissimi camion, non so se esistano ancora tuareg disposti ad effettuare quelle spedizioni preistoriche a dorso di cammello). Ma era l’uso raffinato della lingua francese da parte del mio interlocutore (aveva adoperato il verbo approcher, avvicinare, per indicare simultaneamente l’estrazione e il trasporto del sale fino al luogo dove metterlo in vendita), oltre alla sua dizione impeccabile, a stupirmi. “Ou avez vous appris le français (dove ha imparato il francese)?” gli domandai. “Oh, je suis français (Oh, io sono francese),” fu la risposta, apparentemente noncurante, ma con un leggero accento di canzonatura che valse a sconcertarmi più della risposta stessa. “Comment?” domandai, ancora incredulo. “Vous etes français?” Sporse in avanti il viso ridente, trasformato in una specie di maschera sardonica dalla luce baluginante delle braci. “Oui, je suis français, mais je suis meme touareg (sì, sono francese, ma sono anche tuareg)”. Rimasi a guardarlo interdetto, esaminando con diffidenza i suoi lineamenti, il naso diritto, le labbra sottili e i capelli e la barba color castano chiaro, in effetti più nordici che caucasoidi (talvolta i tuareg presentano anche qualche sfumatura negroide, ed era appunto il caso della moglie, che aveva labbra spesse e sporgenti, per quanto ben disegnate); finché, dopo aver assaporato con aria faceta il mio stupore, egli si decise a raccontarmi la sua storia.
“Mi chiamo Jean Philippe, o almeno così mi chiamavo quando vivevo in Francia coi miei genitori. Sono sette anni che vivo in Africa, dove ho scelto di diventare tuareg. Oggi mi chiamo Alahouda. Quando ho lasciato la Francia avevo diciotto anni. Dal quartiere parigino dove abitavo con mia madre e mio padre dovevo recarmi al liceo di Versailles, per sostenervi l’esame di maturità. Quell’anno avevo studiato molto poco e sapevo di rischiare la bocciatura. Per andare a Versailles dovevo prendere il treno ma, lungo la strada verso la stazione, senza dubbio per il timore di quello che mi attendeva, persi tempo, così arrivai quando il treno era già partito. Allora mi recai sulla strada, con l’idea di raggiungere la scuola in auto-stop, ma non stavo bene, non avevo nessuna voglia di arrivare in tempo per sostenere l’esame. Si fermò una Land Rover con a bordo una giovane coppia in vacanza, sprizzante felicità perché stava recandosi in Africa per compiere una traversata del Sahara occidentale. Appena salito su quell’auto, presi di colpo la mia decisione, scegliendo di rivoluzionare completamente la mia vita. Sicuramente non pensavo di mentire quando, uscendo di casa, avevo detto ai miei genitori: Ci vediamo stasera. Da allora non li ho più rivisti ed essi non hanno saputo più nulla di me fino a qualche mese fa, quando mi sono deciso a scriver loro una lettera dove ho raccontato tutta la mia storia. Quando domandai ai coniugi francesi se potevano portarmi in Africa con loro forse il mio fu un atto avventato, suggerito dalla paura di essere bocciato, ma una volta giunto in Africa mi sono accorto che non avevo più nessuna intenzione di tornare indietro, e ne ero talmente convinto che a El Ayun, lasciati i francesi coi quali ero arrivato fin lì, montai su uno di quei treni che trasportano bauxite attraverso la Mauritania in viaggi interminabili. Con me avevo solo 100 franchi e la mia carta di identità, valida però per viaggiare in territori già sotto protettorato francese, ma ciò nonostante venivo continuamente fermato dai militari, i quali, col pretesto che non possedevo un passaporto o che avevo troppo poco denaro, volevano farmi tornare indietro. Ma io mi mettevo in un angolo e aspettavo pazientemente che cambiassero idea. In genere, dopo un giorno o due, al passaggio di un altro di quei treni carichi di bauxite, mi lasciavano ripartire. Giunto nel nord del Mali, ho trovato ospitalità presso i tuareg, ed è stato allora che ho capito come la vita dei pastori nomadi fosse il genere di esistenza che mi affascinava di più e che desideravo conoscere fino in fondo. Così, restando accanto ad essi e condividendo la loro esistenza, ho deciso di farmi tuareg, abbracciando la religione islamica e poi fondando una mia famiglia con Kauila, la donna che ho preso in moglie e che mi ha dato Aicha, la mia bambina”.
Mentre il mio interlocutore parlava, continuavo ad esaminarne l’aspetto celtico, l’aria vagamente intellettuale conferitagli dagli occhiali a stanghetta, il suo linguaggio evoluto e quel qualcosa di indefinibile che ne svelava l’appartenenza al mondo occidentale con tutto il suo retroterra culturale, che portava addosso come un marchio indelebile. Eppure egli aveva deciso di rinnegare il suo mondo e di ridursi all’esistenza impervia e, almeno ai mei occhi, quasi disperata dei tuareg. Con l’immaginazione lo vidi arrancare per giorni e giorni in groppa al suo dromedario in territori infuocati, patendo atrocemente la sete e la fatica insieme ad altri sventurati come lui, per raggiungere località spaventose come Taoudenni dove raccogliere con sudore e sofferenza pesantissimi blocchi di sale, da vendere poi per una manciata di denari coi quali acquistare le provviste occorrenti appena a riprendere nuovamente il viaggio verso le miniere di sale, in un ciclo interminabile e sfiancante; e, dietro a questo andare e venire, non c’erano altro che pasti frugali composti da pane di semola di grano cosparso di burro rancido, miglio abbrustolito e latte di cammella; serate trascorse tutti insieme accanto al fuoco acceso con lo sterco delle bestie perchè nel deserto non v’è legna da ardere; e poi le chiacchiere indolenti, l’ascolto di qualche canzone per ingannare il silenzio incolmabile del Sahara, la promiscuità, la scarsa pulizia e il grave rischio delle infezioni e delle malattie senza farmaci adeguati per fronteggiarle. C’era ancora, naturalmente, l’amore sotto la tenda, ma era quello un compenso sufficiente a giustificare un’esistenza così aspra? Guardai la moglie, senza dubbio una giovane donna molto attraente, anche se con quell’alone vagamente selvatico conferitole da un sangue dedito da sempre, al contrario del marito, a un’esistenza estrema, condotta sul sentiero impervio e crudele della pura sopravvivenza. Certo l’amore con lei doveva essere piacevole, ma non c’erano mille altre donne altrettanto belle con cui intrattenere rapporti amorosi nel mondo che il mio ospite francese aveva voluto ripudiare?
“Perché ha deciso di scegliere questa vita?” non potei, a quel punto, trattenermi dal chiedergli, forse con un tono vagamente riprovatorio che non seppi nascondere.
“Ah, per la sensazione di libertà assoluta che mi dà!” mi rispose con un’enfasi che accolsi con scetticismo. “La giungla non è in Africa, ma a Parigi. Qui, se incontri qualcuno lo saluti; se arriva uno straniero lo sfami. A Parigi lasciano crepare per strada un uomo affamato o malato mentre nutrono con la carne e curano con grande impegno bestie come cani e gatti. Da quando vivo in Africa non mi ricordo una sola volta in cui mi sia stata negata l’ospitalità. E poi qui esiste una spiritualità naturale nei confronti della vita, un sentimento religioso che accomuna tutti gli esseri umani. In Francia non sapevo che cosa fosse la religione perché i miei genitori non mi hanno impartito un’educazione religiosa. Ho trovato nell’Islam la dimensione spirituale necessaria per una comprensione autentica della vita e per vivere in una comunanza fraterna coi miei simili”. Io continuavo a considerare senza entusiasmo le sue parole. Mi sembrava di ascoltare i soliti luoghi comuni espressi dagli europei infatuati dell’esistenza condotta dagli africani e della “spiritualità” ad essi attribuita, una spiritualità improntata a una sorta di religiosità della natura o misticismo panteista (appena venato di islamismo o di cristianesimo, a seconda delle influenze subìte); ma quegli altri europei esprimevano l’attrazione esercitata su di loro dall’Africa in modo blando, certo non con la radicalità del mio nuovo conoscente, che, invece, si era convertito totalmente alla vita tuareg, assumendola e facendola propria anche creandosi una famiglia in seno a quel popolo. Ero in presenza, evidentemente, di un caso di fuga dal proprio sé e di conversione all’altro da sé, un caso che accade forse più frequentemente di quanto si immagini. E’ inevitabile domandarsi i motivi di scelte di questo genere, certo a causa della difficoltà di farcene una ragione. Per Jean Philippe la causa scatenante doveva essere stata, come possiamo intuire dalle sue stesse parole, il timore di non rivelarsi all’altezza di quella vita adulta e responsabile che presumibilmente i suoi genitori si aspettavano assumesse dopo la maturità; forse c’era anche un’insoddisfazione di sé e un senso di noia nei confronti dell’esistenza condotta fin lì. Più in generale, non v’è dubbio che scelte di vita drastiche come queste siano determinate da uno smarrimento di se stessi legato alla perdita dei propri valori di riferimento, morali, culturali o identitari che dir si voglia. Oggi, la diffusione in Occidente di quell’ideologia di derivazione rousseiana ispirata all’esaltazione della vita selvaggia ovvero della vita primitiva o “naturalistica” condotta in seno o più vicino alla natura, favorisce e moltiplica questo genere di fuga, ma forse l’impulso da cui nasce trova la propria collocazione più appropriata in quel grano di follia che l’uomo nasconde da sempre nelle regioni più oscure del suo intimo e che corrisponde a una sorta di istinto di negazione di sé o di stimolo ad affrancarsi dalla propria identità, vissuta, per una qualsiasi ragione, come una limitazione di libertà.
DIONISIO DI FRANCESCANTONIO
L’importanza dell’apprendistato
aprile 15, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Fino agli anni settanta più di millequattrocento macellerie erano distribuite su tutto il territorio di Genova. La sobria eleganza dei marmi pregiati che costituivano la base del loro arredo era un elemento immancabile del paesaggio urbano e solo la loro facile accessibilità faceva perdere di vista il privilegio comune a tutti di disporre di un servizio di così alta qualità.
Storicamente, la scuola dei macellai genovesi era universalmente conosciuta come una delle migliori d’Italia. Circostanza, questa, assai rilevante se si pensa che la sapiente lavorazione della carne influenza direttamente la tradizione culinaria e di conseguenza educa il gusto ed eleva la qualità della vita. Purtroppo, di questo valore ci siamo resi conto troppo tardi: solo quando quest’arte è apparsa avviata verso un inesorabile tramonto è scattato il rimpianto e l’affannosa ricerca delle sue espressioni superstiti; come testimonia la folta schiera dei clienti che popolano il negozio di Piero, uno degli ultimi, se non forse l’ultimo maestro macellaio della nostra città. Si tratta di genovesi provenienti da tutti i quartieri della città ma anche abitanti dell’entroterra e delle riviere, milanesi e altri lombardi disposti ad attendere per ore il loro turno nello storico negozio di vico Macelli di Soziglia.
Ma come è stato possibile che un prodotto ancor oggi ricercatissimo stia per scomparire dal mercato assieme ad un mestiere che dava di che vivere nell’abbondanza a un migliaio di famiglie? Questa non è una domanda retorica dettata dalla nostalgia ma il quesito molto pratico che dovrebbe costituire il punto di partenza di un pubblico amministratore intenzionato ad agire per il bene comune sul fronte diretto dell’occupazione e su quello accessorio, ma non trascurabile, della migliore vivibilità dei quartieri che acquistano in sicurezza e gradevolezza proprio grazie alla presenza delle luci e dei colori di tante vetrine dall’offerta differenziata e non banale.
Attingere all’esperienza quasi cinquantennale di Piero rappresenta il primo passo per immaginare un possibile percorso di recupero. Con il suo aiuto, cominciamo a richiamare alla memoria il modello virtuoso con cui veniva trasmesso un mestiere certamente difficile. La formazione, allora chiamata apprendistato, prevedeva due pomeriggi di lezioni teoriche nel corso delle quali si studiavano gli elementi di veterinaria utili alla professione assieme alle nozioni indispensabili per gestire un negozio. Ma era solo attraverso la pratica che ci si impossessava del mestiere: il giovane aspirante veniva messo “a bottega”, cioè a lavorare in una macelleria di sua scelta dove il titolare-maestro, mentre lo utilizzava, provvedeva ad istruirlo, seguendo passaggi logici dettati dall’esperienza: prima l’igiene e la scrupolosa pulizia con cui doveva essere tenuto il negozio, poi la lavorazione degli stalli meno pregiati con l’acquisizione della manualità necessaria a praticare l’“impelleggina”, cioè la pulizia completa dell’osso, dopo di che l’apprendista cominciava a stare dietro al banco dove veniva spronato a “rubare” il mestiere osservando le mani del maestro e dove imparava a distinguere gli stalli in rapporto all’uso culinario a cui erano destinati. Era in questo preciso punto che si combinavano due interessi in apparenza contrastanti: quello del macellaio provetto, costretto a perdere tempo prezioso per allevare un potenziale concorrente, e quello di un giovane disposto a svolgere lavori anche umili pur di impossessarsi d’un mestiere capace di assicuragli un sicuro futuro di benessere. La non conflittualità era assicurata dal buon senso, allora molto più diffuso di oggi, che comportava la generosa disposizione dell’adulto verso l’insegnamento (da cui traeva motivo di gratificazione personale) e dalla necessaria umiltà da parte dell’allievo di sottostare per tutto il tempo necessario alla disciplina imposta dal maestro. Anche lo Stato faceva la sua parte in questo delicato momento di formazione, provvedendo esso stesso a versare i contributi che oggi sarebbero invece a totale carico dei macellai, eventualmente disponibili ad assumere un apprendista.
Dalle parole di Piero emerge continuamente l’amore e la fierezza verso l’attività che svolge da così tanto tempo, assieme alla soddisfazione che prova ogni qual volta (in pratica, sempre) soddisfa i suoi clienti, i quali, a loro volta, lo ripagano con continue testimonianze di simpatia; ma, nello stesso tempo, egli è assolutamente scettico riguardo alla possibilità di poter dare una continuità al suo mestiere, poiché non vede nei politici locali né la volontà né la capacità di restaurare un apprendistato degno di tale nome e li ritiene più attenti agli interessi delle scuole di formazione, raramente capaci di fornire sbocchi di lavoro, che a quelli dei giovani in cerca di occupazione. Ed è ugualmente scettico anche nei confronti dei rappresentanti delle nuove generazioni: tanto restii nella volontà di conquistarsi la libertà che deriva da una vera indipendenza economica, quanto arroganti nel pretendere comodi inserimenti nel pubblico impiego, non importa se poco remunerativi e completamente parassitari.
Ma (forse), anche in questo caso fermare la deriva non è impossibile. Quando finisce per emergere la consapevolezza d’un pericolo incombente – come quello di non trovare tanto facilmente una possibilità d’impiego – anche i giovani, almeno quelli più avveduti, potranno riconquistare la disposizione d’animo necessaria per apprendere mestieri tutt’altro che facili, come quello del macellaio. Per favorire questo processo, si ritiene utile, per non dire indispensabile, ristabilire il valore e il prestigio sociale che un tempo aveva questa professione, così come quella di tanti altri artigiani e degli stessi commercianti al minuto. Prestigio che derivava dal generale riconoscimento che dovrà essere nuovamente attribuito a chi, assolvendo con fatica il compito di provvedere autonomamente a se stesso e alla propria famiglia, ricopre un ruolo di grande e prolungata visibilità e rappresenta, con il modo garbato di porsi e con la luce della sua vetrina, uno dei primi. E spesso molto attraenti, biglietti da visita di un popolo e di una città.
Miriam Pastorino
Rutelli does’nt not speak english
febbraio 11, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Qualcuno ricordera’ nel 2007, il putiferio di servizi in tv e sui giornali, che riguardavano la notizia dell’apertura del sito internet Italia.it, portale realizzato dal Ministero per il Turismo, costato la bellezza di 45 milioni di euro (incredibile ma vero). Presentato a Milano da Francesco Rutelli, suscito’ ben pochi consensi e numerosi insulti. A questo segui’ un esilarante video in cui, con un inglese maccheronico, Rutelli invitava i turisti a visitare il portale. Ad un anno dalla sua nascita il sito registrava cosi’ poche visite che venne chiuso. A partire dal 2008 in tanti si sono mossi, da Brunetta alla Brambilla, piu’ sui giornali che negli uffici, annunciando la pronta ripresa dei lavori di restauro del sito. Ma tutt’ora possiamo accedere ad un sito esclusivamente in lingua italiana (utile!), con pochissimi contenuti, una grafica da “blog” e assolutamente poco intuitiva. Consci e forse illusi dall’idea che <<tanto i turisti in Italia vengono lo stesso>>, stiamo trascurando un settore di vitale importanza per l’economia. Nell’epoca di internet non e’ ammissibile trascurare l’aspetto digitale, la pubblicita’, il marketing. Pensiamo alla bellissima campagna pubblicitaria di VisitGreece.com, o quella della regione Toscana (che si e’ attivata autonomamente), della Scozia o o del Messico (in tutti gli schermi della metropolitana di Milano). Non dico di spendere miliardi di euro in tv, ma sarebbe auspicabile almeno avere un sito di facile accesso per i turisti, ovviamente in inglese, e che possa consigliare itinerari, segnalare eventi… Ci auguriamo che con quei 45 milioni di euro Rutelli si sia almeno pagato un corso di inglese. See you Rutels! Godetevi il video, e fate attenzione a come Rutelli legga a memoria, recita aggettivi come se fossero sostantivi. Uno spettacolo. Da 45 milioni di euro.
Elisa Serafini
Dove ci sta portando il turismo di massa?
febbraio 3, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Dove porta il turismo di massa ? Fenomeno tutto moderno, nato sull’onda del consumismo e del benessere (spesso illusorio, perché fondato sull’indebitamento) il “turismo di massa” spesso urta con la difesa delle ambiente e delle tradizioni locali, in particolare in quelle nazioni dove minore è la consapevolezza dei rischi determinati da un’eccessiva “esposizione” delle proprie bellezze e maggiore è la domanda di sviluppo economico.
Una diversificazione degli itinerari ed una più attenta gestione dei flussi, a livello globale e locale, eviterebbe proprio quelle concentrazioni che secondo la denuncia, lanciata da Threatened Wonders List, la classifica annuale (giunta alla seconda edizione) elaborata dalla rivista inglese “Wanderlust” , mettono in pericolo otto delle meraviglie del mondo.
Wadi Rum (Giordania)
Il suggestivo sito di Wadi Rum è il primo sito a rischio. Quel pezzo di
deserto in Giordania celebre anche per essere stato immortalato in alcune scene
del film Lawrence d’Arabia è una merviglia della natura. E sono molti i turisti
che ne vogliono conoscere i misteri e vederne la desolata bellezza. Peccato
però che Wadi Rum sia percorso in lungo e in largo da moderni cow boy in una
specie di “far (w)est” senza regole, pieno di sabbia, dune e fuoristrada.
Eppure si tratta di un territorio protetto ma il numero di persone che vi
giungono è molto superiore alle capacità di accoglienza delle strutture esistenti. E c’è già chi ha in mente di costruirvi dei moderni e attrezzatissimi resort…
Yangshuo (Cina)
Ad attirae un numero sempre maggiore di turisti è il villaggio di Yangshuo
nella provincia del Guangxi, nella Cina meridionale. Qui, ogni anno passano
circa tre milioni di turisti, attratti dalla bellezza dei paesaggi circostanti
attraversati dal fiume Li che scorre palcido tra picchi dalla vegetazione
lussureggiante. Sarebbe perfetto se non fosse che il successo del posto ha
attratto molti più visitatori rispetto alle strutture esistenti. Inoltre, molti
cinesi, fiutando l’affare, hanno venduto le proprie attività a stranieri che ne
hanno fatto negozi di souvenir, snaturando in questo modo la tipica atmosfera
che aveva reso celebre Yangshuo.
Tulum (Messico)
Da quando è iniziato lo sfruttamento turistico messicano di Cancun nel 1970,
il tessuto sociale della zona si è sgretolato. Un tempo c’erano ancora comunità
maya che popolavano la zona, ora sono state letteralmente spazzate via da uno
sviluppo economico selvaggio che però non aveva toccato Tulum, una delle poche
realtà maya ancora rimaste. Ma Tulum soffre anche per la presenza nelle
vicinance delle più belle e selvagge spiagge dei Caraibi, un tempo vuote e ora
invase dai numerosi visitatori stranieri.
Stonehenge (Gran Bretagna)
Situato nella piana di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, Stonehenge è un
complesso circolare di monoliti, vestigia di un’antica civiltà che suscita in
noi fascino e curiosità. Dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel
1986 Stonehenge appare oggi fuori dal contesto paesaggistico, stretto com’è da
parcheggi, strade e sottopassi in cemento, costruiti appositamente per
facilitare il flusso dei turisti.
Machu Picchu (Perù)
Il sito archeologico di Machu Picchu è un must per i turisti che visitano il
Perù. La solitudine (non più per molto, a quanto pare), la preziosità del sito
e l’atmosfera suggestiva che eserctano le rovine dell’antica cittadella Inca
sono nello stesso tempo fortuna e rovina di Machu Picchu. Ma la situazione è
peggiorata drasticamente da quando le autorità hanno deciso, nel 2006 di
facilitarne l’accesso con due nuove infrastrutture: un ponte e una strada. Una
pacchia per i 2500 visitatori al giorno che decidono di accedervi.
Jaisalmer (India)
Attratti dalla sua fortezza, miraggio dorato che sorge in mezzo al deserto del
Thar, Jaisalmer accoglie ogni anno migliaia di turisti. La cittadella appare
come un gigantesco castello di sabbia in cima alla collina del Trikuta. Nel
2008, 300mila turisti hanno visitato la città indiana, un numero tre volte
superiore a quello di dieci anni fa. Il numero sempre crescente di turisti sta
erodendo letteralmente la struttura, per i crescenti bisogni idrici e l’assenza
di vegetazione.
Timbuktu (Mali)
Contrariamente a quanto succede negli altri luoghi non sono i turisti a
costituire un pericolo per questo luogo ma il clima di terrorismo e la
frequenza dei sequestri. Nel novembre scorso il Foreign and Commonwealth Office
ha inserito Timbuktu e gran parte del nord del Mali nella lista dei luoghi in
cui non recarsi.
Bay of Fires (Tasmania)
I 30 chilometri di spiaggia della Bay of Fires, area protetta della Tasmania
fanno gola a molti. Soprattutto da quando la guida turistica Lonely Planet ha
classificato questa località tra le migliori del 2009. Apprezzatissima dai
turisti che invadono la zona, Bay of Fires rischia di soccombere al proprio
successo. Il tutto mentre gli aborigeni locali tentano di proteggere il
territorio dal degrado che una tale invasione turistica comporterebbe.
Mario Bozzi Sentieri
Il boom dei viaggi dello spirito
gennaio 22, 2010 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Si è tenuta, a Roma, dal 14 al 17 gennaio, la II edizione del “Josp Fest”, il Festival Internazionale degli Itinerari dello Spirito. In sintesi: una rassegna finalizzata a promuovere l’esperienza dei viaggi di fede, valorizzando l’incontro tra i popoli, i territori e le tradizioni religioso-culturali in un contesto scenografico ed emozionale che fonde storia, religione, cultura e tecnologia. Per gli operatori del settore si è trattato di un importante momento d’incontro per promuovere i propri prodotti e servizi. Per chi guarda al mondo contemporaneo, cercando i segni di una possibile fuoriuscita dal “pensiero unico” del materialismo e del produttivismo, o almeno un suo riequilibrio, si tratta di un interessante elemento di riflessione, vera e propria metafora sulla via della ricerca del volto di Dio insita nell’uomo. Un volto non si trova certamente in un luogo o in una destinazione, ma nel pellegrinaggio s’impara che si fa “esperienza” del volto di Dio attraverso la conoscenza del volto degli altri. È attraverso questa conoscenza che i pellegrini iniziano a conoscere sé stessi, il mondo ed eventualmente il volto di Dio. “La gloria di Dio è l’uomo che vive, e la vita dell’uomo è la visione di Dio” diceva Sant’Ireneo di Lione. La riscoperta dei luoghi aiuta in questo percorso, che – nella dimensione “di massa”, propria del mondo moderno – si fa anche occasione turistica, approccio immediato – ci auguriamo – ad approfondimenti ulteriori. Da questo punto di vista anche la Liguria – proprio nell’occasione del “Josp Fest” – ha offerto un significativo contributo, attraverso la mappatura a 360° del turismo dello spirito “locale” e i collegamenti con le grandi vie religiose europee: la Via Francigena e il cammino di Santiago de Compostela. Praticamente tutto l’arco ligure racchiuso tra il mare, gli Appennini e le Alpi, con spiagge, borghi storici, luoghi d’arte, parchi. Il risultato è la guida “Le vie del Sacro”, curata da Abalibri, stampata in italiano e in inglese, con 11 itinerari che collegano il mare con l’entroterra. Itinerari da percorrere in auto, in bicicletta o a piedi, per scoprire una Liguria mistica grazie anche una offerta turistica inedita. Il volumetto, di facile consultazione, arricchisce e completa l’intera collana dedicata al Sacro della Regione Liguria che comprende 9 pubblicazioni con 39 itinerari lungo diversi percorsi di oltre tremila chilometri distribuiti in tutta la Liguria. Un viaggio dentro la religiosità ligure attraverso i secoli, all’interno di 170 abbazie, conventi, monasteri, santuari e chiese storiche, una novantina di oratori, lungo il cammino dei pellegrini e dei portatori di Cristi in 33 processioni storiche e grandi infiorate, dodici grandi pellegrinaggi, le feste religiose, le tradizioni, i mercatini e i presepi natalizi. In definitiva una grande Tradizione di Fede e di Cultura, che va riscoperta e valorizzata, alla ricerca di quei “segni materiali”, che danno concretezza alla “voglia di Sacro”. Provare per…Credere.
Mario Bozzi Sentieri
Impara l’arte e non metterla da parte
gennaio 15, 2010 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Ogni tanto capita di rileggere un libro che si sospetta di aver letto eoni or sono. Non importa quale motivo apparente ci abbia spinti a cercarlo fra le centinaia di volumi ammonticchiati in ordini stravaganti nelle nostre librerie o se è stato proprio il libro a cercarci, a lanciare gridolini polverosi di richiamo: è lì, un po’ ingiallito fra le nostre mani e ci guarda, dal profondo della copertina, con una vaga aria di sfida. E così, dedicandoci preventivamente a preparativi e preliminari degni di un vero rapporto amoroso, investiamo un’intera giornata di ferie nell’intento di divorarlo. E veniamo investiti, letteralmente pervasi da una serie variopinta di sensazioni ed illuminazioni creativamente assortite. L’argomento del libro si discosta diametralmente da quello che stiamo affrontando da alcuni mesi ma ciò è vero solo in apparenza. Ma di cosa stiamo parlando, a proposito? Di turismo, ovviamente, o meglio, ci stiamo sforzando di portare qualche contributo all’ansia produttiva di chi lavora nel settore, di quelli che pensano di avere la verità in mano o, semplicemente, di chi se ne interessa. Da qualsiasi parte si stia, l’importante è arrivare ad un nuovo punto di partenza. Troppo spesso, affrontando un qualsiasi argomento, ci comportiamo come un qualsiasi medico specialista di formazione e fede allopatica: ci concentriamo sull’organo malato dimenticando completamente il corpo nel quale è stato installato, a suo tempo, perfettamente funzionante. Così, blaterando di turismo, ci dimentichiamo le radici storiche e sociologiche di questo ennesimo “ismo”. Se è vero che il Viaggio è il grande progenitore del turismo, il tessuto sociale ed economico in cui tale umana creatura è stata allevata è la nostra società capitalista: “io ti do quanto tu mi dai in cambio”. Ed ecco la bastonata! Se dovessimo individuare un’affermazione che ci ha nauseati – e continua a farlo – a riguardo dell’industria turistica è, grosso modo, la seguente: con le risorse disponibili in Italia, il turismo potrebbe costituire la voce più importante del PIL. La posizione strategica al centro di una culla culturale, i chilometri di coste, il clima favorevole, la varietà di paesaggi, il concetto di “museo a cielo aperto” e l’immensa offerta artistica, ebbene, la miracolosa concentrazione di tutte queste virtù non è stata sufficiente a trasformare il Paese Italia in una macchina da guerra turistica. Roba da restare esterrefatti! Dove sta la risposta, allora? Ecco che, quasi per scherzo, la troviamo nei meandri del pensiero umano, fra le pieghe della sociologia, della filosofia e della psicologia, perché no. Tornando all’assioma capitalista, cosa diamo, noi Italiani, noi Genovesi – nella fattispecie – in cambio agli ipotetici turisti? Amiamo noi davvero il nostro Paese, la nostra città, tanto da trasmettere questo amore profondo, maturo? Siamo in grado di comunicare gioia di vivere qui e non altrove, rispetto dei nostri spazi comuni, disponibilità a difenderli, qualora occorra? Siamo capaci di unirci saldamente per un progetto reale, veramente costruttivo e non contro qualcosa? Pensiamo davvero che il turismo sia solo una questione economica per cui basta individuare target alternativi delegando la pratica agli isolati operatori di settore e la teoria ad impacciati improvvisatori che, nella migliore delle ipotesi, sono tanto volonterosi da meritarsi una poltroncina? Quando una destinazione vuole fortemente diventare una meta turistica, deve reggersi sulla coesione: a partire dall’albergatore e tutti i suoi collaboratori fino al commerciante, al taxista, al vigile, ai cittadini che passeggiano per le strade. Per raggiungere uno scopo ci vuole amore per ciò che si fa, per la squadra insieme alla quale si fa, ci vuole fede, fede razionale, quella radicata – cioè – su libere convinzioni derivate dalle proprie osservazioni e dalle idee produttive che ne conseguono ad onta dell’opinione generale. Per raggiungere uno scopo ci vuole educazione, a dispetto della coercizione, laddove educazione significa aiutare a realizzare le naturali potenzialità e avendo fede in esse. Ma aver fede significa avere coraggio, capacità di correre un rischio e di accettare perfino il dolore e la delusione di un fallimento.
MARIAROSARIA MURMURA
Vaccanze (con due c)
dicembre 10, 2009 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Che si decida di assecondare il proprio famelico spirito viaggiatore o di fare del turismo massificato, lo si fa, in linea di massima, per prendersi una vacanza. Sì, ma da che? L’Uomo occidentale decide di prendersi una vacanza dal lavoro, principalmente, ma – in ordine sparso – per i seguenti elementi destabilizzanti:
- il vicino di casa sassofonista in erba;
- la portiera starnazzante;
- l’arredamento di casa in perfetto stile Aiazzone, acquistato frettolosamente in stato d’ebbrezza da matrimonio;
- dal vigile di quartiere che pare aver piazzato un ricevitore satellitare sulla nostra auto;
- dalla cassiera del supermercato e dalla commessa della lavanderia che, attraverso il contenuto del carrello e del cestone della roba da lavare, hanno tracciato una nostra biografia, degna del miglior profiler di Criminal Minds;
- il guardiano notturno che prova ad attaccar bottone ogni volta che tentiamo di guadagnar casa con gli stecchini alle palpebre;
- dal pendolare che, sul treno o sull’autobus, si accovaccia ogni mattina sulla spalliera del posto che occupiamo, alitandoci addosso zaffate di caffelatte e Buonicosì;
- (in alternativa) dal groviglio di auto che ci tocca attraversare armati come Batman o James Bond prima di raggiungere l’ufficio ogni santa mattina che Iddio manda su questa terra;
- gli amici di Facebook che “chi cazzo ti conosce? Perché lordi la mia bacheca?”;
- le bollette, solitarie abitanti delle cassette postali;
- l’ex fidanzato insistente;
- l’ex fidanzata stronza;
- la moglie logorroica;
- il marito puzzone;
- i figli indemoniati;
- la famiglia indescrivibile.
A questo punto, è più o meno ovvio che, mancando lo stato minimo indispensabile di consapevolezza mista a gioia di vivere e godimento del presente, si entra in una qualsiasi Agenzia di Viaggio come sopravvissuti a una rapina in banca, ci si siede davanti all’annoiato operatore e si vomitano richieste degradanti, del tipo: “Prima partenza per Sharm?” Tanto, manco sappiamo dove sta Sharm. Ah, dimenticavo: tutto inutile. Sicuramente, in spiaggia ritroveremo almeno il vigile a infrarossi o il vicino con sax a rimorchio. Ma allora, che senso ha una vacanza?
MRIAROSARIA MURMURA
Le Confraternite, una risorsa per il turismo
dicembre 2, 2009 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Se si parla di risorse del turismo in Liguria si sente menzionare il fascino delle sue coste, del suo mare e delle sue spiagge, la dolcezza del clima che la caratterizza in tutte le stagioni, la bellezza di certi suoi borghi e località, come, tanto per citare i più celebrati, Portofino e le Cinque Terre; quando va bene, si fa cenno anche a certe sue particolarità culinarie, quali il pesto, il cappon magro, la torta pasqualina, la farinata, la focaccia col formaggio. Stendiamo un velo pietoso sulle carenze del sistema infrastrutturale – logistica, accoglienza, ricettività – che la miopia di certa amministrazione politica (specialmente quella di sinistra, ma talvolta anche quella di destra) lascia nella deplorevole arretratezza in cui si trova da anni. Quel che però stupisce e indigna è l’ignoranza totale, e quindi l’assoluta mancanza di considerazione e d’assistenza da parte della politica, delle manifestazioni della tradizione popolare che, in Liguria, hanno il proprio polo d’eccellenza nelle grandi processioni delle Casacce. Chi scrive ha avuto modo di assistere a moltissime feste della tradizione popolare in diverse regioni italiane. Ebbene, tra quante ne ha osservate, non ha mai visto superare, per bellezza, per spettacolarità, per pathos, quelle delle Casacce liguri. Le manifestazioni della Casaccia, che deriva dall’espressione dialettale accasase (accasarsi, far casaccia) e definisce la confraternita di laici dediti alla funzione religiosa, all’assistenza e al mutuo soccorso, affonda le sue radici nelle processioni penitenziali del Medioevo ma trova la propria splendida configurazione scenica e spettacolare in epoca barocca. Per chi non le ha mai viste, è difficile immaginarne la bellezza, la sapienza coreografica che le sostiene e il fascino enorme, la grande potenza di suggestione che sprigionano. Ho in mente, ad esempio, la processione del Venerdì Santo di Ceriana, un paese in provincia di Imperia che conserva ancora pressoché intatto il suo tessuto urbano composto da molti saliscendi e scalinate. Su questo sfondo architettonico tradizionale si svolge e staglia con una valenza che possiamo definire “pittorica” la processione dei disciplinanti che invadono viottoli e scalinate con le loro cappe e i tabarrini azzurri, rossi e neri e le croci e i simulacri del Cristo morto come un torrente multicolore che crea una specie di gioco illusionistico nell’alternarsi continuo delle scene e delle vesti a tinte diverse. Se poi aggiungiamo il Miserere e lo Stabat Mater intonati con voci poderose dai confratelli durante il corteo si ha la misura della carica suggestiva di questa processione, che attinge alla tradizione della sacra rappresentazione ma che viene portata al massimo dell’eloquenza dai moduli espressivi barocchi, cioè quel linguaggio estremamente raffinato, sontuoso e imponente che punta proprio alla teatralità della raffigurazione per coinvolgere emotivamente coloro che osservano. Altro esempio significativo: quello dell’Acquasanta, località del ponente genovese dove si svolgono nel mese di agosto quattro grandi pellegrinaggi delle confraternite dei rioni circostanti. L’elemento fondamentale delle processioni, qui, è costituito dalla presenza dei grandi crocefissi addobbati dai canti fioriti e dalle preziose casse processionali. L’elevato senso coreografico e la potenza espressiva della manifestazione risulta dal movimento dei crocefissi e delle casse impresso dai portatori che, giungendo al suo culmine nel “gaudio” del ballo, condotto al ritmo dei motivi suonati dalle bande, rappresenta l’esaltazione del fervore religioso che fa sì che la divinità si animi, acquisti vita, sia presente tra gli uomini e partecipi con essi al tripudio della fede. Un ruolo non secondario, poi, per il coinvolgimento sentimentale che la Casaccia è in grado di suscitare, assume l’enorme valore artistico dei grandi crocefissi e delle casse, spesso opera di scultori eccelsi tra cui è d’obbligo menzionare il Maragliano, la cui importanza va ben al di là dei confini regionali. Né va trascurata l’importanza delle vesti e dei tabarrini dei partecipanti, frutto d’un artigianato di gran classe capace di produzioni che raggiungono una finezza confinante col virtuosismo. Le processioni delle Casacce si svolgono in Liguria soprattutto dalla metà dell’estate all’inizio dell’autunno, ma anche, in molte località, a Pasqua e in occasione delle celebrazioni dei defunti; una ragione, dunque, che da sola può costituire un valido motivo d’attrazione per un turismo non solo popolare (e non esclusivamente di carattere religioso), ma anche colto e raffinato, per palati fini. Agli amministratori politici e agli operatori turistici che ci leggono si chiede solo di ri-scoprirle e valorizzarle per promuovere e incentivare il turismo della nostra regione.
DIONISIO DI FRANCESCANTONIO
Viaggiatori d’occidente
novembre 26, 2009 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Come previsto, nemmeno stavolta ci va di parlare di turismo e, tutto sommato, restiamo rinfrancati dai commenti di coloro che, benevolmente, hanno voluto spendere una manciata di minuti per leggere la prima pagina di diario e lasciare qualche commento. Sono tre i lettori che hanno colpito la nostra attenzione e, sui loro commenti, ci accomoderemo per tracciare la seconda tappa del nostro viaggio. “Odio gli autogrill, si mangia di merda, fai la coda anche per un pacchetto di sigarette, non hanno mai il dvd che cerchi da guardare in pullman, lasciare il numero di telefono nei gabinetti non serve a nulla”. L’uomo occidentale ha sprecato l’opportunità del viaggio perché ha perso l’anima barattandola col potere d’acquisto; difficile allora trovare finestre sorridenti quando anche un lemure del Madagascar ti vede come un’enorme carta di credito calpestante il suolo patrio. E, forse, è proprio questo il motivo che preclude ogni possibilità di sviluppo. Alessandro (uno dei tre succitati, volenterosi commentatori) suggerisce la stanzialità, quindi, quale unica possibilità di reale compenetrazione con culture lontane, unico passaporto valido per l’accettazione contro il vizio comune di cercare esclusivamente risposte alle nostre aspettative, vizio tipico dell’Occidente moderno. Gianni sostiene invece che il viaggio si concretizza non solo nel tentativo di conoscere i luoghi ma anche le persone che li abitano. Significa vivere il luogo (e come riuscire nell’intento disponendo solo dell’intervallo che intercorre da un Sabato all’altro? ). Significa perfezionare il mezzo aereo che certamente ha accorciato le distanze fra i continenti, senza però aver avvicinato saldamente i popoli. Viaggiare significa non cancellare o relegare in angoli bui tradizioni e usanze. Significa, ancora, attribuire il giusto rispetto ad ogni evento dell’esistenza. Viaggiare è, infine, un atto di umiltà. Perché ci aiuta a comprendere quanto poco sappiamo e quanto ancora abbiamo da imparare. Allora, non è la distanza a rendere memorabile un viaggio bensì lo spirito ed il vuoto interiore con i quali la si può percorrere. E se la vera frontiera del viaggio dell’uomo occidentale contemporaneo fosse proprio se stesso? In mezzo a tutto questo, ben venga ordinare furtivamente un “camogli” con la schiena un ricurva in postura avventurosa (per buona pace di Denise) ma, forse, anche una minestra preparata con cura da un mano rugosa può diventare la pentola d’oro ai piedi dell’arcobaleno.
MARIAROSARIA MURMURA
Turismo? Anche no
novembre 10, 2009 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza
La pesantezza del nome attribuitoci da piccoli è una sorta di spada di Damocle che ci accompagna per la vita intera. Ed è forse per sfuggire al nostro nome che cominciamo a viaggiare. Dapprima nel sogno, fra le pagine illustrate dei libri di avventura e sugli atlanti ingombranti della giovinezza, poi – a piccoli passi – con qualsiasi mezzo che permetta di spostarci. La dimensione del viaggio è un sentire che scorre irresistibile nelle vene; altrimenti come si farebbe ad amare gli Autogrill? Sì, perché quando varchiamo la soglia di un Autogrill ci sentiamo già in viaggio, in quel non luogo senza radici…potenza della liquidità occidentale! Il turismo, dal canto suo, è un prodotto moderno che affonda le proprie radici nel viaggio, in quel puro spirito di conoscenza che vuole affogarsi nelle storie, nelle culture e nelle antropologie differenti da quelle natali. In passato, fosse per ricerca, per sfuggire dall’inseparabile compagno o da se stessi, poco importava: si viaggiava per migliorarsi. Viaggiare è stata anche una moda, oltre che un’esigenza. La parola turismo, infatti, ha origine dai Grand Tour settecenteschi in stile britannico, di cui l’Italia era considerata una destinazione imprescindibile. In tempi recenti invece, tempi di bisogni indotti, fin dalla scuola il turismo ci viene descritto come una necessità primaria per il cittadino occidentale. Necessità primaria… alla stregua del cibo, della casa, del lavoro…Ci scuserete se arricciamo il naso: il turismo, così come viene inteso, venduto e comprato di questi tempi, ha realmente poco a che fare con quella che – non ho riluttanza a definire – la più efficace scuola di vita: il viaggio. Oggigiorno , dalla prima bassa stagione fino all’ultimo cinque stelle, passando per tour operator, agenzie di viaggi e i più moderni P.C.O., si sentono aggettivi di ogni colore: balneare, sciistico, termale, della terza età, culturale, di nicchia, congressuale, sostenibile, religioso, alternativo, responsabile, enogastronomico, fluviale, lacuale, naturalistico, a quattro zampe, sociale, solidale, verde, urbano, d’élite, di massa e, perfino, odontoiatrico. In una parola: turismo. Ebbene, per distinguerci, in questa rubrica noi non useremo la parola “turismo” ma abuseremo della parola “viaggio”, vocabolo dal sapore antico, illusorio e accattivante. Già, perché solo un “viaggio” è in grado di dimostrarci che, agli angoli del mondo, esistono ancora dimensioni naturali ove le nostre certezze sono granelli di sabbia al vento e i sorrisi degli autoctoni finestre preziose, spalancate sulla verità. Chissà piuttosto se c’è ancora qualche spirito viaggiatore e, soprattutto, se c’è ancora spazio per il “Viaggio” nella vita degli uomini d’Occidente; oppure se il viaggio può essere rivisitato come nuova frontiera per il recupero della virtù nell’Essere umano. Chissà….In queste pagine cercheremo di scoprirlo. (NELLA FOTO: Bruce Chatwin)
Maria Rosaria Murmura






