Il ciclista ambientalista e rompicoglioni

aprile 9, 2010 da Redazione  
Capitolo Ambiente

dade

La questione non è ambientalista. Ovvio che siamo tutti d’accordo che andare in bicicletta sia meglio che inquinare con le auto. Il punto, qui, è l’educazione. Quella su strada, che spesso manca proprio ai ciclisti. D’accordo: non ci sono le piste ciclabili, scarseggiano gli spazi verdi e latitano gli automobilisti rispettosi… ma vogliamo parlare, per una volta, anche del comportamento dei ciclisti? Paladini incontrastati del pelo-agli-specchietti, sfrecciano con semafori di ogni colore, non curanti di macchine, cani, bambini e vecchiette. Ci avevano provato a dargli delle regole. Di base, certo, ma forse sarebbero state utili un po’ a tutti. A chi guida in città vedendoseli sbucare da ogni dove e a chi pedala su marciapiedi, carreggiate, strisce pedonali e  aiuole. L’occasione è stata il disegno di legge sulla sicurezza stradale dello scorso anno. Giusto il tempo di pensarlo, però, che si sono alzate subito le barricate. Soprattutto quando si è parlato di togliere i punti della patente ai ciclisti che passavano col rosso. Sacrilegio! “Quel punto è in contrasto con l’artico­lo 3 della Carta Costituzionale!” hanno subito tuonato i biciclettari. Con quella regola poco chiara, in effetti, non tutti i cit­tadini sarebbero stati uguali da­vanti alla legge. In pratica se un ci­clista fosse passato con il rosso sarebbe stato multato e avrebbe perso i punti. Ma chi non aveva la patente? Avrebbe solo pagato la multa. Ovvio, ma non equo. Perciò come si fa in Italia in questi casi? Si cerca una soluzione? Macché. Si prende una biro e si tira una bella linea spessa cancellando definitivamente dubbi e ammende. Nel frattempo, però, tra il cercare la biro e tracciare la riga, sono sta­ti circa un centinaio i ciclisti che si sono visti sforbiciare la patente. Che fare con loro? Nello stesso disegno di legge è stata prevista una sanatoria per restituire i punti persi. E all’estero? Svolta “verde” per i parlamentari indiani, come spiega il quotidiano The Times of India, che potranno arrivare “a pedali” nell’area riservata del Parlamento dopo il “Sì” dei responsabili della sicurezza dell’Assemblea legislativa. In Giappone, a Tokyo, si stanno sperimentando nuovissime biciclette dotate di una tecnologia ibrida, che ricarica le batterie in parte durante il moto e in parte in parcheggi speciali supportati da pannelli solari. Oltre Manica, invece, la situazione è ben diversa. Sembra, infatti, che presto i postini britannici saranno obbligati a  lasciare nei garage le loro biciclette. La Royal Mail, scrive The Guardian, in una lettera indirizzata al parlamentare laburista Lord Berkeley – letta nel corso di una dibattito alla Camera dei Lord lo scorso 29 marzo – ha spiegato che le biciclette rappresentano “un rischio per la sicurezza abbinate alla strade britanniche, dove il ciclista è esposto a rischi superiori rispetto agli altri veicoli”. In pratica, ci sono troppe buche per terra. Un po’ come da noi, d’altronde. Chiedetelo a Nancy Brilli e Roy De Vita, coppia vip – attrice lei chirurgo plastico lui – che, pedalando pedalando, durante una gitarella domenicale si sono ribaltati sui prati di Villa Borghese. Una bella botta a terra ma, per fortuna loro, lì non c’erano auto, solo tanti cani a passeggio e bambini che giocavano sereni a palla.

Antonia Ronchei


Mar Ligure a rischio Tsunami?

febbraio 23, 2010 da Redazione  
Capitolo Ambiente

MEGA TSUNAMI (FOTOMONTAGGIO)

L’ipotesi, seppure remota, è di quelle da brivido, soprattutto dopo quanto si è verificato due anni fa lungo le coste asiatiche bagnate dall’Oceano Indiano. Secondo gli studi effettuati dal professor Bill McGuire del Benfield Greig Hazard Research Center, l’eventualità che uno tsunami provocato non da un maremoto o terremoto, “ma da uno sprofondamento o spostamento di un grosso ‘zoccolo’ sottomarino” si abbatta sulla Liguria non sarebbe da escludere, almeno in teoria. “Pur non trovandoci in presenza di vulcani sottomarini, taluni tratti dei fondali antistanti la costa Ligure e quella francese sono, seppure sulla carta, a rischio tsunami. Nel 1979, tra Nizza e Antibes, un’onda anomala prodotta dall’improvviso cedimento di uno zoccolo sottomarino prospiciente il litorale di circa un chilometro di lunghezza e 100 metri di larghezza, diede origine ad un’onda di 10 metri che spazzò la passeggiata a mare, allagando la litoranea, lambendo le abitazioni e causando ben 11 morti e diverse decine di feriti”. Ricordiamo, a questo proposito, che nel 1986 e nel 2004, la Plage de Beauduc (Camargue) e la Plage di Pointe-Rouge di Marsiglia furono anch’esse interessate dal medesimo fenomeno che produsse tuttavia marosi decisamente più modesti, tra circa cinque e i sei metri di altezza. “Naturalmente, casi come questi sono abbastanza rari, ma non si può escludere che si verifichino nuovamente, soprattutto in certe aree particolari, come le zone portuali sottoposte ad intensi lavori di dragaggio dei fondali o a tombamenti effettuati per la realizzazione di pesanti piattaforme in pietra o cemento armato”, come ad esempio moli e terminali. Tali operazioni possono talvolta (come è già accaduto in Giappone) provocare il cedimento o lo slittamento improvviso di porzioni di ponti sottomarini: smottamento che, come si è detto, può a sua volta innescare spostamenti di grosse masse d’acqua in superficie”. Ma la Liguria e le sue città costiere sono dunque a rischio tsunami? Fortunatamente, stando alle opinioni degli scienziati, non sembrerebbe, posto che l’uomo non contribuisca con il suo stesso ingegno a modificare ciò che il mare e la natura hanno pazientemente modellato nell’arco dei secoli. “Tutto dipende – spiegano i cervelloni del Benfield Greig Hazard Research Center – da una condizione, quella di procedere, nell’eventuale costruzione di nuovi terminali esterni alle dighe foranee con estrema cautela, effettuando adeguati studi preliminari sulla consistenza dei cosiddetti ‘balconi’ sottomarini. Ciò che in passato è accaduto a Nizza, ma anche in altri porti dell’Estremo Oriente, non dovrebbe quindi essere preso sottogamba, a scanso di brutte sorprese. Detto questo, le tecnologie e i mezzi per studiare e verificare la tenuta dei fondali esistono, ragione per cui non vi sarebbe – sempre secondo gli esperti – alcun motivo di allarme. Negli ultimi secoli, non soltanto i paesi affacciati lungo le coste o le molte isole e arcipelaghi dell’Oceano Pacifico (Cina, Cile, Perù, Alaska, Australia, Giappone, Nuova Guinea e Hawaii) sono stati devastati dagli tsunami. Anche le isole e le coste della Grecia e della Turchia (ricordiamo ad esempio il terremoto e la micidiale onda di 30 metri che sconvolsero nel 1999 la cittadina anatolica di Izmit) e talune regioni costiere dell’Italia meridionale, soggette ad elevata sismicità, hanno subito la medesima offesa. Nel corso della storia, anche abbastanza recente, i litorali pugliese, siciliano e calabrese sono stati investiti da singole o diverse onde anomale alte talvolta 20 o addirittura 30 metri, capaci di spazzare via interi paesi e di affondare o fare arenare navi anche di notevole tonnellaggio. Stando al parere unanime degli esperti, nel corso della storia gli tsunami mediterranei si sono verificati sempre in concomitanza di potenti terremoti e/o maremoti, vedi quelli verificatisi negli anni 1627, 1693, 1783 e 1908. Basti pensare che una parte dei gravissimi danni causati dal terremoto di Messina furono da addebitare ad una serie di onde alte circa 20 metri che in seguito alla scossa si fransero lungo il litorale della martoriata città. Ma andiamo per ordine. Una delle più spaventose onde che si siano mai viste montò nella zona centro-meridionale dell’Adriatico il 30 luglio 1627, andando ad infrangersi contro il promontorio del Gargano. Questo tsunami fu innescato da un terremoto avente come epicentro l’area a nord-est di San Severo. L’onda, alta circa 40 metri e lunga cinque chilometri investì la zona costiera tra Fortore e San Nicandro, nei pressi del Lago di Lesina, sommergendo decine di paesi costieri e causando la morte di 5.000 persone. Le pittoresche (ed iperboliche) cronache dell’epoca riferiscono che la città costiera di Termoli “sprofondò” negli abissi “per poi ritornare a galla come un tappo di sughero”. Esagerazioni a parte, a Termoli l’onda provocò in effetti danni gravissimi e centinaia di vittime. L’11 gennaio 1693, la Val di Noto (Sicilia orientale) venne scossa da un terremoto di magnitudo 6.8 che causò la morte di 70.000 persone e la distruzione pressoché totale di villaggi e cittadine nelle province di Siracusa, Ragusa e Catania. In quell’occasione, le città Catania, Augusta e Messina furono investite da uno tsunami di circa 20 metri di altezza che distrusse numerosissime imbarcazioni all’ancora e abitazioni costiere, danneggiando anche il monastero di S. Domenico in Augusta. Nel febbraio 1783, la Calabria sperimentò la più violenta e persistente sequenza di terremoti di cui si abbia memoria negli ultimi duemila anni. Il 5 febbraio, il primo sisma danneggiò circa 400 paesi causando 25.000 vittime, molte delle quali residenti a Messina. Subito dopo, un gigantesco tsunami innescato dal sisma andò ad infrangersi contro Reggio Calabria, Messina, Torre del Faro, Cenidio e Scilla. Messina, Reggio Calabria , Roccella Ionica, Scilla e Catona ebbero le strade allagate e l’acqua del mare si addentrò nella terraferma per quasi due chilometri trascinando a secco decine di pescherecci. Il giorno seguente, si verificò una seconda scossa tellurica con un nuovo tsunami che distrusse praticamente l’intera Scilla. La particolarità di quest’ultima grande onda è che essa non venne direttamente provocata dal terremoto, ma dallo scivolamento in mare di una parte del Monte Paci. Molti abitanti di Scilla, spaventati dalla terribile sequenza delle scosse, cercarono rifugio sulla spiaggia, ma qui vennero sorprese dalla ondata alta 12/15 metri. Millecinquecento furono le vittime. Il 28 dicembre 1908, Messina e in misura minore Reggio Calabria vennero sconvolte dal più potente terremoto mai registrato in Italia (pari all’undicesimo grado della scala Mercalli). Dopo la prima giornata di spaventose scosse, ne seguirono per 72 ore altre 60 di minore intensità, alle quali si aggiunsero le 2.000 di assestamento registrate nei due anni seguenti. Nella catastrofe perirono 70.000 persone su una popolazione di 170.000 abitanti ed oltre il 90% degli edifici della città venne distrutto. Il sisma provocò inoltre un mostruoso tsunami, in assoluto il più grande mai registrato nel nostro Paese. Dapprima, lungo la costa si manifestò un ritiro delle acque, seguito pochi minuti dopo da tre grandi ondate che portarono distruzione e morte. Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi e Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso su quelle siciliane. Tutte le costruzioni situate a meno di 300 metri dalla spiaggia vennero spazzate via dall’impeto dei marosi.

Alberto Rosselli


Il pianeta terra è il nuovo nemico dell’uomo

febbraio 2, 2010 da Redazione  
Capitolo Ambiente

pianeta-terra

Nel “Bellum Iugurtinum” Sallustio individua le cause della decadenza romana nell’assenza di un nemico da combattere, venuta meno Cartagine: è la teoria del metus hostilis, timore del nemico, di grande successo.

Decadenza romana: il nemico è il barbaro.

Medioevo: il nemico è il signorotto del feudo.

Rinascimento: il nemico è il principe.

Epoca moderna: il nemico è lo Stato straniero.

Epoca attuale: pacificati gli Stati maggiori, e in assenza ancora di alieni certi, il nemico dev’essere qui e soprattutto deve essere indistruttibile e scaltro per non perire subito, nell’attesa di una civiltà con cui combattere a pari livello. Ecco qua il nemico: il nemico è il Pianeta Terra.  Il nemico Pianeta Terra si manifesta così: Pericoli di inondazioni e catastrofi varie di innumerevole natura fantascientifica, riassunti nella lista dei film (cioè nelle manifestazioni più importanti della cultura occidentale) che da Armageddon giunge fino ad Avatar, attraverso pure il penultimo episodio di quella che vogliamo chiamare Epopea della Fine: “2012”;

- Pericolo causato dal buco nell’ozono e quindi dall’anidride carbonica;

- Pericolo causato dalla sovrappopolazione e quindi dalla natalità;

- Pericolo causato dalla stessa tecnologia, per esempio dalle automobili, dagli edifici, che devono tutti essere “a impatto zero”, “sostenibili” e via dicendo;

- Pericolo causato dalla crisi

(e tanti altri pericoli sbandierati e gonfiati).

Noi vogliamo fare un appello: uomini, godetevi il frutto del vostro lavoro, della vostra civiltà, delle intelligenze e del valore dei nostri avi, godetevi la pace che ha costruito chi soccombette nelle guerre mondiali, nelle guerre civili, godetevelo per quanto possiate farlo e portate esempi di pace e di serenità, ora che avete tutto, nei paesi cosiddetti sottosviluppati. Esplorate lo spazio alla ricerca di altra vita e di Dio. Lasciate stare le superstizioni di questo nuovo paganesimo, il pessimismo di questo nuovo panteismo, di queste realtà virtuali: costruite il futuro e non state ad attenderlo impauriti. Credete nell’uomo, nei valori della fede, della giustizia, della libertà, della bellezza, del lavoro, e siate felici.

Simone Fresia


La Chiesa e il nucleare

gennaio 27, 2010 da admin  
Capitolo Ambiente

centrale-nucleare-001

Circola, in questi giorni, diffuso, come allegato, da alcuni periodici diocesani (dall’agrigentino “L’Amico del Popolo” al genovese “il Cittadino”) un opuscolo, intitolato “Energia per il futuro”. Si tratta di quarantasette pagine, divise in dieci, didascalici  capitoletti,  attraverso  cui il lettore viene informato sull’uso del nucleare,  a  fini energetici, nei principali Paesi del mondo;  sulla reale situazione energetica  in Italia, dove siamo dipendenti dall’estero per l’85 per cento del fabbisogno interno  e dunque costretti a pagare l’energia a costi più  elevati  rispetto al resto d’Europa;  sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione; sui limiti delle cosiddette fonti “alternative”;  sul problema delle scorie, ormai ridotte, negli impianti tecnologicamente avanzati,  a quantità veramente piccole. La  parte più interessante dell’opuscolo è pero quella iniziale, dedicata a “La Chiesa e il nucleare”, in cui, senza mezzi termini, viene sottolineato  come il Vaticano, contrario all’utilizzo delle testate atomiche a scopi bellici, si è invece sempre espresso positivamente nei confronti di politiche energetiche, a fini pacifici, del nucleare. Un pensiero, che è  riassunto nelle parole del cardinale Renato Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: “L’energia nucleare non va guardata con gli occhi del pregiudizio ideologico, ma con quelli dell’intelligenza, della ragionevolezza umana e della scienza, accompagnate dall’esercizio sapiente della prudenza, nelle prospettiva di realizzare uno sviluppo integrale e solidale dell’uomo e dei popoli”. La Santa Sede – viene specificato – si è sempre dimostrata attenta nei confronti del nucleare come potenziale fonte energetica “pacifica”, soprattutto per promuovere la crescita economica dei   Paesi emergenti e per una più equa distribuzione delle risorse su scala mondiale. Lo stesso  Benedetto XVI ha auspicato l’uso pacifico della tecnologia nucleare, a patto che i pilastri sui quali si fonda la sua diffusione, a livello mondiale, siano effettivamente la sicurezza e lo sviluppo. Un impegno che la stessa Santa Sede si è assunta anche in modo diretto, quale membro dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, legata all’Onu, fin dal 1957. L’invito – in estrema sintesi – è ad un dibattito illuminato e responsabile, attraverso il quale, posta come prioritaria la sicurezza degli impianti e dei depositi,  la produzione ed il commercio  dell’energia nucleare, si superino tutte le prevenzioni ideologiche sul tema, guardando ai fatti, ai livelli raggiunti dalla ricerca applicata, alle grandi questioni legate all’approvvigionamento energetico. In che termini ? Proprio quelli che nascono da un “ripensamento”, non dettato dall’emotività o dall’improvvisazione, ma dalle stringenti questioni che riguardano il gap energetico italiano ed una interpretazione “massimalista” dello stesso referendum del 1987, che portò all’arresto e al graduale smantellamento delle centrali, senza peraltro affrontare il tema degli approvvigionamenti. La Chiesa scende perciò in campo su un terreno per lei inusuale ? Molto semplicemente essa pare invitare tutti, credenti e non credenti, a superare vecchi pregiudizi, non applicando categorie “etiche” ad un tema che, di per sé, non è né buono né cattivo, ma da valutare con gli strumenti offerti dalla tecnica. Un invito da non fare cadere, in particolare ora che, in attesa delle delibere Cipe, sulla tipologia degli impianti ed i criteri per i consorzi che realizzeranno e gestiranno le centrali, stanno già crescendo le polemiche sulla dislocazione delle centrali di nuova costruzione. Anche qui non è questione di “destra” o di “sinistra” , ma di buon senso.

Mario Bozzi Sentieri


Fermare il degrado nel centrostorico

gennaio 20, 2010 da admin  
Capitolo Ambiente

colle_jpg

Parlare di deficit culturale della nostra cosiddetta classe dirigente nei confronti del centrostorico genovese è un cortese eufemismo. E non solo della classe politica che stringe nelle sue rapaci mani Genova da oltre trent’anni: diciamo pure che la maggior parte dei genovesi considera questi 116 ettari e 40 km di carrugi come il buco nero nel quale è inevitabile nascondere i mali e i disagi della città, dall’immigrazione ai malati di mente, dagli alcolizzati agli spacciatori di droga, dagli emarginati di ogni tipo agli ultimi arrivati, i Rom, la trovata geniale di Madame la sindachessa, che, con Arte e Curia, ha trovato modo di sistemare tutti quelli che è riuscita a rastrellare nelle baraccopoli. E i nuovi arrivati si sono subito dedicati alla loro attività preferita, il furto negli appartamenti, un reato abbastanza desueto, qui da noi.  E che “deficit culturale” sia veramente un cortese eufemismo lo confermano gli innumerevoli “disagi” (altro cortese eufemismo) e le sopraffazioni vere e proprie che, con l’avvento di Marta, gli abitanti del centrostorico subiscono, dal raddoppio della tassa per ZTL, all’accanimento dei Vigili Urbani presenti solo per mettere furtivamente  le contravvenzioni più assurde (tanto il ricorso ai cosiddetti giudici di pace è inutile) al criminale progetto Mercurio che ci ha definitivamente ghettizzati. Il centrostorico genovese, il più grande d’Europa, potrebbe, con il Porto, essere la vera forza trainante della città, sfruttando il turismo, attività che ha reso ricche regioni intere dell’Italia, ma che qui da noi è nota soprattutto per lo spot della “torta di riso che e’ finita”. Tra la marea di esempi negativi, ci limitiamo a quello dei turisti giapponesi che chiedevano, di fronte alle macerie dell’ultima guerra, se Genova fosse stata colpita da un recente terremoto, o l’attualissima situazione di Piazza San Lorenzo, gremita dall’alba sino a mezzogiorno da camion più o meno giganteschi per la discarica delle merci ai negozi con qualche isolato turista che cerca invano di fotografare il Duomo: qualcuno ha forse visto Piazza della Signoria a Firenze occupata dai TIR?  (L’Assessore Scidone ha scritto l’8 Ottobre scorso su Il Giornale di avere emesso – a Maggio!- l’Ordinanza Sindacale per il divieto dello scarico delle merci davanti alla Cattedrale…..). Nel centrostorico sono tutt’ora vive le testimonianze del nostro passato ( le famose radici), vi e’ praticamente “tutta” l’arte di questa città, Chiese, musei, pinacoteche, architettura , biblioteche, e i turisti non vanno  ad Albaro o a Castelletto, non vanno, con buona pace di Bampi e del MIL, a Sampierdarena o a Sestri o a Voltri: come accade in tutte le città d’Italia e d’Europa i turisti visitano i centri storici, che dovrebbero essere in grado di accoglierli, come avviene dappertutto, tranne che da noi. E questo patrimonio, che tanti vorrebbero radere al suolo per costruire grattacieli e centri commerciali, è costantemente minacciato: ogni personaggio che assurge al trono di Tursi, si sente in dovere di dare la propria spallata, di lasciare il suo particolare segno doloroso, di girare il coltello in queste vecchie piaghe: ignoranza, stupidità, o entrambe? L’ultima idea è del geniale Bampi, Docente universitario, presidente de A Compagna, sampierdarenese DOC: costruiamo la Moschea in luogo del Mercato del pesce, come a dire nel cuore del centro storico, in modo da far giungere qui tutti i mussulmani liguri e piemontesi e ridurre il centrostorico ad una enclave araba, come a Marsiglia, dove gli stranieri “infedeli” sono sgraditi e respinti. Sarebbe, questo, il vero, ultimo e definitivo colpo di grazia a questa città nella città. A volte penso a una terra del profondo Sud che conosco bene, le Puglie: anche qui pacifici ma non meno invasivi eserciti, ogni anno marciano compatti sulle melanconiche testimonianze della nostra storia; portano ricchezza, riempiono botteghe, ristoranti, alberghi, musei, ed ogni stagione ci strappano uno spicchio d’anima e noi abbiamo sognato la Puglia, con le decine di piccole città ancora ignote agli implacabili marciatori con Nikon digitale appesa al collo. Città tutte bianche assediate dal sole, calcinate dal caldo, con le case addossate una all’altra e le viuzze minime dei loro centristorici, dove tocchi con mano l’amore di quella gente per le loro città, il rispetto e la naturalezza con le quali le vivono e le fanno vivere ai loro ospiti: l’orgogliosa Trani, la cui sola cattedrale sul mare vale un viaggio, all’elegante Martinafranca o Cisternino, Crispino, Ostuni o la temibile Bari vecchia, oggi risanata, o Massafra che domina la sua misteriosa “gravina” e ha organizzato un museo per valorizzare i suoi tanti reperti del passato, quelli che a Genova sono lasciati all’incuria, al furto, al degrado. Lo stesso amore e rispetto che abbiamo visto girovagando nelle piccole città della Francia profonda o nei borghi andalusi e catalani. Perchè il centrostorico genoevese non riesce, non può, non deve entrare nel circolo virtuoso delle città amate dai loro figli? Perché ci è negata perfino la speranza di un nostro centrostorico ”diverso” ma “normale”, con la sua gente, di tante lingue e colori, che vive “normalmente” la sua quotidianità senza sentirsi un indiano nella riserva, fotografato con circospetta curiosità dal turista di turno? Porto e centrostorico: due business da cui tutta Genova, da Voltri a Nervi, trarrebbe vantaggio e che amministrazioni incompetenti  e neghittose hanno relegato al declino e al degrado. Ce la faremo mai a uscirne ?

CESARE SIMONETTI


La bufala climatica globale

dicembre 21, 2009 da admin  
Capitolo Ambiente

ghiaccio_artico_2008

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano Le bugie degli ambientalisti 2 in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista. Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare catastrofisti ed eco-ambientalisti che sta travalicando gli argini della difesa dellambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio delletica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse. Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dellAteneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dellagenzia quindicinale di informazione ambientale Greenwatch News e cura ledizione in italiano dellagenzia quotidiana Zenit.

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?

Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.Sviluppo sostenibile è una traduzione impropria del termine inglese sustainable development che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime. Il pregiudizio nasce dallidea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica      ed economica delle nazioni   è il peggiore dei mali .Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di développement durablecioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale. La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.Limpronta ecologia è una barzelletta, inventata con lintenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dellimpronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta.

2) E vero che la natura inquina più dell’uomo?

Ma certo! Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dati sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino allelefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. Allinizio del 900 a New York cerano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di radiazioni grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio allequatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di inquinamento normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata Diplomazia Verde. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?

Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una lobby verde la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento lUnione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali protezioniste e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche lItalia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo DAlema dice si al nucleare civile del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto cè di vero in questa tesi?


I Paesi emergenti parlano apertamente di ecoimperialismo, cioè lutilizzazione dellideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centomila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.La denuncia dellecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?


Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio. I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania. Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città. Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.

6) Mentre la Chiesa individua luomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione delluomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?

La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la nuova etica animalista che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?

Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali. Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.

A due anni dalla presentazione del primo capitolo, Riccardo Cascioli e Antonio Gaspari pubblicano Le bugie degli ambientalisti 2 in cui riaffermano il proprio dissenso rispetto a gran parte degli assiomi formulati dal mondo ambientalista.

Un libro fuori dal coro, che si inserisce nella controversia in atto fra quelli che potremmo chiamare catastrofisti ed eco-ambientalisti che sta travalicando gli argini della difesa dellambiente per assumere il vigore di una appassionato confronto tra due diversi sistemi di pensiero. La concezione biocentrica ed ecocentrica viene così ad infrangersi contro lo scoglio delletica antropologica travolgendo tutti i temi di pubblico interesse.

Ne parliamo con Antonio Gaspari, direttore del Dipartimento Uomo e Ambiente del CESPAS e del Master in Scienze Ambientali dellAteneo Pontificio Regina Apostolorum, è tra i fondatori dellagenzia quindicinale di informazione ambientale Greenwatch News e cura ledizione in italiano dellagenzia quotidiana Zenit.

1) Ultimamente al  concetto di sviluppo sostenibile è stato affiancato quello di impronta ecologica. Cosa esprimono questi termini?

Sviluppo sostenibile e impronta ecologica sono delle terminologie che vengono utilizzate per porre severi limiti allo sviluppo dei Paesi emergenti.Sviluppo sostenibile è una traduzione impropria del termine inglese sustainable development che intende condizionare i processi di sviluppo secondo variabili quali la crescita demografica, il prodotto interno lordo, la disponibilità di materie prime. Il pregiudizio nasce dallidea che lo sviluppo è esclusivamente inquinante e per questo va fortemente condizionato. Questa idea è conseguente alla concezione neomalthusiana di uomo come mero consumatore, secondo cui la crescita demografica      ed economica delle nazioni   è il peggiore dei mali .Si tratta di una deformazione ideologica del concetto di sviluppo, imposta dagli inizi degli anni ottanta. Nei decenni precedenti le stesse Nazioni Unite parlavano di développement durablecioè sviluppo durevole, indicando nel superamento del sottosviluppo la via per vincere la fame, la povertà e garantire il risanamento ambientale. La concezione di sviluppo durevole contrapposta a quella di sviluppo sostenibile è stata fortemente indicata nel corso della Conferenza delle Nazioni Unite di Johannesburg svoltasi nel 2002. La totalità dei paesi in via di sviluppo e gran parte di quelli avanzati hanno indicato nel progresso tecnologico, scientifico, economico e morale la via per innalzare il livello di vita  dell’umanità  nel pieno rispetto e sviluppo della natura.Limpronta ecologia è una barzelletta, inventata con lintenzione di spaventare le persone al fine di limitare lo sviluppo. Secondo i parametri indicati dai sostenitori dellimpronta ecologica, ogni persona per non inquinare il pianeta dovrebbe abitare in una casa al massimo di 30 metri quadri, senza acqua corrente né elettricità, dovrebbe diventare vegetariana e raccogliere il proprio cibo direttamente dalla terra, dovrebbero muoversi solo a piedi o al massimo in bicicletta.

2) E vero che la natura inquina più dell’uomo?


Ma certo!. Basta pensare ai vulcani in attività che secondo gli ultimi dati sarebbero 1500 in tutto il pianeta. In una sola eruzione il Monte Merapi in Indonesia ha distrutto una città e emesso una colonna di fumo alta più di tremila metri. In Ecuador il Tungurahua ha lanciato tonnellate di cenere fino a 12.000 metri. Altro che emissioni delle auto o Pm10. Ci si preoccupa delle allergie, dimenticandosi che per più della metà dipendono dai pollini delle piante. Pensiamo ai rifiuti organici. Ogni animale dal più piccolo insetto fino allelefante ed alla balena. mangia in proporzione al peso molto di più degli uomini e anche in rifiuti non scherza. Allinizio del 900 a New York cerano 1 milione e 200 mila cavalli, considerando che ogni giorno un cavallo produce almeno nove chili tra escrementi e urina, si capisce bene perché i rifiuti erano maggiori di quelli odierni. Si ha paura delle radiazioni, dimenticandosi che noi viviamo di radiazioni grazie ad una piccola stella, il sole, che è una esplosione termonucleare continua. Il suo raggio allequatore è pari a più di 100 volte quello della Terra e la sua massa è 743 volte quella totale di tutti i pianeti che gli girano attorno. Tutto questo mostra che la concezione di inquinamento normalmente utilizzata è inadeguata e ideologicamente finalizzata solo a criminalizzare le attività e il lavoro umano.

3) Nel libro è descritta una iniziativa europea denominata Diplomazia Verde. Può spiegarci in cosa consiste e qual è il suo scopo?

Le istituzioni internazionali così come molti governi nazionali sono pesantemente condizionati da una lobby verde la cui ideologia è pesantemente contraria alla crescita demografica ed allo  sviluppo scientifico ed economico. In questo momento lUnione europea, così come nel passato l’amministrazione Clinton, utilizza la diplomazia verde per imporre misure commerciali protezioniste e impedire ai paesi emergenti di arrivare con le proprie merci sui mercati più ricchi.Tale diplomazia verde sta penalizzando pesantemente anche lItalia, basta dire che il ministro degli esteri Massimo DAlema dice si al nucleare civile del dittatore iraniano Mahmud Ahmadinejad, ed è però contrario alla costruzione di impianti nucleari in Italia.

4) Alcuni paesi emergenti sostengono che talvolta le argomentazioni ecologiste vengono utilizzate strumentalmente per limitare il loro sviluppo. Quanto cè di vero in questa tesi?


I Paesi emergenti parlano apertamente di ecoimperialismo, cioè lutilizzazione dellideologia verde per limitare il loro sviluppo, mantenere posizioni di privilegio nel mercato e imporre forme di ingiustizia economica e produttiva.Tanti i casi eclatanti, tra cui il divieto di utilizzare il DDT per combattere la malaria che ogni anno infetta  trecento milioni di persone e ne uccide un milione e centomila, e la richiesta sempre più vasta di contadini che intendono utilizzare sementi OGM.La denuncia dellecoimperialismo è sostenuta tra gli altri da movimenti per i diritti civili americani e da ricercatori e contadini africani.

5) Perché in Italia i rifiuti sono un problema mentre in Europa costituiscono una risorsa?


Perché a forza di diffondere paure irrazionali le comunità locali sono spaventate e confuse. La cattiva informazione e l’opposizione preconcetta contro i termovalorizzatori sta favorendo solo i gruppi che non vogliono risolvere il problema e pensano di fare grandi affari speculando sulle discariche esistenti.
Di questo passo, noi italiani pagheremo la raccolta rifiuti sempre di più, senza mai averne un benché minimo beneficio. I tedeschi ridono di noi perché siamo l’unico paese che paga il biglietto del treno ai rifiuti, che poi vanno a produrre energia per la Germania. Tutti in Europa utilizzano e costruiscono termovalorizzatori. In Austria il termovalorizzatore di Spittelau fornisce acqua calda a 200.000 famiglie ed è inserito nei tour turistici della città. Mentre nella nostra bella Italia, continuiamo a raccogliere rifiuti e portarli in discarica.

6) Mentre la Chiesa individua luomo come custode responsabile del creato un certo ambientalismo lo considera come un ospite indesiderato. Al concetto di capitale umano viene contrapposta la visione delluomo come cancro del pianeta. Cosa determina una differenziazione ideologica e ontologica così marcata?

La concezione biocentrica o ecocentrica delle maggiori associazioni ambientaliste è simile alle concezioni pagane precristiane. Per placare le ire di Gaia chiedono sacrifici, limitando le nascite e impedendo lo sviluppo.  Dal punto di vista etico poi è drammatico constatare che la nuova etica animalista che filosofi come Peter Singer propongono prende origine e propaganda tesi eugenetiche.

7) Cosa serve per sconfiggere il catastrofismo di certe major ambientaliste?

Smettere di credere alle loro bugie e provare a vedere che esiste un mondo reale fatto di persone che lavorano, ricercano e propongono soluzioni anche per i problemi ambientali. Dopo tanti anni di ricerche posso assicuravi che la realtà è molto più avvincente e affascinante degli scenari catastrofici disegnati dai profeti di sventura.

di ALBERTO ROSSELLI


L’ambientalismo di destra ci porta finalmente fuori dall’ideologia

dicembre 11, 2009 da admin  
Capitolo Ambiente

Alba2

L’ecologia è all’ordine del giorno. Dopo il  via ufficiale della conferenza Onu sui cambiamenti climatici, a Copenahgen si entra nel vivo delle consultazioni tecniche. Il nodo resta quello degli impegni politici sulla riduzione dei gas serra. L’obiettivo generale è quello di limitare ai 2 gradi l’aumento della temperatura, un problema che riguarda, in particolare,i paesi a economie emergenti, India e Cina, al vertice della classifica dell’inquinamento. Vedremo i risultati. Intanto permetteteci alcune considerazioni generali. Al di là degli interventi tecnici, c’è un valore politico e culturale dell´ecologia, intesa come scienza che studia i rapporti tra esseri viventi e ambiente, che non può essere taciuto. In particolare da destra, da parte di chi anche su questo versante ha elaborato, non solo in passato, analisi originali e appassionate esperienze d´impegno politico (pensiamo ai Gruppi di Ricerca Ecologica e a Fare Verde) e che ora non può fare a meno di “misurarsi” con una realtà oggettivamente diversa rispetto a quella di vent´anni fa, senza, per questo, perdere di vista una strategia politica e culturale di più ampio respiro. Non ci è mai sfuggito, in questi anni, l´invito di Alain de Benoist, che, sull´argomento, ha scritto pagine esemplari, allorquando, in opposizione a un ecologismo ideologico e “di sinistra”, sollecitava non a salvare una vecchia natura, ma a costruire una cultura, in grado di ristabilire un nuovo equilibrio, in cui l´umanità potrà conservare la posizione attraverso cui si è costituita.  Si tratta di una visione non ideologica del rapporto uomo-ambiente, una visione attraverso la quale è possibile realizzare un reale bilanciamento tra protezionismo e intervento antropico, avendo ben presenti le esigenze della crescita economica, del rifornimento energetico, della tutela delle risorse idriche. E qui parliamo dell’Italia. Accerchiati come siamo da un´Europa nuclearizzata il problema è anche quello di avere un´energia sicura, non inquinante  e a basso costo, in grado di sorreggere il nostro sistema produttivo ed i consumi privati. Di questa “opzione” il centrodestra non ha mai fatto mistero durante l´ultima campagna elettorale, ricevendo un chiaro mandato dagli elettori. Se perciò non ha senso l´appello di chi, ricordando il referendum del 1987, parla di volontà popolare tradita, non può essere sottovalutata la necessità di riempire l´opzione nucleare di argomenti non solo economici e dettati dalle esigenze della tecnica, ma anche culturali e politici. La “partita” va giocata convintamene senza dare nulla per scontato, senza nulla concedere agli avversari, avendo però ben chiari i termini del confronto.Stiamo perciò attenti a non opporre a un ecologismo ideologicamente datato, un´opzione nucleare vissuta in termini di “schieramento”. Essa va piuttosto sostenuta da forti ragioni tecniche e coniugata con l´idea stessa del nostro essere nazione, della nostra non dipendenza dall´estero, quindi della nostra libertà. E, nel contempo, va comunicata, trasmettendola, con chiarezza, all´opinione pubblica al fine di evitare paure, fraintendimenti, falsificazioni. Il rischio, d´altro canto, è il riemergere del cosiddetto “ambientalismo di contestazione”, politicamente datato, ma ancora in grado di sollecitare i timori e gli interessi localistici, secondo il modello No-Tav. Uguale attenzione deve essere manifestata verso il recupero di una corretta cultura ecologica, la quale, sulla base di un rinnovato equilibrio tra protezionismo e intervento antropico, sappia parlare, soprattutto alle giovani generazioni, il linguaggio della concretezza.  Pensiamo a temi quali lo smaltimento dei rifiuti, il risparmio energetico e l´approvvigionamento idrico, autentiche emergenze attraverso le quali misureremo sempre più le nostre capacità di governare, nel concreto, la modernità. Inseriamo queste emergenze all´interno del più vasto problema dello sviluppo energetico bilanciato e della difesa dell´identità nazionale. Ne ricaveremo una visione non ideologica dell´ecologia e più di un argomento d´intervento politico, in grado di confermare una scelta attiva dell´ambientalismo, in alternativa a ogni visione “fideistica”. La “partita” del  centrodestra va giocata e vinta anche su questo campo.

MARIO BOZZI SENTIERI


Liguria, una terra difficile

novembre 24, 2009 da admin  
Capitolo Ambiente

index

La liguria è verticale. Un’erta ripa di terra che si solleva sul mare con perentoria bruschezza, un arcobaleno di roccia che specchia il suo dorso rugoso, sul quale si aggrappano le radici contorte dell’ulivo e del pino, nell’inesausta irrequietezza del mare, e che solo di rado addolcisce i suoi declivi a formare un’esigua piana sabbiosa su cui l’onda, dopo tanto accanirsi sul granito duro della roccia, può distendersi in lunghe onde fruscianti. Una terra impervia e avara, che in origine non offriva nulla all’insediamento dell’uomo se non la luminosa bellezza del suo cielo e del suo mare e la mite fragranza del suo vento impregnato di salsedine. La scelta stessa del sito ove edificare la propria casa, per chi nondimeno aveva deciso di eleggere questa terra a propria dimora, era qui problematica. Il ligure ha dovuto adattarsi a fissare i suoi insediamenti nei luoghi più insoliti e incongrui, costruendo borghi e villaggi su speroni rocciosi a strapiombo sul mare e in tal modo adattandosi a vivere in una sorta di sospensione vertiginosa sull’acqua, col fragore inquietante dell’onda perennemente nelle orecchie; oppure, se la prossimità al mare era impedita dalle incursioni dei sempre numerosi scorridori dei mari, addentrandosi nelle silenziose vallate dell’entroterra e fissandosi in vetta a un’altura, nelle pieghe più riposte dei monti, lungo il fianco scosceso di un colle, in riva a torrenti che riconducono al mare e mantengono con esso quel legame mai dimenticato dall’uomo di Liguria, quasi che il suo sangue fosse impastato della stessa salsedine che impregna il vento e la terra. In questi villaggi, nelle stradine silenziose o risuonanti dei giochi dei bambini, con le barche parcheggiate accanto all’uscio di casa, tra le pietre annose, i panni stesi e le antiche insegne, la vita degli abitanti scorre ancor oggi sommessamente, seguendo ritmi arcaici che appaiono lontani anni luce dall’esistenza caotica e convulsa del mondo urbano di oggi. Se arduo è stato per il ligure trovare un lembo di terra atto ad accogliere le fondamenta della sua casa, ancor più difficile gli è stato ricavare di che vivere da questo suolo di roccia impervia. La Liguria è verticale, si è detto, e, appunto, nulla è più ostile della verticalità del suolo all’esercizio dell’agricoltura. I liguri sono stati costretti a costruirsi, letteralmente, la terra del loro lavoro. Essi hanno dovuto rompere, tagliare, plasmare in terrazze e gradoni le pareti verticali della propria regione per poterne ricavare porzioni di suolo atto ad ospitare l’agricoltura. E forse non esiste in nessun’altra parte del territorio italiano un paesaggio “costruito” quanto quello della Liguria, con le sue fasce digradanti lungo il fianco dei declivi modellati, si direbbe, dalla mano possente di un ciclope. Un tale territorio costa una fatica immensa, una pazienza infinita, un impegno ininterrotto. Scolpita la roccia a colpi di piccone in piani orizzontali, in balconi su cui trova posto il campo coltivato, occorre bloccare e rinforzare il suolo. Con un lavoro interminabile e spossante, dopo lente risalite dei pendii, una pesante cesta carica di pietre sulla spalle, l’uomo ha dovuto edificare tutta una serie di muretti in pietra a secco per sostenere i balconi di terra, quindi interrare, rassodare, battere il suolo perché opponesse resistenza al vento e alla pioggia. Ma lo sforzo, in situazioni di questo tipo, non è mai sufficiente: la stessa disposizione del terreno fa sì che sotto l’azione degli elementi naturali esso frani lentamente verso valle. Bisogna quindi riedificare le parti cedute, portar su altre pietre, riparare continuamente. Solo una volontà e una tenacia sovrumane hanno permesso al ligure di sostenere questo sforzo inesauribile. Nel suo impegno di plasmare il territorio per trarne il frutto del proprio sostentamento, egli ha dato prova di un coraggio smisurato, di una caparbietà indomabile, di un’energia illimitata. Ancor oggi in alcune zone residuali viene consumata questa fatica sfibrante, come nelle Cinque Terre, dove la coltura della vigna trova posto nelle balze di pendii strapiombanti direttamente nell’azzurro del mare e dove il contadino, nella stagione della vendemmia, sale e scende continuamente per più e più giorni, col dorso gravato di ceste colme dell’uva vendemmiata, lungo scalinate pensili e ripidi sentieri adatti più all’agile piede della capra che a quello rigido e impacciato dell’uomo. Si tratta di una vera e propria agricoltura acrobatica, dove il termine acrobatico deve intendersi non solo alla lettera, ma anche nel senso di un’esistenza condotta perennemente sul filo del rasoio, sempre pronta a precipitare nell’indigenza, giacché la Liguria, per quanto ricostruita con tanto sudore e resa adatta a fruttificare, pure difficilmente poteva dare, in ogni stagione, cibo sufficiente per tutti i suoi figli. Ed è al mare che il ligure ha dovuto spesso affidarsi per trovare la propria sopravvivenza. Dapprima cercandovi, con la pesca, quella fonte di sostentamento che non gli dava a sufficienza la terra, poi, scopertolo parco di pesci come povera di frutti era la terra, percorrendolo per procurarsi in luoghi lontani ciò che non poteva dargli la patria. Ed è stato straordinario come questo contadino cresciuto su una terra aspra e avara, che l’ha reso duro e chiuso e diffidente nei confronti del mondo, abbia imparato a navigare su tutti i mari e dovunque sia sbarcato abbia saputo intrattenere scambi e commerci con qualsiasi popolo e sia diventato così abile in quest’arte da costruirsi a poco a poco una ricchezza più grande di quella degli stessi re d’Europa, di quei re che per finanziare le loro guerre dovettero addirittura ricorrere, in più di un’occasione, al prestito dei genovesi. Fu grazie a queste ricchezze se i liguri poterono dar vita, sul proprio suolo, ad una città, Genova, che fu per secoli una delle più belle del mondo, tanto da meritarsi l’appellativo di “Superba”.

DIONISIO DI FRANCESCANTONIO


Liguria, un ambiente, tanti ambienti, un futuro

novembre 10, 2009 da admin  
Capitolo Ambiente

Dal punto di vista ambientale la nostra regione è inconfondibile: montagne addossate ad una sottile lingua di terra che allunga insinuanti pianure dentro le vallate.  Apparentemente, dunque, un ambiente unico e ben identificabile. La realtà è molto diversa: la terra dei liguri, ad uno sguardo più acuto, offre una diversificazione straordinaria. Le montagne presentano rilievi che vanno dalle poche centinaia di metri con flora e fauna collinari, a migliaia di metri nelle Alpi Marittime verso la Francia e nell’Appennino, all’altezza della Val D’Aveto,  laddove la fauna e la flora si fanno tipicamente alpini.  Sulla costa poi si alternano le spiagge di sabbia chiara, le scogliere e le battigie di sassi grigi. Ce n’è per tutti i gusti. D’altro canto, se scendiamo in mare, troviamo ecosistemi tipicamete insulari nelle isole della Palmaria e del Tino, negli isolotti di Bergeggi e della Gallinara. Sott’acqua infine, ecco gli straordinari panorami delle arre marine protette, in primis quella di Portofino. Le statistiche internazionali evidenziano da tempo come le regioni che dispongono di così ampia varietà ambientale e gradevolezza del clima siano le preferite dalle nuove classi dirigenti e diventino spesso meta di migrazioni d’alta qualità (vedi la costa della California, oppure la zona intorno a Bracellona). Non si capisce perché allora la Liguria, che dispone oggi di decine di parchi naturali ed ha un clima eccezionale anche d’inverno, non possa assurgere a traguardo di aziende all’avanguardia e di cittadini colti di giovane età. La malagestione della politica ha colpe enormi in questo. Ci auguriamo che in futuro le cose cambino e ad una costante attenzione per l’ambiente si accompagnino azioni decise nel miglioramento della logistica e dell’accoglienza.

Senza nome