Il ruolo della pubblicità nella società
aprile 14, 2010 da Redazione
Capitolo Comunicazione

Se analizziamo l’immagine del secondo millennio proposta dalla letteratura d’inizio Novecento, salta subito agli occhi come la caratterizzazione di questo tempo ancora da venire fosse basata in primis su un eccezionale sviluppo dei mezzi di trasporto; il futuro era visto fondamentalmente come la possibilità di straordinari spostamenti nello spazio: aerei superveloci, astronavi in grado di portare uomini su altri pianeti, giganteschi dirigibili con cui fare il giro del mondo.
Certamente da allora i passi in avanti in questo campo sono stati notevoli, grazie all’invenzione e al continuo perfezionamento di mezzi di trasporto che ci permettono di raggiungere qualsiasi luogo della terra in tempi sempre più ridotti.
Tuttavia, quelli che noi, popolo del nuovo millennio, percepiamo come segni distintivi della nostra modernità, non sono tanto i mezzi di comunicazione “duri”, quelli che poggiano sull’asfalto delle autostrade e sull’acciaio delle linee ferroviarie, quanto quei mezzi di comunicazione che potremmo definire “soft”, e cioè quelli che non spostano le cose, ma i messaggi, non le persone nella loro fisicità, ma nel loro pensiero.
Ciò che ci permette di percepire la nostra realtà come “vita nel 2000” non è, dunque, la possibilità di salire su un aereo e svegliarsi il giorno dopo all’angolo opposto del pianeta, quanto la capacità di comunicare con chiunque, in qualsiasi luogo e in tempo reale, con il solo ausilio del nostro computer portatile; qualcosa che è in grado di modificare la nostra vita senza sconvolgerne le abitudini quotidiane.
Considerare la pubblicità come una forma di comunicazione può apparire a prima vista davvero banale, in realtà in questo campo tutto ciò che viene liquidato come semplice e scontato, è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno complesso e multidimensionale, che va ben al di là del singolo spot per incrementare le vendite.
Quello della pubblicità è oggi senza dubbio un grande fenomeno culturale, non comprensibile se lo si riduce al puro aspetto commerciale, ignorandone il molteplice intreccio con i vari livelli della vita sociale.
La pubblicità pervade ogni momento della nostra vita, attinge, ma al tempo stesso contribuisce a creare, il nostro immaginario collettivo, i riti e i miti del nostro tempo; pesca a piene mani dall’inesauribile serbatoio degli avvenimenti d’attualità, si ispira ai grandi archetipi universali, trasfigurando in senso mitico la nostra quotidianità; svolge la funzione di una moderna enciclopedia di semplice ed immediata consultazione, nella quale è facilmente ravvisabile l’esistenza dei prodotti, delle regole d’uso, dei significati sociali.
La pubblicità si è conquistata, insomma, lo statuto di genere massmediologico a sé stante, con una propria autonomia espressiva e comunicativa, diventando una sorta di metagenere all’interno del variegato scenario dei mezzi di comunicazione di massa.
SABRINA LOSSO
Spot, videoclip, sigle e altre amenità
aprile 7, 2010 da Redazione
Capitolo Comunicazione
Ci dimeniamo all’interno di un groviglio di immagini rutilanti. Pubblicità, clip musicali, microsigle animate e computer grafica 3D martellano quotidianamente le connessioni neurali collegate all’organo della vista di ciascuno di noi. L’homo videns apprende quotidianamente dalle figure in movimento una infinita carrellata di indizi e volatili nozioni. Televisione, internet, cellulari, videocartelloni costellano le pareti postmoderne della nostra vita. E’ interessante notare che fino a qualche anno addietro gli umani non sarebbero stati in grado di leggere sequenze ad alto dinamismo e a rapida frequenza come quelle che l’audiovisivo contemporaneo ci propone. Oggi siamo tutti educati e allenati, sempre pronti a decodificare l’ultima produzione, l’ennesimo delirio a colori e a più dimensioni che ci viene offerto. Non abbiamo dunque problemi a decifrare uno spot che contiene più di 50 inquadrature in 30 secondi e non ci cale neanche un pò seguire con cognizione di causa le roboanti, caotiche scene 3D di un film come Avatar. L’immagine in movimento ha una capacità di sintesi straordinaria: una sola, velocissima inquadratura può contenere tanti elementi narrativi e segni densi di significato quanti ne contengono due pagine di Tolstoj; l’utente visuale usufruisce inoltre di una facoltà d’immagazzinare i dati composti da pixel, assai superiore rispetto a quel che accade con la scrittura. Il video penetra per vie dirette nella mente dello spettatore e lo seduce con estremo garbo, pochissimo sforzo bilaterale. Al contrario, la parola scritta richiede una mediazione intellettuale complessa prima di giungere alla sfera della comprensione. La partita è persa in partenza, inutile dolersi. Fanno un pò ridere quei nostalgici che gridano allo scandalo e invocano il ritorno alla pura lettura. Ci racconta la storia dei media che le diverse strade non si annullano, continuano invece ad andare di pari passo, tutte in grado di amplificare le possibilità di apprendimento di quella bestiaccia con troppa materia grigia che si chiama uomo. Il mezzo in sé non è mai cattivo, come insegnava Mc Luhan: è l’uso che se ne fa, il colpevole degli eventuali disastri. Se mai i soloni dell’apocalisse, invece di piangersi addosso per la temuta scomparsa della scrittura, dovrebbero applicarsi seriamente sulla materia nuova (o seminuova) e sviscerarne le inferenze sociologiche, psicologiche e filosofiche, per tracciare la giusta via e individuare le corrette modalità d’utilizzo. Qualcuno già lo fa, ma la gran parte diffida o rifiuta, chiudendosi in tal modo ai tempi e alle nuove generazioni. Open your mind baby, and live the life! The world goes on and the times are gonna changing….
MAURIZIO GREGORINI

Fotografia etica e fotografia estetica
marzo 11, 2010 da Redazione
Capitolo Comunicazione

Come tutte le forme di comunicazione pregnanti (ossia dense di significato, che esprimono un punto di vista nei confronti del mondo), la fotografia obbedisce a un’esigenza d’espressione ma anche di ricerca estetica. Ricerca estetica non significa necessariamente che si debba fotografare solo ciò che ai nostri occhi appare gradevole, così come la volontà espressiva non deve inevitabilmente rivolgersi solo agli aspetti drammatici o sgradevoli della realtà perché ritenuti più espressivi di quelli che suscitano un senso di gradevolezza o di piacere.
Questa premessa era necessaria per dire che, anni fa (per essere precisi negli anni Settanta, quando le ideologie infuriavano al massimo grado nel mondo occidentale, soprattutto, allora, quella appena nata del Terzomondismo), c’era chi teorizzava che il compito del fotoreporter dovesse essere quello di documentare, a scopo di denuncia, le brutture prodotte dall’uomo nel mondo contemporaneo. Ne era derivata una vera e propria etica fotografica (era appunto l’epoca in cui si tendeva ad applicare il sigillo dell’etica ad ogni forma di comunicazione), una sorta di modello di comportamento pre-imposto che induceva a ricercare immagini di disastri e degrado: inquinamento, guerra, mostruosità urbanistiche, umanità affamata e derelitta, imbruttita dalle privazioni, dall’alienazione o dalla depravazione – e via insistendo lungo questo fosco percorso. Confesso che, anch’io, forse perché il mio interesse per la fotografia (in particolare per quella di reportage) coincideva con l’inizio della mia passione per i viaggi in quei paesi che rientravano proprio nella sfera del Terzo Mondo, tendevo a rivolgere l’obiettivo verso gli aspetti meno gradevoli della vita e dell’uomo. D’altronde c’erano gli esempi dei grandi fotoreporter che costituivano una sorta di scuola e facevano tendenza. Non si poteva fare a meno di riferirsi ad immagini di grande impatto drammatico come quelle prodotte da Werner Bischof, da Donald Mc Cullin, da Eugene Smith. Era ad autori come questi che i giovani come me, che giravano il mondo per fotografarlo e pubblicare poi le immagini su giornali e riviste, ispiravano i propri lavori. Ma la mia formazione artistica (non ho mai smesso di considerarmi anzitutto un pittore, tant’è vero che la fotografia l’ho praticata solo per alcuni anni e soprattutto per ricavarne un guadagno, anche se mi sono sempre sforzato di realizzare una fotografia espressiva, più che documentaria), i miei studi prolungati dell’armonia compositiva, oltre che il mio gusto istintivo per la pulizia e per la bellezza dell’immagine, mi portavano in ogni caso a restituire un’inquadratura non dimentica del fattore estetico. Più tardi ho scoperto che anche taluni tra i fotoreporter più “crudi” obbedivano, nonostante l’imperativo etico, alla mia stessa esigenza. Ho in mente, ad esempio, l’immagine di una veglia funebre di Eugene Smith, dove la drammaticità dell’evento viene restituita e in qualche maniera mitigata dall’inquadratura di grande valenza estetica. In seguito, comunque, c’è stata una vera e propria reazione di rifiuto nei confronti della tendenza a cercare le immagini peggiori del mondo, com’è inevitabile per chi non riesce ad asservire più che tanto il proprio talento (laddove c’è) agli imperativi ideologici. Gli stessi fotoreporter degli orrori della guerra come Mc Cullin, Bischof ed altri arrivarono a sostenere, indubbiamente per reazione e nausea delle realtà che frequentavano abitualmente, che il mondo era così pieno di brutture che appariva sbagliato e addirittura diseducativo ostinarsi a mostrare solo quelle e che era più produttivo andare in cerca di quel poco di armonia e di bellezza che ancora si conservava in giro.
A mio avviso, questi due atteggiamenti, opposti l’uno all’altro, obbediscono entrambi allo stesso vizio etico di concepire la fotografia. La realtà può essere drammatica o allegra e la fotografia, come tutti i linguaggi espressivi, deve cercare di restituire questi aspetti, magari accentuandoli, anzi senz’altro accentuandoli, ma senza mai dimenticare l’indispensabile fattore estetico, che la nobilita e la esalta. L’immagine può esprimere il massimo della drammaticità e della tristezza, o il massimo della serenità e dell’allegria, ma il fotografo non dovrebbe mai dimenticare che lo scopo della sua inquadratura deve essere quello di creare poesia.
Forse nessuno ha saputo esprimere meglio l’essenza peculiare della fotografia di Henri Cartier-Bresson, quando dice: “ Fare fotografie significa riconoscere – contemporaneamente e in una frazione di secondo – l’evento in se stesso e la rigorosa organizzazione delle forme visuali percepite che conferiscono significato all’evento. E mettere la propria testa, il proprio occhio e il proprio cuore sullo stesso asse”.
Dionisio di Francescantonio
la fotografia come artigianato
dicembre 21, 2009 da admin
Capitolo Comunicazione

Un buon fotografo è prima di tutto un buon artigiano. Diffidate da chi cerca di convincervi che la fotografia sia fatta solo di idee e per niente di competenze tecniche. La diffusione di questa tesi ci ha già dotato di un’intera generazione di “artisti fotografi”, pieni di idee meravigliose a livello concettuale, ma che, una volta realizzate, danno vita a progetti fotografici assolutamente ermetici ed incomprensibili; una fotografia che per comunicare necessita di un testo esplicativo, è come una sedia senza una gamba: non sta in piedi. Per realizzare l’idea fotografica che abbiamo in mente siamo tutti inesorabilmente costretti a passare attraverso un mezzo tecnico, l’apparecchio fotografico. La macchina fotografica è parte del fotografo, è una sorta di appendice, di prolungamento meccanico dell’occhio. Certo, le conoscenze tecniche se non sono supportate dalle doti creative rimangono fini a se stesse; ma sono essenziali per appurare se siamo dei virtuosi dell’immagine, se possediamo, cioè, quella capacità di sintetizzare la realtà in un’unica inquadratura, di esprimere un concetto o una sensazione attraverso un’immagine (differenza essenziale tra l’artista fotografo e un abile tecnico). Solo una volta che saremo padroni del mezzo in tutto e per tutto, ci renderemo conto se abbiamo quel qualcosa in più che rende le nostre foto speciali, espressive e non una mera riproduzione della realtà. Prima di ciò è assolutamente inutile parlare di doti creative. Sul fattore creatività esistono pareri discordanti, in particolare c’è una scuola di pensiero (abbastanza diffusa soprattutto tra i circoli amatoriali e le scuole fotografiche non professionali) che sostiene che essa sia insita in ciascuno di noi e che chi non riesce ad esternarla abbia solo bisogno di essere “liberato” dagli schemi che lo ingabbiano e lo inibiscono. Noi siamo fermamente convinti che la creatività, così come la capacità organizzativa, il carisma, l’abilità manuale, siano qualità diverse e che ognuno di noi ne possieda alcune e non altre. Certo, allenando l’occhio a “vedere fotograficamente”, attraverso l’analisi critica dei propri lavori e di quelli degli altri si possono ottenere dei buoni risultati, ma Cartier Bresson si nasce, non si diventa. Purtoppo l’idea che ci sia un piccolo Cartier-Bresson represso in ciascuno di noi è molto suggestiva ma quanto mai lontana dalla realtà. Se non siete carismatici è inutile che intraprendiate la carriera politica con mire da leader. Allo stesso modo, pur non essendo particolarmente creativo, potrò decidere di frequentare un corso di pittura, e arrivare a dipingere copie perfette di un Van Gogh, ma senza doti creative non sarò mai un artista del calibro di Van Gogh. In fotografia vale esattamente lo stesso discorso. Non fatevi ingannare da chi vede nella fotografia la strada più facile per raggiungere lo status di artista.
SABRINA LOSSO – Fotografa, direttrice istituto Professione fotografo
Come difendersi dall’arroganza delle compagnie telefoniche
dicembre 7, 2009 da admin
Capitolo Comunicazione
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Chi non ha mai avuto problemi con la propria banca, con la propria assicurazione o con il proprio gestore di telefonia? Stiamo parlando di strutture che dovrebbero risolvere i problemi dei cittadini e invece spesso diventano un problema loro stessi. Stampa, tv, e giornali si limitano a toccare l’argomento solo sotto richiesta di qualche lettore o spettatore esasperato. Ma una recente indagine ha stabilito che 75 italiani su 100 hanno problemi con banche, assicurazioni, compagnie telefoniche. Soltanto per quel che riguarda il settore della telefonia non basterebbe un libro di migliaia di pagine per raccontare tutti gli inconvenienti in cui incorrono gli utenti esporre da quando e’ finito il monopolio Telecom e i mercati si sono aperti. Purtroppo il potere esercitato dalla triade e’ talmente forte che influenza qualsiasi organo di informazione. In particolare, per aiutarvi a difendervi dall’arroganza delle compagnie telefoniche ci permettiamo di darvi alcuni consigli utilissimi:
- NON ACCETTATE PROMOZIONI PER TELEFONO
In primo luogo, l’AGCOM ha dichiarato ILLEGALE promuovere contratti via telefono: se siete interessati, siete VOI che li contattate. Nel caso accettiate di starli a sentire, state molto attenti alle vostre risposte: è facile cadere nella “accettazione tacita”, o farne un rimontaggio audio per trasformarlo in un contratto vocale (demenziale, ma è già successo!)
- NON FIDATEVI DELLE “IMPERDIBILI PROMOZIONI”
NESSUNA offerta corrisponde mai a quanto pubblicizzato (rimborso canone Telecom, ADSL che viaggiano come missili, ecc); purtroppo una volta accettato il contratto le vostre obiezioni sbatteranno contro il muro di gomma della (presunta) intoccabilità del Gestore. Se proprio volete accettare una promozione, cautelatevi chiedendo prima per iscritto una liberatoria che li obblighi a rispettare quanto promesso. Se il Gestore rifiuta, significa che era in qualche modo in malafede; prendete subito le distanze.
- NON CONCEDETE L’ADDEBITO BANCARIO DELLE FATTURE
Piuttosto, fatevi un po’ di coda alle Poste: meglio stornare i soldi di una truffa, piuttosto che fare reclamo quando i soldi se li sono GIÀ intascati. Anzi, “casualmente”, la maggior parte dei truffati sono proprio coloro che avevano concesso al Gestore l’addebito bancario delle fatture. Pura coincidenza?
- RECLAMATE SOLO TRAMITE RACCOMANDATA A/R
I FAX non hanno valore legale, quindi all’Ufficio Reclami possono ignorarli, e men che meno contate sulle comunicazioni VERBALI ai call centers: per direttiva interna, gli operatori sono del tutto deresponsabilizzati, e possono infischiarsene di inoltrare il vostro reclamo.
- DENUNCIATELI SENZA REMORE
Se il Gestore ignora il reclamo oppure vi fornisce una risposta insoddisfacente, non fatevi scrupolo a denunciarli ai Carabinieri o alla Polizia Postale. Rendetevi conto che per le Autorità è tutt’altro che un disturbo, come spiegato al punto 8.
- NON PATTEGGIATE CON I GESTORI
Portate la denuncia fino in fondo. Non fatevi impietosire dalle loro fintissime scuse: sappiate che due secondi dopo sarebbero già all’opera per spennare un altro utente NELLO STESSO IDENTICO MODO. Se arrivate al processo, e visto che capiscono SOLO il linguaggio dei soldi, richiedetegli il massimo dei danni (soprattutto per scoraggiarli dal continuare questi giochetti con altri).
GIANNI GUERRIERI (con l’ausilio di IVAN)
Il lato oscuro di facebook
novembre 30, 2009 da admin
Capitolo Comunicazione

I social network come Facebook sono diventati inesauribili contenitori di vita quotidiana, che assorbono interi blocchi di esistenza, senza imporre costi d’ingresso e costi d’uscita, senza fissare quantità minime o massime. Entri quando puoi, condividi quel che vuoi e tutto sembra perfettamente sotto controllo. Come in un gioco. Ecco il segreto inconfessabile di Facebook e compagni: concedere una visibilità, una notorietà pubblica a tutti, a prescindere da tutto. Raccogli frotte di amici, pubblica foto, racconta la tua vita, crea il tuo personaggio – la verità è un’opzione che non è necessario installare online. Una volta Andy Warhol diceva che nel futuro ognuno avrebbe avuto diritto ad un quarto d’ora di notorietà. Oggi il principio si è rovesciato – siamo alla ricerca di un’ombra di privacy al riparo dall’occhio indiscreto del web che, come dalla toppa di una porta, ci osserva, ci scruta, ci sorveglia 24 ore su 24, 7 giorni su 7. E’ un “piccolo fratello” personalizzato per ognuno. Tracce di socialità disseminata un po’ ovunque da un’umanità che vaga in rete come un nomade alla ricerca di una terra dove stanziarsi, anche solo fino alla prossima alba. Questa alta concentrazione di scariche cerebrali squarcia improvvisi lati oscuri. Non solo truffe, dal phishing allo spam ad epidemie di virus e altre schifezze che rubano dati personali e devastano il computer. Anche la morte corre online. E non è più un gioco. Ci sono gruppi su Facebook che indicano le tecniche più efficaci per suicidarsi. Ci sono account dove il caro defunto continua a sopravvivere nel ricordo dei suoi amici, reali e virtuali. Ci sono casi di omicidio istigati da un cambiamento nello stato sentimentale della vittima. Una moglie che sul suo profilo Facebook passa a “single” è finita accoltellata dalla gelosia del marito. Una ragazzina si è uccisa perché tormentata dal bullismo di un gruppo di amici su Facebook. Non serve aggiungere nomi e paesi; sono casi quotidiani, senza serial killer o sanguinarie efferatezze. Ma tutti all’improvviso. In differenti nazioni, con differenti tipi sociali. Facebook non può farci niente. Non c’è una polizia online o un tribunale di Facebook. I social network sono soltanto sterminate proprietà private votate a massimizzare il profitto. Tutto il resto, persino la morte, resta in secondo piano. Perciò, resta a casa, Sherlock. Qui il delitto sembra perfetto. Identità multiple, dati contraffatti, labirinti psicologici degni del filo di Arianna – anche la giustizia è data per persa. Manuela Orlandi è ancora un mistero, come tanti altri. Figurarsi online. Ecco Facebook anno 2009: da spazio sociale aperto a bara chiusa coi chiodi. Fine dell’avventura? Passo e chiudo.
GABRIELE CAZZULINI
La battaglia di Vaccarezza contro lo spot Calzedonia
novembre 25, 2009 da admin
Capitolo Comunicazione
“L’inno di Mameli non è uno scherzo”. Lo spot televisivo di Calzedonia, “Sorelle d’Italia”, non era piaciuto affatto ad Angelo Vaccarezza, Sindaco di Loano e Presidente della Provincia di Savona. Noto per il suo fare amichevole, spesso sorridente e sempre pronto allo scherzo, Vaccarezza si era mostrato insolitamente serio, quasi turbato, nel commentare l’ultima trovata pubblicitaria della nota azienda produttrice di calze. Circa quarantacinque secondi di immagini, mostranti la vita quotidiana, trasmessi da tutte le maggiori reti nazionali. Poco o nulla di differente rispetto agli spot di altre aziende, se non per un’unica, singolare, differenza: la colonna sonora. Ad accompagnare il video, infatti, era la voce della cantante emergente Sushy (al secolo, Susanna Galimi), la quale cantava una versione “riveduta e corretta”, tutta al femminile, dell’inno nazionale. Un particolare che aveva colpito non poco la sensibilità di Vaccarezza, da sempre contraddistinto da un sincero sentimento patriottico, che non gli fa mai mancare un appuntamento ufficiale relativo al tricolore. E la sua battaglia, lo scorso ottobre, prometteva di non essere condotta solo a parole: “Non è retorica”, dichiarava il Presidente della Provincia, “credo che l’Inno sia una delle poche cose sulle quali è giusto e doveroso non scherzare e la Patria è una di queste. La trovo una cosa scandalosa: farò di tutto per verificare se ci sono le possibilità giuridiche per stoppare lo spot”. E così è stato. A poco o nulla è servita la difesa ufficiale dei vertici aziendali di Calzedonia, i quali parlavano di “omaggio a tutte le donne”. La crociata di Vaccarezza, iniziata con le dichiarazioni infuocate di cui sopra, è finita sotto i riflettori dei media nazionali, dando ovviamente vita a un effetto domino. Il quale, oltre a convincere altri esponenti politici – su tutti Romano La Russa, coordinatore PdL a Milano, che si è rivolto all’authority delle telecomunicazioni – ha visto l’intervento di svariati enti e associazioni. Fino alla semisconosciuta Associazione Difesa Consumatori Sportivi. La quale, rivolgendosi all’avvocato Elisa Maria Caltagirone, ha presentato una denuncia presso l’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria. Istituzione che, dopo un attento esame, ha accolto le richieste di chi protestava, ordinando il ritiro dello spot da tutte le reti nazionali. Game, set and match. Un successo per Angelo Vaccarezza, primo Presidente della Provincia di Savona di centrodestra dopo 19 anni di incontrastato dominio del centrosinistra, alle prese con non pochi problemi (leggasi: ricorsi al Tar e possibilità non remota di ritorno alle urne) a causa di un pasticciaccio brutto nelle procedure burocratiche commesso dalla sua coalizione in campagna elettorale. “Alla fine avevo ragione”, ha dichiarato con soddisfazione nell’apprendere la notizia, “lo spot oltraggiava l’Inno di Mameli ed era un’offesa verso tutti gli Italiani”. Un’esultanza difficile da celare, di intensità inferiore solamente a quella da lui espressa dopo le vittorie elettorali – l’ultima, lo scorso giugno, dopo un ballottaggio – o dopo i successi della Sampdoria, sua squadra del cuore. “Era una vergogna sentirlo in televisione e giustamente era arrivato il momento che qualcuno intervenisse per sospendere la messa in onda in tv: ha vinto l’intelligenza”, ha aggiunto l’esponente del PdL. Il quale ora si gode la vittoria, più mediatica che politica, poco importa se indiretta. Una promessa mantenuta, peccato solo che non fosse nel programma elettorale.
CRISTIANO BOSCO (Imperia)
Manifesto per l’informazione locale
novembre 10, 2009 da admin
Capitolo Comunicazione, Gong
L’informazione locale è allo stato della pietra. Il panorama è composto da fossili mediatici: qualche quotidiano locale rimasto aggrappato ad una mentalità ottocentesca, affiancato da televisioni locali con palinsesti dominati dallo sport e dalle stesse notizie riportate dai giornali. Genova è un caso da manuale. In pratica si forma un unico flusso di notizie che si ripetono dal mattino alla sera, ogni giorno, ogni anno. Sempre in una sola direzione: dai giornalisti ai lettori. Nella tecnologia impiegata e nel tipo di contenuti le notizie radicate in uno specifico territorio non hanno ancora compiuto quella “media-morfosi” che sta rivoluzionando l’intero sistema della comunicazione locale. In America è già una realtà, anche economica. In Europa, specialmente in Inghilterra, la sperimentazione si sta concludendo con esiti soddisfacenti. Si chiama “iperlocalismo” (“hyperlocalism”) ed è la somma di due semplicissimi fattori. Il primo è la tecnologia della rete: un sito internet, un social network, le email, un telefonino. Il secondo sono i contenuti: cronache, iniziative, manifestazioni, disagi, viabilità, politica sublocale, criminalità, eventi, incontri, progetti. Sono i classici contenuti che circolano di bocca in bocca, in piazza, sul lavoro, per strada, nei punti di ritrovo. Sorpresa! Non c’è bisogno di invenzioni: entrambi i fattori esistono già. internet è un fenomeno di massa e per strada, o tra amici, si raccolgono tantissime potenziali informazioni. Pubblico un mio video, o un mio commento – ergo: pubblico una notizia del mio quartiere, della mia zona, della mia strada. Di più: il costo sfiora lo zero virgola zero, infinitamente più economico di una redazione giornalistica e televisiva. Ma l’informazione ufficiale è incapace di assorbire questa massa di contenuti. E’ uno spreco enorme di informazioni che coinvolgono la vita quotidiana di grandi comunità locali e sublocali, piccoli comuni, quartieri, periferie. L’iperlocalismo è la creazione di una piattaforma telematica che consente a ciascuno di contribuire segnalando informazioni che incidono sul proprio tessuto suburbano – sviluppando un complesso sistema aperto dove ogni lettore è anche un creatore dei contenuti. Bastano poche righe, una foto, un annuncio, un commento, una richiesta d’informazione. Può essere una combinazione di Twitter, Google Maps e un sito di riferimento. Può essere un portale mobile, per cellulari, oppure un social network apposito, come Ning. E’ una pluralità di strumenti che possono essere personalizzati e adattati al profilo di una comunità locale. Utilità e attendibilità si verificano subito. Il faccia-a-faccia, che nell’informazione tradizionale non esiste, online diventa una realtà e una verifica, perché “io” invio un’informazione e “tu” mi rispondi mentre “loro” ci leggono e ci correggono. Tutto questo nello stesso contesto locale, dove non esistono perfetti sconosciuti. Senza edizioni, senza limitazioni di orario. Dalla condivisione “social” della mia vita quotidiana, all’informazione “local” della mia comunità locale: Iperlocalismo, quindi raccogliere contenuti già esistenti, metterli in rete, condividerli, fare informazione aperta, in mano ai cittadini, lontano dalle lobbies di potere. Proposta: basta col divertimento su Facebook – lanciamo Genova come laboratorio dell’informazione iperlocale.
GABRIELE CAZZULINI






