Internet e le coppie
in mezzo a tanta gente? Quanti hanno provato almeno una volta la sensazione di essere fuori posto nel luogo dove si vive? Perché non si trovano persone compatibili, con interessi da condividere, perché la mentalità un po’ ristretta di un paese piccolo ci stringe, perché invece la grande città è troppo grande e ci spaventa buttarci a conoscere gente nuova? Perché ci si sente inadeguati, diversi, particolari?
Io credo capiti a molti; e in un contesto come quello descritto, se è difficile trovare degli amici, è praticamente impossibile trovare un partner.
Come fare? Qualcuno, a volte, cerca la soluzione in un altro luogo, pur non spostandosi da casa sua: nel mondo virtuale, internet, il non-luogo per eccellenza. Ed è più di qualcuno e più di qualche volta: nel 2007 l’incremento di relazioni nate dall’incontro virtuale è cresciuto del 20-30%. Tra i circa 6 milioni di single in Italia, sono più di 3 milioni a cercare e/o trovare rapporti con l’ausilio del web.
Chat, forum, newsgroup e soprattutto siti di dating, ultima frontiera sull’onda di questa tendenza, pubblicizzata anche in tv (è il caso di Meetic, nella quale pubblicità la neo-coppia passata da virtuale a reale racconta ai genitori con quale mezzo si sono conosciuti), e che rappresenta la modernissima evoluzione delle vecchie “agenzie matrimoniali”.
Due sono i profili principali coinvolti: ci sono quelli che si vogliono principalmente divertire, che vogliono provare, che spinti dall’incoscienza tipica della giovane età, si buttano in una ricerca divertita e divertente, a volte però anche irta di pericoli; sono più maschi che femmine, hanno tra i 18 e i 30 anni e non cercano solitamente una relazione stabile.
Il secondo profilo riguarda invece coloro che si approcciano a internet con uno scopo preciso e lungimirante: vogliono mettere su famiglia, non affrettano i tempi, ma anzi li diluiscono, per far nascere e crescere focolai di sentimento nel modo più naturale possibile, nonostante tutto; sono più donne che uomini, e hanno dai 30 anni in su.
Esiste poi un’altra piccola fetta di quei 3 milioni di italiani, che trova l’amore o il sesso su internet, quasi per caso, senza cercarlo: capita di incontrare qualcuno per scherzo, due parole che poi diventano un fiume, si scoprono affinità, ci si scambia una foto, capita che piaccia e poi si decide l’incontro; e succede.
Quel che viene da chiedersi è: da relazioni nate così, può crescere davvero l’amore? Si può dire che questo sia il quesito principale di chi studia o osserva incuriosito il fenomeno.
Sicuramente l’approccio funziona. Chi cerca un partner o pur non cercandolo, si sente solo e incompreso nel suo ambiente di origine, come detto all’inizio, e si trova su internet per passare il tempo, può incappare in persone che attraverso lo schermo del pc, sembrano avere un modo di pensare affine, interessi in comune, desideri simili.
La forza di una comunicazione virtuale, principalmente testuale, è quella di poter usare un’abbondante dose di fantasia, di far correre la mente per costruire su misura il personaggio che abbiamo “di fronte”, sul modello dei nostri desideri più intimi e delle nostre necessità, come sostiene anche Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie.
Quando poi siamo già presi a livello ideale, sopraggiunge magari il contatto telefonico, l’approccio uditivo e sentire la voce dell’altro/a ci fa fantasticare ancora di più.
Poi lo scambio di foto e poi gli incontri. A volte capita che la persona incontrata non piaccia fisicamente, a volte invece il coinvolgimento ideale è tale da farci piacere anche un fisico che normalmente non avremmo guardato, proprio come in un innamoramento reale e “tradizionale”.
A volte ci troviamo di fronte alla persona dei nostri sogni, anche a livello estetico. Ma se i problemi ci sono, vengono dopo; perché nella relazione reale, si può scoprire che la persona che finalmente tocchiamo, non è esattamente come avevamo idealizzato. E i castelli cominciano a crollare.
Oppure, può essere un totale disastro già dal primo incontro: la foto che si è vista non corrisponde, chi ci ha parlato ha voluto solo giocare e non si presenta, oppure, nella peggiore delle ipotesi, incontriamo qualche individuo pericoloso, da cui è bene allontanarsi il prima possibile.
Questo è il quadro che maggiormente ci si aspetta e maggiormente si trova. Ma esistono casi in cui il virtuale ha funzionato più che bene.
La gente si è sposata, ha avuto addirittura dei figli, ha vissuto storie meravigliosamente intense, nate da un pc. Perché? Perché, oltre l’idealizzazione, oltre i pregiudizi, parlare prima ancora di vedersi, permette di scoprire degli aspetti delle altre persone che in condizioni “normali” potrebbero anche non venire fuori mai.
Perché ci si conosce nell’intimo prima ancora che nell’esteriore. Perchè nel virtuale conosciamo a volte la vera identità di una persona che si rivela proprio perché protetta da un computer e a cui nel reale non avremmo dato nemmeno un centesimo, solo a guardarla, togliendoci invece possibilità infinite.
Perché potendo ormai accorciare le distanze tra i luoghi fisici, proprio grazie a mezzi come internet, non ci si deve accontentare più di quello che letteralmente offre la piazza del proprio paese o del proprio quartiere, magari completamente incompatibile con noi, ma unico disponibile: con internet si può cercare qualcuno che sia davvero nato per stare con noi, si può “rischiare” di trovare l’altra metà del nostro androgino, sparso chissà dove senza che noi possiamo saperlo.
Ma succede anche che dagli incontri internettiani, nascano meravigliose storie di puro sesso, senza coinvolgimenti, senza complicazioni. Perché è quello che si vuole, è quello che si cerca o è quello che si trova.
Spesso, spessissimo, l’intesa sessuale e fisica è difficile da trovare, ottenere. E per puro caso, possiamo trovarla su su internet, perché, come detto sopra, le persone che possono star bene con noi, essere compatibili con noi da ogni punto di vista, possono trovarsi ovunque nel mondo.
Non è mai vero che siamo soli, incompresi, diversi. Da qualche parte c’è sempre qualcuno che è nato per stare con noi, fosse anche in un solo aspetto della vita, come il sesso.
Il consiglio quindi è: se l’esperienza vi stuzzica, perché non provarci. Se siete a conoscenza dei luoghi comuni nei quali si può cadere, sarà più facile evitarli.
E soprattutto, attenzione e occhi aperti: i pericoli in agguato, i pericoli veri, sono tanti.
Internet e l’ammmore

A quanti di noi capita di sentirsi soli in mezzo a tanta gente? Quanti hanno provato almeno una volta la sensazione di essere fuori posto nel luogo dove si vive? Perché non si trovano persone compatibili, con interessi da condividere, perché la mentalità un po’ ristretta di un paese piccolo ci stringe, perché invece la grande città è troppo grande e ci spaventa buttarci a conoscere gente nuova? Perché ci si sente inadeguati, diversi, particolari?
Io credo capiti a molti; e in un contesto come quello descritto, se è difficile trovare degli amici, è praticamente impossibile trovare un partner.
Come fare? Qualcuno, a volte, cerca la soluzione in un altro luogo, pur non spostandosi da casa sua: nel mondo virtuale, internet, il non-luogo per eccellenza. Ed è più di qualcuno e più di qualche volta: nel 2007 l’incremento di relazioni nate dall’incontro virtuale è cresciuto del 20-30%. Tra i circa 6 milioni di single in Italia, sono più di 3 milioni a cercare e/o trovare rapporti con l’ausilio del web.
Chat, forum, newsgroup e soprattutto siti di dating, ultima frontiera sull’onda di questa tendenza, pubblicizzata anche in tv (è il caso di Meetic, nella quale pubblicità la neo-coppia passata da virtuale a reale racconta ai genitori con quale mezzo si sono conosciuti), e che rappresenta la modernissima evoluzione delle vecchie “agenzie matrimoniali”.
Due sono i profili principali coinvolti: ci sono quelli che si vogliono principalmente divertire, che vogliono provare, che spinti dall’incoscienza tipica della giovane età, si buttano in una ricerca divertita e divertente, a volte però anche irta di pericoli; sono più maschi che femmine, hanno tra i 18 e i 30 anni e non cercano solitamente una relazione stabile.
Il secondo profilo riguarda invece coloro che si approcciano a internet con uno scopo preciso e lungimirante: vogliono mettere su famiglia, non affrettano i tempi, ma anzi li diluiscono, per far nascere e crescere focolai di sentimento nel modo più naturale possibile, nonostante tutto; sono più donne che uomini, e hanno dai 30 anni in su.
Esiste poi un’altra piccola fetta di quei 3 milioni di italiani, che trova l’amore o il sesso su internet, quasi per caso, senza cercarlo: capita di incontrare qualcuno per scherzo, due parole che poi diventano un fiume, si scoprono affinità, ci si scambia una foto, capita che piaccia e poi si decide l’incontro; e succede.
Quel che viene da chiedersi è: da relazioni nate così, può crescere davvero l’amore? Si può dire che questo sia il quesito principale di chi studia o osserva incuriosito il fenomeno.
Sicuramente l’approccio funziona. Chi cerca un partner o pur non cercandolo, si sente solo e incompreso nel suo ambiente di origine, come detto all’inizio, e si trova su internet per passare il tempo, può incappare in persone che attraverso lo schermo del pc, sembrano avere un modo di pensare affine, interessi in comune, desideri simili.
La forza di una comunicazione virtuale, principalmente testuale, è quella di poter usare un’abbondante dose di fantasia, di far correre la mente per costruire su misura il personaggio che abbiamo “di fronte”, sul modello dei nostri desideri più intimi e delle nostre necessità, come sostiene anche Daniele La Barbera, presidente della Società Italiana di Psicotecnologie.
Quando poi siamo già presi a livello ideale, sopraggiunge magari il contatto telefonico, l’approccio uditivo e sentire la voce dell’altro/a ci fa fantasticare ancora di più.
Poi lo scambio di foto e poi gli incontri. A volte capita che la persona incontrata non piaccia fisicamente, a volte invece il coinvolgimento ideale è tale da farci piacere anche un fisico che normalmente non avremmo guardato, proprio come in un innamoramento reale e “tradizionale”.
A volte ci troviamo di fronte alla persona dei nostri sogni, anche a livello estetico. Ma se i problemi ci sono, vengono dopo; perché nella relazione reale, si può scoprire che la persona che finalmente tocchiamo, non è esattamente come avevamo idealizzato. E i castelli cominciano a crollare.
Oppure, può essere un totale disastro già dal primo incontro: la foto che si è vista non corrisponde, chi ci ha parlato ha voluto solo giocare e non si presenta, oppure, nella peggiore delle ipotesi, incontriamo qualche individuo pericoloso, da cui è bene allontanarsi il prima possibile.
Questo è il quadro che maggiormente ci si aspetta e maggiormente si trova. Ma esistono casi in cui il virtuale ha funzionato più che bene.
La gente si è sposata, ha avuto addirittura dei figli, ha vissuto storie meravigliosamente intense, nate da un pc. Perché? Perché, oltre l’idealizzazione, oltre i pregiudizi, parlare prima ancora di vedersi, permette di scoprire degli aspetti delle altre persone che in condizioni “normali” potrebbero anche non venire fuori mai.
Perché ci si conosce nell’intimo prima ancora che nell’esteriore. Perchè nel virtuale conosciamo a volte la vera identità di una persona che si rivela proprio perché protetta da un computer e a cui nel reale non avremmo dato nemmeno un centesimo, solo a guardarla, togliendoci invece possibilità infinite.
Perché potendo ormai accorciare le distanze tra i luoghi fisici, proprio grazie a mezzi come internet, non ci si deve accontentare più di quello che letteralmente offre la piazza del proprio paese o del proprio quartiere, magari completamente incompatibile con noi, ma unico disponibile: con internet si può cercare qualcuno che sia davvero nato per stare con noi, si può “rischiare” di trovare l’altra metà del nostro androgino, sparso chissà dove senza che noi possiamo saperlo.
Ma succede anche che dagli incontri internettiani, nascano meravigliose storie di puro sesso, senza coinvolgimenti, senza complicazioni. Perché è quello che si vuole, è quello che si cerca o è quello che si trova.
Spesso, spessissimo, l’intesa sessuale e fisica è difficile da trovare, ottenere. E per puro caso, possiamo trovarla su su internet, perché, come detto sopra, le persone che possono star bene con noi, essere compatibili con noi da ogni punto di vista, possono trovarsi ovunque nel mondo.
Non è mai vero che siamo soli, incompresi, diversi. Da qualche parte c’è sempre qualcuno che è nato per stare con noi, fosse anche in un solo aspetto della vita, come il sesso.
Il consiglio quindi è: se l’esperienza vi stuzzica, perché non provarci. Se siete a conoscenza dei luoghi comuni nei quali si può cadere, sarà più facile evitarli.
E soprattutto, attenzione e occhi aperti: i pericoli in agguato, i pericoli veri, sono tanti.
Blog e “newsonomics”

Bello, scorrevole, ben scritto, il titolo è la morte sua e poi parla con cognizione di causa. Bene. Allora clic. Pubblicato online. A quel punto basta controllare che l’homepage sia corretta ed il piccolo editore può abbassare la saracinesca della sua tipografia virtuale.
Sia per il blog privato, intimo, che va a titillare i nervi scoperti di un adolescente di campagna o di una celebrità mondiale, sia per il “portale” più o meno specificamente generalista – nel senso che non lo sa nemmeno lui se fare contenuti generalisti o specialisti – la mentalità diffusa è quella di guardare ai testi da pubblicare per fare la correzione di bozze e impaginare. Tutto molto corretto. Ma oggi non basta più.
I siti di oggi che vogliono entrare nell’agone delle opinioni-informazioni devono fare i conti con due vincoli determinanti: il tempo, scarso, e lo spazio per costituire un hub informativo – spazio sempre più ridotto di fronte alla moltiplicazione delle fonti. Quindi in tale “newsonomics”, in questa economia dell’informazione, ogni contenuto deve contribuire ad far remunerare un particolare tipo di capitale: l’attenzione del pubblico. Non è soltanto l’accesso in sé. E’ anche il commento, anzi i commenti. Sono anche i trackbacks o lo sharing sui network sociali. E’ tutta una movimentazione di quel contenuto che crea un’attenzione generale. C’è un bellissimo quanto impietoso libro, di Geert Lovink, dal titolo lapidario: “Zero Comments”. In pratica: persino un ottimo post, ma privo di un solo commento, non è riuscito a catturare nessuna attenzione. Quindi è come se non esistesse.
In un libro, scaricabile gratuitamente in formato pdf, dal titolo molto espressivo: “The Wealth of Networks”, come fosse una riedizione del “The Wealth of Nations” di Adam Smith, Yochai Benkler, ha focalizzato quest’ambigua evoluzione: da una parte è molto più facile prendere il megafono e parlare al mondo. I costi d’ingresso sul mercato dell’informazione sono crollati. Basta un blog o una semplice email. Ma la competizione si è moltiplicata all’ennesima potenza impedendo l’emergere di grandi centri e producendo una trasformazione strutturale: i media online hanno sviluppato una dinamica “conversazionale”. Io pubblico, tu commenti, loro ci commentano, lei ci linka oltre, mentre altri ne parlano in altri luoghi ancora. E poi arriva un altro post che riassume tutti questi commenti.. in un ciclo aperto che si arricchisce ad ogni giro.
Sì, è una grande fatica scrivere online. Ma il pericolo principale è credersi su un piedistallo da cui lanciare discorsi come se il mondo non volesse altro. E’ l’ulteriore curvatura della comunicazione molti-a-molti, dove “molti” in partenza e “molti” in arrivo in realtà sono sempre noti. Ecco perché la scrittura online funziona al meglio quando è indirizzata a specifici destinatari, non solo nei buoni propositi dell’autore, ma nei fatti – e col progetto di ricevere altri commenti e-o essere ripresa in altri luoghi.
Se così non fosse, scrivere sul diario personale o su internet non farebbe alcuna differenza, se non altro che il diario conserva ancora il fascino dell’intimità inviolata.
GABRIELE CAZZULINI
“Socialcomunitarismo libertario” nella rete

Mister Kelly, uno dei fondatori della rivista americana di culto Wired, esamina nel suo ultimo libro ” Internet al lavoro”, la tendenza comunitaria che la rete sta sviluppando tra coloro che la utilizzano con maggior frequenza e cognizione di causa. Si sta infatti verificando un fenomeno di tipo associativo nuovo che avrà robuste ricadute sui rapporti quotidiani e sui presupposti della nostra società. Sempre più persone, per lo più sotto i 40 anni, si aggregano intorno ai propri interessi per dare vita a composite formazioni di lavoro, dietro alle quali, nella maggioranza dei casi, si nasconde la prestazione gratuita, volontaristica e senza scopi di lucro immediato. In compenso tali avventure concedono prestigio, condivisione, partecipazione profonda allo sviluppo dei progetti e agli onori che derivano dal successo degli stessi. Sembra proprio che le nuove generazioni prediligano valori profondamente diversi da quelli che hanno ossessionato i loro padri: l’interesse economico e l’individualismo spinto passano in secondo piano o vengono relegati tra gli effetti secondari dell’azione, mentre alla ribalta assurgono nuovi traguardi: la collaborazione leale e fattiva, il successo di gruppo, la buona fattura del prodotto realizzato. Una vera rivoluzione che non tarderà a far sentire i suoi effetti sull’agire sociale e a mutare nell’intimo i capisaldi della nostra civiltà. Kelly nel suo libro sottolinea come questa nuova condotta generalizzata che si manifesta in rete abbia talune caratteristiche del socialismo, talaltre del comunitarismo e altre ancora del liberismo anarcoide. In sostanza per il fenomeno descritto una definizione non esiste ancora: “socialcomunitarismo libertario” è l’unica locuzione che, almeno parzialmente, da ragione ai contenuti. Noi Culturisti, sempre attenti agli sviluppi del mondo digitale, terremo gli occhi bene aperti e non mancheremo di seguire per voi l’evoluzione del trend esaminato. Se poi vi viene in mente una dicitura migliore della nostra, segnalatecela….
MAURIZIO GREGORINI
Dante spappolato dal digitale

Sì, spalancate occhi e orecchie perché la cultura non sarà più come prima, dopo l’avvento del sacro e santo Ipad. Nel delirio tipico di ogni spregiudicata operazione di marketing sembra che non si possa più fare nulla senza farla con l’Ipad. A breve avremo anche la versione per Ipad della carta igienica. Ci faranno credere, sempre loro, i perfidi stregoni o strateghi del marketing, che pulirsi con la carta igienica dell’Ipad, anzi la carta I-gienica, sarà un piacere ed un’utilità mai provata finora dal genere umano. Vedremo.
A proposito di carta, senza l’Ipad non si può leggere, tanto meno cogliere il senso, dei grandi classici della nostra cultura. Dante, per esempio. In effetti i sei secoli di lettori che hanno vissuto con la Divina su carta, forse non hanno capito un granché. Sono da compatire. Meno male che ora, finalmente, potremo cogliere appieno il senso più profondo della cultura dantesca. Con l’Ipad, dicono, è tutta un’altra cosa. E’ addirittura in 3d. Certo, il conte Ugolino in 3d cambia tutto. Ti sembra di finirgli in bocca da tanto che appare realistico. Dante deve aver lavorato proprio bene quando programmava la Divina in 3d. Altro che Leonardo – mentre Da Vinci si lambiccava nei suoi codici (non ditelo a Dan Brown), Dante si infilava gli occhialini 3d, si godeva la vista di Beatrice in topless e poi si collegava online su Facebook per postare le foto. Ma tutto ciò era andato perso perché noi non avevamo ancora l’Ipad e così non avevamo capito realmente la portata della Divina. Grande Dante! Ma soprattutto, grandissimo Ipad, che finalmente ci ha fatto spalancare le porte della nostra comprensione – anche se tocca spalancare il portafoglio. Ma si sa, i soldi spesi per la cultura, sono i “più” meglio spesi.
Speriamo di continuare a capire tutto ciò che non abbiamo capito finora, grazie ad autentici filantropi che donano al genere umano queste divine creature tecnologiche. Altro che Dante. Date il nobel per la letteratura a Steve Jobs. Ne farà un’applicazione per Iphone – ovviamente a pagamento. Intanto Dante era povero in canna. Ecco, così abbiamo anche capito il valore della cultura, di chi la produce (Dante), di chi, con la cultura, produce denaro per sé e persino di chi, con i soldi di questi ultimi, spera di fare un po’ di soldi anche per sé – i markettari, insomma, quelli per cui “Dante” è scritto sbagliato perché il participio presente del vero dare non va maiuscolo.
Comunque per Dante nemmeno la povertà è più un problema. Infatti Dante è il noto personaggio di un celebre videogioco, ambientato nell’Inferno. Era questa no, la Divina Commedia? C’erano i diavoli e poi Dante, che era vivo o morto? E poi Beatrice, che era all’Inferno, e Dante doveva salvarla. Più o meno. Ma non c’è bisogno di farsi venire il mal di testa: è un videogioco. Si chiama appunto Dante’s Inferno. Un grande successo, che ha spopolato, ne hanno parlato ovunque. I teenagers americani amano tutti Dante. Hanno le magliette, gli stivaletti, le spade e tutte le armi – sì, Dante era un guerriero che, quando non combatteva, scriveva versi in 3d per Steve Jobs. Tutto chiaro. Meglio di così…
>
GABRIELE CAZZULINI
Prìncipi e zombie della rete

Come alla notte degli Oscar, lunedì 24 maggio è stata diffusa una meravigliosa rappresentazione grafica dei 140 più influenti personaggi di Twitter – l’èlite, l’aristocrazia, il pantheon di una rete di oltre 70 milioni di utenti che, genialità dell’economia online, sono gestiti da soli 140 dipendenti. Quella rappresentazione grafica, mirabile esempio di infografica, simboleggia il valore delle stelle e della luminosità di questi 140 magnifici Twitter-leaders, che splendono nel cielo della twitter-sfera.
Ok, ma in basso? Obama e Lady Gaga sono al vertice. Milioni di sostenitori e migliaia di tweets. Ma nei livelli più infimi, sconosciuti, anonimi, chi c’è? C’è un tipo classico di utente. Su Twitter è colui che apre un account ma lo lascia vuoto oppure è colui che posta un link senza niente altro. Ma è su Facebook che questo Signor Nessuno da il meglio, o il peggio, di se stesso.
Infatti sono tantissimi, tra gli account attivi, quelli facilmente riconoscibili perché postano qualunque cosa. Sono perfette spugne che assorbono ogni genere di notizia, video, testo, foto – e lo mettono sulla loro bacheca oppure lo smistano ad altri. Sono emigrati su Facebook, sono sempre online, a qualunque orario. Sono Zombie. Vivono letteralmente online perché si svegliano, si lavano (?), fanno colazione, si vestono, dandone puntuale comunicazione online. Poi iniziano a battagliare fino a notte fonda. Postano con la zappa, un tanto al chilo. Commentano tutto e tutti, stringendo amicizia con perfetti sconosciuti. Sono professionisti nell’attaccare bottoni. Vivono online ma ignorano le tendenze e le trasformazioni della rete. Il loro profilo è caratteristico: invece delle solite applicazioni, ne usano altre: Frigorifero, Moglie, Cane, Casa e moltissime altre. Invece di fare la spesa, scambiano punti online come fosse Farmville.
Sì, sono zombie virtuali, che vivono in rete perché hanno trovato un surrogato sociale che stacca i ricettori psicologici del loro malessere esistenziale. In questa situazione, Cosa diventa Facebook? Un doppio pericolo. E’ un pericolo “per” tutti coloro che sono sospinti a neutralizzarsi in un dolcissimo e letale fare di tutto per non fare niente. Ecco perché la vita online degli Zombies è inutile: è un pretesto per battere un colpo e dire al mondo “anche noi ci siamo” senza però dare un messaggio. Ma è anche il pericolo “di” ridurre Facebook ad un letamaio di contenuti superflui, usati solo per riempire spazi vuoti sullo schermo e nella vita.
Dalle stelle alle stalle, dalle aristocrazie alle corti dei miracoli – un web a misura di tutti. Anche di troppi.
GABRIELE CAZZULINI
Per fare sesso in macchina ci vuole il web?

Un affidabile indicatore del livello di saturazione di un media è quando si trova qualcosa di assolutamente inutile cercando invece qualcosa di assolutamente importante. Così mi capitava di cercare un tutorial video per capire un curioso software che fa da “idraulico” tra molteplici flussi di informazioni – quando ecco che un movimento non intenzionale dell’occhio fa cadere lo sguardo su un video dal titolo: “come fare sesso in auto”. Il lato ancora più paradossale è che risulta praticamente impossibile resistere alla tentazione di cliccare e sbirciare – in ossequio al diffuso “guardonismo” virtuale. Alla fine era solo una sorridente rivisitazione dei luoghi più comuni sul sesso a quattro ruote. Allora, riassunto delle puntate precedenti: dall’utile che non si trova, all’inutile a portata di mano, che accalappia l’attenzione, dilapida il tempo e alla fine restituisce solo una smorfia da deja-vu. Non solo: questo mini corso di sesso automobilistico appartiene ad una collana (collana, quel termine così antiquato che ricorda le collane di romanzi pubblicati a puntate..) intitolata “come si fa”. Ma cosa? Qualunque cosa. Il web diventa un maestro onnisciente che tutto insegna fuorché insegnare a trovare ciò che serve. E’ un po’ come entrare in un supermercato con la lista della spesa impugnata saldamente in una mano e l’altra a spingere il carrello con una nietzschiana volontà di potenza di non sperperare un solo centesimo. Alla fine, alla cassa, il carrello è stracolmo di inutilità ed il portafoglio è svuotato. Questo vuol dire che internet è obeso di contenuti, di qualunque tipo, per qualunque utente-consumatore. Quando il superfluo diventa dominante, vuol dire che l’utile ha già fatto le valigie. Morale della favola? Siamo sempre più bravi a capire come si fanno le solite cose. Viceversa diventa sempre più difficile trovare il contenuto desiderato, diverso, originale. Ma se quest’articolo finisse qui, potrebbe correre verso la sua destinazione naturale: il cestino. Invece il bello, cioè il difficile, deve ancora venire. Cercare in rete non è affatto facile. Non basta scartabellare Google. Non basta neppure esaltarsi per il diluvio biblico di news che ogni minuto arriva sull’email o sul telefonino. Bisogna saperle selezionare, filtrare, combinare e infine usare. Altrimenti che mi frega di sapere degli scontri a Bangkok quando non so come usare questa notizia? Ricevere quella notizia, leggerla, accumularla, insieme a cento altre simili notizie diventa un costo che consuma tempo e concentrazione, oltre a sprecare la tecnologia. Alla fine quel che serve non si trova, non si cerca. E’ come acquistare dieci litri di cera da pavimenti quando si ha in casa la moquette. Con la piccola differenza che quei dieci litri arrivano da soli nel carrello. Ce li infila il web generalista, quello a portata di clic. Quello che vuole spiegare “come si fa” persino la cosa più elementare. Il resto bisogna saperlo cercare, scoprire e condividere. Siamo nell’epoca del web di massa. domanda: finire massificati oppure diventare autori della propria informazione? Ma la risposta è già un’altra storia per un altro articolo..
p.s. ecco il link del sesso in macchina:
http://video.yahoo.com/watch/3152020/8940422
GABRIELE CAZZULINI
E’ in arrivo il “Genovacamp” digitale 2010

Genova si avvia ad inaugurare una manifestazione destinata a lasciare il segno e a diventare qualcosa di molto importante per i cittadini genovesi, per la città tutta. Dal 9 all’11 Aprile infatti si svolgerà il “Genovacamp 2010”, primo barcamp organizzato nel capoluogo ligure. I barcamp sono eventi della durata di pochi giorni, durante i quali si confrontano, intorno a temi attualissimi legati al web, con interventi rapidi e intensi, esperti di internet, massmediologi e smanettoni della rete. Fanno da contorno incontri ludici e occasioni informali. In diverse città d’Italia da un paio d’anni a questa parte si svolgono manifestazioni simili, che attirano moltissimi giovani e le menti più aperte dai mondi cultura e comunicazione. Il primo barcamp genovese, in ogni caso, riveste un’importanza che va oltre l’evento in sé. Negli intenti degli ideatori, l’associazione “Cittadini Digitali”, si tratta infatti del primo passo verso un progetto di ampia portata, destinato a scuotere la sonnecchiante Zena. L’ambizione è grande: rendere La Superba, nel giro di qualche anno, il principale “porto internet” del Mediterraneo, tanto auspicato dal sottoscritto in un articolo di qualche mese fa sul Giornale. L’ass.“Cittadini digitali” è un ente composto da privati e associazioni varie che ha agito in totale autonomia, al di fuori delle logiche di potere e della politica, ottenendo il riconoscimento del Comune di Genova a cose fatte; ulteriore elemento da rimarcare, in una città schiava delle consorterie e dei veti colorati di rosso. L’intuizione che sta dietro il Genovacamp, di cui immagino offriranno i dettagli gli organizzatori in un’apposita conferenza stampa, è di livello: a prescindere dal fatto che si ami o meno la rete, che la si esalti o la si aborri, aprirsi con prepotenza verso il settore vuol dire portare la città ad una coscienza nuova e internazionale. Se poi l’obiettivo “porto internet” dovesse essere raggiunto, sarebbe un risultato straordinario, destinato a far scalare molte posizioni alla nostra città. Oggi la conoscenza e l’innovazione viaggiano sempre più spesso sulla rete, così come le facilities per i cittadini. Assecondare il connubio fra vita reale e virtuale dovrebbe essere il compito dei buoni amministratori, ma se non ci pensano loro, ben vengano i privati. Il Culturista affianca e sostiene i “Cittadini digitali” nell’organizzazione del Barcamp 2010.
Viaggiare virtuale. Di vero viaggio si tratta?

Allora: abbiamo scherzato quando si gridava alla rivoluzione del web! E’ l’unica spiegazione razionale quando si scopre che la maggior parte degli amanti dei viaggi fa turismo soltanto online. Cioè: è meglio visitare un luogo virtualmente anziché realmente. Meglio leggere la descrizione delle opere di un museo invece di osservarle dal vivo. Viaggiare con l’immaginazione della mente e le immagini dello schermo sembra più invitante che sentire il vento sulla pelle o avere la luce negli occhi. Non finisce qui, perché c’è anche il rovesciamento di quest’affermazione, giusto per assestare il colpo di grazia agli entusiasti del web: la maggior parte dei viaggiatori veri, quelli che ogni giorno maneggiano biglietti entrando e uscendo da hotel di tutto il mondo, non usa le più diffuse applicazioni online sui telefoni cellulari. Quindi: da una parte il popolo del web che ama il turismo soltanto online; dall’altra i veri turisti che non usano l’utilità tecnologica di internet, come mappe, prenotazioni, informazioni.. Realtà batte web due a zero? La verità è che siamo a rischio di indigestione. Troppa retorica “webbista”, troppe abbuffate di prodotti ultra-tecnologici, scartati da seducenti confezioni solo per finire pensionati in misericordiosi scaffali. Troppi finti maestri che agitano in mano un Iphone perché fa tendenza, anche se non sanno bene cosa farci. Quante volte l’impulso a comprare lo smartphone alla moda diventa irresistibile. Appunto: comprare, non usare. Perché tra comprare e usare c’è di mezzo un mare, cioè imparare. Ancora oggi resta ancora difficile imparare a conoscere. Persino imparare ad usare una macchina di intelligenza inferiore come un telefonino costituisce un ostacolo troppo alto per amanti della tecnologia dalle gambe troppo basse. Sì, viaggiare, come cantava Lucio Battisti – virtualmente? Quando la rete non esisteva neppure nel mondo dei sogni, solo la fantasia era l’unico mezzo per viaggiare. Oggi non più, perché diventa il rifiuto di un’esperienza reale per surrogarla con una virtuale. Come il sesso virtuale. Eccitarsi col la webcam o con tonnellate di volgarissima pornografia è meglio che metterci la faccia, e non solo quella, con una donna o con un uomo? Siamo sempre lì, piantati di fronte al bivio dove sta un cartello che indica direzioni opposte: realtà fisica, realtà simulata. Dove andare? Buon viaggio!
GABRIELE CAZZULINI
Spaghetti web – Internet e gli italiani

Cos’è il web in Italia? Una cruda commedia all’italiana, con maschere che incarnano vizi e virtù. Ma non c’è niente da ridere.
Maestrine o paparazzi: le “news online” (l’inglese fa sempre colpo) propinano un falso tecnicismo perché spesso i contenuti sono troppo simili a quelli di siti internazionali e troppo spesso sembrano televendite (undicesimo comandamento italiano: tengo famiglia). Oppure si scivola nella scadente cronaca del pettegolezzo, per accalappiare il pubblico sensibile ad un titolo da grido. Saccenti o imbonitori, la logica non cambia: né informazione, né opinione. I grandi siti di massa, rimasti aggrappati ad una logica da web 0.2 (no, non è un refuso), trasferiscono i propri contenuti dalla pagina di carta alla pagina online come se non ci fosse differenza. Non hanno capito che fare web non vuol dire fare fotocopie. Abbiamo tutti l’Iphone del 2009 ma poi leggiamo i soliti quotidiani fondati nell’Ottocento. Questo è un web manzoniano, cioè morto.
Che si fa online? L’interazione sul web non ha ancora ingranato la marcia per mettersi al passo dei tempi: pubblicare online le foto di classe col grembiulino, oppure gli auguri di compleanno sembra l’apoteosi del web 2.0. Ma poi che succede? Niente. Tutto qua? No, c’è sempre un piccolo cantuccio per l’ipocrisia dell’impegno civile, con quegli affollati forum per idolatrare Saviano e altri santoni del web tricolore – così si può tirare lo sciaquone per ripulirsi la coscienza sporca, dopo aver fatto i fannulloni su Facebook.
Il web è anche una macchina che genera ricchezza. Negli Usa il marketing online, e addirittura il marketing
sui social network, costituisce un laboratorio aperto agli innumerevoli contributi di chiunque – perché anche
il commerciante di Puttenburg nel Wyoming ha capito che può far soldi se vende online. In Italia? Nella più ottimista delle ipotesi il marketing online vuol dire aprire una pagina Facebook, al massimo un account su Twitter e poi lasciarli vuoti. In tutti gli altri casi si crea un sofisticato sito in flash con immagini in alta definizione. Costa un pacco di soldi e fa fare bella figura (così italiana!) anche se per aprire la homepage ci vuole qualche minuto. Quanti potenziali clienti ritornano una seconda volta? Risposta giusta.
Tutto da buttare via? No. Il web italiano è l’offerta ideale alla domanda di socialità, che non significa soltanto fare amicizie online. Il web è la vetrina perfetta per esporsi come personaggio, alla ricerca di una ribalta mediatica che nell’immaginario comune è diventata un imperativo. Ma questa visibilità è spesso fondata sulla mistificazione. Come un gioco. Ma i manichini non parlano e non pensano. Stanno fermi nelle loro vetrine, mentre il mondo si trasforma.
Per noi italiani il web è uno spazio di arrivo, non uno spazio di partenza. Il web tricolore è un grazioso teatrino dove recitano abili commedianti, in attesa che passi qualche turista straniero che voglia comprare il biglietto per vedersi un po’ di avanspettacolo.
GABRIELE CAZZULINI
Apparso anche su “La Voce d’Italia” di martedì 26 gennaio 2010






