Hey – tu, cultura in Tv ù ù ù!

giugno 10, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Da quando le scelte sbagliate del passato hanno cominciato a presentare con ritmo sempre più incalzante il loro conto sotto forma di crisi familiari, sociali ed economiche capaci di mordere il cuore e il portafoglio oltre che la speranza nel futuro, la necessità di conoscere l’origine degli errori, assieme all’ansia di trovare risposte adatte a porvi rimedio, ha cessato di essere il campo di ricerca di una cerchia ristretta di storici e filosofi anticonformisti per diventare, in forme più o meno consapevoli, argomento prioritario d’ interesse popolare.

Una domanda sana alla quale quel certo numero di soggetti intelligenti e portatori di energie vitali ancora presenti nel nostro paese potrebbe cominciare a dare delle risposte convincenti, se solo fosse messa in grado di comunicare efficacemente.

Per capire lo stato delle cose, in pieno stallo o meglio in arretramento, basta osservare quanto accade nei salotti televisivi, tuttora gli strumenti più condizionanti quando si tratta di formare morale comune e pensiero dominante. Dopo qualche timido tentativo di proporre qualcosa di diverso, ospitando personaggi sconosciuti al grande pubblico ma finalmente in grado di far riflettere, gli immortali conduttori hanno fatto marcia indietro: ora servendosi sempre più massicciamente del controcanto degli opinionisti in servizio permanente e delle banalità proferite dalle ex bonazze acchiappa audience (non veline sprovvedute ma botulinate in zona  menopausa, collocate su tacco forza 20 e opportunamente bardate come cavalle alla festa del santo patrono) allo scopo di distogliere l’attenzione da riflessioni troppo scottanti; ora cercando di portare indietro il calendario per ricreare  atmosfere d’altri tempi, rassicuranti per l’occhiuta commissione di vigilanza, chiamando le facce di sempre, appartenenti alla casta intoccabile degli intellettuali post-organici, titolari di laute posizioni, infiniti benefici e prebende di cui, non a caso, i conduttori rappresentano l’interfaccia televisiva con frequenti scambi di ruolo.

Una resistenza al nuovo ostinata e organizzata, insomma, che qualche volta sfocia in situazioni grottesche come quella che si è verificata alcuni giorni fa nel corso del  talk show pomeridiano di Lamberto Sposini. In apparenza si trattava del solito dibattito: diritti individuali contro diritti collettivi, con l’occasione sempre buona di rimandare in onda la sceneggiata violenta e molto telegenica di Adel Smith, il sanguigno castiga-crocifissi abruzzese. Ma il legnoso conduttore questa volta ha esagerato nel garantirsi contro lo spiazzamento che poteva derivargli dalla presenza in studio, visibilmente subita, di alcuni colti e garbati difensori della nostra storia e della nostre tradizioni. Così accanto al “poltronista” Massimo Teodori, l’ineffabile intellettuale quasi organico decadente e cadente ma capace di prodursi in scatti degni di oro olimpico quando si tratta di saltare da una rete all’altra per aggiudicarsi un sostanzioso gettone di presenza, ha portato sulla scena un giudice dal volto anonimo ma dallo sguardo fanatico la cui unica fama consiste nell’aver ingaggiato una battaglia mortale contro la Croce e,  forse per non sottrarsi alla tirannia delle “quote rosa”, una femmina feroce in rappresentanza di un’associazione di atei materialisti, vero e proprio relitto storico sopravvissuto al crollo del comunismo, il cui rozzo linguaggio anticlericale riportava diritto al secolo dei Lumi. L’inverosimile terzetto  ha, in breve, trasformato lo studio televisivo in una estemporanea macchina del tempo, trasportando  l’allibito spettatore in un salotto degno delle baronesse di Jean Jacques Rosseau, il Grande Educatore progressista che all’alto ideale della libertà (propria) arrivò a sacrificare i suoi cinque figli, affidandoli in fasce all’orfanatrofio.  Dopo un crescendo costituito da soprusi da combattere, sure da incorniciare, diritti delle minoranze da difendere e “religione oppio dei popoli” (ma, ovviamente, riferita solo a quella cristiana),  i paladini del progresso e del cielo vuoto hanno raggiunto il loro punto massimo con l’esaltazione del muro bianco dietro alle spalle del maestro.  Bianco come dovrebbero essere, considerata la natura radicale del loro pensiero, gran parte delle pagine della nostra storia, della nostra letteratura e della nostra arte la cui comprensione, com’è evidente, diverrebbe impossibile al di fuori delle basi del cristianesimo.

In questo disperato e disperante contesto è stato un vero peccato non poter ascoltare opinioni diverse. Tra i presenti in studio, troppo miti ed educati per imporsi ai tre protervi e petulanti soggetti, c’era chi avrebbe potuto ricordarci come, in troppe delle nostre aule scolastiche, quel muro e quelle pagine siano bianchi ormai da decenni e che tutto quel vuoto è già stato da tempo riempito da tonnellate di spazzatura ideologica. Esattamente quelle che sono entrate nella testa dei nostri giovani sotto forma di aspirazioni distruttive e autodistruttive che spesso si riversano su altri muri, quelli delle nostre città, trasformate in lavagne a cielo aperto per ospitare scarabocchi, frasi oscene e aborti di pensieri incongrui. Nient’altro che grida disperate di generazioni a cui la malafede di tanti falsi maestri ha sottratto la speranza.

Se solo qualcuno finalmente riuscisse a imporsi allo strapotere di tutte le caste, compresa quella costosissima dei conduttori e delle botulinate organiche, ben altro genere di pensatori potrebbero essere chiamati ad esaminare criticamente il passato e l’attualità per smascherare le vere cause di tanti fallimenti. Ci si accorgerebbe che il crollo dell’economia di carta, sfuggito fino all’ultimo giorno all’occhio degli economisti più accreditati di tutto il mondo, era stato esattamente prefigurato nei modi e nei tempi,  già trent’anni fa, da studiosi di storia e filosofia ignorati, e non certo per caso, dalla televisione e dalla stampa. Il loro apporto nel tempo incerto e feroce delle crisi ricorrenti, la loro sapienza ispirata al buon senso comune, quello capace di evitare scelte sbagliate con conseguenze catastrofiche, potrebbe valere, in termini economici, assai più di una manovra finanziaria.

MIRIAM PASTORINO


Oliver Stone e Wall street

maggio 24, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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I manager delle grandi majors bancarie - quelli che percepiscono favolosi superbonus ogni volta che ogni loro speculazione va in porto -  vengono già chiamati banksters, parola fin troppo assonante con gangsters. Per convincersi che il loro sistema finanziario è marcio  fino al midollo, gli Americani (ma anche gli Europei) non hanno certo bisogno di aspettare l’uscita di  “Wall Street 2, Money never sleeps“,  di Oliver Stone, prodotto dalla Fox,  acclamato al festival di Cannes e  previsto per settembre. Un mese dopo uscirà anche nelle sale cinematografiche europee, nel cuore di una crisi che numerosi esperti definiscono anche peggiore di quella del ‘29. Alla filmografia sulle  grandi depressioni  ho già dedicato  qui, sul Culturista del 14 dicembre 2009,  l’articolo “Le crisi economiche e il cinema” (*). Non potevo però immaginare che nel frattempo la situazione si sarebbe  ulteriormente aggravata.

Gordon Gekko, lo squalo della Borsa di NY dall’abbronzatura lampadata, dalle camicie di Cerruti  e dai pantaloni sorretti da bretelle del primo “Wall Street”,  fu un personaggio che andò a colpire l’immaginario collettivo di numerosi yuppies rampanti del periodo reaganiano. Molte pagine di Internet vengono cliccate per cercare le sue lapidarie e ciniche battute: “Vuoi un amico? prenditi un cane“  “L’avidità, non trovo una parola migliore, è valida, l’avidità è giusta, l’avidità funziona, l’avidità chiarifica, penetra e cattura l’essenza dello spirito evolutivo…” “Tu ed io siamo uguali, Darien. Abbastanza intelligenti da non credere al più antico dei miti, l’amore: fantasia creata dalla gente per impedirsi di buttarsi dalla finestra”, “Il denaro non dorme mai”, battuta, quest’ultima, che dà il titolo al sequel.

Il successo fu strepitoso quanto inatteso, poiché cadde nel bel mezzo del crollo di Wall Street, nel 1987. La Reaganomics cominciava a mostrare le corde,  e lo stesso  attore protagonista Michael Douglas nelle interviste concesse di recente alla Croisette  ha ammesso: “ Io e Oliver eravamo meravigliati di come, dopo il primo film, Gekko fosse stato percepito dal pubblico. Si trattava di un insider trader, di uno che distruggeva compagnie e persone, di vero un cattivo, eppure attraeva moltissimo. Non pensavamo sarebbe diventato un modello. Ora quegli studenti che hanno amato il film sono nelle banche d’investimento e si vede come l’avidità di un tempo sia continuata nel tempo” .

Il quadro cambia nel sequel: 2001 Gordon Gekko (ancora intepretato da Douglas)  è invecchiato ed esce dal carcere dopo aver scontato la pena per le frodi attuate a Wall Street. Nessuno lo attende al di là del cancello. Ha pubblicato le sue memorie e considerazioni sul passato e sul presente della finanza mondiale e le ha intitolate “L’avidita e’ buona?” Intanto sua figlia, che si e’ rifiutata di fargli visita dopo la morte del fratello di cui lo accusa, ha una relazione con Jake Moore, un giovane operatore di Borsa  messosi sotto le ali dell’anziano Louis Zabel che crede nella possibilita’ di investire in un progetto finalizzato alla creazione di energia pulita. Zabel viene pero’ messo in gravi difficolta’, grazie a voci finalizzate alla sua eliminazione dal mercato e si suicida. Da quel momento Jake Moore si avvicina a Gekko il quale vorrebbe poter riallacciare un dialogo con sua figlia…

Fare un sequel è sempre un rischio, ma Stone lancia ancora una volta un pesante j’accuse adempiendo al compito di divulgare le dinamiche del potere,  sia esso sia politico o economico-finanziario. Come di consueto però torna a rivisitare le proprie ossessioni narrative e visive: in lui permane sin dalla gioventù un conflitto mai risolto con la figura paterna che traspare in molte sue opere.

Riuscirà il film di Stone a dare più slancio alle inchieste giudiziarie nei confronti della malafinanza? Ora la Goldman Sachs, la più potente banca d’affari è nel mirino della Sec (la Consob americana) con l’accusa di aver ingannato i suoi clienti e ci sono voluti  fior di processi televisivi per indurre il suo top manager Lloyd Blankfein ad  ammettere errori e colpe. Ma fino a quando? Sappiamo bene che l’ultima aspirazione di questi personaggi è  trasformarsi in “benefattori” (George Soros e Bernie Madoff docent). E anche questa, lungi dall’essere una vera redenzione, è una sorta di megalomania sublimata.  Frattanto il capo della procura di New York  Andrew Cuomo, sta moltiplicando le indagini ed emergono le ipotesi di reato su Morgan Stanley e altri istituti di credito sospettati di aver commesso abusi nell’emissione di CDO, le obbligazioni basate sui mutui; come pure di aver cercato di ottenere la buona valutazione con le famose AAA, dalle agenzie di rating (inaffidabili e colluse con le banche stesse) sui loro prodotti tossici. “Steroid banks” le chiamano in Usa, ovvero banche gonfiate con gli ormoni.  Nella loro arroganza  e nel sentirsi intoccabili i banksters hanno tardato a capire quanto il clima generale fosse diventato loro ostile, a causa dei salvataggi fatti coi soldi dei contribuenti americani e  la resa dei conti per loro, potrebbe avvicinarsi al più presto. Resta da vedere se sarà prima, dopo o durante l’uscita del film di Oliver Stone.

(*) http://www.ilculturista.it/cultura/?p=943.

Barbara Majorino


Cinema dimenticato

maggio 18, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Oggi si parla del “Massacro di Setif” grazie al film in concorso a Cannes “Hors la loi” di Rachid Bouchareb; testimone di quella tragedia fu Pierluigi Tajana, artigliere alpino prima dell’8 settembre e poi nel Battaglione Barbarigo della Decima MAS, prigioniero in Algeria nel POW Camp 211. Ecco la sua testimonianza, tratta dal suo libro di memorie Il bocia va alla guerra, edito dall’Associazione ITALIA:

Un giorno, di prima mattina, vedemmo passare lungo la strada principale che portava a Costantina, alla massima velocità, camionette, Jeep e autoblinde cariche di soldati. In cielo vedemmo moltissimi aerei e dopo poco sentimmo il rumore di intensi bombardamenti. Ci chiedevamo se fosse stata un’esercitazione; il tutto durò un paio d’ore, poi cessò. Dopo due giorni riuscimmo a sapere cosa era successo dai Padri Bianchi francesi, frati dal saio bianco, probabilmente dell’ordine benedettino, che venivano da noi per assistere i credenti e dire messa. Quel mattino erano molto agitati. Ci raccontarono che a Costantine, una cittadina a duecento chilometri circa da Algeri, c’era stato un massacro di qualche centinaio di arabi. Il finimondo era dovuto a motivi prettamente politici; gli inglesi, alla fine delle ostilità ritenevano che l’Algeria dovesse acquisire la libera nazionalità ed avevano fornito segretamente delle armi. Accordi successivi sancirono che l’Algeria sarebbe rimasta soggetta al governo francese. Gli arabi, insoddisfatti da quel voltafaccia inglese e, per di più armati, erano un continuo pericolo per la presenza Alleata. L’azione di Costantine fu un metodo efficace per rendere attivo il bando di qualche giorno precedente relativo all’obbligo della consegna delle armi da guerra. La pena era il carcere. A Costantine, a seguito della festa del ramadan, si erano adunati gli armati arabi, per dimostrazioni militari; le truppe francesi, che noi avevamo visto passare e sentito poi sparare, fecero uno scempio di quel raduno. Ebbi l’occasione di leggere in quei giorni un giornale algerino scritto in francese; la notizia dell’eccidio di Costantine non era in prima pagina, ma all’interno con titolo: I moti di Costantine troncati sul nascere. Poche righe di commento, nessuna recriminazione. In pochi in Europa penso siano venuti a conoscenza di quel massacro perpetrato a guerra finita [l’otto maggio 1945, a Sétif, località vicino a Costantine, una parata di indipendentisti algerini sfociò in dei disordini che furono duramente repressi dai francesi, che spararono sulla folla uccidendo alcune centinaia di dimostranti. A ciò fecero seguito diversi attacchi degli arabi, che uccisero 102 europei. L’esercito francese entrò allora in azione, uccidendo, secondo le stime più attendibili, dai seimila ai ventimila algerini (in massima parte non coinvolti negli attacchi contro i francesi) a Sétif e Guelma, vicino a Costantina, sia in diversi scontri, condotti anche con l’appoggio aereo, sia con rappresaglie contro intere comunità algerine. Il governo francese ha riconosciuto questi crimini commessi dalle sue FF.AA. solo nel 2005, quando furono definiti una “tragedia ingiustificabile”, NdC].

Dal libro Il bocia va alla guerra, edito da Associazione ITALIA.

Copyright Associazione ITALIA. Tutti i diritti riservati.

ANDREA LOMBARDI


Ancora su Ipazia e il film Agorà

maggio 14, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Finalmente uscito nelle sale, dopo non poche resistenze, Agorà di Alejandro Amenabar non ha deluso. Si tratta di un bel film, che soltanto un’interpretazione ipocrita potrebbe definire “revisionista”, dal momento che più che rimettere le cose a posto in un angolo buio della storia, non fa altro che descrivere obiettivamente quanto accadde a Alessandria d’Egitto fra il 391 ed il 415 della nostra era. La “novità”, se di ciò si può parlare, sta nel fatto che il regista (al di là della sua indubbia abilità nel ricostruire scenari, costumi e paesaggi) ha semplicemente narrato e trasformato in spettacolo una vicenda storica dei cui particolare troppo pochi erano al corrente (tra cui il poeta cattolico Mario Luzi, autore di Ipazia nel 1978), ma che forse non si aveva piacere che molti apprendessero.

È la tragedia di un popolo antico (quello egizio, le cui profonde linfe sapienziali erano stare irrorate dalla filosofia dell’Ellenismo) e di una donna, bella e saggia, Ipazia, caposcuola della corrente neoplatonica, amata e desiderata (inutilmente) da molti suoi studenti e, anche per questo, molto influente presso le classi superiori della città e dunque invisa alle nuove classi emergenti dell’epoca. Che erano quelle della novella religione trionfante, la quale faceva leva sul popolo minuto e il sottoproletariato dei grandi centri per affermare il proprio potere, che ben sapeva essere legittimato dalle autorità centrali, risiedenti però lontano, a Costantinopoli e a Milano.

Ma accadrà ad Alessandria è diverso dallo scenario che si verificherà, ad esempio, in Italia. Lo ha ricordato Herbert Bloch in un intervento che egli tenne al Wurburg Institute di Londra e confluito poi nella celebre raccolta coordinata da Arnaldo Momigliano sul conflitto tra paganesimo e cristianesimo nel secolo IV (Einaudi, reprints, Torino, 1975, pp. 199-224). In Italia, egli scrive, riferendosi alla famosa controversia tra Simmaco e Ambrogio del 384, «in questo conflitto entrambe le parti di comportarono con notevole dignità, in contrasto con i tumulti e lo spargimento di sangue che accompagnarono l’ultima controversia tra pagani e cristiani ad Alessandria». E nello stesso 391 in cui uno dei più famosi santuari del mondo antico, il Serapeo di Alessandria, fu, in mezzo a tumulti sanguinosi, distrutto insieme con quanto restava della celebre Biblioteca,Simmaco era console d’Occidente e il cugino Nicomaco Flaviano prefetto al pretorio d’Italia.

E mentre negli occhi dello spettatore resteranno impresse le scene dell’incendio degli antichi e superbi edifici, dei rotoli preziosi di pergamena che inutilmente Ipazia e il padre Teone cercano di salvare, si alternano azioni di violenza in cui l’una parte contro l’altra farà a gara per riaffermare il proprio fondamentalismo, in cui non solo primeggiano i “parabolani” guidati dal monaco Ammonio e al servizio del vescovi della città (prima Teofilo e poi suo nipote Cirillo, nel 412, che la Chiesa farà santo), ma anche i seguaci del culto di Serapide e i Giudei, destinati peraltro fatalmente a soccombere.

A nulla poté la sapiente parola mediatrice della vergine filosofa, scienziata e astronoma di grande valore (particolari su cui il regista si sofferma in più occasioni), la quale è impersonata sullo schermo da una bravissima Rachel Weisz, così come Oscar Isaac impersona il prefetto della città Oreste, già suo discepolo, che ne subiva il fascino e l’influenza, pur nell’impotenza di ristabilire un’accettabile coesistenza pacifica in una situazione irrimediabilmente compromessa. E questo per via dell’atteggiamento sostanzialmente complice delle autorità supreme (che, pur non citate nel film, sono prima l’imperatore Teodosio e, successivamente, quando il dramma si concluderà col turpe assassinio di Ipazia, nel 415, la reggente Pulcheria).

Nulla di quanto appare nel film risulta sopra-tono o esagerato, anzi….. La triste fine di Ipazia –che si sa ben più atroce (verrà fatta a brani dai parabolani con pezzi di conchiglia nella chiesa detta di Cesare e i resti bruciati e occultati)- non compare nelle riprese, assumendo contorni quasi edulcorati, così come fantastica è la vicenda del giovane schiavo cristiano Davo, innamorato della filosofa (sullo schermo è impersonato da Max Minghella). Allo stesso modo, non risponde a quanto si conosce dai documenti (e credo di essere il primo a farlo notare la figura e il comportamento di Sinesio di Cirene il quale diverrà, sì, vescovo di Tolemaide e tuttavia, contrariamente a quanto appare nel film, non si troverà ad Alessandria due anni prima: soprattutto egli, pur cristiano e vescovo, non ne rinnegherà l’insegnamento mai, né il ruolo di maestra.

Al di là di questi limiti, che sono pochi e in fondo scusabili, il film ha il grande merito di condannare ogni pregiudizio e di voler riconoscere e porre nel giusto risalto la memoria di una donna che, sola, nel dramma della fine di una civiltà antica, ha saputo ergersi, col suo messaggio di tolleranza e apertura intellettuale, in mezzo alle miserie e agli intrighi del potere politico e religioso, così da far suo il messaggio di Quinto Aurelio Simmaco, il quale, appartenente alla generazione precedente, avrebbe potuto essere suo padre. Questi, pochi anni prima, nel 384, alla corte di Milano aveva pronunciato queste parole sublimi: «Guardiamo le medesime stelle, comune è il cielo, un medesimo universo ci racchiude: che importa con quale dottrina ciascuno ricerca la verità? Non si può giungere fino a così sapiente segreto per mezzo di una sola via» (rinvio all’edizione del discorso di Simmaco da me curata per le Edizioni Arya di Genova nel 2008).

Un messaggio che pare raccolto dal cattolico Franco Cardini a proposito di questo film, se egli ha potuto ora scrivere (Panorama, 22 aprile 2010 che esso «ci riconduce, magari polemicamente, a una serie di dati storici obiettivi che sono stati oscurati nel nome della costruzione di una controstoria tanto agiografica quanto profondamente falsa. È tempo che i cattolici prendano sul serio la consegna di Giovanni Paolo II, per la loro storia e per molti altri aspetti della loro vita ecclesiale. Solo così potranno chiedere agli altri di fare altrettanto… il prezzo da pagare, ora, è questo. Disincanto e onestà».

RENATO DEL PONTE


Ridefinire il valore e il senso del cinema?

maggio 13, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Cos’è che ci fa dire, dopo la visione di un film, che valeva la pena d’esser visto o che, invece, abbiamo solo sprecato due ore di tempo? Rispondere a questa domanda aiuta a svolgere quel compito di educazione al gusto per la qualità e l’utilità del prodotto cinematografico (e quindi, da parte del pubblico che ne fruisce, a pretendere quella qualità e quell’utilità) che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe essere uno degli impegni che ci siamo assunti quando abbiamo avviato l’avventura de Il Culturista. Mi rivolgo, com’è chiaro, a Barbara Majorino (che di cinema ne mastica assai), ma evidentemente anche al nostro Maurizio Gregorini che se ne sta sornione nella sua cabina di regia come in una magnifica torre d’avorio alta dieci spanne sulla testa degli altri ma che, sollecitato (e  solleticato) avrà certamente da dire la sua su un tema come questo, che rappresenta il suo pane e formaggio di cineasta annusante da quasi una vita (i suoi primi cinquanta, diciamo) videocamere obiettivi e pellicole. Se ho usato il verbo “ridefinire” il valore e il senso vuol dire che do per scontato che il cinema, come quasi tutte le forme d’espressione artistica, accusi oggi un calo di qualità (soprattutto in Italia, ma non solo) su quel terreno, almeno, che interessa a noi: cioè sulla realizzazione del prodotto cinematografico che chiamiamo opera d’arte (diversamente da quello che si suole definire d’intrattenimento o meglio di consumo).

Provo a chiarire cosa voglio dire perché oggi c’è una grande confusione su questa questione, e lo faccio usando un’esperienza personale. Io, da piccolo, sapevo che cos’era l’arte perché avevo scoperto molto presto di saper disegnare e pitturare e quando (diciamo allo scoccare dei miei primi dieci)  mi chiedevano: “Cosa farai da grande?”, rispondevo invariabilmente e ultraconvinto: “Il pittore”, vale a dire uno di quei mestieri destinati per definizione a produrre arte, cioè quell’oggetto magico che ci incanta e ci fa sorridere o indignare o commuovere, come dire battere il cuore un po’ più forte del solito. Però, fino a tredici anni, di cinema avevo masticato solo generi western, cappa e spada, polizieschi, sandaloni etc. (quella roba che definiamo di consumo, insomma) e non avevo messo in conto, se non molto vagamente, che quello che rappresentava il passatempo della domenica pomeriggio (mio come d’altri coetanei e anche di tanti adulti assieme ai quali mi infilavo in un salone buio dove si compiva, su un telone bianco, lo straordinario effetto d’una visione altra della vita, molto più fantastica e avventurosa della nostra), che quel passatempo, insomma, potesse produrre poesia, cioè la sensazione d’essere in presenza del sublime e del pathos che ti comunica l’opera d’arte. Poi, a quattordici anni, vidi Il settimo sigillo di Ingmar Bergman e, di colpo, capii che il cinema poteva essere un efficacissimo mezzo di produzione di quella magia che chiamiamo arte. Ho fatto un nome grosso proprio perché voglio arrivare immediatamente al dunque. Il settimo sigillo è un’opera difficile, specie per un ragazzino di quattrodici anni, un film che costringe l’uomo (nientemeno!) a interrogarsi sul senso della sua presenza nel mondo, e tale interrogativo investe la questione della fede in una vita ultraterrena e quella del valore della vita dell’ uomo rispetto ai suoi simili. Il cavaliere – il protagonista del film –  torna da una crociata che lo ha profondamente deluso e dice di sé: “Il mio cuore è vuoto come uno specchio che sono costretto a fissare. Mi ci vedo riflesso e provo soltanto disgusto e paura, indifferenza verso il prossimo, verso i miei irriconoscibili simili”. Ma, dopo aver attraversato e osservato nel suo itinerario i segni dei drammi e delle tragedie degli uomini (la guerra, la pestilenza, la collera, l’adulterio, la superstizione che induce a mettere al rogo una strega presunta), si riscatta sottraendo alla morte la famigliola felice del saltimbanco che ha il dono della visione (salva cioè gli artefici di quella magia suprema che rappresenta il teatro, primo linguaggio della creazione artistica e antesignano del cinema) e in tale buona azione riconosce il volto del prossimo suo e nel prossimo il suo stesso volto. Può quindi accettare serenamente la morte, che ha tenuto a freno sfidandola a giocare a scacchi con lui, poiché ha trovato nell’atto d’amore compiuto un riflesso di quel Dio dal quale chiedeva invano un segno di riconoscimento.

Questo, più o meno, il succo che in filigrana si coglie dal film. Ma, più che dal suo significato, è attraverso la grande emozione visiva che l’opera di Bergman trasmette, dalla potenza drammatica delle sue sequenze e dalle suggestioni evocative delle sue immagini che essa riceve il sigillo dell’arte. Bergman rivela in questo film di essere un vero e proprio stregone del linguaggio cinematografico, giocando con la luce in modo da produrre uno smagliante contrasto di bianchi e neri (a cominciare dalla scacchiera su cui il cavaliere si gioca con la morte la possibilità di ottenere qualche ora di vita in più)  e riuscendo a coniugare il gioco intellettuale dell’allegoria, dei richiami simbolici ai segni dell’Apocalisse e del dubbio esistenziale, con una raffinata poesia delle immagini destinate a illustrare i sigilli apocalittici: la peste, la violenza, la carestia, la fame, il potere. Ecco, mi pare di poter dire che, con questo esempio, ho fornito un’idea, grosso modo, di quello che distingue il film d’arte dal film di consumo, cioè della differenza che esiste tra il film che vale la pena d’esser visto e quello alla fine del quale, se siamo palati fini, se siamo educati al bello ed esigiamo di nutrirci di esso, ci lascia l’impressione d’aver buttato via due ore.

Dionisio di Francescantonio


Su “Draquila” pende il giudizio divino

maggio 12, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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L’Italia è oggi più che mai terra di pennivendoli, intellettualini in sedicesimo, cianciatori professionisti, saccenti incompetenti, maestrucoli di malpensiero, sorci e sorce impegnati in sarabande quotidiane per imbrattare i fogli bianchi delle nostre vite con i luridi segni delle loro zampette intinte nell’inchiostro dell’invidia, della menzogna, della calunnia. Diventi Nobel per meriti igienici l’alchimista che saprà darci la formula del topicida capace di sterminare questa mala genìa che infetta cinema, riviste, teatri, giornali, web, radio e tv. Questo sottosuolo trova la propria ragione di vita nel demistificare, danneggiare, avvelenare, cariare, storcere e distorcere. Sono le quinte colonne di satana nel mondo. Applicate i loro metodi perversi a chi volete: alla mamma come a Gandhi, Gesù e Socrate, a Madre Teresa come alla Madonna, alla cara nonna di casa e a Maria Goretti: di ciascuno, se li imiterete, potrete fare un ciarlatano e un pervertito, un buffone e una macchietta. Sono i Sofisti di questo maledettissimo XXI secolo, pianta grama da estirpare quanto prima.

Ne trovate a piene mani ogni giorno, ovunque giriate lo sguardo. L’ultima cui è stata data visibilità è Sabina Guzzanti, con il suo sconcio vomito di bile che è il film “Draquila”, proiettato con tutti gli onori al Festival di Cannes, cui per ragioni di dignità e di protesta non si recherà il ministro Bondi. Mentre a L’Aquila si soffriva, lavorava e ricostruiva con straordinario impegno, la Guzzanti tra una comparsata e una fumata se ne stava a defecare il suo prodotto “di satira e di critica” contro  Berlusconi e Bertolaso. Naturalmente la reazione di Bondi ha suscitato la derisione dei mille parassiti incistati tra i ciuffi di topo.

Riporto il testo della lettera che ho inviato all’autore di un corsivo apparso sull’argomento sul “Secolo XIX” di domenica 9 maggio:

Egregio Sig. Bruzzone,

mi lasci esprimere la mia più netta critica a quanto Lei ha scritto sul “Secolo XIX” di oggi circa il rifiuto del ministro Bondi di recarsi al Festival di Cannes in segno di protesta contro la proiezione del film di Sabina Guzzanti “Draquila”.

Quel che pare sfuggirLe – come del resto alla maggior parte dei commentatori di cose politiche italiane su quasi tutti i media – è il senso nobile del termine “critica”.

“Criticare”, in senso innanzitutto etimologico, dal verbo greco krìno, significa “distinguere” la qualità di ciò che è oggetto di indagine, per sceverare il vero dal falso, l’autentico dall’inautentico, il bello dal brutto, così da arrivare a un giudizio che faciliti la comprensione della verità. Così inteso, l’esercizio della critica è qualcosa di alto, di giusto, che tende al divino, perchè cerca purezza dove c’è confusione e sbaglio. Ma da quando Silvio Berlusconi ha commesso l’oltraggio politicamente scorretto di insediarsi al potere, i perdenti e gli esclusi che appartengono al mondo della sedicente “intellettualità” hanno capziosamente utilizzato gli strumenti loro propri della satira, della critica, dell’ironia, stravolgendone e ridicolizzandone essi per primi la natura. La calunnia, il ribaltamento della realtà, il rifiuto di prenderne atto, la volontà distruttiva, il ghigno e la beffa miranti solo a ridicolizzare e a demolire: questa non è critica, ma interessato mascheramento – sotto le vesti della critica e della satira – di fini molto più bassi, meschini, falsi, al servizio di una parte politica e dell’ideologia, non della verità.

Il film della Guzzanti – indecoroso e disgustoso proprio per l’offesa che porta agli uomini di buona volontà che hanno compiuto miracoli a L’Aquila – è solo l’ultimo di una lunghissima serie di inani conati di rivolta di cosiddetti “artisti” progressisti contro una realtà che non piace.

A mio parere, sig. Bruzzone, Lei si è accodato, assieme a una vastissima schiera di contestatori professionisti, al grande Circo Barnum dei conformisti.

Molto bene ha fatto Sandro Bondi a non prestarsi a dare il fianco al dileggio organizzato (e sapientemente finanziato) di personaggi trascurabili come la Guzzanti e Bellocchio. Piccole comparse destinate all’oscurità e al fallimento, su prospettive più ampie che non siano quelle della cronachetta quotidiana.

Distinti saluti.

Che aggiungere? Già Leopardi esercitava la sua indignata ironia contro le “gazzette” dei suoi tempi, ove trovavano spazio le “ciance politiche, fatte per durare un giorno” (Pensieri, LIX). Che, a distanza di 180 anni, le cose non siano cambiate, lascia mal sperare. Ma possibile che non si riesca a coalizzare un’armata di leopardi di parola e di penna per smascherare e ridicolizzare questi gnomi del pensiero?

ANDREA DEL PONTE


“Draquila”, la Guzzanti succhia il sangue al paese

maggio 11, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Amavo Sabina Guzzanti, adoravo la sua imitazione stralunata e surreale di Valeria Marini in caduta libera dalle scale. Rispettavo profondamente il suo talento comico e la sua capacità di entrare con l’ironia nei personaggi devastandoli. Ora non la amo più,  anzi, la trovo detestabile. E’ diventata una seminatrice di odio, lei più di tutta la cosca pseudo satirica rossofumé. Riciclatasi capopopolo e regista (?) antiberlusconiana, sforna prodottacci di infimo livello cinematografico e di una faziosità sconcertante, oltre i limiti della decenza, falsi, vigliacchi, deformanti la realtà. Unico obiettivo: infangare il capo del governo e il centrodestra con ogni mezzo, anche a discapito della verità. Si tratta di filmacci, diciamolo una volta per tutte, prodotti di pessima qualità registica, oltre che antigiornalistici. La novella Giovanna d’Arco nostrale utilizza malamente gli stessi schemi da pamphlet politico utilizzati dall’altro Catone del cinema internazionale, Michael Moore, ciccione dalla lingua lunga e dalla panza gonfia di soldi. Ma lo fa peggio, molto peggio. Sabina horribilis ha toccato il fondo con l’ultimo lungometraggio intitolato Draquila: nel pessimo reportage arriva addirittura a sostenere la tesi che Berlusconi fosse al corrente dell’imminente terremoto all’Aquila e abbia fatto orecchie da mercante per poi vantarsi sulle macerie dell’efficienza ricostruttiva del governo italiano, oltre che avviare loschi affari sulla pelle dei terremotati. Una tesi indegna, supportata solo da ferocia e tristi menzogne, una specie di doccia al veleno per la Protezione civile e il paese stesso.  Le ottenebrate menti dei sinitrorsi osannano in coro il genio registico, gli intellettuali engagé francesi invocano il filmastro a Cannes, Bondi ministro protesta e non va sulla Croisette, l’Italia discute, la crisi economica va avanti. E intanto, molte migliaia di aquilani osservano lo squallido spettacolo con profonda amarezza. Complimenti, Sabina Guzzanti,  sei riuscita a darmi il vomito.

MAURIZIO GREGORINI


Genova Zena – “Giallo a Milano”

maggio 5, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

da oggi Il Culturista avvia una collaborazione con il magazine mensile Genova Zena. Articoli pubblicati sul magazine appariranno sul nostro quotidiano on-line e pezzi del Culturista faranno bella mostra di sé sulla testata cartacea e sul sito della stessa.

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GIALLO A MILANO

“C’è un mondo di sentimenti da raccontare, un mondo che vale la pena raccontare e a cui la maggior parte della gente non ha accesso”. Così il regista Sergio Basso, alla prima genovese del suo film “Giallo a Milano” che si è tenuta lunedì 15 marzo al cinema Sivori (la seconda proiezione avrà luogo il 26 aprile nella stessa sala), descrive la comunità cinese della città meneghina, protagonista della sua opera. Quasi trentamila persone – la comunità cinese più grande in Italia, concentrata in particolare nella cosiddetta Chinatown, la zona intorno a via Paolo Sarpi – che convivono ogni giorno con il latente – ma neanche troppo – razzismo e i pregiudizi che si manifestano intorno a loro. Maleducati, chiusi, e soprattutto tanti, tantissimi. Questo è ciò che la maggior parte degli occidentali pensa dei cinesi in Italia. Ed è questo tipo di pregiudizi che il documentario di Sergio Basso – sinologo prima ancora che regista – cerca di debellare. E lo fa raccontandoci la storia, i sogni le aspirazioni, il talento di venti cinesi che da anni vivono a Milano.

“A Milano c’è un astio nei confronti della comunità cinese che si tocca con mano, anche dovuto a problemi di cronaca”, dice Basso. “E’ evidente che le persone non sono considerate tali, ma una massa indistinta, tutti con gli stessi sogni, tutti arrivati in Italia per le stesse ragioni”. Non è così. E ce lo dimostrano queste venti persone rappresentative che si raccontano dallo schermo: la ginnasta, il pittore, l’attore, la cantante lirica, ma anche i genitori che sognano di riabbracciare il figlioletto rimasto in Cina e gli adolescenti che conoscono meglio l’italiano della loro lingua madre.

L’opera di Basso si serve dei tipici mezzi del film narrativo e di alcune belle scene animate, pur rimanendo nell’ambito del documentario, quindi senza nessun attore professionista e nessuna battuta scritta; tutto questo è stato possibile grazie “ad un grande allenamento fatto con la troupe: abbiamo abituato progressivamente le persone alla telecamera e questo è servito anche a noi, per capire cosa volevamo raccontare”. Ne sono venute fuori circa 150 ore di girato, delle quali 50 in Cina e 50 di sopralluoghi, da cui è stato ricavato questo intenso lungometraggio di circa 75 minuti, “un atto d’amore verso gli amici e la cultura cinese”, durante i quali impariamo a conoscere una cultura così diametralmente opposta alla nostra eppure per certi versi così simile. Questo ci dice il film: gli sguardi, le speranze, i sentimenti delle persone che si raccontano sullo schermo sono gli stessi che abbiamo noi.  Capire tutto ciò significa fare un passo avanti nell’integrazione delle due diverse culture, perché, come dice Basso, “piano piano lo stare insieme risolverà le cose”.

“Il pubblico italiano non è abituato ai documentari, e quindi distribuire opere come questa nel nostro Paese è difficile”, dice la producer, Elisa Gandelli, di La Sarraz Pictures, società indipendente che ha prodotto il film. “Eppure, nonostante questo, “Giallo a Milano” ha avuto un grande successo, partecipando anche al Torino Film Festival”.

Realizzato con il contributo del MiBAC – Direzione cinema, della Provincia di Milano, Bando Filmmaker – cinema fuori formato e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Doc Film Fund, il documentario di Basso ha partecipato anche al Bifest international film & tv Festival (Bari, gennaio 2010) ed è in competizione ufficiale in Visions du Réel  Film Festival, Nyon (Svizzera, aprile 2010) e Mediawave International Film Festival, Györ (Ungheria, maggio 2010).

Francesca Lodigiani (www.genovazena.it)

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Rivedere Gomorra e dissentire da Berlusconi

aprile 27, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

gomorra

Ieri sera ho rivisto Gomorra su Sky. Prima intendo dare un giudizio sul film da tecnico del mestiere. L’opera è quasi perfetta nella sua asciuttezza. Non c’è un’inquadratura compiaciuta, nessun esibizionismo registico, la macchina da presa si muove invisibile sui personaggi seguendo stoicamente i passi della drammaturgia. Garrone non ha nemmeno indugiato sulla sua cifra stilistica abituale, fatta di campi lunghi panoramici assai ben composti, luci tormentate un tantino alla Storaro. Il racconto a più voci, fabule che s’intrecciano, non disturba per nulla e lo sviluppo delle storie si protende con notevole chiarezza. I personaggi sono ritratti in modo magnifico: il mix di attori presi dalla strada e professionisti del teatro napoletano (Servillo a parte) è bilanciato e riuscito. Il realismo crudo, asettico che ci offre il regista ben si attaglia alla durezza quotidiana dell’universo camorristico, un mondo in cui tutti sono carnefici e vittime al contempo. L’affresco nell’insieme è, a mio parere, di altissimo valore e superiore a quello offerto nell’omonimo libro di Saviano a cui si ispira; la forza delle immagini rende profonda giustizia al tema documentale del romanzo . Gomorra verrà rivalutato ulteriormente negli anni e assurgerà al titolo capolavoro. ne sono convinto. In secondo luogo, dopo averlo rivisto, intendo contestare l’affermazione del nostro Presidente del Consiglio, secondo la quale certi prodotti culturali (come Gomorra libro e film, appunto) danneggiano l’immagine dell’Italia e non dovrebbero scriversi/girarsi. Caro Silvio, con tutto il rispetto, gli artisti sono chiamati in primo luogo, da sempre, a  raccontare il proprio paese e la storia che si ricama addosso; nel bene e nel male. La questione camorra e malavita organizzata riveste un’importanza capitale per la vita del paese, va portata in luce costantemente e con ogni mezzo. Gli artisti che tacciono, i registi che assecondano, gli scrittori che si disimpegnano dal vero, loro si che procurano danni al proprio paese e alla propria cultura. E’ nella libertà di espressione (Tocqueville docet, ma non solo lui) che i grandi paesi trovano il nettare della rigenerazione continua, della rinascita costante. Il governo, e lo  sta facendo per altro con grande impegno, deve occuparsi di risolvere il problema malavita organizzata, non certo di occultarlo. E’ anche per merito di Gomorra se gli occhi ferini del ministero dell’interno si sono puntati con tutta questa convinzione sulla camorra. Lungi dal santificare Saviano o leccare Garrone, suggerisco maggiore prudenza in talune intemerate.

MURIZIO GREGORINI


“L’uomo nell’ombra”di Polansky l’antipatico

aprile 13, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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L’ultimo atteso film di Polanski “L’uomo nell’ombra” (The Ghost Writer) che gli è valso l’Orso d’Argento alla Berlinale  appena proiettato nelle sale cinematografiche, non è un grande film, ma è certamente un buon film.  Di questi tempi non è poco. Film “complottista”, lo hanno definito i suoi detrattori. E qualche stroncatura in effetti c’è stata. Forse perchè gli Alleati angloamericani non ne escono così bene nella cosiddetta guerra al “terrorismo internazionale” e qualcuno non ha gradito. O forse perché il personaggio Polanski è geniale ma non simpatico e assai controverso.

Un cadavere trascinato dalle onde sulla spiaggia, un pugno sferrato a freddo nella bocca dello stomaco, la vodka nel freezer, un libro-biografia che è una bomba mediatica, una casa blindata che è un bunker, un hotel che ha un solo cliente. Ai buoni registi, basta poco: tre pennellate ed è già climax, è già suspense. Non fa eccezione lui, il  fuoriclasse 77enne che, travolto dalla nota vicenda giudiziaria, ora il cinema se lo gira agli arresti domiciliari, disseminando di trappole per gli spettatori, un terreno già minato

La vicenda  ruota intorno a un “ghost writer” che accetta l’incarico ben remunerato di scrivere l’autobiografia di Adam Lang, un politico britannico (assai simile a Tony Blair)  che si è macchiato di connivenze con l’amministrazione americana. violando fondamentali diritti umani e regole internazionali. Il giovane scrittore poco alla volta tenta di penetrare il muro di gomma che il politico erge per impedirgli di avvicinarsi troppo.  Qualche perplessità da parte del ghost writer nasce dall’apprendere che lo scrittore che l’ha preceduto lasciando incompleto il manoscritto, è misteriosamente morto, cadendo da un traghetto. Accetta comunque l’incarico di completare l’opera su consiglio del suo agente letterario che lo considera un’opportunità molto redditizia e importante per la sua carriera.

I tempi sono  strettissimi: il ghost writer dovrà consegnare il lavoro in un mese. Partirà quella stessa notte per gli Stati Uniti per raggiungere un’isola vicino alla costa orientale dove Adam Lang alloggerà durante un periodo di conferenze negli Usa.
Ed ecco le prime sventure: viene derubato tornando a casa, conosce le accuse mosse a Lang di aver catturato illegalmente dei sospetti terroristi violando i diritti umani e lasciando praticare la tortura; in più si ritrova sullo stesso battello da cui è caduto, morendo, il suo predecessore.

Molte sono le tessere del mosaico della biografia che non tornano al nostro “scrittore ombra” e senza nome: contraddizioni tra le cose dette da Lang e alcune foto e documenti ritrovati. A quel punto la morte dell’altro scrittore suo predecessore non gli sembra più accidentale e altre informazioni gli confermano il sospetto.

Robert Harris autore dell’omonimo romanzo da cui Polanski ha tratto il film, è stato vicino a Tony Blair quale speech writer poco prima della sua elezione e agli inizi della sua carica di Premier, ottenendo molte informazioni e avendo accesso a dossier di cui nessun altro giornalista avrebbe mai potuto avere visione. Grazie a questa esperienza eccezionale, Harris ha potuto esprimere dei dettagli unici su che cosa sia il potere e sull’adrenalina che può scatenare.

Avventure, inseguimenti, il coinvolgimento della CIA… A distanza di oltre  vent’anni da Frantic ecco un grande ritorno al thriller di Roman Polanski. Ci sono tutte le sue ossessioni metafisiche e psicologiche :

1) l ’identificazione del protagonista con la vittima precedente, (il ghost writer che trovano annegato sulla spiaggia) ricorda l’atmosfera paranoide dell‘Inquilino del terzo piano.

2) i colori lividi e plumbei di Frantic incombono questa volta in un inquieto e perturbante  paesaggio oceanico che incute timor panico

3) c’è  un teatro delle situazioni in un interno claustrofobico con l’intercambiabilità dei ruoli vittima-carnefice simile a La morte e la fanciulla (solo per citare tre dei suoi film precedenti).

Da Hitchcock, Polanski trae la lezione che anche un piccolo uomo qualunque (lo scrittore ombra interpretato da Ewan Mc Gregor, ormai specializzato nel ruolo del “tontolone” come nei precedenti “Moulin Rouge” di Luhmann  e “Big Fish” di Tim Burton), può trovarsi a dover affrontare situazioni che lo sovrastano in un “intrigo internazionale”.

Pierce Brosnan è la maschera perfetta e inespressiva del politico senza umane qualità tutto teso a consolidare il potere. Cammeo per  Eli Wallach 91enne.

“L’uomo nell’ombra” è un classico che si dipana in un crescendo di emozionalità che oserei definire raffreddatacontenuta. Roman Polanski riesce nell’impresa di coniugare i tratti più noti della  poetica della paura con le emergenze politiche più sentite degli ultimi anni ricordandoci che in fondo il vero incubo è la realtà che attraversiamo, imponderabile e inintelligibile. Splendido finale fuori inquadratura con il manoscritto i cui fogli si disperdono nel caos metropolitano. Impossibile venirne a capo nella scrittura come nella vita.

Barbara Majorino

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