Lode a Enrico Cimaschi
Il Culturista desidera pronunciare una lode per l’amico Enrico Cimaschi che, con arte diplomatica degna di Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore ed oratoria pari a quella di Cicerone, è riuscito a comporre il dissidio interno alla maggioranza di centrodestra all’interno dell’importante Municipio Genova centro est, entrato in crisi grazie alla scriteriata conduzione del vecchio presidente Aldo Siri e alla discutibile condotta di alcuni consiglieri. Ora Cimaschi è il nuovo Presidente, gloria a Cimaschi, che, siamo certi, farà un eccellente lavoro.
LA REDAZIONE
USA: elezioni di mid-term in vista

In America siamo ormai all’ultimo mese di campagna per le primarie. Nella maggioranza degli stati sono già stati delineati i candidati dei due partiti, Repubblicano e Democratico, che andranno ad affrontarsi nelle elezioni per il Senato di novembre 2010, Le cosiddette Mid-term elections del 2 Novembre, che manderanno a casa senatori in pensione ed altri in scadenza, e riassegneranno 36 seggi su 100 del piccolo, ma potentissimo American Senate.
Attualmente la cosiddetta “Camera Alta” è composto da 56 democratici, 41 repubblicani e 2 indipendenti vicini ad Obama, ma i numeri potrebbero cambiare, e non di poco, e rendere difficile se non impossibile, la governabilità del paese.
I 36 preziosissimi seggi che andranno al voto, sono di 18 repubblicani e 18 democratici, e questi ultimi dovranno combattere con le unghie e con i denti per mantenerne anche solo la metà.
I sondaggi parlano chiaro e tra i maggiori siti e agenzie di informazione politica, non sembrano esserci troppe differenze. Gli unici stati definiti “safe democrat” sono quelli di Hawaii, Oregon, Maryland, e Vermont (solo 4!). Seguono i “probabilmente democratici”, Connecticut e Wisconsin. Vi sono alcune divergenze sullo stato di New York, che in alcuni sondaggi appare come probabilmente democratico, mentre in altri resta incerto. California e Stato di Washington, già roccaforti democratiche sembrano altresì tremare e sono passate dall’ essere definite “safe” o “leans” ad un secco e meno probabile “likely” democrat. In altri sondaggi vengono addirittura inserite tra le incerte (Real Clear Politics, ad esempio).
Il Grand Old Party (così viene chiamato il Partito Repubblicano oltreoceano) dovrebbe (ri)vincere i suoi seggi storici, Arizona, Arkansas, Iowa, North e South Dakota, Alabama, Alaska, Idaho, Kansas, Oklahoma Georgia, Louisiana, Utah, Delaware, e South Carolina. Potrebbe inoltre affermarsi nello stato di Obama, l’Illinois, ma ciò che più stupisce è che potrebbe espugnare stati tradizionalmente incerti (e sempre decisivi nelle presidenziali) o tradizionalmente democratici, tra cui Florida, Colorado, Indiana, Pennsylvania, Ohio e Nevada, quest’ultimo al centro di una grande polemica. La candidata repubblicana Sharron Angle (sostenuta dai Tea Party, veri vincitori delle primarie fino ad oggi) è stata infatti largamente attaccata dal fronte dei Democratici, per il suo appoggio alla teoria cospirativa che nega la nascita di Barack Obama in territorio Americano (e quindi la conseguente illegittimità della sua presidenza). Questa controversa teoria che sostiene invece che Barack sia nato in Kenia, ha centinaia di migliaia di sostenitori su internet e nel giornalismo indipendente, e ha già creato non pochi problemi alla Casa Bianca.. Curioso il fatto che la governatrice delle ultra-democratiche Hawaii abbia dovuto promulgare una legge che vieta di rendere noti i dati anagrafici e i documenti di nascita del giovane ed abbronzato presidente (cit.). Tutto ciò a causa del << blocco della pubblica amministrazione dell’arcipelago per le troppe richieste dell’atto di nascita del Presidente.>>. Altre polemiche riguardano il candidato Alvin Greene, uscito vincitore dalle primarie democratiche, e quindi prossimo candidato sfidante nell’ultra repubblicano stato del South Carolina. Alvin Greene è un personaggio strano, un uomo schivo, silenzioso e, sembra, molto povero. Un “politico” che non ha messo una locandina, non ha rilasciato interviste, non ha partecipato a nessun evento pubblico, ha avuto già due processi penali (strano per un candidato USA, perfettamente normale da noi) e sul cui conto in banca sembrano esserci poche centinaia di dollari. Diversi giornali si sono interrogati su come abbia potuto vincere le primarie democrats con il 60% dei voti. La soluzione più avvalorata sembra essere quella di un uomo-pedina repubblicani, forse, un cavallo di Troia per creare scompiglio. Insomma, tra cospirazioni, Tea Parties e candidati fantasma, queste elezioni di Mid-Term sembra che saranno poco noiose, e tutt’altro che scontate. Attento Obama, il tuo sogno potrebbe essere finito, e il 3 novembre potrebbe essere dura svegliarsi…
ELISA SERAFINI
La giostra dei candidati sindaco

Non so se sia effettiva (cioè seria) la rinuncia corale dei candidati alla corsa per la nomination in vista delle elezioni in Consiglio Comunale. Certamente l’idea del Giornale di svolgere le primarie in maniera anomala ha avuto successo (quel che Enrico Reinardi alias Stefano Traverso alias… -chissà chi?- a suo modo lo dimostra, insieme naturalmente alla miriade di schede pervenute presso la redazione). A questo punto mi chiedo però se non sia più opportuno continuare queste primarie all’incirca fino a poco prima (due, tre settimane) rispetto a quando i vertici del P.d.L (locale) non fisseranno una data certissima della riunione per la nomina stessa della candidatura e poi per le indicazioni di tutti i componenti della lista per la rappresentanza in C.C.. E’ evidente che i risultati di queste primarie sarebbero ancora più consolidati, quali che siano, e chi ha il dovere di decidere dovrebbe in una qualche misura tenerne conto. Detto così, tutto appare semplice: in realtà non lo è per nulla perché dopo il risultato delle elezioni regionali e dopo il caso Scajola tutto si è fatto più difficile. Enrico Musso è rimasto indebolito dall’insuccesso di Sandro Biasotti e dal fatto che chi lo aveva ricandidato (opportunamente con forte anticipo) è rimasto vittima dell’incidente a tutti noto. D’altra parte “l’inguaiatura” che ha colpito l’ex-ministro Claudio Scajola ha alterato gli equilibri interni al centrodestra ligure. Nulla di strano che in quel di Genova i cattolici abbiano voluto ribadire la loro forza di aggregazione e di consenso, votando in massa Pierluigi Vinai e Matteo Rosso (per citare soltanto i primi due, se non i più illustri). D’altra parte non è ancor del tutto chiaro quale sarà il ruolo del prof. Lorenzelli (fuggiasco dall’U.d.C. e noto esponente ‘politico’ in quota all’Opus Dei di cui in Liguria è il leader).
Posso osservare che se le tensioni continuassero e diventassero tali oltre la definizione ultimativa di un candidato (Enrico Musso?), la partita in sede elettorale sarebbe già perduta (essendo difficile comunque). Non dimentichiamoci che, ai suoi tempi (peraltro non tanto lontani) lo stesso Baget-Bozzo ebbe notevoli difficoltà a individuare delle candidature che (nobili quanto si vuole) o non arrivarono a disputare effettivamente la corsa per la carica di Sindaco o furono ripetutamente sconfitte dalle urne. Non è questioni quindi di cattolici o di laici, di liberal-cattolici, di cattolici integralisti o di liberal-laici. E’ che non si riescono ad individuare candidati di bandiera che riescano effettivamente a trionfare. A suo tempo Alleanza Nazionale riuscì a proporre in Sandro Biasotti (esponente della società civile non infeudata alla Sinistra) un candidato credibile che riuscì a vincere in Regione ma non a reiterare la vittoria in maniera tale da rompere definitivamente la cappa di piombo a tutti nota (e che per Genova il sig. Enrico Reinardi ci ha ricordato da Sinistra, tutelandosi – guarda caso !- dietro nomi fittizi. Non gli so dar torto, ricordando le traversie piuttosto recenti di Sergio Maifredi). Cose che càpitano a chi fa libere scelte in una Genova rimbambita dal clima prodotto giorno dopo giorno – da parecchi decenni - dalle C.U.S. (Combriccole Unificate della Sinistra). Lasciamo per il momento il clima di “civilissima” camorra che affligge la nostra città e ritorniamo ai problemi del centrodestra.
A questo punto mi sento di poter ribadire questo: 1) non abbandoni il Giornale lo strumento di relativa consultazione dell’elettorato del centrodestra. La sua potenzialità può andare oltre e può essere attivata per problematiche anche meno apparentemente sensibili della candidature. L’unico problema semmai è quello che occorre impegnare una notevole durata di tempo e cercare di far lievitare al massimo possibile la partecipazione dei cittadini (più ci si avvicina a numeri considerevoli – anche se non “grandi numeri”; ma qui il termine è piuttosto relativo – di risposte, più la consultazione è convincente e politicamente ha un peso). 2) Enrico Musso è e resta un buon candidato e avrebbe diritto a una seconda occasione (pur potendo già rappresentare Genova in Senato). 3) Se Musso ha dubbi sulla sua candidatura e/o molti altri ne hanno all’interno del P.d.L, allora al più presto possibile occorre individuare un altro candidato che – sarebbe meglio – vada oltre i limiti (che sono reali e non fittizi) delle contese interne al P.d.L. Quindi un esponente della società civile che sia persona, proprio per questo, già conosciuta e quindi già in possesso di un retroterra di consensi e di apprezzamento che gli consentano di proporsi come un candidato unificatore delle speranze e delle aspettative cittadine. Per me si tratta naturalmente di vincere ma per realizzare questo difficile obbiettivo, occorre ridare spazi di prospettiva ai genovesi ben oltre le dimensioni caratteristiche della politica fin qui praticata (che è chiusa e sostanzialmente tiene in pugno la città in virtù della federazione assistenzial-clientelare che è stata consolidata nel tempo).
CLAUDIO PAPINI
Lo sterminatore ideologico e l’assassino col naso di cartone

Postmoderno. Utopia trasferita nell’imperialismo dei diritti umani. L’assoluto è sul cavallo di Norberto Bobbio. La tautologia è al potere: “Il governo giustifica le proprie scelte in base ai criteri interni del potere. Perché queste scelte sarebbero buone? Perché le fa un governo giusto. E perché il governo è giusto? Perché fa scelte buone”.
Adesso l’orrore politico ha un naso di cartone. Al vertice gongola la felicità americana. Allegria. Tip-tap nell’obitorio. Fred e Ginger danzano su una pista luminosa. Musica e sorrisi mummificati.
Sodomia ad alta frequenza. Psichiatria sotto controllo & mortaretti. Pedofilia dietro l’angolo. Cocaina di massa. Delirio cibernetico teologizzante. Telefoni visionari. Raffinati piaceri nel mercato globale. Un Beethoven texano diletta pecore di plastica suonando la sinfonia pastorale.
Dietro la gaia scena l’incubosa gag. Ronza piacevolmente la macchina della dissoluzione. La libera finanza esegue i giochi urologici, narrati dal barzellettiere Marcello Guidasci. Il terrore nucleare è dietro l’angolo del week end. Anarchia & alchimia. Totalitarismo della feccia. Parricidi & matricidi & fratricidi festanti. Sepolcri in camice bianco per gaudenti dell’ultima ora.
Ma tra le righe, come un pittoresco avvoltoio, si aggira il ridicolo. L’Alighieri ha insegnato che l’inferno è il regno del grottesco. Non rimane che ridere. La dissacrazione irridente è l’ultimo rifugio del sacro. Ma per ridere occorre un cattivo carattere.
Roberto Manfredini, fondatore del sito scintillante “archeodada” e intelligenza solitaria nella lombarda brughiera. Giovane scrittore sulle tracce della saettante ira di Domenico Giuliotti, della disincantata ironia di Ennio Flajano, dell’obliqua risata di Curzio Malaparte, dell’implacabile sguardo di Louis Férdinand Celine, degli sdegni di Piero Buscaroli.
A pensar male si fa peccato ma non si sbaglia. Il pensiero che osa guardare la faccia allucinata del postmoderno può vedere il sole degli spettri ibseniani.
La figura del buon Franco Basaglia, a proposito. Il mal pensare dell’implacabile Manfredini la estrae da un lago di profonda melassa per metterla sulla terra della grottesca realtà: “Egli intendeva sfruttare i malati mentali come forza sociale … l’obiettivo politico di Basagli è sintetizzato dalle parole che affidò nel 1974 a Panorama: In Cina la stragrande maggioranza dei malati è curata politicamente, con il pensiero di Mao. Una soluzione che può sembrare semplicistica a un occidentale, ma a cui comunque va riconosciuto un grosso vantaggio: quello di trattare i malati come tutti gli altri, dato che l’organizzazione cinese può considerarsi un enorme sistema politico – pedagogico centrato sull’educazione del popolo“.
Il pensiero unico, “ideologia che unisce buonismo e cainismo, catorci di qualche rivoluzione studentesca e vai a vedere che altro … Per un beffardo scherzo del destino, oggi troviamo tra i più strenui difensori di questo tipo di ideologia i cosiddetti preti di periferia, che fanno a pari con la teppa radicale, la canaglia del Quinto Stato, e i catorci sessantottini / sessantottenni. Sono quelli che, per intenderci organizzano concerti rap nel carcere Beccaria di Milano, pretendendo di recuperare i ragazzi difficili attraverso auto – celebrazioni dello spaccio, degli stupri, delle guerre tra bande giovanili”.
La scuola deraglia nell’olimpiade del ping-pong: “Il percorso [della pallina docente] è quello dalla materia alla norma prescrittiva, da anatomia a educazione sessuale, da scienze naturali a educazione ambientale, da storia a educazione fisica. Per altro anche l’educazione civica si è degradata a lettura del quotidiano in classe”.
Dal finestrino della dileguante età moderna, Manfredini contempla il pacifismo bertinottiano, delirio “nato da una lettura erronea e mal digerita di un unico libro di Girard, Il capro espiatorio. E’ dal fraintendimento del meccanismo vittimario che nascono scelleratezze come, ad esempio, la richiesta di grazia per Anna Maria Franzoni (su Liberazione) o la trasformazione in agnello sacrificale di ubriachi al volante, spacciatori, infanticidi, pedofili e ciarpame pansessualista vario“.
Gigante d’argilla l’America, intanto, custodisce i rottami del liberalismo: “I neocon hanno voluto creare un nuovo ordine mondiale basato sulla menzogna, ma una filosofia perversa non poteva che dare frutti marci. Infatti quella a cui assistiamo oggi anche con Obama è una politica della dissonanza, che non riesce nemmeno ad identificare le ragioni dell’occupazione di Afghanistan e Iraq“.
PIERO VASSALLO
Intervista al senatore Musso (by Genova Zena)

Enrico Musso, professore universitario di fama internazionale e candidato sindaco di Genova nel 2007, è pronto a lanciare nuovamente il guanto di sfida a Marta Vincenzi per il governo della città, puntando su un modello nuovo di fare politica, che non nasce su iniziativa dei partiti ma su progetti concreti per il rilancio della città, affidati a un nuovo soggetto politico ma non partitico, la Fondazione “Oltremare”, costituita ufficialmente lunedì 10 maggio u.s. Lo abbiamo intervistato in esclusiva qualche ora prima della presentazione ufficiale della Fondazione.
E’ stato eletto Senatore per il PDL, come capolista nella Circoscrizione Liguria, nelle elezioni politiche del 2008. Quali incarichi istituzionali ricopre attualmente in Senato?
Sono membro della Commissione Lavori Pubblici e Comunicazione, della Commissione “Politiche europee” e della Commissione Antimafia. Quella che mi impegna di più è la prima, che si occupa in modo prevalente di trasporti e lavori pubblici nel campo delle infrastrutture. I due provvedimenti di maggiore complessità su cui ho lavorato sono stati la revisione del Codice della strada, licenziato qualche giorno fa, e la riforma dell’ordinamento portuale, che non abbiamo ancora licenziato perché si è creata un’empasse fra il testo elaborato dalla Commissione e la visione del Governo, e in particolare del Ministro dell’Economia Giulio Tremonti, preoccupato dalla concessione dell’autonomia finanziaria ai porti, decisa in Commissione. Anche la Commissione Antimafia, nella quale sono coordinatore del Comitato Scuola e cultura della legalità , mi assorbe molto, perché è necessario contrastare la degenerazione degli ultimi anni per cui la criminalità organizzata è diventata quasi una moda, che attrae sempre più giovani, spesso ignari del suo reale significato.
Oltre ad essere un esponente politico di rilievo del PDL è anche professore ordinario, in aspettativa per mandato parlamentare, di Economia Applicata presso l’Università di Genova. Perché l’università italiana, nonostante punte riconosciute di eccellenza, non riesce a preparare adeguatamente i giovani al mondo del lavoro?
È vero che nell’università italiana esistono punte riconosciute d’eccellenza, ma queste tendono a mettersi in relazione con altre strutture d’eccellenza a livello internazionale, creando così reti “elitarie” di conoscenza che tendono anche a recuperare, sempre a livello internazionale, le risorse finanziarie per la propria sopravvivenza, ad esempio grazie alla partecipazione ai programmi quadro per la ricerca banditi dall’Unione Europea. Le reti di eccellenza tendono a configurarsi come piani alti di grattacieli diversi in comunicazione fra loro, senza possibilità di contribuire al miglioramento dei “piani bassi”, ovvero la maggior parte delle strutture didattiche e di ricerca italiane che, escluse da queste reti, continuano a funzionare in modo inefficiente. È vero che il sistema non prepara adeguatamente gli studenti al mondo del lavoro ma questo è solo uno dei frutti di un sistema inadeguato che seleziona male i suoi membri, professori e ricercatori, e che li carica eccessivamente di adempimenti burocratici e organizzativi, a detrimento delle ore dedicate alla ricerca e alla didattica.
Come è maturata la scelta di entrare in politica e di candidarsi a sindaco per le elezioni comunali del 2007?
Nel 2007 sono stato “cooptato” dalla coalizione di centro-destra, che era alla ricerca di un candidato esterno ai partiti con competenze accademiche, anche per mancanza di candidati interni disponibili a cimentarsi in una campagna elettorale data persa in partenza. Ho accettato con l’entusiasmo di intraprendere una sfida nuova, che mi consentisse di spendere le competenze maturate in venticinque anni di università, al servizio della comunità ligure.
Possiamo considerarla candidato in pectore del PDL per le prossime elezioni comunali del 2012?
Al momento sono il candidato designato dal PDL per le elezioni comunali del 2012. Poiché all’interno della coalizione convivono posizioni politiche diverse, anche all’interno dello stesso PDL, non è escluso che, da qui al 2012, possano emergere altri candidati.
La “qualità della città e la vivibilità degli spazi pubblici” sono stati il primo punto del suo programma elettorale nel 2007. Sono tuttora prioritarie?
E’ sicuramente una priorità, e oggi più che mai un punto critico per l’attuale amministrazione , su cui il Sindaco Marta Vincenzi sta cercando di concentrare, in ritardo, la sua attenzione. Bisogna dividere il piano della priorità di comunicazione, per cui la qualità della città è stata al primo posto nella campagna elettorale del 2007, dal piano della priorità di intervento, che oggi deve essere l’incentivo all’economia e alla creazione di lavoro. Grazie all’incremento del tessuto industriale, favorito da politiche mirate che oggi mancano, si possono infatti aumentare gli investimenti delle aziende a Genova e di riflesso creare quel gettito fiscale necessario per migliorare la qualità della vita in città. Questo circolo virtuoso presuppone però la capacità di utilizzare in modo efficiente le risorse pubbliche, affinché siano destinate correttamente allo sviluppo del territorio, anche grazie a un deciso aumento di efficienza della macchina comunale. E’ fondamentale che le risorse siano destinate correttamente alle iniziative progettuali e agli investimenti.
Lei è un esperto internazionale di economia urbana e dei trasporti: cosa manca alla città per tornare ad essere competitiva?
Bisogna smettere di usare le aree un tempo destinate ad attività produttive esportatrici per fare centri commerciali e cercare, invece, di attrarre imprese e insediamenti industriali, e investimenti che creano lavoro. Stiamo inoltre assistendo a cronici ritardi nella costruzione di opere pubbliche e infrastrutturali vitali per la città, che spesso vengono cancellate dall’agenda politica come presa d’atto dell’incapacità di portare a termine i progetti. La gestione del territorio e delle infrastrutture è essenziale per lo sviluppo della città ed esige una politica attenta ai bisogni della comunità. Ad esempio si sta avviando, dopo molti anni, il parcheggio in zona Acquasola, ma senza considerare che attirerà inevitabilmente ulteriore traffico in pieno centro, mentre il progetto di costruire più parcheggi in zone esterne limitrofe al centro, che avrebbe limitato gli ingressi delle auto, è stato abbandonato.
Questa sera [n.d.r lunedì 10 maggio 2010] verrà formalmente costituita la Fondazione Oltremare, concepita come un cantiere aperto e propositivo per il rilancio della città. Qual’è la sua missione e come è strutturata?
“Il modo migliore di realizzare i sogni è quello di svegliarsi”. Questa frase riassume molte delle motivazioni che mi hanno portato a costituire la Fondazione: Genova ha bisogno di svegliarsi e di farlo anche attraverso la passione e l’entusiasmo di persone che decidono di condividere un sogno cercando di tradurlo in realtà. La Fondazione sarà un contenitore di competenze, passione politica e capacità per costruire reti al servizio del territorio e della comunità ligure allargata, necessarie per il rilancio della città. Se la mia candidatura a Sindaco verrà confermata per le prossime comunali del 2012, i candidati espressione della mia lista civica saranno già designati almeno un anno prima, tra coloro che hanno aderito al progetto della Fondazione e che potranno formarsi adeguatamente ai delicati compiti che la politica richiede.
PIERANGELO D. MARTINELLI (by Genova Zena)
Un discorso politico di Gesù

Quest’ articolo è tratto da un discorso politico che Gesù rivolge ai cittadini di Gerasa, spronandoli ad agire concordemente per il Bene comune. Gesù non disprezza l’ umanità che gareggia per migliorare la vita e le proprie condizioni sociali. La Eris esiodea, ossia la contesa, quand’ è buona e volta al miglioramento, è una qualità umana.
Ma quando la città è preda degli interessi di partito, e i cittadini remano in direzioni opposte, la rovina cade su di essa, così come cade sul singolo uomo trascinato da violente passioni.
Credo che noi genovesi, consci delle nostre tentazioni a demonizzare l’ avversario, a voler vincere prima di operare, possiamo invece accogliere queste parole con spirito di riconciliazione, al fine di lavorare tutti insieme verso il comune traguardo: quel Bene comune, che nessuno esclude.
GIOVANNI TRAVERSO
99. Discorso ai cittadini di Gerasa* e lode di una donna alla Madre di Gesù
(o di Genova? ndr)
Credeva di essere sconosciuto! Quando la mattina di poi pone piede fuori dal fabbricato di uso di Alessandro, trova già delle persone ad attenderlo. Gesù è con i soli apostoli. Donne e discepoli sono rimasti in casa, in riposo. La gente lo saluta e circonda dicendogli che lo conosce per quanto disse di Lui uno guarito dai demoni, che ora è assente perché è andato avanti con due discepoli passati di lì qualche giorno prima.
d’acqua. La vista è bella dal punto dove si è fermato Gesù. Tutta la città abbastanza vasta, si mostra a chi guarda, e dietro ad essa, dai lati d’oriente, meridione e occidente, vi è un ferro di cavallo di lievi colline tutte verdi, mentre a nord l’occhio spazia su una pianura aperta e vasta che all’orizzonte mostra un rilievo, tenue tanto da non poter essere chiamato neppure colle, tutto biondo di sole mattutino, che fa preziosi i pampini giallastri delle viti che coprono questa onda di terreno, quasi volesse mitigare la malinconia delle morenti foglie con il fasto di una pennellata d’oro.
Lì Gesù osserva, e la gente di Gerasa lo sta a guardare. Gesù li conquista col dire:
“Questa città è molto bella. Fatela bella anche di giustizia e santità. I colli, il ruscello, la verde pianura ve li ha dati Dio. Roma vi aiuta ora a darvi case e belle costruzioni. Ma sta in voi soli dare alla città vostra il nome di città santa e giusta.
La città è quale la fanno i cittadini. Perché la città è una parte della società chiusa fra cerchie di mura, ma chi fa la città sono i cittadini. La città in se stessa non pecca. Non può peccare il ruscello, il ponte, le case, le torri. Sono materia, non anima. Ma peccare possono coloro che sono chiusi nelle mura cittadine, nelle case, nelle botteghe, e passano sul ponte, e si bagnano nel rio. Si dice di una città faziosa e crudele: «E’ una città pessima». Ma è mal detto. Non è la città, sono i cittadini pessimi. Questi singoli che diventano, unendosi, una multipla, eppure anche una sola detta «la città». Ora ascoltate. Se in una città diecimila abitanti sono buoni e solo mille non lo sono, potrebbe dirsi che quella città è malvagia? Non lo si potrebbe dire. Ugualmente: se in una città di diecimila abitanti ci sono molti partiti e ognuno tende a beneficare il suo, può dirsi più che quella città è unita? Non lo si può dire. E pensate voi che quella città sarà prospera? Non lo sarà.
Voi di Gerasa ora siete tutti uniti nell’intento di fare della vostra città una grande cosa. E ci
riuscirete perché tutti volete la stessa cosa e gareggiate l’uno con l’altro a raggiungere questo scopo.
Ma se domani fra voi sorgessero partiti diversi e uno dicesse: «No, meglio è estendersi ad
occidente», e un altro partito: «Niente affatto. Andremo a settentrione dove è la pianura», e un terzo: «Né qua né là. Stretti tutti nel centro, presso il fiume vogliamo stare», che accadrebbe? Accadrebbe che i lavori iniziati si fermerebbero, chi presta i capitali li ritirerebbe, chi ha intenzione di stabilirsi qui se ne andrebbe in altra città dai cittadini più concordi, e il già fatto cadrebbe a rovina perché esposto alle intemperie senza essere ultimato per le diatribe dei cittadini. E’ o non è così? Voi dite che così è, e dite bene. Dunque occorre concordia fra i cittadini per fare il bene della città e, di conseguenza, dei cittadini, perché nella società il bene della stessa è benessere di chi la compone.
Ma non vi è solo la società quale voi la pensate, la società dei cittadini, o dei connazionali, o la piccola e cara società della famiglia. Vi è una società più vasta, infinita: quella degli spiriti. Noi tutti che viviamo abbiamo un’anima. Quest’anima non muore col corpo, ma sopravvive ad esso in eterno. Idea del Creatore Iddio, che ha dato all’uomo l’anima, era che tutte le anime degli uomini si riunissero in un unico luogo, il Cielo, costituendo il Regno dei Cieli, il cui monarca è Dio e i cui sudditi beati sarebbero stati gli uomini dopo una vita santa e una placida dormizione. Satana venne a dividere e a scompigliare, a distruggere e addolorare Dio e spiriti. E mise il peccato nei cuori, e con esso portò la morte al corpo al termine dell’esistenza, sperando di dare morte anche agli spiriti.
La morte di essi è la dannazione, la quale è esistere ancora, sì ma di una esistenza priva di ciò che è vita vera e giubilo eterno, ossia della visione beatifica di Dio e del suo eterno possesso nelle luci eterne. E l’Umanità si divise nei suoi voleri come una città divisa da contrari partiti. E così facendo andò in rovina. Io l’ho detto altrove a chi mi accusava di cacciare i demoni con l’aiuto di Belzebù «Ogni regno diviso in se stesso andrà in rovina». Infatti, se Satana cacciasse se stesso, esso e il suo regno tenebroso rovinerebbe.
Io, per l’amore che Dio ha per l’Umanità da lui creata, sono venuto a ricordare che un Regno solo santo: quello dei Cieli. E venuto sono a predicarlo perché i migliori accorrano ad esso.
Regno di Dio è giunto fra voi e va costituito perché questa è l’ora della sua fondazione.
Come si fonda il Regno di Dio nel mondo e nei cuori? Col ritorno alla Legge mosaica o con la conoscenza esatta di essa se la si ignora, e, soprattutto, con l’applicazione totale della Legge in se stessi, in ogni evento e momento della vita. Quale è questa Legge? Una cosa talmente severa da essere impraticabile? No. Essa ?una serie di dieci precetti santi e facili, quali anche l’uomo moralmente buono, veramente buono, sente doversi dare, anche se è uno sepolto sotto l’intricato tetto vegetale delle foreste più impenetrabili dell’Africa misteriosa. Essa dice:
«Io sono il Signore Iddio tuo, né vi è altro Dio all’infuori di Me.
Non nominare il Nome di Dio inutilmente,
Rispetta il sabato secondo il comando di Dio e il bisogno della creatura.
Onora il padre e la madre se vuoi vivere lungamente e avere del bene in terra e in Cielo.
Non ammazzare.
Non rubare.
Non commettere adulterio.
Non dire false testimonianze contro il prossimo.
Non desiderare la moglie altrui.
Non invidiare la roba altrui».
Quale è quell’uomo, che sia di animo buono anche se uno è un selvaggio, che girando lo sguardo su quanto lo circonda non giunge a dirsi: «Tutto questo da se stesso non si è potuto formare. Perciò vi è Uno, più potente della natura e dello stesso uomo, che ha fatto questo»? E adora questo Potente, di cui sa o non sa il Nome santissimo., ma che sente esistere? E ne ha tale riverenza che a pronunciare il nome che gli ha dato, o che gli fu insegnato a dire per nominarlo, trema di riverenza e sente di pregare solo col nominarlo con riverenza? Ché infatti è preghiera dire il Nome di Dio nell’intento di adorarlo o
di farlo conoscere alla gente che lo ignora.
Così pure, solo per prudenza morale ogni uomo sente di dover concedere riposo alle sue membra, perché resistano fino a che dura la vita. Con più ragione questo riposo animale, l’uomo che non ignora il Dio d’Israele, il Creatore e Signore dell’universo, sente che lo deve consacrare al Signore, per non essere simile al giumento che stanco si riposa sulla lettiera frangendo biade fra i denti robusti.
Anche il sangue grida amore per quelli da cui è venuto, e lo vediamo anche in quel puledro d’asina che corre ora ragliando incontro alla madre che torna dai mercati. Giocava nel branco, l’ha vista, si ricorda d’esser stato allattato da essa e leccato con amore, difeso, scaldato dalla madre, e vedete? Con le froge tenere le strofina il collo e sgroppona di gioia, sfregando la giovane groppa contro il fianco che lo ha portato. Amare i genitori è dovere e diletto. Né vi è animale che non ami colei che lo ha generato. E che? L’uomo sarà più infimo del verme che vive nel fango della zolla?
L’uomo moralmente buono non uccide. La violenza gli fa ribrezzo. Sente che non è lecito levare la vita a nessuno, che solo Dio che l’ha data ha il diritto di levarla. E rifugge dall’omicidio.
Ugualmente, il moralmente sano non si prevale delle cose altrui. Preferisce il pane mangiato con serena coscienza presso la fonte argentina, al succulento arrosto frutto di un furto. Preferisce dormire sul suolo col capo su una pietra e le stelle amiche sul capo, pioventi pace e conforti alla coscienza onesta, al sonno turbato su un letto carpito con furto. E, se è moralmente sano, non è avido di più donne che sue non siano, non entra, insozzatore e vile, nel talamo altrui. Ma nella donna dell’amico vede una sorella e non ha per lei sguardi e appetiti che per una sorella non si hanno.
L’uomo di animo retto, anche se naturalmente retto, senza altra conoscenza del Bene che quella che gli viene dalla sua coscienza buona, non si permette mai di testimoniare ciò che non è vero, parendogli ciò eguale ad omicidio e furto, e così è. Ma ha labbra oneste come onesto ha il cuore, e con essi ha onesti sguardi per cui non appetisce alle mogli altrui. Neppure appetisce, perché sente che l’appetire è il primo stimolo al peccare. E non invidia. Perché è buono. Il buono non invidia mai. Sta sereno nella sua sorte.
Vi pare, questa legge, così esigente da essere impraticabile? Non fatevi torto! Io sono certo che voi non ve lo farete. E, se non lo farete, fonderete il Regno di Dio in voi e nella vostra città. E vi ritroverete, un giorno, felici con coloro che amaste e che come voi conquistarono il Regno eterno nei gaudi senza fine del Cielo.
Ma nel nostro stesso intimo sono le passioni come tanti cittadini chiusi fra le cerchia delle mura cittadine. Occorre che tutte le passioni dell’uomo vogliano la stessa cosa, ossia la santità. Altrimenti, inutilmente una parte tenderà al Cielo, se poi un’altra lascia incustodite le porte e vi lascia penetrare il seduttore, o neutralizza con dispute e pigrizie le azioni di una parte degli spirituali cittadini, facendo perire la città intima e abbandonandola al regno delle ortiche, dei tossici, delle gramigne, dei serpenti, scorpioni, topi e sciacalli, e gufi, ossia delle male passioni e degli angeli di Satana. Occorre vegliare senza mai smettere, come scolte messe alle mura, per impedire che il Maligno entri là dove noi vogliamo costruire il Regno di Dio.
In verità vi dico che, finché il forte guarda in armi l’atrio della sua casa, è sicuro di tutto quanto è in essa. Ma, se viene uno più forte di lui, o se egli lascia incustodita la porta, allora il più forte lo vince, lo disarma, ed egli, privo delle armi in cui confidava, si avvilisce e si arrende, e il forte lo fa prigioniero prendendosi le spoglie del vinto. Ma se l’uomo vive in Dio, mediante la fedeltà alla Legge e la giustizia santamente praticata, Dio è con lui, Io sono con lui, e nulla di male può accadergli. L’unione con Dio è l’arma che nessun forte può vincere. L’unione con Me è sicurezza di vittoria e di bottino di virtù eterne, per cui eternamente sarà dato posto nel Regno di Dio. Ma chi da Me si stacca o di Me si fa nemico respinge per conseguenza le armi e la sicurezza della mia parola.
Chi respinge il Verbo respinge Dio. Chi respinge Dio chiama Satana. Chi chiama Satana distrugge quanto aveva per conquistare il Regno.
Perciò chi non è con Me è contro di Me. E chi non coltiva ciò che Io ho seminato raccoglie ciò che semina il Nemico. Chi meco non raccoglie disperde, e povero e nudo verrà al Giudice supremo, che lo manderà dal padrone al quale si è venduto preferendo Belzebù al Cristo.
Cittadini di Gerasa: edificate in voi e nella vostra città il Regno di Dio.
Una trillante voce di donna si solleva limpida come un canto di allodola sul brusio della folla ammirata, cantando la novella beatitudine, ossia la gloria di Maria: “Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che hai succhiato”.
Gesù si volge verso la donna che esalta la Madre per ammirazione del Figlio. Sorride, perché dolce gli è la lode data alla Genitrice. Ma poi dice:
“Più beati quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica”.
S’ode a destra uno squillo di tromba

Dall’esterno è lecito discutere e rifiutare le leggi della democrazia. Dall’interno il rifiuto conduce direttamente al suicida. La prima indeclinabile legge della politica, pertanto, stabilisce che sono eletti i candidati graditi dagli elettori. Ancor più ferrea, la seconda legge che intima ai trombati di fare un passo indietro.
Intendiamoci: trombato significa trombato e basta. L’estensione a settori non politici della negatività intrinseca alla qualifica dei trombati, costituisce abuso riprovevole.
Trombato, infatti, può essere un genio (Augusto Del Noce, ad esempio, fu trombato dagli elettori romani), un galantuomo (Biasotti) una nobile passionaria (ad esempio la trombata signora Bresso).
Il voto popolare non è l’ultimo orizzonte della vita. Ma la vita dei politici finisce politicamente allorché squillano le sgradevoli trombe degli elettori. Purtroppo la politica è governata da leggi crudeli.
Sciorino queste banalità perché i gestori del centrodestra genovese nutrono concetti elevati – non banali – ma controproducenti, anzi rovinosi. Lo sanno molto bene gli elettori del collegio bianco di Castelletto, forzati a trombare alcuni candidati scelti dal centrodestra in obbedienza alla volontà di sfidare i gusti del popolo (presunto) bue.
Il popolo si è rivelato, invece, esigente: un cane indocile, ringhioso e mordace. Non faccio i nomi degli illustri trombati, uno dei quali circola ancora esibendo l’etichetta di maestro politico di don Baget. (Sarà pure maestro di tanto senno, ma trombato è. Lo dico con il cuore inclinato a mestizia).
La buona cultura politica tende a condividere le amarezze della trombatura e a consolarle mediante l’erogazione di dolci parole: caro trombato il partito ti capisce e ti ammira, il popolo ha sbagliato, purtroppo ecc..
Mai la saggia consolazione deve andare oltre le buone parole. La saggezza politica esige che il trombato faccia un passo indietro. Con la caramella in bocca, doverosamente offerta dal partito che lo congeda.
E’ giusto ammirare e lodare il coraggio dei candidati che hanno partecipato alle battaglie perdute. Ma si cerchi con ogni mezzo di evitare la ripetizione delle loro trombature. La ripetizione è noiosa e sgradevole, ma qui è il caso di rammentare la legge inflessibile che recita: faccia un passo indietro, il trombato.
Contro l’intelligente, colto e fascinoso professor Musso niente da dire. Mancherebbe altro! Trattasi di squisito trombato. Incensiamolo, dunque, ma non ripresentiamolo.
La legge è legge, dura lex sed lex, sostiene un mio parente, giovane avvocato e promettente giurista.
A questo punto mi domando: forse la produzione genovese di politici decorosi è stata proibita e stroncata dai giudici di mani pulite? Detto da un osservatore che non sempre ha condiviso i loro princìpi, non esistono più uomini del livello di Roberto Lucifredi, Giorgio Bo, Bruno Orsini, Filippo Peschiera, Francesco Bodrito, Roberto Ghio? Sopravvive (per modo di dire) soltanto Scajola? Dobbiamo concludere che a Genova e in Liguria, il seme delle intelligenze è estinto o castrato? O è tempo di accorgerci che gli uomini di valore sono censurati e respinti dall’invadenza di politicanti ascesi dalla terza fila della precedente politica?
Non faccio nomi, perché sotto il cielo della mediocrità imperante e delirante, citare una persona per bene significa esporla al feroce potere delle mezze calzette. Ma le persone per bene ci sarebbero, se si cercassero seriamente.
Coraggio, Maurizio, mobilita gli esploratori della buona antropologia. Come diceva Bertoldo Brecht la notte più lunga eterna non è. Auguri, fervidi auguri di buon lavoro in vista del bene comune!
PIERO VASSALLO
Intervista all’on. Cassinelli (by Genova – Zena)

La politica consente di dar voce alle aspettative e alle istanze dei cittadini nella misura in cui i suoi attori possiedono le capacità intellettuali e morali per adempiere con dedizione al loro mandato. In questa intervista a Roberto Cassinelli, eletto deputato PDL in Liguria nel 2008, abbiamo cercato di delineare i tratti dell’uomo politico, per dar conto ai nostri lettori del suo operato e contribuire così a colmare la distanza fra i cittadini e i loro rappresentanti.
A seguito di una combattuta campagna elettorale decisa sul filo del rasoio, Claudio Burlando è stato confermato alla Presidenza della Regione Liguria. La sua analisi del voto?
Sotto l’aspetto numerico il risultato ottenuto dal Centro-Destra in Liguria e nella città di Genova può essere considerato positivo perché, in confronto ai dati delle precedenti elezioni regionali, Biasotti ha aumentato le preferenze di 1,5 punti in tutta la Liguria e di 2,4 punti a Genova. Il risultato finale si spiega con la diversa struttura delle squadre in campo, con l’UDC ora schierato con il Centro-Sinistra: se l’UDC fosse ancora schierato con il Centro-Destra, Biasotti sarebbe alla guida della nostra Regione. Sotto l’aspetto politico la Liguria, e Genova in particolare, si conferma una regione di sinistra per una serie di motivazioni, principalmente di matrice anagrafica e storica..
Quali incarichi istituzionali ricopre attualmente in Parlamento?
Sono membro della Commissione Giustizia che è oggi nell’occhio del ciclone, per l’aumento di rilevanza attribuita, nell’Agenda di Governo, alla riforma della Giustizia, insieme a quella del Fisco. In particolare sono impegnato sul tema delle libere professioni e fra queste dell’avvocatura: sono relatore alla Camera della legge di riforma dell’Ordinamento Forense, una legge che la mia categoria (n.d.r quella degli avvocati) aspetta da decenni e che credo, in tempi ragionevoli, saremmo in grado di approvare.
Ha mosso i suoi primi passi in politica tra le fila dello storico Partito Liberale Italiano. Secondo lei l’Italia ha bisogno di nuove e profonde liberalizzazioni?
L’Italia ha sicuramente bisogno di liberalizzazioni, anche se queste, applicate male, possono dare risultati imprevisti, a causa dell’applicazione di alcuni principi liberali a cui non segue la definizione di regole e controlli. L’Italia ha necessità di liberalizzazioni e concorrenza per dare possibilità alle piccole e medie imprese, che sono il tessuto sano del nostro Paese, di potersi esprimere al meglio.
In Parlamento è uno dei deputati con la maggiore percentuale di presenza alle votazioni, il 99,6% del totale. Cos’è per lei fare politica in nome e per conto degli elettori?
La politica è per me un onore e una grande responsabilità: sedere in Parlamento è una grandissima soddisfazione, ma sento anche un forte senso di responsabilità per il mandato conferitomi e cerco di onorarlo nel miglior modo possibile. Uno dei temi di cui mi sto occupando, come si può leggere anche sul mio sito, è quello di agevolare la diffusione del web tra la popolazione. Internet è uno strumento che abbatte le frontiere fra ricchi e poveri, nonché un patrimonio al servizio della civiltà. Cerco di difendere il web ma è ovvio che è un luogo che va regolamentato e dove non si può delinquere.
Nell’ambito del suo ruolo politico ed istituzionale ha visitato le carceri presenti in Liguria: quali sono le principali criticità che ha potuto rilevare direttamente?
L’emergenza carceraria è un tema importantissimo: il grado di civiltà di un Paese si misura anche dal livello del suo sistema carcerario. Il sistema carcerario è inadeguato, soprattutto dal punto di vista dell’edilizia. Bisogna dare atto ad operatori, direttori e polizia carceraria, di svolgere un lavoro importante in condizioni molto difficili. E’ stato nominato al Governo un commissario e si sta lavorando a un piano straordinario per realizzare in tempi brevi carceri nuove e strumenti innovativi per dare soluzioni alternative al carcere per i reati minori che non danno particolare allarme sociale. Bisogna evitare la piaga sociale del “contagio”, che porta il detenuto a delinquere dopo essere uscito dal carcere, contagio che sarebbe evitabile se il detenuto, per reati minori, fosse affidato ai servizi sociali, o avviato al lavoro socialmente utile o confinato agli arresti domiciliari. Nella nostra Costituzione è sancito che il sistema giudiziario deve mirare al recupero della persona.
Dal suo punto di vista privilegiato, cosa manca a Genova e alla Liguria per fare uno scatto di reni e investire ancora di più e con forza nelle sue vocazioni?
A Genova c’è un problema strutturale, su cui il Governo si sta concentrando, ed è quello delle infrastrutture: una città che vive essenzialmente sul porto non può privarsi di infrastrutture necessarie e vitali, ad esempio il terzo valico. Occorre però una classe politica che operi da catalizzatore e attrattore del mondo imprenditoriale del vicino Nord Italia, che potrebbe decidere di investire a Genova sapendo che a breve la città sarà dotata di infrastrutture e collegamenti efficienti: Genova potrà così tornare ad essere la porta d’Europa di traffici e commerci.
PIERANGELO D.MARTINELLI (Proprietà Genova Zena)
Assenteismo parlamentare a go go

Due anni di legislatura! Evviva, evviva, oltre i 14′000 euro e oltre di stipendio mensile, il vitalizio e’ ormai garantito! Ma se lo saranno guadagnato i nostri rappresentanti? Giudicate voi attraverso i dati riepilogativi da inizio legislatura, ad oggi. Vi ricordo che il totale delle presenze e’ comprensivo delle missioni da deputato e delle votazioni in aula.
Iniziamo con il partito del premier. Il POPOLO DELLA LIBERTA’ e’ secondo in classifica tra i gruppi (dopo la Lega) piu’ presenti, con una media complessiva superiore all’86%, ma con un triste primato, quello del deputato piu’ assentista di tutta la camera: Mirko Tremaglia, che alla sua undicesima legislatura (!!!) sembra aver perso un po’ il ritmo (e forse l’eta’). Il nostro onorevole missino colleziona infatti solo il 26% di presenze. Ma non e’ solo, sul podio dei peggiori ci sono anche Maria Grazia Siliquini, 27% che presiede anche una “Alleanza per i professionisti”,e speriamo non siano tutti come lei, e Denis Verdini, che, con un modesto 37% scrivera’ sul libretto delle giustificazioni: “impegni di partito”. Tra i “secchioni” segnaliamo Renato Brunetta, che con il suo 94% dimostra senz’altro coerenza con le sue battaglie anti assenteismo.
Tutt’altro che secchioni sembrano invece essere i giustizialisti dell’ ITALIA DEI VALORI, il partito si colloca infatti tra i peggiori gruppi parlamentari, con una media di partecipazione del 75% . Il capofila dei bigiatori e’ proprio il moralizzatore giustizialista Antonio Di Pietro, che tra incarichi da deputato e votazioni raggiunge appena il 37% di presenze. Ahiaiai Tonino!
Ma Tonino puo’ consolarsi, peggio di lui c’e’ infatti l’eterogeneo GRUPPO MISTO che va’ oltre, segnando il peggior risultato della Camera, con una media di presenze tra i deputati, del 54%, in cui l’altro moralizzatore, Paolo Guzzanti, segna un nuovo record della nullafacenza: al lavoro solo nel 27% delle sedute!
L’UNIONE DI CENTRO totalizza, come l’IDV, una media presenze del 75%, dove si distinguono i migliori (Angelo Compagnon, 95%) ed i peggiori (Calogero Mannino, 52%)
Nel PD le cose vanno meglio, peccato per i “big” che abbassano decisamente la media (ferma all’85%), in cui emergono Bersani 32%, D’Alema 38%, Fioroni 41%, e per un ex ministro all’istruzione non e’ un buon insegnamento!
Vola la LEGA NORD, con una media di presenze del 92.67%, i deputati verdi sono severamente controllati dal capo Umberto Bossi, che segna una top score d’eccezione: presente al 94.68% . Anche il giovane Cota arriva al 90%, mentre il peggiore, anche se decisamente sopra la sufficienza, e’ Ettore Pirovano, con una presenza al 62%
Insomma, se i nostri deputati rappresentassero davvero l’Italia e gli italiani, saremmo messi peggio della Grecia. Per fortuna che la democrazia non e’ perfetta. Tantomeno quella rappresentativa.
I dati completi li potete trovare al sito http://www.camera.it/357
ELISA SERAFINI
Il regionalismo secondo Evola

In un momento come l’attuale, caratterizzato da un serrato dibattito, nel centro-destra, sui motivi dell’identità nazionale e del federalismo, proporre alla riflessione dei culturisti quanto Julius Evola scriveva nel lontano 1953; era l’anno della morte di Stalin, e dovevano ancora venire, tre anni dopo, il XX Congresso del PCUS, la rivolta di Budapest e la crisi di Suez: un millennio fa insomma, ma se purificate dal condizionamento storico particolare -gli anni ’50!- le parole del Barone riteniamo rivestano ancora oggi una straordinaria attualità.
Glauco Berrettoni
TOTALITARISMO, DECENTRAMENTO, REGIONALISMO
In varie occasioni abbiamo accennato che, non per far concessioni di sorta agli avversari, non è opportuno adottare, per la nostra battaglia, la formula del totalitarismo. In effetti, quel che in tale formula moderna può esservi di positivo, può esser ricondotto all’idea tradizionale dello Stato organico, che ha tutt’altro significato e che è anteriore e superiore alla stessa polemica tra fascismo e antifascismo.
L’ideale organico si definisce come una sintesi di unità e di molteplicità, come un sistema articolato nel quale le singole parti hanno una loro relativa autonomia perché, funzionalmente, ognuna nel dominio e nel modo ad essa proprio sviluppano e realizzano qualcosa di originale e di specifico. Il sistema organico è stato perciò giustamente definito come «un organismo fatto di organismi», cosa che implica un adeguato decentramento. L’opposto di ciò è costituito da totalitarismo, sistema caratterizzato da un’assoluta, dispotica, tetra centralizzazione e superorganizzazione, tanto che l’immagine per esso adeguata sarebbe quella offerta dagli organismi di tipo inferiore costituiti solo da un centro e da una massa indifferenziata mossa direttamente da esso, per riflessi, senza nessuna gerarchia di funzioni e di organi intermedi.
Ciò, per quel che riguarda i concetti generali, suscettibili ad essere applicati concretamente sia nel dominio politico che in quello economico. Il principio della decentralizzazione risponde naturalmente all’esistenza della libertà, dell’autonomia, dell’iniziativa creatrice del particolare e del singolo, esigenza che in un sistema organico trova un adeguato riconoscimento. Ma non si deve perder di vista il punto fondamentale , e cioè che la controparte di tale esigenza è l’idea di una autorità centrale, il carattere di sovranità, di spiritualità e, in un certo modo, di «trascendenza» da assicurarsi all’unità costituente il centro di tutto il sistema. E devesi formulare il principio, che la decentralizzazione può essere tanto più spinta, per quanto più stabili e salde sono l’autorità e il potere intronati al centro. Solo allora l’influenza orientatrice, che regola l’insieme e che l’organizza volgendo in vantaggio persino i parziali contrasti, può farsi valere spontaneamente e dovunque, fino alla periferia, come una istanza sopraordinata. Ma quando l’anzidetta condizione non sia soddisfatta, dalla decentralizzazione si passa alla disgregazione e all’anarchia. È la degenerescenza e la fine di una unità politica.
È più o meno noto che in Italia si è venuti al regime delle autonomie regionali attraverso una certa sociologia cattolica, che vorrebbe ispirarsi a un diverso ordine di idee, essendo gelosa delle libertà del particolare, avversando la statolatria ed affermando la necessità di forme intermedie di organizzazione fra il centro e la periferia. Ma, come nel caso di altre vedute difese dalla stessa corrente, qui si tratta di una distorsione palese, di un’applicazione illegittima derivante dall’equivoco stesso in cui si muove una mentalità che per un verso vorrebbe essere tradizionalista, ma dall’altro si accorda con gli errori della democrazia e del liberalismo.
Si è che il principio della decentralizzazione in tutti i suoi aspetti, e economici, e politici, in uno Stato come l’attuale, che è una caricatura di Stato, è un errore, e può solo produrre dissociazione e disorganizzazione: ciò, perché i presupposti sopra indicati, essenziali per un sistema organico, mancano del tutto. Infatti, nulla esiste che abbia davvero carattere di «centro»; non esiste in Italia una unità sopraelevata, salda e stabile, sottratta alla contingenza e alla perenne mutevolezza insista nel sistema partitico-democratico delle rappresentanze; non esiste nulla che si concreti come un piano superiore, spirituale ma in pari tempo positivo di riferimento, come base di legami immateriali di fedeltà delle parti e come istanza superiore ad ogni interesse particolare e fisico. Non solo il puro principio dello Stato, ma perfino quello generico, sentimentale, della «patria» e della «nazione» è efficiente al minimo nel clima dell’Italia della disfatta. Non basta: vie è da tener conto dell’inclinazione «latina» e «mediterranea» all’individualismo, all’indisciplina. In simili condizioni, parlar di decentralizzazione è solo una irresponsabilità colpevole. L’esito sarebbe puramente disgregativo e regressivo: regressivo, specificamente, nel regionalismo delle autonomie, cui difficilmente si potrebbe impedire il passaggio dalla sfera soltanto amministrativa a quella politica, col risultato di un particolarismo paesano, anacronistico e antinazionale.
Né si deve trascurare ciò a cui si finisce quando ad una idea giusta si sostituisce la contraffazione di essa: il regionalismo e tendenze analoghe di autonomismo, e anche di ordine economico, vanno a pregiudicare, a compromettere e a discreditare l’idea stessa di decentralizzazione, che abbiamo detto esser essenziale nel sistema di uno Stato vero, organico. E ci sarebbe allora da stupirsi se, per fatale reazione, un bel giorno dovessero affermarsi forme larvatamente «totalitarie», nel senso più opaco e problematico del termine, cioè più o meno come quelle contro cui oggi in Italia si vuole dovunque reagire, senza avere nessun vero principio, lasciando invece margine ad errori, come quello che ora abbiamo indicato?
JULIUS EVOLA, in Il Secolo d’Italia, 3 febbraio 1953






