Tamerlano il grande

“Polo della verità, del mondo e della fede, l’Emiro Timur Küregen, perpetui Iddio Altissimo nei Due Orizzonti il suo regno e il suo sultanato e diffonda sugli orientali la sua giustizia e la sua benevolenza. Fra tutte le sue origini regie, nessun disegno ha eguagliato la condizione dei suoi esordi. Il lampo della sua spada è spada del lampo conquista mondo; il Sole della sua opinione è opinione del Sole adorna mondo.
Pari dignità ha con Alessandro Magno; di Saturno ha l’impeto e il castigo; come Jamshîd, Giove e Sole gli sono sottomessi; di Bahrâm ha la furia, è Marte assaltatore e fabbro; di Dario ha la ricchezza, il Sole gli è paggio che illumina in guerra…”.
È con queste parole che Ghiyâsoddîn ‘Alî di Yazd, monshî (segretario di corte) alla corte di Tamerlano, celebra in persiano il suo signore, secondo un modello letterario che unisce l’aspetto encomiastico mongolo alla lirica celebrativa persiana: opera commissionata dallo stesso sovrano, la Ghazavât-e Hendūstân (Campagne indiane), è in realtà composta da due parti indipendenti: il Compendio delle vittorie di Sua Maestà, il Gran Signore del khanato (dedicato alle campagne antecedenti il 1398) e le Tappe e imprese nei territori indiani (dedicato alla conquista dell’India), oggi riproposti in italiano nella prestigiosa collana islamica della Mondadori, in una versione dal persiano totalmente nuova e ricca di indispensabili note esplicative a cura di Michele Bernardini (Ghiyâsoddîn ‘Alî di Yazd, Le gesta di Tamerlano, Mondadori, Milano, 2009, € 16,00).
Pur essendo, chiaramente, un’opera volutamente elogiativa e propagandistica composta da un autore sicuramente attento a non farsi giustiziare per aver espresso giudizi invisi al sovrano, per il quale sempre e comunque il giudizio su un evento è nettamente favorevole a Tamerlano, è estremamente importante per quegli eventi che porteranno alla conquista mongola dei territori indiani fra il 1398 e il 1399, perché, pur con la limitazione dovuta allo sforzo celebrativo dell’autore, sono l’unica descrizione sistematica di quegli eventi.
E Tamerlano, di indoramento celebrativo della propria vita, ne aveva certamente bisogno: colui che il Runciman definisce, agli esordi, un insignificante signorotto di discendenza turco-mongola (cfr. S. Runciman, Storia delle Crociate, 2 voll., Einaudi, Milano, 1993, vol. II, p. 1079) in pochi anni diverrà il personaggio con cui Oriente e Occidente saranno costretti a confrontarsi.
Timur (in persiano, Temür in turco, significa “ferro”; a cause di ferite riportate nella sua giovanile attività di mercenario gli verrà aggiunto l’epiteto persiano di Lang (zoppo), sino a formare il nome Temür-e Lang, cioè Tamerlano) non sarà tanto un genio politico (inferiore, in ciò a Genghiz Khan), quanto un geniale utilizzatore di tutti gli strumenti culturali atti a trasformarlo, pur ancora imbevuto di credenze mongole pre-islamiche) nel prescelto da Allâh e nel difensore dell’Islâm anche contro lo stesso Impero Ottomano.
Ecco, allora, divenire il Signore della Congiunzione Astrale (Sâhebqerân), quando riuscirà a retrodatare la sua data di nascita di circa dieci anni, sino a farla coincidere con la congiunzione di Venere, Giove e Sole avvenuta il 25 di sha’bân del 736 dell’ègira, cioè l’8 aprile 1336: ma poiché il 736 era anche l’anno della morte dell’ultimo sovrano ikhanide (dinastia mongola che aveva dominato in Persia e Anatolia), Abū Sa’îd: Tamerlano riusciva ad imporre il suo impero come il continuatore di quello precedente. Allo stesso modo, badando più alla sostanza che alla forma, nella sua vita si fregerà di titoli poco altisonanti, come quello di “emiro” e di “genero” (per via di fortunati accordi matrimoniali), e manterrà al proprio fianco sovrani mongoli fantoccio con l’unica funzione di vedersi legittimato il potere.
Le sue conquiste saranno fulminee: distrugge l’impero mongolo in Asia Centrale dal 1370-75; conquista la Persia nel 1386; prende Bagdad nel 1392; sottomette l’Orda d’Oro, giungendo quasi a Mosca nel 1395; nello stesso anno di impadronisce di Erzinjan e di Sivas in Anatolia centrale; prende l’India settentrionale nel 1398; nel 1400 cadono nelle sue mani Aleppo e Damasco battendo gli eserciti mamelucchi e nel 1401 rade al suolo una ribelle Bagdad; batte gli ottomani ne 1402; rientrato a Samarcanda dopo aver ottenuto la sottomissione dell’Egitto nel 1403, progetterà la conquista della Cina che non potrà però attuare a causa della morte nel 1405.
Divenuto elemento centrale nella politica internazionale, non potrà stupire se le varie potenze cristiane tenteranno di sfruttarne la potenza in funzione ottomana (cfr. F. Cardini, Le Crociate tra il mito e la storia, Nova Civitas, 1971, pp. 286-289), peraltro con vano successo.
Nel momento in cui deciderà lo scontro frontale con gli Ottomani, Tamerlano avrà bisogno della conquista dell’India, per impadronirsi delle sue ricchezze in vista della guerra futura ma, anche, per uguagliare il livello di legittimità dell’Impero Ottomano, facendola passare, dinanzi agli occhi dei musulmani, per una jihâd rituale nei confronti di idolatri e politesti: ecco, allora, che si comprende l’opera di fiancheggiamento ideologico di Ghiyâsoddîn, che arriverà a giustificare ogni massacro scientemente perpetrato dal sovrano per garantire l’ordine nei territori conquistati e, persino, il sacrilego e anticoranico macello di prigionieri indiani ordinato dal mowlâna Nâseroddîn ‘Omar che non disponeva di montoni per il sacrificio rituale (cfr. Le Gesta, cit. p. 136).
Ma se l’Impero non sopravviverà alla sua morte, anche grazie alla straordinaria operazione propagandistica il mito di Temerlano durerà nei secoli, sino a costituire un modello non per l’Impero persiano dei Safavidi, ma anche per quello musulmano –lungimirante e tollerante- dei Moghul indiani (per altro da lui discendenti) e, ironia della sorte, anche per quello ottomano, allorquando Mehmet II, il conquistatore di Costantinopoli, paragonerà le proprie gesta a quelle del suo predecessore (cfr. M Bernardini, in Gesta, cit. pp. VIII-IX)-
GLAUCO BERRETTONI
“Il signore della paura” by Franco Cardini

“….Timur Beg, che recita devotamente le cinque preghiere giornaliere e conosce a memoria il Libro Santo e una quantità di «hadith» del Profeta, è un musulmano alla sua maniera, come e quando vuole lui. Ha imposto che nel suo mausoleo, accanto alla tomba del suo consigliere spirituale che i credenti venerano al pari di un santo, fosse piantato cerimonialmente il palo che gli sciamani salgono quanto vogliono comunicare con il cielo e con i morti; e là al Nord, quando anni fa ha marciato contro l’Orda Bianca e l’Orda d’Oro, ha asceso la Montagna Sacra della gente mongola, come aveva fatto Genghiz Khan, e là ha compiuto i riti del fuoco, dell’acqua, della terra e del vento secondo l’antica tradizione….” (p. 320): con queste rapide pennellate Franco Cardini riesce a descrivere, dall’intimo, quel Timur Beg (Timur lo zoppo), che l’Occidente conoscerà come Tamerlano e l’Islâm, invece, come “il Signore della congiunzione astrale”.
E Tamerlano, dicendente da per linea laterale da una piccola dinastia di origine mongola e turchizzata –quella dei Barlâs-, conquistatore di un gigantesco impero che dall’Anatolia giungeva sino ai confini della Cina-, farà da sfondo e contemporaneamente sarà il mistico punto di arrivo per una vicenda che, momentaneamente dismessi (ma solo in apparenza) i panni dello storico e rivestiti quelli del romanziere, Franco Cardini ci racconta in Il Signore della Paura (Mondadori, Milano, 2007, € 17,50), in cui traccia uno splendido affresco del passaggio dal Medioevo ad un’ètà rinascimentale che si appresterà a rivisitare e rivitalizzare quella cultura greca e pagana che il Cristianesimo aveva invano tentato di cancellare.
Tardo Medioevo ed Umanesimo, Europa ed Asia, Cristianesimo ed Islâm, esoterismo ed essoterismo, letteralismo e simbolismo, sono alcune delle categorie che si confronteranno nel corso del romanzo, coinvolgendo i vari personaggi che, pagina dopo pagina, risulteranno sempre più intrecciati fra di loro.
È così che i tre protagonisti –Vieri Buondelmonti, nobile guelfo testimone di una Firenze che stava scomparendo, Arrigo degli Scolari, ghibellino fuoriuscito alla ricerca di sé, don Ruy Gonzàlez de Clavijo, gentiluomo castigliano amico dei musulmani in una Spagna tragicamente avviata alla totale “Reconquista”- intraprenderanno un lungo viaggio che li porterà prima a Gerusalemme e poi, lungo la Via della Seta, alla volta di Samarcanda, nel momento in cui Tamerlano sta cullando il suo sogno di conquistare il Celeste Impero.
E così, i tre si avventureranno, ognuno con le sue aspettative e i suoi pensieri, in un mondo sempre più distante e diverso da quello conosciuto, nel quale si mescolano, sullo sfondo di mosse politiche e strategie militari, riti sciamanici e confraternite sufi, torri zoroastriane ed esicasmo ortodosso: la storia, allora, diventa “storia sacra”, una sorta di percorso iniziatico in cui si approfondisce, ad ogni tappa, il percorso verso il proprio “centro”.
Non è, quello di Cardini, un romanzo di azione e chi vi ricercasse “avventura” nel senso tecnico del termine rischia di rimanere deluso: non può mancare di avvincere, invece, l’appassionato di storia, soprattutto se vuole andare al di là di quegli stereotipi e di quelle “leggende metropolitane” duri a morire.
Ecco, quindi, ad esempio, restituire giustizia alla corrente della Shi’ia ismaelita, in Occidente conosciuta come “setta degli Assassini”, con pennellate rapide ma sicure: “…la da’wa dei veri credenti, i seguaci di Ismail, il settimo Imam dopo Ali il Ben Guidato…Ma voi faranj (i.e “franchi”, e quindi “occidentali”, “cristiani” N.d.R.), lo so, conoscete le favole del Veglio della Montagna; e quella parola mai usata fra noi, che avete desunto dalle calunnie dei musulmani eretici, per i quali era un termine carico di disprezzo, voi l’avete accolta e trasformata in un marchio d’infamia. Per te io sono dunque, amico mio, un Assassino.” (p. 285); se questa è la visione di sunniti e cristiani, ben diversa, invece, la visione che, dall’interno, ne dà l’ismaelita: “Io mi limito a cercare di essere un membro non indegno della confraternita di coloro che credono che Dio si debba adorare in Spirito e Verità, e che non ci sia tempio che possa contenerLo, né preghiera che possa adempiere la Sua volontà, né rito che basti a onorare la Sua onnipotente grandezza, e che Sua unica sede sia l’infinito universo e l’angolo più riposto nel cuore del credente.” (p. 286).
Ma molto è concesso alla fedele trattazione storica, non minor attenzione è rivolta alla psicologia delle figure che compaiono nella vicenda, che sanno rivelarsi in tutta la loro complessità e contraddizione: ecco allora che Timur, il conquistatore che governa con tolleranza religiosa ma politico pugno di ferro, massacrare senza pietà gli ultimi ismaeliti ma, anche, per un incomprensibile disegno del destino, salvare la vita al suo nemico e trasformarlo nei suo più fedele seguace. Ma proprio perché l’uomo è contraddittorio, ecco anche il Tamerlano che conosce a memoria il Corano e che non ha dimenticato l’antica religiosità sciamanica, peccare di tracotanza arrogandosi prerogative divine, macchiarsi di quella stessa hybris che, secoli addietro, aveva colpito molti eroi greci e forse, proprio per questo, lo fa partecipe del loro stesso tragico epilogo: “…un altro guerriero su un altro cammello color pece anch’esso recava il nuovo stendardo di Timur: al suo passaggio, un brusio di meraviglia e quasi di terrore si levava progressivamente dalla folla che immediatamente si prostrava. Era una lunga fiamma di seta rossa come il sangue, al centro della quale sembrava guizzare come vivo, mosso dal vento, un dragone tessuto di seta d’oro che soffiava fiamme d’argento dalle nari e ostentava possenti zampe unghiute. Lo Zoppo aveva osato arrogarsi la divina insegna dei Figli del Cielo. Era una sfida alla Potenza che regge l’universo: forse tanto blasfema arroganza sarebbe stata definitivamente punita; o forse tanto eroico ardire avrebbe conseguito un premio che soltanto a sperarsi pareva follia.” (p. 324).
GLAUCO BERRETTONI
L’evoluzione intellettuale di Palmiro Togliatti

Nicola Simonelli ha scritto (sul Giornale), con atteggiamento riflessivo e aperto, un bell’articolo su Palmiro Togliatti (che era “il Migliore” anche come chierichetto). E’ un articolo che fa riflettere ben oltre quanto l’autore stesso asserisce, tenendo presente che la forma dubitativa viene opportunamente sottolineata nel corso dell’intervento. Si legge infatti “Però è anche vero che non è del tutto conseguenziale presumere che chi in gioventù abbia frequentato ambienti religiosi (Istituti o famiglia), continui anche dopo a mantenersi credente per il resto della vita.” Non c’è dubbio. Questo lo si può constatare in generale ad ogni piè sospinto. Stalin ebbe a studiare in un seminario cristiano (greco ortodosso) e anche lui fu il migliore (politicamente) in quel senso che poi fu attribuito allo stesso Togliatti (per costume del P.C.I. allora filosovietico). Per l’ironia su questa modalità di attribuzione a partire dal capo (Stalin) resta straordinaria quella di Aleksandr Solženitzyn nel romanzo “ Il primo cerchio”. La questione tuttavia non può essere oggetto di celia perché ha un fondo irriducibile di serietà che, in un modo o nell’altro, ci riguarda tutti. L’evoluzione intellettuale di Palmiro Togliatti è a grandi linee chiara (pur se Simonelli fa naturalmente bene a evidenziare quanto è stato trascurato o sottaciuto per i motivi più svariati e non sempre commendevoli). Il leader del P.C.I. ha, da politico autentico, fatto oggetto di attenta considerazione dagli anni ‘20 in poi (proprio sulla scia di A, Gramsci) il fenomeno religioso (nella sua rilevante portata politica). Sappiamo che Gramsci era convinto della validità delle istanze materiali, ideali e politiche del cristianesimo e pensava che il movimento socialcomunista ne fosse l’erede di fondo. Quello che avrebbe realizzato le aspettative sempre disattese in poco meno di duemila anni. E’ evidente che a Gramsci della mitologia giudaico-cristiana, dei rituali e del culti, nulla importava, essendo egli del tutto estraneo ad una fede con valenza metafisica. Lo stesso si può dire di Togliatti. Il paradiso che contava era quello sulla terra (e non altrove). L’Italia degli scontri del primo dopoguerra era troppo contrassegnata da pregiudizi ottocenteschi e da cristallizzazioni ideologiche per poter consentire che un partito neonato (quello comunista, originatosi dalla scissione del partito socialista al Congresso di Livorno del 1921) potesse avviare contatti con il P.P.I.. E’ facile conoscendo l’Italia di oggi che le tensioni sociali, i veti incrociati, i “narcisismi” di partiti e di movimenti, di allora abbiano aperto la strada all’abile Benito Mussolini (socialista massimalista fino all’inizio del conflitto mondiale e poi dal 1919 fondatore a Milano, in piazza San Sepolcro, dei Fasci di Combattimento). Il 1919 è anche l’anno della fondazione del P.P.I. da parte di don Sturzo. E’ vero che diversi cattolici (fra i quali Alcide De Gasperi) fecero opposizione al Fascismo ma è altresì noto che dopo i Patti Lateranensi (11 febbraio del 1929) si aprirono per i cattolici possibilità straordinarie all’interno della società e dello Stato ed essi collusero bellamente e intensamente con il regime. L’importanza dei Patti Lateranensi fu riconosciuta da Togliatti perché egli vide la sistemazione di quell’equilibrio che già i Risorgimentali avevano in parte realizzato dopo il 1870 e in parte, naturalmente, no (vista la persistente ostilità fra Stato e Chiesa). Dal 1929, Fascismo e Chiesa cattolica vennero a costituire un asse di governo dell’Italia del tutto nuovo e originale. Quando Togliatti fece votare a favore dell’articolo 7 non fece altro che riconoscere questo, configurando, se le condizioni politiche glielo avessero consentito, per l’avvenire un’intesa salda fra movimento comunista e Chiesa cattolica. Questo perché nella sua visione, entrambi i soggetti istituzionali erano avversi alla società individualistica liberale di matrice protestante (anglosassone e statunitense). Le frizioni di Pio XII con De Gasperi avevano in questo contesto un preciso fondamento (senza naturalmente che il Pontefice arretrasse di un millimetro nell’avversione al – e nella condanna del – movimento comunista). E’ merito di A. Gramsci aver sottolineato la distinzione concettuale fra l’individualismo italiano nella sua diversità rispetto a quello dei popoli del nord Europa. Su questa linea si è mosso anche Piero Gobetti.
A me pare evidente che la robusta personalità politica di Togliatti ha riconosciuto incontrovertibilmente l’importanza del radicamento religioso del cattolicesimo nella penisola italiana e dunque l’inevitabile peso politico della religione stessa che è un fenomeno costante, fisiologico della realtà umana e sociale in genere (e questo riconoscimento nel politico autentico viene prima di ogni incredulità o di ogni fede e metafisica più o meno conseguente) come la tradizione machiavelliana (derivata dagli antichi Greci e dai Romani) ha insegnato a fare. Togliatti sperava che il movimento politico comunista si sarebbe radicato in maniera altrettanto forte e duratura, riconducendo nel proprio ambito lo stesso movimento cattolico (almeno per la maggior parte di esso). La continuità con l’ideale gramsciano è piuttosto evidente.
L’articolo di Simonelli nella sua parte finale possiede una sua forma malinconica e crepuscolare che esula dall’analisi propriamente storica. Egli sembra alludere al fatto che anche Togliatti (così come a suo tempo fu avanzato per Gramsci) possa aver sentito come profonda e irrinunciabile la traccia della sua antica educazione cattolica. E’ una mozione sentimentale che lascia perplessi perché è una costante tipica della seduttrice fantasia dei cattolici immaginare che tutti (anche gli avversari più intelligenti) nel loro intimo sentano la verità cristiano-cattolica come suprema e incontrovertibile. E’ un sintomo di illusoria fraternità e debolezza. La realtà è, purtroppo, costituita da dure contraddizioni dalle quali noi tutti siamo attraversati e dalle quali è difficilissimo districarsi. Sognare è bello (Le nostre sono soltanto delle intuizioni?), c’è da augurarsi di non fraintendere radicalmente la natura degli eventuali avversari.
CLAUDIO PAPINI
Ambivalenza del nazionalismo

Benché, personalmente, dissentiamo dal giudizio critico nei confronti del processo che ha portato all’Unità d’Italia, riteniamo utile riproporre alla riflessione dei Culturisti quanto Julius Evola scriveva nel 1952 in merito ad una doppia accezione del termine “nazionalsimo”.
Glauco Berrettoni
AMBIVALENZA DEL NAZIONALISMO
In un precedente articolo (il riferimento è all’art. Al di là dal punto zero pubblicato ne Il Secolo d’Italia del 5 luglio 1952 e dedicato a Ernst Jünger N.d.R.) abbiamo mostrato come l’attitudine antiborghese può avere un doppio significato, positivo o negativo, a seconda del punto di riferimento, perché può esservi un antiborghesismo in funzione proletario-comunista come può esservene uno in funzione aristocratica. Considerazioni del genere si possono svolgere anche nel riguardo del nazionalismo, che presenta esso stesso una «ambivalenza».
Come premessa, qui vale ben distinguere fra nazione e nazionalismo. Mentre la nazione è un dato naturale sempre suscettibile a far d base ad un sano organismo politico, il nazionalismo è un «mito», qualcosa di costruito e, in fondo di recente e perfino problematico.
È certo, infatti, che considerando i processi che han dato forma al mondo moderno il nazionalismo si presenta come un fenomeno di regressione. Gli Stati nazionali sorsero al tramonto del Medioevo in funzione antiaristocratica, livellatrice e scismatica: subentrarono, in fondo, quando il sentimento naturale della nazione si indebolì e i Re, mentre si disciolsero dall’autorità supernazionale e spirituale del Sacro Impero, e dall’unità europea che vi corrispondeva, si dettero ad un’opera di accentramento che, alla fine, doveva scavar loro la fossa. Così il Guénon ha giustamente rilevato che per una logica precisa la Francia, la quale fu la prima –a partire da Filippo il Bello- a prendere questa direzione, fu anche la prima a conoscere la rivoluzione che travolse la monarchia: i poteri pubblici che l’azione accentratrice e assolutistica dei Monarchi aveva preparati, dovevano divenir uno strumento nelle mani della «nazione» come Terzo Stato e, poi,come massa.
Proprio in questo punto si assiste alla nascita del nazionalismo come fenomeno demagogico, dell’idea di nazione come unità collettivistica che non tollera più differenze e differenziate dignità, in cui il singolo non vale più se non come il citoyen e l’enfant de la patrie, non come spirito e personalità
A questa stregua –e appunto in vista dei valori superiori della personalità, della tradizione e della qualità- dicevamo che il nazionalismo, distinto dal senso sano e normale della nazionalità, è un fenomeno regressivo. Peraltro è nota la funzione rivoluzionaria e sovvertitrice che, in stretta connessione col liberalismo, il costituzionalismo e la democrazia, il mito nazionalistico ebbe nei moti di sovversione che di verificarono in Europa a seguito della Rivoluzione francese, sempre più precisi a partir dal ’48. E l’azione dilaniatrice nei riguardi di ogni solidarietà e di ogni difesa europea che ha l’esasperato nazionalismo insieme al famigerato principio wilsoniano delle nazionalità, è ben nota e a tutt’oggi tutt’altro che esaurita.
Senonché può anche esservi un concetto della nazione che è positivo, anticollettivistico, diverso da una confusa solidarietà da gregge, tale da esser premessa per un’opera di ricostruzione. Là dove i progressi di disgregazione individualistica, di internazionalismo, di standardizzazione, di proletarizzazione tendono a condurre verso il puro regno della quantità o verso un mero conglomerato sociale, è evidente che riaffermare l’idea della nazione e il diritto della nazione significa porre una barriera, un limite salutare: ma all’interno di questo limite è necessario che si attui una ulteriore differenziazione qualitativa, si riaffermino differenze, dignità precise, rapporti di gerarchia. Solo così si può ripristinare un ordine normale e il mito nazionale va ad acquistare un significato positivo.
Mentre, nel primo caso, la direzione del nazionalismo va verso uno stato di massa, al demos, di vinificato appunto sotto specie di «nazione», si accorda un primato incondizionato e con ogni espediente emotivo e passionale si cerca di rafforzare questo vincolo collettivo, nel secondo caso l’esser di una data nazione è la qualità elementare, che deve individuarsi ed articolarsi in funzione di valori spiritualistici e politici, epperò anche –ed essenzialmente- in funzione dei valori della personalità dominatrice. Poiché se la «nazione» vive in tutti gli appartenenti ad una data comunità etnica, essa non vive però in ognuno nello stesso grado e modo, anzi si attualizza solo in pochi. E questi pochi, nei quali la «nazione» vive realmente e eminentemente, sono i capi, ed è naturale che essi, per tutti gli altri, abbiano funzione di guide. In essi, verso il vertice della piramide, e non verso il basso, nel puro «popolo» come unità promiscua, va cercata la nazione. Questo è il presupposto per una idea naturalistica sana, antidemagogica e costruttiva. La nazione, come ideale qualitativo e antidemocratico. Qui, si può anche parlare di «nazione politica» o di «nazione spirituale», in opposto a nazione in senso naturalistico e collettivistico, giacobino.
Vale aggiungere che, per il suo intimo spirito gerarchico, una tale nazione cessa di rappresentare qualcosa di assolutizzato nei suoi «sacri egoismi»: i valori superiori, da cui è informata, permetteranno sempre un rapporto di intesa e di solidarietà fra nazioni affini e, al limite, persino un principio supernazionale di ordine e di autorità.
Crediamo che veder chiaro su tutto ciò è di fondamentale importanza nella lotta politica di oggi, perché, purtroppo, eccetto una nota «parentesi», non è precisamente questo nazionalismo in senso superiore che l’Italia conosce, da quando essa si è unificata con l’ausilio di ideologie non tanto italiane, quanto importate dal paese della «Grande Rivoluzione».
JULIUS EVOLA, in Il Secolo d’Italia, 1 Ottobre 1952 Leggi tutto
Armaroli, Gronchi e altre belle cose

Il bell’intervento di Paolo Armaroli sul Giornale di pochi giorni fa, merita di essere oggetto di non poche riflessioni a causa delle implicazioni che contiene. Non è facile naturalmente dare spazio a tutte. Ci sono tuttavia alcune cose che meritano di essere dette. Il Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, uomo navigatissimo, può fino ad un certo punto essere rappresentato come il deus ex machina di un’operazione sostanzialmente contraddittoria ma piuttosto intelligente. Siamo di fronte ad un Presidente forte (eletto con una confluenza di voti sia da sinistra sia da destra) che vuole assecondare una spinta presidenzialistica allora già realizzata costituzionalmente in Francia. E’ uomo però che prudentemente tiene una linea mediana sia in politica interna sia in politica internazionale (da buon democratico-cristiano). Egli ben sa come tutti i DC che nel gennaio del 1959 la corrente autonomistica del PSI guidata da Pietro Nenni aveva ottenuto la maggioranza al Comitato Centrale e poteva così preparare la rottura dell’antica alleanza con il PCI per la formazione di un nuovo schieramento che sarebbe poi stato definito di centro-sinistra. Questa prospettiva (con il conseguente rischio di isolamento per il PCI) era stata intravista da Palmiro Togliatti immediatamente dopo gli avvenimenti del XX congresso del PCUS e della rivolta (o rivoluzione?) ungherese. Gronchi era, lo si è detto, per una svolta presidenzialistica ma anche senz’altro favorevole alle correnti di sinistra della DC. Se il partito di maggioranza relativa avesse dovuto costruire un asse con il PSI, era opportuno non rimanere prigionieri di quella stessa scelta e, comunque, non farsi condizionare troppo dalle richieste e dalle esuberanze riformiste dei socialisti. Poter dunque tornare indietro verso un centrismo rinforzato (dall’area della destra). Il presidenzialismo avrebbe irrobustito lo Stato occupato sostanzialmente dalla DC e l’eventuale intesa con il PSI (se fosse riuscita) apportare benefici diretti e indiretti alla stessa DC. Altrimenti sarebbe stata innestata una rapida retromarcia. Palmiro Togliatti giustamente preoccupato dalla possibile “ghettizzazione” del PCI e dal conseguente lento declino non poteva non reagire contando sul fatto che un aumento della tensione avrebbe potuto impaurire la DC (cosa che poi effettivamente avvenne) e soprattutto spaccare il PSI, al cui interno la corrente che potremmo chiamare “massimalista” era ampia ben oltre i cosiddetti “carristi”(politici favorevoli all’intervento dei carri armati in Ungheria). Sia la DC (grazie a Gronchi) sia il PCI (con il suo segretario) hanno giocato una partita a scacchi non indolore perché ad un certo punto qualcuno ha dato un calcio al tavolo su cui era posta la scacchiera. Armaroli segnala il fatto che era noto già dai primi di maggio che il congresso del MSI si sarebbe svolto a Genova. Da quel momento infatti il PCI ha cominciato a preparare la propaganda “insurrezionalista” per poi praticare effettivamente l’azione, potendo contare sul fatto che nel dopoguerra la città lo era già stata (appunto ben oltre il 23 aprile del 1945). Ora una simile intenzione non poteva non aver già messo in preventivo che gli incidenti portassero a gravi conseguenze (che poi regolarmente si ebbero in diversi punti del territorio nazionale). Ed è singolare quel che è successo perché (va detto con spirito di verità) Togliatti in altre circostanze (sia immediatamente finita la II guerra mondiale sia in occasione dell’attentato che subì) ebbe a dimostrare un atteggiamento più che responsabile. A parte il cosiddetto “narcisismo” di partito (elevato ad una sorta di chiesa laica, sanzionata dalla cosiddetta “diversità” dei comunisti), c’è da chiedersi se nell’Italia (eterodiretta) non si stesse in quel momento giocando una partita ben più vasta sullo scacchiere europeo e mondiale. D’altra parte nella cultura del dopoguerra l’insistente ritorno sul palcoscenico del goldoniano “Arlecchino servitore di due padroni” la dice piuttosto lunga sulla condizione del nostro paese diviso sostanzialmente in due fronti (con tutto quel che ne conseguiva nella politica nazionale e in quella internazionale). Se di esperimento si tratta, nel caso di Tambroni e del suo governo, esso fu intelligente politicamente e sfortunato nello stesso tempo. A parte l’insurrezionalismo della Sinistra e del potere di ricatto che quest’ultima esercitò, esso fu vittima della sostanziale debolezza dei “moderati”(che anche se sono in larga maggioranza in altrettanto larga misura se la fanno sotto) e delle manovre interne alla DC. Resta poi un fatto non trascurabile storicamente quello della disponibilità all’agitazione e alla ribellione (in parte non organizzata e incontrollata) di una parte della popolazione. Non è un caso che gli stranieri che ebbero a visitare già dal medioevo la nostra penisola, segnalandola come “terra delle cento città” e celebrandola per le bellezze naturali e per le sue ricchezze (economiche, culturali,…) parlarono altresì di rivolte improvvise, scoppi di rabbia collettivi e spirito ribelle in generale. La nostra bella e sciagurata Genova, così civile e così pacificamente camorristica – sotto molteplici profili – ne ha dato l’esempio (guarda caso contro un “governo Berlusconi”) proprio in occasione del G8 nel luglio del 2001. Decenni di educazione a “sinistra” hanno prodotto un lavaggio del cervello cui è difficile almeno in parte rimediare.
Claudio Papini
(nella foto: il presidente Gronchi)
Sciacca, continuatore e interprete di Vico

Gli avanguardisti della modernità, ripudiato il senso comune e capovolti i princìpi della metafisica classica, concepirono la storia come manifestazione dell’Assoluto nel suo incessante divenire e pertanto abbassarono la verità all’opinione del momento, obbligando la filosofia a calarsi nelle strettoie della chiacchiera giornalistica.
Francesco Olgiati, dopo aver gettato uno sguardo indiscreto nella rumorosa macchina storicista, svelò il risibile dogma soggiacente alla dottrina sontuosa: “Una volta si pensava così, ma oggi si pensa altrimenti e domani diversamente ancora. Non vi sono verità immutabili ma tutto evolve col tempo e con la storia”.
Risultati della deificazione della storia e/o del progresso è l’elevazione del si dice a verità rivelata. Di qui l’abbassamento della ragione al luogo comune e al pettegolezzo e, da ultimo, l’asservimento della volontà agli imperativi (slogan) anti-filosofici e stupefacenti di un potere economico, che, spezzati i vincoli della morale, è inteso alla promozione e all’appagamento dei desideri insensati e disordinati.
La scena del sabba consumistico è allestita ultimamente per il trionfo della finanza iniziatica, radunata assoluta di corruttori & oscurantisti, al comando di anime alienate dalle menzogne che sgorgano dal si dice storicista per dilagare nelle avvilenti banalità del talk show perpetuo.
Opportunamente Luca Basile, autore del saggio “Sciacca dopo lo storicismo”, pubblicato in questi giorni nella prestigiosa rivista “Filosofia oggi”, rilancia la tesi del filosofo di Giarre sulla “contrapposizione radicale tra la filosofia della storia e lo storicismo, inteso come strategia di conversione della filosofia nel puro sapere storico, la quale conclude alla divaricazione della storia dalla filosofia“.
Basile sostiene che, per far risalire il pensiero dei moderni dall’incuboso sottosuolo del relativismo, dove Dio sembra superfluo, occorre interrompere la sequela chimerica dello storicismo e “riaffermare il progetto di una filosofia della storia in quanto veracemente conseguibile solo a fronte di una sua compiuta fondazione metafisica“.
La finalità che devono perseguire i restauratori della filosofia della storia, pertanto, è “ristabilire quel peculiare nesso ontologico-creaturale che riporta la ragione umana davanti al rapporto finito-infinito”, rapporto che si manifesta all’uomo, che contempla il mondo alla luce delle verità attinte mediante l’esercizio del senso comune.
Sciacca dimostra che la ricostruzione della filosofia della storia deve iniziare dalla rivalutazione dell’opera vichiana: “Il grande pensatore napoletano diviene per Sciacca l’autore che fu capace di far avanzare il disegno – prefigurato da Agostino – di una filosofia della storia volta – stante il suo carattere anti-razionalistico, esplicato attraverso una approfondita critica del cartesianesimo e con la celebre stigmatizzazione della barbarie della riflessione”.
La lettura di Vico consentì a Sciacca (e a coloro – De Tejada, Petruzzellis, Caturelli – che al seguito di Sciacca trovarono nella Scienza Nuova i princìpi di una filosofia della storia atta a sopravvivere alla catastrofe del “moderno”) “di formulare una lettura dello storicismo come estrema propaggine della Weltanschauung illuministica, giacché esso assolutizza la storia privandola dell’essenziale nesso con la divinità”.
L’opposizione del senso comune al disordine generato dall’empietà, infatti, è il movente della scienza nuova, dottrina che afferma e dimostra le verità attinte da “i tre sensi comuni del genere umano, primo che vi sia Provvedenza, secondo che si facciano certi figliuoli con certe donne … terzo che si seppelliscano i morti”.
Il princìpi del senso comune costituiscono la materia dalla quale i filosofi traggono i preambula fidei, ossia le verità di ragione intorno a Dio creatore e signore dell’universo.
Vico pertanto “è uno dei principali referenti teoretici per ricostruire un’alternativa all’arrovesciamento dell’Occidente in occidentalismo, ossia al decadimento in cui convergerebbe tanto la direttrice concorrente a quella che potremmo considerare come la risoluzione della storia in se stessa quanto il positivismo scientista”.
PIERO VASSALLO
(Nel ritratto: G.B. Vico)
Rivisitando Codreanu

Che senso riveste, oggi, la passata esperienza del cuib? Possono rivestire occasione di riflessione le intuizioni e le convinzioni che hanno portato Codreanu, negli anni Trenta, al tentativo di rivisitazione della politica romena?
Non possiamo non chiederci se, purificate da anacronismi e storici errori -come l’occhieggiamento agli auto-totalitarismi del tempo, ad un antisemitismo incapace di comprendere il valore della Tradizione interiore ebraica ed un adesione onnipervadente all’Ortodossia vista come unico scrigno spirituale del popolo romeno-, possono in qualche modo offrire oggi, ad una Destra culturale che fatica a trovare la propria identità, almeno dei motivi per riflettere su un modo “altro” di concepire la politica.
In un momento in cui si sente tanto parlare di territorio, di comunità, di rapporto con la propria terra, il progetto di Codreanu non può essere visto come totalmente alieno: il cuib, il “nido” che nel nome stesso indica un legame indissolubile con la terra dei padri, che non è soltanto una mera espressione geografica o mero localismo ma, al contrario, un legame sacro che lega il sangue –la comunità- e il suolo inteso come Tradizione Perenne storicamente incarnatasi in una “forma” particolare.
La camicia verde, simbolo di speranza e di rigenerazione, diverrà il simbolo visivo dei sui seguaci (tristemente paradossale, in questo senso, la ripresa leghista di una camicia verde quale simbolo del movimento localistico e antipatriottico padano…)
Le marce, lo sport, il vivere all’aria aperta dell’esperienza legionaria non erano, per Codreanu una pera e profana pratica sportiva ma, al contrario, il modo per esternare il proprio credo interiore: prima ancora che un movimento politico, quello di Codreanu voleva essere una disciplina spirituale in grado di risvegliare la parte migliore dell’essere umano e di fargli ricordare ciò che siamo: “Prima di essere un movimento politico…il movimento legionario è una scuola spirituale in cui entra un uomo per uscirne un eroe…Cercate programmi?…Sarebbe meglio cercare uomini…non di programmi si sente il bisogno nel paese, bensì di uomini e di volontà…Il nostro movimento legionario rivela essenzialmente il carattere di una grande scuola spirituale…”
Quella cui teneva Codreanu, in fondo, altro non era se non suscitare quella che, un’altra esperienza virile e spirituale come l’esoterismo islamico chiama la “Grande Guerra Santa” combattuta dentro di noi, contro le forze dissolutrici dell’Io. In questo senso, dottrina e pratica quotidiana non potevano non coincidere: la connessione etica e politica così normale nel mondo antico, era ripristinata.
Ecco, allora, le sei leggi fondamentali dell’Ordine:
1) Le legge della disciplina: sii legionario disciplinato, perché solo in questo modo sarai vittorioso. Segui il tuo capo nella buona e nella cattiva sorte;
2) La legge del lavoro: lavora. Lavora ogni giorno. Lavora con amore. Ricompensa del lavoro ti sia non il guadagno, ma la soddisfazione di aver posto in mattone per la gloria della Legione e per il fiorire della Romania;
3) La legge del silenzio: parla poco. Parla quando occorre. Dì quanto occorre. La tua oratoria è l’oratoria dell’azione. Tu opera, lascia che siano gli altri a parlare;
4) La Legge dell’educazione: devi diventare un altro. Un eroe. La tua scuola, compila tutta nel Cuib. Conosci bene la Legione;
5) La legge dell’aiuto reciproco: aiuta il tuo fratello a cui è successa una disgrazia. Non abbandonarlo;
6) La legge dell’onore: percorri le vie indicate dall’onore. Lotta e non essere mai vile. Lascia agli altri le vie dell’infamia: piuttosto che vincere per mezzo di un’infamia, meglio cadere lottando sulla strada dell’onore”.
L’uomo nuovo cui guardava Codreanu è l’uomo in netto contrasto con quello economico, pragmatico ed egoista del mondo moderno, e l’esperienza politica –anzi, per meglio dire, meta politica del suo Movimento (Legione dell’Arcangelo Michele prima e Guardia di Ferro poi), distante anni luce dai movimenti –di Destra e di Sinistra- a lui contemporanei: non è un caso se il Capitano verrà fatto assassinare nel corso di un colpo di stato militare appoggiato dalla Monarchia e se la Guardia di Ferro verrà spazzata via con l’appoggio dei carri armati nazisti mandati da Hitler in aiuto di Antonescu.
GLAUCO BERRETTONI
Lectio magistralis di S.Panunzio

Il significato nascosto nell’avventura ecumenica vissuta dal compianto Silvano Panunzio si trova, forse, nello scritto Robert Hugh Benson, che recita: “è evidente il fatto che, mentre questa o quella particolare religione hanno una o più identità con la dottrina cristiana, il Cristianesimo le possiede tutte; il Cristianesimo, in breve, ha tutte le principali dottrine di tutte le religioni” (cfr. “L’alba di tutto“, Fede & Cultura, Verona 2010, pag. 33).
Nel lontano 1974, Panunzio ed io ignoravamo la magnifica sentenza di Benson, che avrebbe abbattuto le ragioni del nostro contendere sull’ecumenismo durante il convegno fiorentino organizzato dal filologo (linguaiolo) Adolfo Oxilia.
L’imperfetta opinione ci divideva, ci univa la soggiacente fede nella totale dottrina di Nostro Signore. Diventammo amici, malgrado la reciproca appartenenza al genere dei caratteri spigolosi e irriducibili.
L’amicizia Silvano la manifestò nel dicembre del 1976, partecipando – a proprie spese – al convegno sulla filosofia di Giambattista Vico, organizzato in Bari dall’associazione dei giusnaturalisti cattolici in esecuzione del programma elaborato da Francisco Elias de Tejada.
La finalità del convegno era raccogliere l’eredità delle avanguardie anti-hegeliane (Niccolò Giani, Guido Pallotta, Nino Tripodi) e proporre alla destra missina la filosofia vichiana quale alternativa alle suggestioni hegeliane e ultra-hegeliane.
Di qui un animato dibattito sui criteri mediante i quali identificare e isolare le frazioni ancora attuali della complessa e variegata eredità del Novecento italiano.
Alla discussione parteciparono i protagonisti del convegno (De Tejada, Silvio Vitale, Giovanni Torti, Paolo Caucci, Tommaso Romano, Pino Tosca, Michele Mascolo), alcuni qualificati esponenti della destra cattolica (ad esempio Giulio Cesco Baghino e Pinuccio Tatarella) oltre che degli “ultimi” Silvano Panunzio e Alfredo Oxilia.
Gli amici di De Tejada suggerirono di interpretare l’esperienza fascista alla luce del cesarismo di Giambattista Vico, e in ultima analisi di adottare l’idea di popolo che aveva guidato Mussolini sulla via della pacificazione dello stato italiano con la Chiesa cattolica. Una via indirizzata all’abbattimento dei pregiudizi giacobini, oligarchici e massonici, che avevano ispirato i “profeti” di paglia del c. d. risorgimento liberale.
Silvano Panunzio, dal suo canto, sostenne la necessità di criticare il machiavellismo, giudicato fomite degli errori che gettarono un’ombra sulla storia fascista, inducendo Mussolini a firmare una legge iniqua, il cui unico senso era compiacere l’alleato germanico.
E al proposito rammentò un episodio poco conosciuto della storia italiana, cioè l’opposizione alle leggi razziali, condotta da alcuni eminenti giuristi ispirati da suo padre, Sergio Panunzio (Molfetta 1886- Roma 1994).
Alla vigilia della promulgazioni delle leggi razziali, infatti, Sergio Panunzio si recò nella residenza privata del duce, a villa Torlonia, per chiedere una revisione radicale della irrazionale teoria razzista.
La finalità della riforma proposta da Panunzio era il riconoscimento dei meriti degli ebrei (e al proposito fu citato il grande filosofo giusnaturalista Giorgio Del Vecchio) che avevano onorato e accresciuto la cultura dell’Italia fascista.
Panunzio, ovviamente, non negava il diritto dello stato italiano alla difesa dalle minoranze ebraiche coinvolte nel complotto antifascista organizzato dalle massonerie di Francia e Inghilterra. Tale diritto era riconosciuto anche da eminenti studiosi cattolici, ad esempio da alcuni docenti dell’Università cattolica di Milano.
Sergio Panunzio sosteneva, invece, e con il coraggio dell’autentico anticonformista, il dovere di rigettare il cieco determinismo, di stampo neopagano, su cui era fondato il razzismo germanico. Sopra tutto affermava l’obbligo morale di riconoscere i meriti degli ebrei nobilmente impegnati nella promozione della grandezza italiana. Ad esempio la medaglia d’oro capitano Luzi, caduto in terra di Spagna proprio nel 1938.
A Mussolini, che ascoltava in silenzio, Panunzio dichiarò che era intollerabile instaurare una legge che umiliava ingiustamente un camerata quale Giorgio Del Vecchio, l’uomo senza paura, che durante un attentato aveva fatto scudo al duce con il proprio corpo.
Panunzio fu congedato senza una risposta, perché una risposta sensata era impossibile alla vigilia della promulgazione di una legge ingiusta.
La lezione di Silvano Panunzio era specialmente attuale nel momento in cui sulla cultura del Msi dalla Francia calava l’ombra di un neopaganesimo dichiaratamente ostile alla tradizione cristiana.
Soggiacente al neopaganesimo correva un antisemitismo avventizio e contrario alla cultura del Msi, che dichiarava il superamento del razzismo e praticava la stima e l’accoglienza di personalità che, nel cognome, rivelavano una non lontana origine ebraica: Giorgio Del Vecchio, collaboratore dell’ISSPE, e insieme con lui numerosi studiosi di alto profilo, quali Giovanni Cantoni, Giampaolo Vita-Finzi, Claudio Finzi, Carlo Fabrizio Carlì, Alberto Rosselli, Silvio Vitale ecc. L’intervento di Silvano Panunzio, in ultima analisi, contribuì a segnare più profondamente il confine che separa la destra tradizionale dalla neodestra.
PIERO VASSALLO
Solimano e l’assedio di Malta

Nel 1565 il Sultano Solimano il Magnifico decise l’invasione di Malta: oltre 40.000 turchi, capitanati da Mustafa Pascià e Piali Pascià e dal grande corsaro Dragut mossero contro le difese dell’isola, presidiate dai Cavalieri italiani, aragonesi, castigliani, francesi e tedeschi dell’Ordine di Malta e da armati spagnoli e maltesi, guidati dalla mano ferma del Gran Maestro La Valette. L’ocra delle mura dei forti a S. Elmo, Birgu e Senglea e il cobalto delle acque del Porto Grande scomparvero sotto il continuo bombardamento dei pezzi d’assedio turchi, tra il fumo e le fiamme delle armi incendiarie e degli archibugi dei difensori, e per mesi assediati e assedianti si affrontarono in scontri senza quartiere, tra assalti di massa e stratagemmi, eroismi e tradimenti.
È giunto a noi un solo diario di un testimone oculare di questa famosa battaglia: la relazione dell’archibugiere dell’armata spagnola Francesco Balbi da Correggio, stampata nel 1567, che qui presentiamo. Per tutto l’assedio, Balbi annota con minuzia non solo i quotidiani combattimenti e i protagonisti dei fatti d’arme, dal Gran Maestro La Valette, al Sultano Solimano, al corsaro Dragut, dai più valorosi tra i cavalieri al rinnegato calabrese Ociali… ma anche la vita e le sofferenze della guarnigione e della popolazione, oltre a lasciarci la sua personale testimonianza a “raso di trincea”.
ANDREA LOMBARDI
Per comodità del lettore alleghiamo di seguito la biografia di Solimano.
SOLIMANO IL MAGNIFICO – BIOGRAFIA (by Wikipedia)
La giovinezza
A sette anni, Solimano fu mandato a studiare scienze, storia, letteratura, teologia, e tecniche militari nelle scuole del Palazzo di Istanbul e già da giovane iniziò e mantenne una stretta amicizia con Pargali Ibrahim Pasha, uno schiavo che sarebbe diventato uno dei suoi più seguiti consiglieri. Le prime esperienze di governo di Solimano furono quelle di governatore di svariate province, le più importanti Bolu nell’Anatolia del nord e, nel 1509, la terra natale della madre, Caffa, in Crimea, già colonia genovese e porto strategico per il commercio degli schiavi prelevati dalle steppe russe per essere inoltrati verso l’Egitto mamelucco. Tre anni dopo si era trasferito a Magnesia, dove ancora si trovava quando salì al trono.
Agli inizi del regno di Solimano, Istanbul contava 400.000 abitanti, e alla fine del XVI secolo erano quasi raddoppiati (700.000). In Europa occidentale nessuna città raggiungeva la stessa popolazione, Londra ne contava 120.000 e Parigi circa un terzo. La città era ingrandita da un afflusso ininterrotto di popolazioni che vi si insediavano sia volontariamente sia perché portate dai sultani che sceglievano nei territori di nuova conquista i migliori operai e artigiani per abbellire la propria capitale.
Per imporre i propri diritti, Solimano dovette combattere contro un’infinita serie di avversari. La forza del suo sultanato era basata sulla funzione cruciale del corpo di fanteria dei Giannizzeri (dal turco yeni çeri, “Nuova truppa”). Questi venivano reclutati forzatamente fra i giovani cristiani, obbligati nei primi secoli del sultanato al celibato, affratellati dalla tradizionale aderenza a una stessa confraternita religiosa che era la Bektashiyya. I Giannizzeri, considerati l’élite dell’esercito ottomano, non potevano avere altra occupazione o fonte di reddito che non fossero quelle derivanti dal mestiere delle armi e la loro inattività in tempo di pace faceva aumentare i rischi di disordini. La necessità di tenere occupati i Giannizzeri può aiutare a comprendere il perché della frequenza delle campagne militari ottomane e anche la prima decade del regno di Solimano fu di conseguenza un periodo di intensa attività bellica.
Protagonista per eccellenza della dinastia che, conquistando Costantinopoli, l’aveva resa per molti versi erede dell’impero bizantino, Solimano fu conquistatore di nuove terre, amministratore di immensi possedimenti, innovatore nel campo della giurisprudenza (il laqab turco era infatti Qānūnī, ossia “Legislatore”), patrono delle arti e poeta lui stesso, Solimano meritò l’appellativo di Magnifico, attribuitogli dai grandi sovrani occidentali.
Prime espansioni
Presa di Belgrado
Dopo la successione al padre, Solimano, spesso guidando personalmente la sue truppe, iniziò una serie di conquiste militari che interessarono buona parte del Mar Mediterraneo e parte del Centro Europa. Per prima cosa mise fine a una rivolta guidata dal governatore di Damasco; poi, entro l’agosto 1521 Solimano completò la presa della città di Belgrado e la conquista della Serbia
Ricostruzione delle Mura di Gerusalemme
Selim I aveva conquistato Gerusalemme nel 1517. La città aveva sofferto per il secolare disinteresse da parte dei Mamelucchi, ma Solimano ne fu così affascinato da ordinare la costruzione delle mura della fortezza che ancor oggi circondano la Città Vecchia.
Rodi
Prima della sua morte Selim I aveva pianificato di assalire la fortezza cristiana di Rodi. Fu Solimano a mettere in atto il progetto paterno. Nel 1522 con 400 navi portò nell’isola 200.000 uomini. A contrastarli c’erano solo i 7.000 Cavalieri di San Giovanni e le mura della città. Il successivo assedio durò sei mesi e al termine Solimano permise ai sopravvissuti di ritirarsi nel Regno di Sicilia.
Nel 1525 Francesco I di Francia, in lotta con l’imperatore Carlo V, propose a Solimano un attacco all’Ungheria di Luigi II: un regno all’epoca ben più esteso dell’odierna repubblica. La conquista dell’Ungheria nel 1526 segna la massima espansione turca in Europa,
Ungheria
Il 29 agosto 1526 Solimano sconfisse il re Luigi II d’Ungheria (Lajos II) nella battaglia di Mohács, le forze ottomane occuparono la maggior parte del territorio e il ventenne re ungherese morì, cosa di cui – si dice – Solimano si dispiacque. La morte del re fece collassare l’autorità centrale magiara e si scatenò una lotta per il potere. Alcuni nobili offrirono la corona d’Ungheria all’Imperatore del Sacro Romano Impero Ferdinando I d’Asburgo che regnava sulla vicina Austria ed era legato con parentela alla famiglia reale ungherese. Altri nobili, però, si volsero a Giovanni Zápolya che era supportato da Solimano e che non fu riconosciuto dalle Potenze dell’Europa cristiana.
L’Ungheria venne spartita in tre tronconi: la maggior parte dell’odierna Ungheria, conosciuta come Grande Alföld fu rivendicata da Solimano, fu creato lo stato vassallo di Transilvania che venne affidato alla famiglia Zápolya e Ferdinando II ottenne l’Ungheria Reale che comprendeva l’odierna Slovacchia, la Croazia Occidentale e i territori adiacenti. Si fissò così, temporaneamente, il confine fra l’Impero Ottomano e il Sacro Romano Impero.
Sotto Carlo V e il fratello Ferdinando I, Arciduca d’Austria, gli Asburgo riconquistarono l’Ungheria e Solimano la invase nuovamente due volte ma fu ricacciato anche per l’inclemenza del tempo dopo l’Assedio di Vienna nel 1529 e nel 1532. L’anno successivo un trattato divise l’Ungheria fra gli Asburgo e Zápolya ma alla morte di questi l’Ungheria rimase agli Asburgo, mentre la Transilvania con l’aiuto delle armate ottomane conquistò la sua autonomia sotto il protettorato turco.
Persia
Terminati i conflitti sul fronte europeo, Solimano continuò con successo su un altro fronte: la secolare rivalità con lo sciita Impero Safavide che governava la Persia e l’odierno Iraq. Solimano condusse contro i persiani tre campagne, il cui fatto storicamente più importante è la presa di Baghdad nel 1534. Da quel momento per la città cominciò il lento ma inarrestabile declino che la portò dal suo stato di città fra le più popolose del Medio Oriente a quello di ridotta quasi di frontiera, eclissata dallo sviluppo demografico e politico di Istanbul.
La seconda campagna portò alla temporanea conquista di Tabriz e dell’Azerbaigian (1548 – 1549) e ad una stabile presenza nella provincia di Van e in alcune fortezze in Georgia, nel Caucaso.
Nella terza campagna (1555) Solimano, pur non riuscendo ad eliminarne l’esercito nel Luristan, costrinse lo Scià, con il trattato di Amasya, a riconoscere i confini esistenti e a promettere di porre termine agli attacchi verso l’Impero Ottomano.
Nord Africa e Medio Oriente
Nello stesso tempo furono annessi vasti territori del Nord Africa; gli Stati barbareschi di Tripolitania, Tunisia, Algeria (ma non il Marocco, che rimase indipendente) divennero province autonome dell’Impero e servirono a Solimano come cuneo e scudo nel conflitto con Carlo V il cui tentativo di ricacciare i turchi fallì nel 1541.
In questo periodo divennero famosi i pirati barbareschi che dal Nordafrica portarono la guerra da corsa contro la Spagna e fornirono all’Impero, per un breve periodo, la supremazia navale nel Mediterraneo. Inoltre i turchi controllavano il Mar Rosso, e il Golfo Persico fino al 1554 quando furono sbaragliati dalla flotta dell’Impero portoghese che poi contrastò Solimano per il controllo di Aden.
Tunisi [modifica]
Nel 1533 Khayr al-Din conosciuto in Europa come “il Barbarossa”, divenne ammiraglio in capo della marina ottomana che si batteva contro la marina imperiale spagnola. Nel 1535 Carlo V, Imperatore del Sacro Romano Impero vinse un’importante battaglia a Tunisi ma l’anno successivo, Francesco I di Francia si alleò con Solimano contro Carlo V e nel 1538 la flotta di Carlo V fu sconfitta nella Battaglia di Prevesa dalle navi di Khayr al-Din e questo assicurò ai turchi la supremazia navale per oltre trent’anni.
Nello stesso anno i due regnanti europei firmarono un trattato di pace ma ancora Francesco I si alleò con Solimano nel 1542. Due anni dopo Carlo V si alleò con il re inglese Enrico VIII, dichiarò guerra alla Francia e Francesco I chiese aiuto a Solimano. Questi inviò la flotta guidata da Khayr al-Din che sconfisse gli spagnoli e tentò la presa di Napoli. Uno dei risultati dell’alleanza fu il fiero duello fra Dragut e Andrea Doria che stabilì l’influenza europea sul Nord Mediterraneo e quella ottomana sulla costa sud. Francesco I fu costretto al trattato di Crepy. Ma a sua volta Carlo V dovette versare a Solimano una forte somma per risarcimento delle spese di guerra.
Malta, punto di svolta
L’assedio di Malta – Arrivo della flotta turca.
Quando L’Ordine dei Cavalieri Ospedalieri fu ricostituito come Cavalieri di Malta, nel 1530 la loro azione contro la flotta ottomana fece rapidamente assemblare una forza turca che venne inviata contro di loro. Nel 1565 i turchi posero Malta sotto assedio. Il Grande Assedio di Malta iniziò il 18 maggio e terminò l’8 settembre ed è vividamente ritratto negli affreschi dell’italiano Matteo Perez d’Aleccio (1547 – 1616) nella Sala di San Michele e San Giorgio a La Valletta.
All’inizio la battaglia sembrò ripetere quella di Rodi che vide la maggior parte della città distrutta e circa metà dei Cavalieri uccisi; ma dei rinforzi provenienti dalla Spagna capovolsero le sorti della battaglia che vide la perdita di circa 30.000 ottomani.
La morte
Solimano morì a Szigetvár in Ungheria il 5 o 6 settembre 1566, mentre conduceva una campagna militare contro l’imperatore Massimiliano II d’Asburgo. Fu sepolto a fianco alla sua sposa preferita, Roxelane, nel mausoleo vicino alla moschea Süleymaniye di İstanbul.
A Roxelane (Hürrem Sultan in turco, la figlia di un pope ortodosso ucraino nata col nome di Aleksandra Lisowska nel 1505, schiavizzata dai tartari e, nel 1518, portata nell’harem di Solimano, dove ne divenne la terza figlia fino a diventarne la sposa principale nel 1530; morta a Edirne nel 1558) si riconduce buona parte della fama di crudeltà che accompagnò Solimano nella parte finale della sua vita, in riferimento alle vicende della sua successione che portarono a veder sopravvivere solo uno dei suoi quattro figli.
Calunniare la storia

Piero Vassallo ha recentemente proposto all’attenzione dei lettori del Culturista la tendenza tutta “progressista” nel calunniare la storia italiana. Indipendentemente da quanto scriverà (o ha già scritto) Pierfranco Pellizzetti (l’incazzoso Piffo per gli amici d’un tempo) con l’annuncio su Micromega, vale sempre l’opportunità di ritornare sull’argomento perché tutti, chi più chi meno, abbiamo una nostra idea dell’Italia. E tuttavia c’è una domanda cui non è tanto facile rispondere e che ci riguarda molto da vicino. Che cos’è l’Italia? Metternich celiando ma con intelligenza politica ebbe a dire che era un’espressione geografica (e lo disse in un periodo dove quell’espressione, appunto, era in un breve giro di decenni destinata a trasformarsi in un orizzonte di azione e di pensiero tale da costituirsi in unità politica). Comunque la nostra penisola, fra alti e bassi storici, è una realtà spirituale molto seria con la quale tutti noi siamo costretti a fare i conti (e così anche gli altri). Che l’Italia sia eccentrica rispetto al resto dell’Europa (nel suo complesso) pur appartenendo all’area occidentale e centrale del continente è un fatto scontato, perché la sua complessità è ragguardevole rispetto a quella degli altri paesi (che prima o dopo essa si sono costituiti unitariamente). Dalla nostra penisola è partita per due volte la civiltà, la prima volta con Roma, la seconda con la nascita dei Comuni e lo sviluppo della società umanistico-rinascimentale. All’interno dell’impero romano e del suo declino, stanno il radicarsi del cristianesimo e la sua influenza nella trasformazione di un mondo che riappare per certi tratti diverso ed eguale nel proiettarsi verso il basso medioevo. La storia appare spezzata (termine caro ad Aldo Schiavone) e nello stesso tempo capace di creare una continuità suscettibile di eccezionali effetti (per usare un termine caro a Vico, la “barbarie ritornata” ha dato alle vicende storiche un impulso tale che non si è più arrestato). La dualità cristianesimo-paganesimo ha contribuito a creare per così dire una circolarità di progresso spirituale, ecco perché la “modernità” nasce in Italia (mi pare sia stato Flavio Biondo da Forlì a coniare tale termine, proponendo una crasi – attorno al 1450 – fra i due termini latini modus e hodiernus, donde modernus che i latini appunto non conoscevano e che avrebbero significato con recentior/recentius). Come è noto, gli sviluppi della libertà spirituale, politica ed economica italiana sono stati limitati nelle loro dinamiche dal fatto che la penisola dal 1494 al 1527 (data del “sacco di Roma”) è divenuta il campo di battaglia principale nella lotta fra le due superpotenze del continente (Francia e Spagna). Sono i 33 anni delle “horrende guerre de Italia” come le chiamò Francesco Guicciardini e quello che ne è conseguito è stata una perdita di libertà per tutti gli stati italiani del tempo (nessuno escluso). Tutto quello che la penisola aveva prodotto e seminato ha trovato i filtri più differenti (e le prosecuzioni più varie) nell’area dell’Europa nord occidentale dove la modernità ha assunto degli sviluppi originali che si sono configurati in dimensioni che la penisola non poteva offrire (a quel tempo) essendo ad essa estranei. La civiltà italiana (poiché di “civiltà” si deve parlare senza false remore) è stata ed era un equilibrio irripetibile che ha brillato di luce propria finché quell’esperienza storica originale e profonda proseguita fino a Galilei non ha esaurito la sua luce ridimensionandosi. Gli Italiani nel XVIII secolo hanno percepito un ritardo indubbio sotto il profilo economico e tecnico-scientifico ma nelle altre configurazioni dell’essere civile e spirituale non si sentivano affatto arretrati (e d’altra parte quell’arretratezza poteva essere recuperata con adeguate trasformazioni come effettivamente avvenne con un “andamento lento” per non sovvertire gli equilibri caratteristici dei loro assetti sociali, prima e dopo l’unificazione). Nella seconda metà del XIX secolo, non pochi studiosi, nella nostra penisola, hanno avvertito il limite del termine “progresso” proprio quando il livello dell’intelligenza borghese era pari a quello dell’Europa più accreditata (secondo lo stile calvinista britannico). E’ allora che si è scoperto che le configurazioni politiche “elitarie” del Rinascimento sotto altre forme erano operanti nella democrazia del tempo in ogni dove dell’Europa liberale e progressista (anche se ogni nazione segnalava tratti peculiari).
E’ naturale che quanto detto sinteticamente dovrebbe essere sviluppato analiticamente (e reso più probante e convincente). Si può però concludere comunque dicendo che è insensato calunniare la storia patria in quanto se è vero che la Grecia classica è l’epifania dell’Occidente, l’Italia dei Comuni e dell’Umanesimo-Rinascimento ha fatto (per l’Europa occidentale) in seconda battuta e in modo originale una funzione simile. Ci sono nell’ambito dell’unità della penisola più Italie (almeno due: quella legata al continente e quella mediterranea), noi tutti però continuiamo ad essere condizionati dalla dualità paganesimo-cristianesimo che risulta spiritualmente decisiva e proprio nel Rinascimento la centralità dell’opera e dell’azione di Nicolò Machiavelli esprime la ritornata (per così dire) “romanità” con i suoi studi, le sue scoperte e con quella dichiarazione esemplare che compare nella lettera a Francesco Vettori il 16 aprile 1527 e che richiama analoghe asserzioni di partigiani medioevali del potere imperiale: “Io amo messer Francesco Guicciardini, amo la patria mia più dell’anima”. Tale dualità è dunque irriducibile e vale ben poco cercare di ridurre l’una all’altra, come d’altra parte i fautori dell’Italia mediterranea si sottraggono al tentativo degli aficionados dell’Italia-europea di trascinarli a forza nell’area d’oltrAlpe. L’Italia è dunque una totalità dai molti splendori e, compresi i tratti che non ci piacciono (ammesso che siano davvero negativi), va intesa come tale.
(nella foto: il Guicciardini)
CLAUDIO PAPINI






