Il degrado bohemienne di Genova

settembre 3, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Di questi tempi si vengono annoverando altri aspetti dell’irreversibile (?) degrado di Genova (Zingari e rom padroni della città!). E’ bene che questi temi vengano puntualmente ricordati onde evitare l’assuefazione a un clima che è stato imposto  e incrementato dagli attuali orientamenti politici della civica amministrazione. Se anche noi fossimo ingenui (o mattacchioni?) orientati a Sinistra ci chiederemmo: ma che senso ha favorire realtà che infastidiscono i nostri stessi elettori e ci fanno perdere (almeno in modeste percentuali) voti? Sappiamo però che il buon senso a Sinistra (che non è così spiccato come ci si vorrebbe far credere) finisce poi con il riconfermare le stesse amministrazioni (per lo meno finora l’ha fatto). Ma quel che il buon senso (a Sinistra) ignora è che alla propria parte politica ormai un simile orientamento non può essere tolto perché ne è parte essenziale e questo accade per molteplici concause. Sono idee che vengono da lontano (e sono purtroppo andate lontano, nel senso che ce le ritroviamo sempre fra i piedi). E’ l’idea utopistica che la redenzione umana possa arrivare da quelle aree della società che sono qualificate come “emarginate” e che in un modo o nell’altro costituiscono centri di resistenza. Anche se non sono in una posizione consapevole di avanguardia, sicuramente in caso di disordini possono fare mucchio. E’ evidente che qui il discorso si allarga ad una parte degli extracomunitari e di quel demimonde che alligna nel centro storico (proprio quello che si è messo in movimento insieme ad una parte della sinistra e dei “pacifisti” nei celebri giorni del luglio del 2001 – il cosiddetto “sacco di Genova” – sulla scia dei black blockers). Tra l’altro quest’area, che annovera vittime della tossicodipendenza e forse anche protagonisti dello smercio di stupefacenti ha trovato una sua figura carismatica in un religioso, un po’ sui generis, come Don Gallo che li ha identificati come gli “ultimi” di evangelica memoria. Ora, dato che ognuno vede quel che vuol vedere poiché sostanzialmente proietta istanze conscie e inconscie sugli oggetti (umani e naturali) prediletti non è il caso d’insistere. E’ però curioso un fatto: secondo un disegno razionale e politico di tipo marxiano e marxista con l’area suddetta si identificava il cosiddetto “proletariato straccione” (Lumpenproletariat) che assolveva di solito a compiti (consapevolmente o inconsapevolmente) reazionari nei confronti della classe operaia e del movimento dei lavoratori (sulla cui serietà e solidarietà trasformatrice e rivoluzionaria Marx contava). Questa posizione di base non mi risulta che sia mai stata smentita (salvo l’aggiunta del mondo contadino, laddove risultava maggioranza nell’ambito della forza lavoro complessiva). Lasciando però perdere le idee del padre fondatore, c’è da chiedersi come  sia che, con il passare del tempo,  la situazione sia così cambiata. C’è chi ha ricordato alcuni aspetti delle idee di Herbert Marcuse che sono circolate moltissimo soprattutto nel 1968 e negli anni seguenti e naturalmente al fatto che la classe operaia tradizionale è venuta diminuendo in maniera sensibile nell’ambito dell’area complessiva del lavoro sociale. Ma in quel di Genova il permissivismo e il sostegno nei confronti del “proletariato straccione e del demimonde” è diventato una vera e propria connotazione che non trova riscontro in altre aree cittadine governate dalla Sinistra. E’ evidente che si tratta di un’astuzia di governo (coperta da una carità “pelosa”). La presenza massiccia e la tolleranza verso quest’area del mob cittadino è uno strumento di governo per intimidire gli abitanti. I quali purtroppo sono stati giocati abbondantemente fino al punto da essere costretti a non reagire (dato che in fondo i timidi e i non coraggiosi o poco animosi sono la larga maggioranza).  Adesso riusciamo perfettamente a capire il senso di tutte quelle reprimende alimentate dalle accuse di razzismo e di esortazione alla tolleranza nei confronti di chi fiutava l’imbroglio che veniva perpetrato e tendeva ad insorgere o per lo meno a manifestare contrarietà. Il sottoproletariato (extracomunitario e comunitario) e larghe frange di tutte quelle vecchie conoscenze dei commissariati di polizia sono una costante milizia di intimidazione nei confronti della cittadinanza stessa che fa comodo a chi governa con una mentalità del tutto simile a quello e a quelle. C’è infatti un sottoproletariato che travestitosi in forme dissimulate può talora pervenire al governo, probabilmente il caso di Genova è esemplare. D’altronde le inclinazioni della maggioranza politica di governo della città condizionano anche le stesse forze dell’ordine che adoperano la mano leggera per non parlare di una parte “qualificata” della magistratura. Credo che onestamente ci sia poco da fare: o si cambia rotta o i  cittadini non possono far altro che da soli (quelli animosi) e associandosi, gli altri, intraprendere la via della rivolta più che legittima dal semplice scorrere delle pagine di cronaca nera sui diversi quotidiani cittadini. In determinate situazioni storiche il ricorso all’autodifesa è più che giustificato.

Claudio Papini.


Un movimento, un capo

luglio 26, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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La questione della possibile collocazione della Moschea di Genova nel palazzo della Commenda di Pré, porta inevitabilmente a ribadire le ragioni del centrodestra che ormai fanno parte del suo patrimonio genetico (almeno per quanto riguarda la maggior parte dell’elettorato e dei sostenitori in genere). Tuttavia, come ormai sappiamo, la ragionevolezza di fronte alle maggioranze altrui, viene regolarmente sconfitta. Tutto è “cosa loro”. E quindi il legittimo e costante argomentare per stornare dai nostri orizzonti le possibili iatture derivanti dalla politica della giunta di centrosinistra è destinato ad infrangersi contro la “dittatura” della maggioranza. E’ chiaro ormai da tempo che a Genova occorre una, per così dire, rivoluzione conservatrice che deve avvenire a partire dallo stesso centrodestra. Ma per proiettarsi al di fuori di esso e investire la società genovese. Per dare ali ai progetti del centrodestra occorre un vero e proprio cambiamento di mentalità che deve tradursi in due fatti pressoché simultanei (e proprio per questo non è mai facile che si verifichino entrambi, anche se non possono che stare insieme e l’uno richiama l’altro e viceversa). I due eventi che tutti noi dobbiamo cercare di far avvenire sono: 1) La nascita di un movimento che stia in piazza ed operi e manifesti (con alcune differenze di sensibilità) così come siamo abituati a vedere che fanno abitualmente le organizzazioni di sinistra; 2) un leader locale che, essendo movimentista, lasci perdere le cautele se non le litanie del moderatismo tradizionale.

La dinamica che può scaturire dall’agire del leader e dall’esserci del movimento è destinata a diventare la forza d’urto del suo successo. Lo abbiamo visto (a suo tempo) con il caso Castellaneta (prescindiamo ora dalle cause apparenti e nascoste della sua sconfitta). Tralasciando la persona dell’ex-Presidente dell’Ordine dei Medici e dei Chirurghi, ed ex-avversario di Pericu nella corsa alla carica di Sindaco, dobbiamo ritrovare quel tipo di impostazione: su essa è possibile far convergere un elettorato che va oltre quello stesso del centrodestra.  Credo che si debba comunque convenire che se il moderatismo del centrodestra è una risorsa pregevole e preziosa, essa non basta. La sinistra, in non poche delle sue articolazioni, si presenta ora come moderata ora come sovversiva. Genova ne è un notevole esempio. Direi che il centrodestra non possa che fare altrettanto. L’eccesso di moderatismo del P.d.L. (e segnatamente quello della sua leadership) ha finito con il costituirsi involontariamente e indirettamente in una sorta di rendita per il centrosinistra (che si guarda bene dallo sconfessare le stupidaggini delle sue frange ma le perdona e le accarezza come comanda il Vangelo di don Gallo, di don Farinella e, perché no? Di Alessandro Repetto). In politica, purtroppo, si impara ben di più dagli avversari e dai nemici che non dagli amici. Anzi è noto il detto: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”. Occorre dunque ritrovare un leader che sappia coniugare la mobilitazione del centrodestra (agitando opportunamente le acque) e l’azione di opposizione nelle sedi giuridicamente predisposte dai risultati elettorali. Questo per il capoluogo ligure è un punto indispensabile, altrimenti si continua a ricadere in quello stato di inerzia (tipico di non pochi dei moderati che votano sì bene, cioè per il centrodestra ma poi sono quanto mai alieni da ogni manifestazione di piazza). Sono naturalmente consapevole che ogni cambiamento della mente e del  conseguente comportamento non sia cosa che si possa realizzare con facilità ma se vogliamo riprenderci la città non possiamo che spingere con l’energia morale e intellettuale in questa direzione.  Altrimenti localmente il P.d.L non può far altro che ribadire il suo ruolo subalterno, quello che purtroppo l’elettorato moderato ha tenuto quasi senza interruzione di continuità dal 1976 in poi.

Chi ha mantenuto alta la bandiera della moderazione, dell’individualismo e della legalità ha dato una testimonianza onorevole che però non è mai bastata se non a garantire (talvolta in modo continuo, talora a fasi alterne) la propria personale rielezione, non però a capovolgere davvero in maniera duratura la maggioranza politica. Se non riflettiamo su questo e non ci ingegniamo ci risolvere spregiudicatamente la questione, ho l’impressione che non abbiamo scampo. Questa esiziale risposta ce l’ha fornita il fatto che nemmeno il favorevolissimo terremoto elettorale berlusconiano è riuscito  a Genova e in Liguria a mandare se non sporadicamente ed eccezionalmente la Sinistra-centro all’opposizione.  Direi che questo sia il problema imponente che ci sta dinnanzi e che noi non dobbiamo mai dimenticare quando vengono legittimamente sollevate le questioni che quotidianamente derivano e dipendono da esso.

CLAUDIO PAPINI


Scandali e gossip, è l’ora di farla finita

luglio 14, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Quando i media non avevano ancora raggiunto un potere tale da essere considerati l’immagine speculare della società, anche gli scandali erano di maggiore importanza. Rispetto alla portata e alla gravità politica dello scandalo Watergate, per esempio, ci sarebbe  da farsi quattro risate sui “vizietti” di onorevoli e ministri contemporanei. Il fulcro della questione è che un certo tipo di giornalismo, a nostro parere abietto, anziché concentrarsi su inchieste più difficili,  preferisce stuzzicare l’ attenzione del popolo qualunquista proponendo scandali di facile comprensione, che vanno ad inferire sulla sensibile morale piccolo-borghese. Quante persone oggi sono in grado di comprendere i meccanismi e le ragioni alla base di eventi quali la scoperta della loggia P2 o del circolo di corruzione dietro Tangentopoli? E’ indubbiamente più semplice e remunerativo, in termini di copie vendute e di bastonatura dell’avversario, esporre alla gogna mediatica un personaggio pubblico alle prese con illeciti di carattere morale, quali scappatelle con prostitute o possesso di stupefacenti. Lysander Spooner invitava a riflettere sul fatto incontrovertibile che i vizi non possano essere considerati reati; molto spesso gli accusati finiscono infatti con l’essere scagionati dopo esser stati offerti al macello dai media. Quelli che lasciano trapelare tali informazioni di bassa lega e che chiamiamo “deep throats” (gole profonde),  in realtà sono solo mediocri spie (sovente gli stessi magistrati). Grave è il fatto che negli ultimi anni, in seguito alla virata dell’ interesse mediatico sulla vita privata dei politici, si sia venuta a delineare una corrente di pensiero per cui ai cittadini deve essere garantito un fantomatico diritto all’ informazione sulle vicende personali dei governanti; in questo modo la privacy, intesa come diritto alla “proprietà” sulla personale riservatezza, è scomparsa in nome del cosiddetto “bene comune”. La divulgazione degli scandali sessuali fa male alla politica ed è emblema di un paese in cui il dibattito ideale ha lasciato il posto alle ciarle da bar. Quella che la sinistra giustizialista definisce “legge bavaglio” è in realtà un provvedimento liberale, nel più autentico rispetto dell’ habeas corpus e dell’inviolabilità dell’ambito privato; in quanto tale può fare solo bene alla dialettica politica italiana che potrà così tornare ad occuparsi soltanto degli illeciti di carattere politico. Con questo losco giro di soffiate e scoop la magistratura nostrana si è trasformata nell’agenzia di notizie preferita dei baroni del gossip; inoltre si è prestata ai giochi sporchi dei partiti che tentano di comprare, e talvolta ci riescono, i magistrati per gettare fango sugli avversari. E’ l’ora di farla finita.

DANIELE VENANZI


La cultura di destra secondo Evola

luglio 13, 2010 da Redazione  
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Oggi, che il discorso sulla cultura di Destra è stato riaperto da Marcello Veneziani, può essere di qualche interesse quanto il Barone scriveva nel 1972: lo offriamo ai Culturisti con la consueta fiducia che contribuirà ad un dibattito che, per il solo fatto di essere tale, è comunque fecondo.

Glauco Berrettoni

LA CULTURA DI DESTRA

Oggi è abbastanza in voga parlare di una «cultura di Destra»: però è difficile sottrarsi alla sensazione che, in ciò ci tratti di un «fenomeno di congiuntura».  Data l’avanzata registrata dalla Destra nel campo politico (il riferimento è, chiaramente, alle elezioni politiche del maggio 1972 che segneranno un certo rafforzamento del Msi), N.d.R.), evidentemente, si cerca di metter su una controparte culturale, per integrarla. Tuttavia, ciò fa sorgere diversi problemi.

Anzitutto, bisognerebbe precisare che cosa si intende per cultura. Ci si può riferire al campo creativo oppure a quello delle idee e delle dottrine. Ora, il campo creativo (letteratura, romanzi, teatro, ecc.) è tale che non sopporta formule e ricette; qui ogni produzione autentica e valida dipende essenzialmente dalla esistenza di un clima corrispondente. La inconsistenza di una creatività su misura, o comandata, è risultata, ad esempio, dalla nullità delle produzioni nel quadro del cosiddetto «realismo marxista» o «socialista».

È nel secondo settore che si potrebbe e dovrebbe precisare il contenuto di una cultura di Destra, per i singoli dominii. Ma a parte l’appellativo congiunturale «di Destra», nell’essenza ci si dovrebbe riferire ad orientamenti intellettuali e critici preesistenti, e si tratterebbe solo di riprenderli e di svilupparli ulteriormente. L’attacco contro il marxismo, la sua storiografia e la sua metodologia sarebbe ovvio, ma in una certa misura lo si può dire scontato. Sono rari coloro che si tengono ancora ai dogmi logori del marxismo: il quale, se oggi è un pericolo, non lo è sul piano culturale, ma piuttosto su quello pratico-politico, dove, per venirne a capo, è richiesta non la polemica ma una azione decisa.

In una cultura di Destra può rientrare una critica della scienza e dello scientismo, le collusioni dei quali col marxismo sono note. Ad essa da noi è stato già dato di recente qualche valido contributo: la «smitizzazione» della scienza è un compito importante, ed in una prospettiva più vasta bisognerebbe pur soppesare, da una parte, l’apporto positivo della scienza nel campo materiale, dall’altra la controparte, ossia le devastazioni spirituali derivanti da una visione scientifica del mondo.

Un campo più importante di lavoro, per una cultura di Destra, è quello della storiografia. È un fatto che la storiografia da noi è stata scritta quasi senza eccezione in chiave antitradizionale, massonico-liberale e più o meno «progressista». La cosiddetta «storia patria» e non soltanto la più stereotipa, è caratterizzata dal mettere in risalto e nel glorificare come «nostra» storia tutto ciò che ha avuto un carattere prevalentemente antitradizionale: ciò, partendo dalla rivolta dei Comuni contro l’autorità imperiale fino a quegli aspetti del Risorgimento che ebbero una innegabile relazione con le idee dell’’89, fino all’intervento nella prima guerra mondiale. Qualcosa del genere va detto non solo per la «storia patria» ma anche per la storia in genere.

A quest’ultimo riguardo, mancano purtroppo precedenti da sviluppare. Vi è chi ha fatto, recentemente, valere i nomi di Machiavelli e di Vico, che non sappiamo proprio cosa c’entrino, in questo contesto: il materiale di cui disponevano era assai diverso e limitato. Da Vico, al massimo, si potrebbe desumere l’interpretazione in senso regressivo della storia, l’allontanarsi dal livello di quelle che egli chiamava le «genti eroiche», verso una nuova barbarie. Ciò, però, in Vico rientra nella teoria dei cicli, dei «corsi e ricorsi» storici: qualcosa di simile valendo anche per le teorie più aggiornate di Oswald Spengler col suo «Tramonto dell’Occidente».

Da Machiavelli , non sappiamo proprio che cosa mai si possa prendere per una storiografia di Destra. Di fronte al alcuni, che a parte la storiografia, vogliono far rientrare Machiavelli fra i pensatori di Destra in genere, noi dobbiamo avanzare precise riserve. Non certo per nulla Machiavelli ha dato il suo nome al «machiavellismo», ed anche a lasciar da parte l’aspetto meno simpatico di esso, ossia l’uso spregiudicato dei mezzi pur di raggiungere un fine, dobbiamo dire che non ce la sentiamo per nulla di definire come di Destra la semplice «maniera forte», un potere che si afferma recisamente quando un simile potere è informe e privo di crisma, di una superiore legittimazione: altrimenti vi sarebbe il pericolo di dover includere non pochi regimi attuali d’oltre cortina.

Per una considerazione di Destra della storia, a parte spunti reperibili in un Burke, in un De Toqueville, in un De Maistre, in un Burckhardt, l’unico contributo recente valido che noi conosciamo è il libro «La Guerre Occulte» di L. de Poncins e E. Malinski, tradotto anche in italiano. Esso è illuminatore nell’indicare i processi, spesso svoltisi dietro le quinte della storia conosciuta, che hanno portato alla disgregazione della civiltà tradizionale europea. Purtroppo l’esposizione di arresta all’avvento del bolscevismo. Resta pertanto, per giungere fino ad oggi, un periodo abbastanza vasto, denso quanto mai di avvenimenti, nel quale l’analisi dovrebbe venir continuata.

Anche la sociologia offre al pensiero della Destra un importante campo di lavoro. Infatti, tale disciplina, quando non vien svolta in chiave apertamente marxista, ha sempre una componente pervertitrice, di riduzione del superiore all’inferiore, e le correnti della sociologia americana hanno dato un chiaro esempio. Infine anche l’antropologia, nel senso di teoria generale dell’essere umano. Dovrebbe valere come un importante oggetto. Per esempio, qui si dovrebbe studiare e contestare l’orientamento, purtroppo così diffuso ed accettato, che fa da premessa alla psicanalisi, nell’una e nell’altra sua varietà, per individuare e contestare la concezione mùtila e distorta dell’uomo che ne costituisce il fondamento generale.

Con ciò crediamo che alcuni indirizzi essenziali siano stati già precisati-

JULIUS EVOLA, in «Roma», 29 Agosto 1972


Il Secolo XIX, un quotidiano comunista a Imperia

luglio 12, 2010 da Redazione  
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Non compro il Secolo XIX ma mi capita di leggerlo di quando in quando al bar Perry’s (angolo fra via Diaz e via Macaggi a Genova). Sempre che non sia già accaparrato da qualcuno degli avventori, solitamente insistenti nel compulsarlo a lungo, preferibilmente sulle pagine sportive e sull’oroscopo. Qualche giorno fa ho potuto scorrere i titoli cubitali che erano dedicati al Questore di Imperia accusato esplicitamente di pensare più agli extracomunitari (tormento realissimo e insistente in una zona di frontiera) che non alle infiltrazioni mafiose (quelle denunciate dai Carabinieri che hanno anche chiesto lo scioglimento del Consiglio Comunale della ridente cittadina ligure di Bordighera). Confesso che mi è venuto da ridere non per l’eventuale  gravità dei problemi di quell’area ma per il tono da crociata inquisitoria (strillata) del noto quotidiano, il quale forse ignora che da circa 30/40 si parla di infiltrazioni (anche in Liguria) del fenomeno mafioso, legato ma non necessariamente concomitante all’antica emigrazione interna degli anni ‘60 del secolo scorso. All’interno delle comunità meridionali via via formatesi c’erano già esponenti delle varie “onorate società” o erano arrivati immediatamente dopo per accingersi a trescare con il potere politico (o assumendolo in prima persona qualora fosse possibile grazie ai pacchetti di voti preconfezionati e provenienti dalla comunità di riferimento oppure facendosi intermediari presso qualche politico locale fosse esso di provenienza da “chilli paesi” oppure no). Non risulta che da allora l’egregio quotidiano cittadino si sia preoccupato più di tanto limitandosi a ripetere quanto per esempio veniva dicendo assennatamente il giudice Adriano Sansa, poi Sindaco di Genova grazie anche alla sponsorizzazione dello stesso giornale (il  figlio Ferruccio, tra l’altro, fu assunto poi dal quotidiano genovese). Come mai improvvisamente il Secolo XIX è partito per la crociata? La ragione è semplice: esso non ha indossato la croce (rossa), quella autentica dei Crociati, che è tuttora nel gonfalone di Genova ma piuttosto ha raggiunto la celebre (un tempo) organizzazione chiamata “Soccorso Rosso” (quella di Dario Fo e di Franca Rame, cui gli allegri studenti universitari genovesi opposero il motto “soccorso rosso non avrai il mio scalpo”, utilizzando il titolo italico dell’omonimo film interpretato da Robert Redford “Corvo Rosso non avrai…” del 1972). Vediamo di chiarire. L’area di Imperia da sempre fedele politicamente al centrodestra è indubbiamente in difficoltà a causa del caso Scajola e del fatto che questa inchiesta su Bordighera è venuta a lambire Minasso (che peraltro si viene discolpando mi pare in maniera abbastanza efficace). L’egregio Secolo XIX sta facendo precocemente campagna per il P.D. e d’altra parte come potrebbe essere diversamente per un giornale dei poteri forti (quindi) legato alle dieci famiglie più importanti di Genova e, a filo doppio, alla Giunta Comunale e a quella Regionale? La faccenda comunque è interessante perché segnala probabilmente una svolta di costume: anche in Liguria avremo nell’immediato prossimo venturo “l’antimafia di professione” che consentì ai celebri “cavalieri delle tavole rotonde” (cioè ai “deretani di pietra in eterni conciliaboli e comizi da tutti i  palcoscenici reali, eventuali ed immaginari” di prosperare politicamente (fenomeno siciliano già guarda caso segnalato a suo tempo da Leonardo Sciascia). Si può osservare che anche in questo senso la Liguria si viene allineando nel malcostume alle regioni del Sud, essendo già per altri tratti economico-sociali avvicinatasi parecchio a quelle latitudini. Ad un punto tale che, come suggerisce implicitamente il Secolo XIX (almeno nei titoli) occuparsi dei clandestini (che vendono i prodotti taroccati e delinquono) non è poi così importante. Che diamine! Ormai fanno stabilmente parte del bel paesaggio configurato già nell’abbondanza del presente (e chissà nel futuro!) dalla spiritualità servile del cattocomunismo piagnone. In questo senso (e non è per nulla una battuta!) un eccellente direttore del maggior quotidiano cittadino, potrebbe essere quel LeoLuca Orlando da Palermo, oggi in carica all’IDV, ma domani sicuramente disponibile. Non è difficile considerando il passato di quest’ultimo accertare una “corrispondenza d’amorosi sensi” con l’egregio quotidiano cittadino, specchio veritiero di una Liguria al limite della “sceneggiata”mediterranea.

CLAUDIO PAPINI

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Veneziani e la cultura di destra

luglio 9, 2010 da Redazione  
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Nel “Giornale” del 7 luglio Marcello Veneziani ha pubblicato un articolo, “La tiritera sulla destra”, come al solito acuto e frizzante (ecco due qualità che raramente si trovano coniugate nelle pagine dei giornali).

La diagnosi di Veneziani sui grilli parlanti e sul tramonto della cultura di destra, quale era interpretata dai militanti degli anni Settanta e Ottanta è largamente condivisibile.

Quella cultura, sedicente di destra, infatti, oscillava (vaneggiando e infuriando) tra le suggestioni esoteriche di Julius Evola e il turismo mentale di Armandino Plebe.

Era cultura di nome, ossia strumento della politica circense condotta da Giorgio Almirante sul binario del doppio pensiero. Una politica ridotta a sofistica, in obbedienza alla vocazione crepuscolare descritta da Michele Federico Sciacca.

L’immagine di quella cultura di destra era rappresentata dal leader missino, che conduce la campagna antidivorzista con la veste di bigamo conclamato.

Veneziani è dunque condivisibile, quando, sepolta la figura contorta della destra almirantiana (e ultimamente finiana), presta attenzione alla cultura quale sensibilità diffusa, una mentalità, un sentire e un pensare animate da un amore della tradizione, della comunità, del senso religioso della vita.

Se non che la mentalità animata da un amore della tradizione, della comunità e del senso religioso della vita è la radice di quella destra ideale, cui, secondo la felice definizione di Clemente Solaro della Margarita, appartengono quanti hanno a cuore il bene della religione e della società civile.

Nell’età moderna la destra ha origine dall’insorgenza popolare contro il giacobinismo e contro le oppressioni oligarchiche. Radice della destra è la fede cattolica e l’amore per la giustizia.

E’ il senso religioso della vita che ha animato la rivolta dei vandeani e dei Viva Maria contro un potere politico che intendeva soffocare la religione sottomettendola al potere mondano.

Al proposito è necessario rammentare che il contenzioso religione – potere ha una lunga storia: cesaropapismo, ghibellinismo, assolutismo, gallicanesimo, giuseppinismo. Considerazione, questa che impedisce il cammino della cultura verso l’ideologia reazionaria, cui aderiscono da destra e da sinistra – in un grottesco frullato – neomassoni, neopagani, neoghibellini, neogaribaldini e neonazista.

Il movimento dei Viva Maria, infatti, nasce per contrastare la politica giuseppinista dell’arciduca di Toscana e la teologia progressista del vescovo di Pistoia.

La confusione di cultura della destra e cultura della reazione è pertanto arbitraria.

Dobbiamo dunque cercare le radici della vera destra nelle opere dei grandi pensatori del Novecento che hanno manifestato fedeltà alla tradizione e al diritto naturale:  Giorgio Del Vecchio, Augusto Del Noce, Michele Federico Sciacca,  Cornelio Fabro, Nicola Petruzzellis, Francisco Elias de Tejada, Marino Gentile, Antonio Livi.

Il disgusto e la pena che procura la destra interpretata maldestramente (avverbio perfetto…) e abusivamente da Fini e dai suoi intellettuali facenti futuro, non deve incoraggiare la fuga dall’area di appartenenza.

Come afferma Veneziani la buona cultura non è una conventicola, un partitino di intellettuali, ma qualcosa di più vasto. Di più “vasto” e di più “profondo”. La vera cultura, infatti, ha fondamento (profondo, appunto) nel senso religioso della vita.

PIERO VASSALLO


La pericolosa deriva dei magistrati

luglio 6, 2010 da Redazione  
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Se il Vice Presidente del CSM, Mancino, ha ritenuto “eccessivo” lo sciopero dei magistrati contro il Governo, avallando di fatto l’accusa del Ministro Alfano di “sciopero politico”, è un segnale di preoccupazione e stabilisce che qualche limite sia stato superato.

Ma se è così, è legittima anche la preoccupazione per una magistratura che appare in sospetto di parzialità. E’ giusto chiedersi se sia qualcosa di più di una sensazione la presenza del sistema giudiziario nelle mani di una corporazione spesso sorda alle regole della civiltà giuridica. E ci può anche stare il sospetto che la magistratura, trasformatasi in casta, pensi più ad altro che non alla mera erogazione della giustizia.

I giudici che si autoassolvono, ed i magistrati chiamati a giudicare su risarcimenti richiesti dai loro stessi colleghi su cause intentate contro chi esprime le proprie opinioni, fa poi parte di un sistema che facilita i sospetti. L’autonomia giurisdizionale è stata voluta dal Costituente con un significato molto diverso dalla presunzione dell’esercizio di un potere esclusivo e fuori da un riferimento democratico e pluralista. I costituenti non hanno certo pensato all’ordinamento giurisdizionale come a quello di una casta.

La democrazia non è un feticcio da idolatrare a comando. E’uno strumento di civiltà che si adopera giorno per giorno per migliorare la  vita relazionale di intere comunità.  Non si può pensare che valga per alcuni e non per altri. La democrazia consente a ciascuno di esprimersi, di non  essere d’accordo e soprattutto di poter correggere ciò che non funziona. E la Magistratura in Italia non funziona.

Per un principio liberale, nessuno deve sentirsi al disopra di tutto e nessuno può esercitare funzioni senza controllo nel metodo e nel merito. Il controllo deve essere esercitato dagli organi preposti, per la parte disciplinare, e dall’opinione pubblica e dalla stampa per quello della pertinenza e dell’efficacia. Non  può pensarsi una giustizia che sia lasciata nelle mani di singoli ed usata per esercitare vendette, per modificare la storia, per imporre un principio politico, per sovvertire l’espressione democratica della pronuncia popolare.

Non si può pensare che nello Stato ci possano essere corpi che agiscano per fini diversi dal pubblico interesse. E se la giustizia è amministrata nel nome del popolo è perché si pensa che così debba essere perché l’Italia sia un nazione coerentemente democratica. C’è più di un dubbio, però, che sia effettivamente così!

Se la Giustizia, ad esempio, fosse utilizzata per tappare la bocca a chi esprime le sue convinzioni o a chi si cimenta ad interpretare la storia, assumerebbe la funzione di un’arma impropria utilizzata per sopprimere la libertà. Se si prendesse nota di ciò che succede con l’azione di quella magistratura che invade il campo della politica e con quella di politici che si rendono portavoce delle procure, emergerebbe con chiarezza anche il pericolo di una pericolosa deriva giustizialista. Non va! Non Piace! Inquieta!

Il timore di una magistratura che finisca per sostenere una parte politica, intervenendo nel merito delle leggi, sta diventando più di un sospetto! I casi di estemporaneità dell’azione giudiziaria alla vigilia di ogni elezione, se finiscono col deviare l’attenzione sui connessi episodi marginali che si prestano  alle più classiche azioni di strumentalizzazione, non possono essere solo e sempre coincidenze.

E’ bastato, ad esempio, far scendere in campo una escort  per trasformare la cattiva gestione della sanità pugliese in gossip. La focalizzazione su episodi pruriginosi è stata sufficiente per deviare l’attenzione dai risvolti meschini ed inquietanti, dai fatti di corruzione, di malavita organizzata, di controllo politico del territorio, di ricatti sessuali che coinvolgevano personaggi della Giunta regionale di Vendola.

Sarà perché si vive in una realtà mediatica, ma tutto ruota intorno alla spettacolarizzazione degli episodi. Ma la macchina da presa è uno strumento che non ha anima! E’ l’operatore che la punta sui fatti che animano la curiosità degli spettatori. In Puglia invece d’essere puntata su episodi  che avevano per sostanza l’uso allegro e prepotente delle risorse pubbliche della regione, quelli che poi avrebbero portato gli inquirenti a chiedere l’arresto di un vide presidente del PD ed a far emergere una vasta trama di rapporti illegali, è stata puntata, invece, sulla vita privata del Premier. Sullo sfondo c’era il lettone di Putin a solleticare la curiosità, ma in cabina di regia anche la mano di un malizioso regista. Ma se la magistratura si mette al servizio del regista, c’è motivo o no per esserne preoccupati? E se la stampa libera, anche se minore e più povera, viene citata in giudizio per opinioni critiche e valutazioni politiche c’è motivo di preoccupazione? Preoccupiamoci allora perché è ciò che sta accadendo al giornale on line Il Legno Storto. Chi sarà il prossimo?

VITO SCHEPISI


Un appello dai colleghi di “Legnostorto”

luglio 5, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Carissimi amici de Il Legno Storto, con grandissima amarezza vi annunciamo che in questi giorni il nostro giornale sta correndo il pericolo di essere chiuso.
Negli ultimi tempi, infatti, ben due magistrati, cioè il dr. Luigi Palamara e il dr. Pier Camillo Davigo, ci hanno querelato. Per l’esattezza la Procura di Roma ci ha comunicato (attraverso il quotidiano la Repubblica, divenuto ormai il “postino” e il “megafono” delle procure) che ha aperto un fascicolo per le minacce che noi avremmo formulato con questo articolo nei confronti del dr. Palamara. Sono in corso indagini (siamo stati già chiamati dalla Digos di Milano) che, al momento, non sappiamo come e quando finiranno: ma è facile immaginare il peggio… Giorni fa abbiamo poi ricevuto una citazione dal dr. Davigo che ci chiede 100.000 € per risarcimento danni da diffamazione a mezzo stampa per quest’altro articolo , pubblicato da noi il 21 giugno 2009.
Per completare il quadro di quella che a noi pare una manovra per farci fuori dalla rete, circa due mesi fa abbiamo ricevuto un’altra querela dal sindaco di Montalto di Castro – Salvatore Carai del Partito Democratico – che si è sentito diffamato da questo articolo che abbiamo pubblicato su il 27 ottobre 2009.
Al di là di ogni considerazione sul merito degli articoli, che agli occhi di chiunque li legga senza volontà punitive riterrebbe duri, certo, ma sempre nell’ambito del diritto di critica, la cosa che lascia esterrefatti è la rapidità con la quale sono state notificate le querele e/o l’avvio di indagini, quando si tratta di magistrati. Una denuncia per diffamazione di un qualunque cittadino verso qualcuno che non appartenga alla casta della magistratura, in Italia, impiegherebbe sicuramente anni per giungere a destinazione. Noi invece siamo chiamati a giudizio (querela del dr. Davigo) il prossimo 28 luglio per un articolo pubblicato il 21 giugno 2009. La giustizia insomma, quando vuole – cioè quando si tratta di uno di “loro” – dà prova di grande celerità ed efficienza: poco più di un anno. Nell’atto di notifica del dr. Davigo c’è applicata un’etichetta con la scritta: “Urgente”. Chiaro il concetto: visto che si tratta di un “pezzo da novanta” della casta (la citazione del dr. Davigo comincia così: «L’odierno attore, attualmente in servizio presso la II sezione della Suprema Corte di Cassazione in qualità di Consigliere…») la giustizia deve fare il suo corso in tempi rapidissimi…
Sappiamo bene che, se il nostro giornale fosse schierato sul fronte delle Sinistre, a questo punto, davanti ad un episodio analogo, sarebbe già partita una crociata in nostra difesa, a sostegno della libertà di stampa e di opinione. L’Ordine dei Giornalisti farebbe fuoco e fiamme, il Sindacato minaccerebbe sfracelli. Ma noi non apparteniamo a questo schieramento, e dobbiamo aspettarci che in nostra difesa insorgano, forse, solo i nostri lettori, e qualche singolo amico e compagno di avventura. Chi si straccia le vesti per i provvedimenti in discussione intorno alle intercettazioni ed alla “libertà” negata tenga conto del fatto che qui su Il Legno Storto si cerca di difendere la libertà di discutere e di criticare, di contribuire alla crescita di una società politicamente “adulta”. Là si lotta per il diritto di pubblicare gossip o accuse ancora tutte da dimostrare.
Questa è la situazione. E siccome non possiamo permetterci di confrontarci – a nostre spese – con forze tanto preponderanti, indipendentemente dalla ragione che pensiamo di avere non ci resta che valutare l’ipotesi di chiudere. Con buona pace di chi ancora ritiene che davvero il monopolio mediatico sia nelle mani di Silvio Berlusconi.
In questi anni abbiamo cercato sempre di offrire ai nostri lettori materiale utile per un approfondimento dei dibattiti e delle idee. Abbiamo cercato di evitare sciocchi appiattimenti e adesioni acritiche, ma ci siamo anche sforzati di combattere quella cultura dominante del conformismo di sinistra, che tanto nuoce al nostro Paese.
Da domani il Web potrà avere una voce libera e liberale in meno, e l’ordine regnerà ancor più indisturbato intorno a una Magistratura che non ammette critiche. È una sconfitta per noi, certo, ma è anche un colpo per tutti coloro che ritengono sacrosanta la raccomandazione di Voltaire: battersi per consentire, a chi la pensa diversamente da noi, di esprimere liberamente la propria opinione. Oggi gran parte della magistratura combatte, non applica la legge, in omaggio al principio etico-politico che spetta ai magistrati il compito di raddrizzare il Legno Storto dell’umanità.
Adesso è arrivato il nostro turno. Il motivo principale per il quale nel 2002 aprimmo Il Legno Storto fu proprio tentare di denunciare e arginare, (nel nostro piccolo) la deriva giustizialista ormai dominante nel nostro Paese. Ora siamo cresciuti, e cominciamo davvero a dar fastidio. Le denunce che abbiamo ricevuto in questi giorni hanno come obiettivo principale di farci scomparire dal web. E più in fretta possibile.
A voi, nostri affezionati utenti ed amici, chiediamo di dare, come faremo anche noi, la massima diffusione alla notizia. È l’unica cose che possiamo fare per difenderci.

Un cordiale saluto,
Antonio Passaniti
Marco Cavallotti


Siamo stufi!

luglio 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Pubblichiamo oggi una nota del nostro affezionato lettore Cesare Simonetti in merito alla questione del convegno organizzato da Destra domani sui fatti di Genova 1960, impedito con minacce e ritorsioni varie dalle sinistre cittadine, supportate dall’amministrazione comunale. Tale nota è sintomo e sintesi dello stato d’animo dei cittadini genovesi di colore diverso da quello rosso, ormai esausti per i soprusi e le prepotenze dei post- e ancora comunisti. Ma stanchi anche dell’inettitudine dell’opposizione di centrodestra, incapace di assumere posizioni forti in occasione dell’ennnesima vigliaccata. Un tempo avrebbero portato tutti in piazza a difendere il sacrosanto diritto a esprimere le propria opinione . Oggi fanno le note stampa e vanno dagli avvocati, i coraggiosi.

(nella foto: Marta Vincenzi, la nonsindaco di Genova)

Sono assolutamente contrario a quello che dice La Russa : Genova va isolata, bisogna formare una specie di ” governo” in esilio che parli solo da Santa Margherita, o MIlano, o Calizzano ( zona bianca dell’Alta Val Bormida ).Genova va circondata da un cordone sanitario che indichi chiaramente che all’interno della zona hanno diritto alla parola solo i compagni di varia estrazione, i rom, gli extracomunitari in generale, i miliardari di sinistra i governatori  che vanno contromano in autostrada esibendo tessere scadute di deputato perche’ privi di patente, dove persino le tv locali si sono vendute, la stampa e’ omologata a sinistra, non e’ possibile fare alcuna manifestazione, anche la piu’ innocua come la raccolta firme contro il degrado sotto un gazebo, senza essere  cacciati e pestati dal braccio armato della arruffata di Rivarolo, i punkabbestie, dove una giunta di imbecilli e ladroni fa quel che vuole,dove la delega alla cultura e’ stato assegnato a un certo Ranieri, sindacalista (sic!!!) ,dove non esiste una valida opposizione per mancanza semitotale di gonadi ( qui ci salva solo la Della Bianca), dove gli edicolanti nascondono Il Giornale e spesso esitano a dartelo, quasi intimoriti. Questa è la citta’ dove un prete , Paolo Farinella, incita alla rivolta armata, dove l’uso delle campane è stato limitato peggio che se fossimo invasi dai turchi pre Lepanto. Questa e’ la città dove i sindaci non totalmente inginocchiati e che hanno la strana pretesa di pensare con propria testa e non intendono firmare docuimenti “strani” ( Adriano Sansa ) vengono isolati e messi a tacere e non ricandidati (e le vice sindache di quei sindaci costrette addirittura a cambiare citta). No, Genova non merita convegni, riunioni, manifestazioni contrarie e anticonformiste : sarebbero inutili. Questa e’ la città dei Don Gallo e dei Farinella. E dei Bagnasco. Ma BISOGNA FARLO SAPERE, SI DEVE FAR SAPERE CHE GENOVA E’ OFF,    che e’ pericoloso ( e inutile) accerdervi, anche da turisti, bisogna denunciare questa SITUAZIONE DI SOFFOCAMENTO, farla conoscere, parlarne in in TV su giornali veri e non foglietti rionali come Il Secolo.

Chissa’ che l’antica animosita’ di Savona non ci dia una mano, ma io mi rifiuto, per quanto mi riguarda, di considerare ancora Genova la mia citta. Sono anziano, ho casa  qui e qui resto, ma l’estate intanto me la passo altrove, la spesa me la faccio altrove, Internet mi collega col mondo e Genova non mi serve. Ho gia’ prenotato una tomba a cento chilometri da questo luogo di appestati, in un piccolo cimitero di campagna dove son sicuro che qualcuno pensera’ sempre a portarmi due fiori.

Neanche da morto ci voglio restare : Genova è solo il luogo dove sono costretto a vivere, chiuso nel mio ghetto del centro antico, in una casa patrizia, grande e comoda, che mi consente di vivere da re. E quando fa troppo caldo me ne vado a caccia a Calizzano, dove tra caprioli o cinghiali o funghi qualcosa trovo sempre.E una come Marta Vincenzi, o pulisce le stalle o lava la biancheria sporca dei forestali nel fiume Bormida.

Cesare Simonetti


Branchereone alle crociate

giugno 25, 2010 da Redazione  
Capitolo Polemiche

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Potevate risparmiarcela, questo è l’unico commento. La cronistoria è semplice: l’ignoto Brancher, sottosegretario de noantri, viene promosso improvvisamente e senza ben chiare motivazioni ministro per il federalismo, con atto di forza schwarzeneggeriano. La Lega s’indigna, i peones protestano, a Fini gli viene mollo e s’incazza. Due giorni dopo l’arcano è svelato: il neoministro “chenonsisaperchè” è chiamato a rispondere in tribunale di alcune presunte malefatte. Et voilà! Ricorre al legittimo impedimento in quanto ministro della Repubblica. Ora, potete raccontarcela quanto e come volete ma non se la beve nessuno: Branchereone è stato salvato di bella posta dalle crociate. Altra pappa per l’opposizione, per gli indignati di mestiere, per gli italiani tutti, disgustati dalla casta. Eh si, potevate proprio riaprmiarcela questa….

ASTOLFO SULLA LUNA

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