Aspettando Godot a Mirabello

settembre 3, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

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Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della vita si risolve sempre in quei pochi episodi che marcano l’esistenza di un uomo. La nascita e la morte, principalmente, e poi un’attesa più o meno lunga di un qualcosa che mai, in nessun momento, nei tempi e per le emozioni, sarà mai possibile stabilire con certezza.

Aspettando Godot nel pensiero dell’autore doveva essere una rappresentazione teatrale noiosa, perché non può che essere noiosa una storia che non interessa nessuno, e noiosa è anche la sensazione di attesa di un qualche episodio che non si sa quale sia e che si lascia far credere, invece, che possa dar significato a qualcosa. Come l’attesa per il discorso di Fini. In definitiva anche questa  attesa è inutile e noiosa. Come per un discorso che appare scontato e che non risolverà niente, né allo stato dei fatti potrà risolvere niente. Ci sarebbe solo da prendere atto che si è rotto un rapporto di fiducia. Manca ora solo la lealtà di trarne le conseguenze e di arrivare alle conclusioni. L’opera di Beckett è di quelle che appartengono al cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Noi aspettiamo Fini, ed in verità ci annoiamo. E se non è anche questo assurdo?

Dopo giorni di silenzio e d’attesa, come quella di Vladimiro e di Estragone, Fini non si è presentato agli appuntamenti estivi già presi, ed ancora tutti sono nell’attesa che arrivi. Anche perché c’è più di uno che qualche domanda da fargli ce l’ha.

Sulla scena Didi e Gogo aspettano Godot. Per la ripresa della vita politica italiana, tutti aspettano Fini. Tutti ne parlano. S’aprono discussioni su ogni ipotesi, alcune senza senso, altre oziose, muscolose ed inconcludenti. Tutti che discutono e che litigano, e si formulano le congetture più strane. C’è chi difende e chi attacca. Chi richiama al rispetto. Di che? Di cosa? Di chi? E poi c’è chi grida e c’è chi molla, chi minaccia e  chi sorride, chi s’indigna e chi si lamenta. C’è anche l’immagine di “Pozzo” che arriva tenendo al guinzaglio il suo “Lucky”: ha le sembianze di un grande vecchio che governa le briglia delle sue bestie. Toh! Queste bestie perché hanno anche i lineamenti di chi dirige le caste!

Tutti sono così in attesa del niente, tutti sono come i personaggi di Didi e Gogo che aspettano che arrivi il signor Godot, senza sapere perché l’aspettano, né cosa si devono aspettare da lui. Ma non per questo rinunciano all’attesa.

Ed il nostro Godot arriverà a Mirabello. Sempre che venga! Non si sa mai! Beckett il suo Godot non l’ha fatto mai arrivare. Il commediografo ha solo acceso la nostra curiosità, facendocelo immaginare sotto più possibili sembianze: buono, severo, giusto, diverso, anche un po’diabolico.

Anche Fini mostra più facce a seconda delle sue ambizioni. Chissà se verrà!

Se Vladimiro ed Estragone , nella commedia, aspettano e discutono tra loro per la durata dei due atti, quasi per tutto uguali, sempre noiosi, mai rivelatori di nulla, sempre ansiosi di andare senza mai dire e sapere dove, l’onere, invece, di dover dar contenuto all’attesa, Beckett lo ha affidato al pubblico che ascolta. C’è stato così chi ha pensato che i personaggi sulla scena aspettassero il Signore, chi la morte, chi una vita migliore. Di certo non c’è chi ha pensato che aspettassero Fini. E non solo perché il Presidente della Camera al tempo, subito dopo l’ultima guerra, non era ancora nato, ma perché questi in qualcosa si dovrà pur materializzare. Non è il personaggio immaginario di una commedia. O che lo sia? Ma si materializzerà lo stesso!

E’ difficile, infatti, che l’ex leader di AN lasci tutto solo nell’immaginario. E’più facile, invece, che scenda nel pratico e che materializzi un progetto, uno scopo, un fine, una conclusione, un’ipotesi. Si pensa anche alla materializzazione di una esplicita richiesta. Il Presidente della Camera non sembra, infatti,  uomo dai grossi tormenti esistenziali, alla Beckett. Lo si immagina, al contrario, piuttosto impegnato, con curiosità non solo subacquea, ad aspetti più materiali, alcuni anche un po’ troppo materiali. E se nella commedia Godot rappresenta un avvenimento che sembra urgente e non procrastinabile, ma che resta lontano e che non  arriva mai fino alla fine, ci auguriamo che la commedia che,  come italiani, ci interessa più da vicino abbia invece finalmente una fine.

VITO SCHEPISI


Gheddafi: ed è subito sera

settembre 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

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Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i loro cerimoniali, ma ciascuno uomo di stato è libero nel paese ospitante di tenere conferenze e di usare, nella parte privata della sua visita, il protocollo che vuole. L’ospite straniero è libero di esprimersi, di auspicare scelte religiose e di vita, di far riferimento a questioni interne alla propria nazione, di presentarsi in abiti tradizionali, di portarsi un seguito di uomini e donne che gli facciano da scudo umano, di assoldare anche mille hostess a far da coreografia alla propria presenza ed anche di far sfilare una mandria di cavalli berberi.

Fossero questi i problemi!

Ciò che un capo di stato o di governo non può fare in uno paese straniero è offendere il popolo che lo ospita o usare un linguaggio minaccioso o violare le leggi dello stato ospitante. E ciò che invece non può fare un governo di un paese libero e democratico è impedire che il suo ospite si mostri, che parli, che abbia insomma la libertà di manifestare le proprie idee, la propria cultura, le proprie tradizioni e le proprie scelte politiche e religiose. E’ semplicemente ridicolo pensare che il Governo italiano avesse potuto impedire al Colonnello libico di organizzare liberamente le manifestazioni private previste per la sua visita.

Gheddafi è un megalomane, è un dittatore un po’ esaltato ed anche un po’ rozzo, ma è il leader di uno Stato che si affaccia sul Mediterraneo, non molto distante dall’Italia. La diplomazia italiana non lo ha isolato quando ispirava e finanziava il terrorismo internazionale, non si capirebbe perché ora che ha moderato la sua aggressività avrebbe dovuto invece isolarlo. C’è molta ipocrisia in Italia. C’è un modo tutto italiano di strumentalizzare, ed è ridicolo che accada anche per iniziativa dei sostenitori di Fini, aggiuntisi all’indecente cagnara, quando avrebbero altro di più serio da pensare ed alcune spiegazioni imbarazzanti da dare.

Gheddafi esagera nelle sue manifestazioni ? Ma sono fatti suoi! Se si rende ridicolo è un problema suo. Se lo facesse Berlusconi in  Libia gli italiani avrebbero mille ragioni per lamentarsi e prenderne le distanze, ma a noi italiani che ci importa di Gheddafi e dei suoi modi di apparire? Forse che l’invito all’Europa di islamizzarsi sortirà esiti in tal senso? Forse che le hostess invitate ad ascoltare le sue prediche sulla libertà delle donne musulmane si sottometteranno alla cultura maschilista dei paesi arabi?

L’Italia è un Paese democratico, il nostro Paese ha uno stile diverso e più sobrio, non c’è culto della personalità, esiste più responsabilità verso il popolo, c’è maggiore consapevolezza della nostra cultura, dei nostri valori ed i nostri gusti sono soprattutto meno sguaiati. Dover rispondere anche delle megalomanie degli altri è piuttosto pretestuoso e ridicolo!

Ma è anche divertente constatare quanto la nostra politica ed i media siano così privi di decenza e di tolleranza. Appare, infatti, come un desolante sintomo di carenza di sobria ironia, se invece di sorridere ci si strappa le vesti, come se l’Italia avesse perduto la sua dignità. Come se Frattini fosse andato a Beirut a passeggio sotto braccio  con i miliziani di Hezbollah o avesse definito esagerata la reazione di Israele ai missili lanciati sul suo territorio dai soldati del Partito di Dio di Hassan Nasrallah. Solo che in quelle occasioni per D’Alema, allora ministro degli esteri di Prodi, tutta questa cagnara non c’è stata, pur trattandosi di incontri con gruppi terroristici e di valutazioni inopportune e faziose di episodi drammatici.

Nelle mani di Hamas, a Gaza, è prigioniero Gilat Shalit un soldato israeliano catturato nel maggio del 2006, all’età di 20 anni, in tempo di pace ed in territorio israeliano. La sua unica colpa è quella d’essere stato un soldato di leva dell’esercito israeliano. La stampa e la politica italiana avrebbe tempo e modi di mostrare la loro indignazione contro la barbarie. Una marcia? Un  appello? Una raccolta di firme? Una campagna di sensibilizzazione? Niente! Niente di niente! Una banda di ipocriti! Sono solo una cricca di ipocriti, come quelli che parlano di libertà di stampa e che tacciono sulle richieste risarcitorie per pretestuose diffamazioni di alcuni magistrati alle testate minori ed indipendenti.

L’idea è che la cagnara abbia per obiettivo Berlusconi più che Gheddafi. L’idea è che sia la solita sceneggiata di chi non ha il pudore di ricordare l’assordante silenzio, sempre della stampa – se non per l’eco del caso Telecom-Rovati che animò la circostanza – che si ebbe per la spedizione dei mille al seguito di Prodi in Cina, solo che quella del novello Marco Polo in oriente non era per riunire l’Italia, come quella di Garibaldi in Sicilia, ma per chiedere l’elemosina al gigante cinese, facendosi piccoli piccoli, sebbene in mille e tra i cinesi che sono di bassa statura, senza profferire parola contro il genocidio e le dure repressioni del regime cinese nel Tibet.

Basta invece un solo pretesto, anche il più stupido ed insignificante, per accendere la miccia dell’ennesima  manifestazione di antiberlusconismo. Non va giù il pragmatismo e la sostanza dell’uomo di Arcore. L’incapace ha sempre timore di chi invece si mostra capace. L’invidia si trasforma ben presto in odio e rancore. Lo si nota verso questo Governo che, pur tra mille difficoltà, mostra concretezza ed un sentire diverso rispetto al passato, quando per riparare i guasti si usava il debito pubblico per tamponarli.

Eppure con Gheddafi sono stati portati avanti accordi commerciali che interessano molte imprese italiane. Sono in cantiere lavori in Libia per alcune decine di miliardi di Euro. Ci sono accordi per la fornitura di gas per soddisfare buona parte del fabbisogno italiano e soprattutto per non renderlo dipendente solo dalle forniture russe, con le turbolenze esistenti tra la Russia ed i paesi di passaggio del gasdotto. Con la Libia è stato possibile invertire l’uso, e forse l’abuso, di far partire i barconi di immigrati clandestini diretti verso le isole minori della Sicilia. Quegli stessi barconi che avevano creato non pochi problemi alla vocazione turistica delle isole interessate, generando episodi e proteste subito strumentalizzate dai soliti campioni italiani della doppia morale, come Santoro e Gad Lerner.

Se c’è invece una morale oggettiva da trarre , è che questo nervosismo sia un sintomo di preoccupazione. Ma se sono preoccupati i servi delle caste, vorrà dire che come italiani liberi ci possono essere buoni motivi per esserlo un po’ meno.

VITO SCHEPISI


La rivoluzione impossibile

luglio 26, 2010 da Redazione  
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A chi ha (ancora !) il “gusto della politica” , intesa come grande scuola civile e laboratorio di idee e di programmi, mi piace consigliare un libro “inusuale”, a metà strada tra il saggio politologico ed il diario generazionale: La rivoluzione impossibile (Edizioni Vallecchi), a cura di Marco Tarchi

E’ un po’ come imbarcarsi su una “macchina del tempo”, facendo un balzo all’indietro di trentacinque anni, ritrovandosi a contatto con una “destra” fuori dell’ordinario, né nostalgica, né settaria, pronta a guardare con occhi diversi nella modernità, ad occhieggiare, in modo “trasversale”, verso temi cari fino ad allora alla sinistra eretica,  come il terzomondismo, l’ecologia o l’autodeterminazione dei popoli, impegnata a gridare “né Marx né Coca-cola, né banche né soviet”,  ad organizzare  il primo “campo Hobbit”, in onore degli eroi fantasy di Tolkien, con tanto di musica alternativa, dibattiti sulla questione giovanile e femminile, sulla musica pop e sul teatro d’avanguardia.

Guardando a  quella breve stagione, che fece intravedere la possibilità di portare il Movimento sociale oltre uno stanco  nostalgismo , Tarchi – che di quel laboratorio fu uno dei principali animatori – parla di “Rivoluzione impossibile”:  “Una rivoluzione impossibile – dice Tarchi – perché non c’erano le premesse perché quel fermento avesse un seguito: la volontà del partito di non rinunciare alla redditizia nicchia composta dai fascisti non pentiti, la paura che il confronto con la sinistra scalfisse l’immagine anticomunista del partito e soprattutto un viscerale conservatorismo. E così il Msi continuò a restare inevitabilmente fuori del proprio tempo”.

La “rivoluzione” non fu però limitata – a mio parere -  al linguaggio e ai simboli (Tolkien, gli elfi e la croce celtica al posto del Duce, del fascio littorio e delle camicie nere), ma incise  sull’immaginario e sulle idee, anche della destra politica, specie giovanile, fino a condizionarle – in prospettiva – più o meno consapevolmente.

Per tracciare il profilo di quell’esperienza, Tarchi ha ripreso in mano “Hobbit/Hobbit”, opera collettanea di inizio degli anni Ottanta, con l’obiettivo di limitarsi a commentarla, a 30 anni di distanza. “Poco alla volta ho capito però che non mi potevo limitare a introdurre una ristampa – aggiunge – ma era necessario ricostruirla, ampliarla e ripensarla”. È nato così il saggio che ricostruisce modo di pensare, agire, tic e ossessioni di quella prima generazione nata politicamente dopo il ’68, che ha attraversato la prova degli anni di piombo. “Avevamo un linguaggio innovativo per la nostra epoca, adeguato al gergo giovanile del periodo, ma riletto oggi ci sono tutte le tracce di un continuo conflitto con gli stereotipi e i tabù tipici del neofascismo – ammette Tarchi -. Volevamo mettere alla berlina l’ambiente missino, ma tutte le polemiche e i riferimenti erano introflessi, segnali in codice per ‘iniziati’ che nessuno che non proviene da quel mondo oggi potrebbe più comprendere”.

Resta il fatto che, al di là dei riferimenti d’ambiente, si mise in moto, in quegli anni, un processo di mutazione della destra italiana, a cui  non fu estranea la “rivoluzione elettorale” del 1993-1994, con tutto quello che ne seguì.

Da questo punto di vista la riflessione di Tarchi è un essenziale strumento di comprensione di quel processo di mutazione, che, lo si condivida o meno,  offre un’idea della destra italiana  certamente non banale. Un libro da leggere, anche sotto l’ombrellone, cercando di cogliere l’alito di idee e di passioni “inusuali” per questi nostri tempi di …bassa politica.

MARIO BOZZI SENTIERI


La fiducia è la chiave della ripresa (by Ge-Zena)

luglio 23, 2010 da Redazione  
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Il parere di Pierluigi D’Angelo (Presidente “Anaci” Genova)

Quando il sistema economico va in recessione gli esperti, i giornalisti ed anche il nostro Presidente del Consiglio ci dicono che bisogna ripristinare la fiducia.

Gli economisti danno una loro particolare interpretazione al termine “fiducia”; in effetti tutto ciò che ci circonda è caratterizzato da diversi equilibri e sensazioni.

Prendiamo l’esempio di una zona ove vi è stata una devastante inondazione: chi vi ricostruisce la propria casa? Chi non si sente di abbandonare le proprie radici (correndo il rischio di una nuova alluvione) o chi vuole speculare sull’acquisto a prezzi stracciati dei terreni a rischio; o se molti si mettono a ricostruire allora anche altri vorranno farlo?

Ecco che potrebbe crearsi un equilibrio positivo (la ricostruzione) ed in tal caso diciamo che c’è la fiducia; ma potrebbe esserci un equilibrio negativo (la non ricostruzione) ed allora vi è la mancanza di fiducia.

In questo esempio si può affermare che la fiducia non è altro che una previsione, riferita al fatto che altri ricostruiscano oppure no.

Una previsione fiduciosa è quella che vede un futuro roseo, una revisione sfiduciata vede un futuro nero.

Sul dizionario la parola “fiducia” è più di una previsione: è un sentimento di sicurezza che deriva dal confidare, senza riserva, in qualcuno o in qualcosa.

La parola deriva dal latino “fido”, io ho fede.

La crisi di fiducia si può definire anche crisi di cedimento: la parola “credito” deriva anch’essa dal latino “credo”, dunque io credo.

Forse posso dare l’impressione di essermi perso sulle sfumature di significato delle parole; ma non è così perché, dopo questa analisi, voglio arrivare al punto di vista degli economisti, basato sull’equilibrio delle previsioni rosee e delle previsioni nere.

Gli economisti esprimono solo in parte il significato di “fede”.

La loro logica richiede che la fiducia sia razionale: usano informazioni disponibili per sviluppare previsioni razionali.

Spesso si prendono decisioni in piena fiducia; ma la nozione di fiducia non si esaurisce nel valore della parola; il vero senso della fede è spingersi oltre il razionale; se una persona ha davvero fede spesso rigetta o tiene in poco conto certe informazioni; addirittura non è in grado di elaborare razionalmente le informazioni di cui dispone e, se le ha elaborate razionalmente, può non agire di conseguenza in modo razionale, ma agirà esclusivamente sulla base di ciò che è convinta sia vero.

Ricapitolando le sopra indicate considerazioni: se è questo che intendiamo per fiducia; allora capiremo subito perché, se varierà nel tempo, la fiducia dovrà sviluppare un ruolo centrale nella ripresa economica.

E’ un ragionamento semplice: nei periodi positivi la gente si fida, decide in maniera spontanea, è istintivamente convinta che avrà successo, è quindi meno sospettosa; finchè le persone rimarranno fiduciose, la loro impulsività non sarà evidente.

Ma quando la fiducia svanirà, la marea calante rivelerà la nudità, o meglio la nullità, delle decisioni prese.

Ritornando alla parola fiducia” si può tranquillamente affermare che la stessa genera un comportamento che esula da un approccio razionale alle decisioni e ci ribadisce il motivo per cui essa svolge un ruolo centrale e fondamentale dell’economia. Chi è fiducioso esce di casa e va a comprare, chi non lo è resta a casa o, addirittura, vende.

La storia dell’economia mondiale è composta da cicli di fiducia e di ritirate. Il noto economista Keynes citava nei suoi saggi “gli spiriti animali”: quando le persone prendono importanti decisioni sugli investimenti devono basarsi sulla fiducia. Ma la teoria economica suggerisce altri comportamenti prima di prendere decisioni razionali: si considerano tutte le opzioni disponibili, si valutano gli esiti di dette opzioni, e quanto sarebbe vantaggioso ciascun esito, calcolando le probabilità di ciascuna opzione ed, infine, assumendo la conseguente decisione.

Domandiamoci: siamo davvero in grado di fare tutto ciò? Siamo capaci di stabilire quali sono le probabilità e gli esiti? Oppure le decisioni economiche anche strettamente personali su quali beni comprare o conservare, sono prese più sulla base del fatto che ci fidiamo oppure no?

Possiamo concludere affermando che molte nostre decisioni, comprese quelle più importanti nella vita, sono prese perché sentiamo ”a naso” che sono quelle giuste.

A livello di economia mondiale, e quindi di ripresa economica, la fiducia va e viene, a volte con corrette giustificazioni, a volte no.

Non è solo questione di razionalità, ma di “spirito animale”

(copyright Genova Zena – partner de Il Culturista)


La fabbrica di Nichi

luglio 22, 2010 da Redazione  
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Vendola, dopo aver devastato  la Puglia, si muove per demolire anche il Paese. Ha lanciato la sua proposta  di candidarsi per competere da premier. Il largo anticipo, però, desta qualche sospetto. Una candidatura troppo anticipata rischia d’essere bruciata. Vendola ha dovuto anticiparla per almeno tre ragioni. Forse anche per quattro. Sgombriamo subito il campo dalla quarta, che è quella di dar modo a De Benedetti di spianargli la strada con i suoi giornali ed i suoi contatti industriali e finanziari.

La prima ragione, invece, è quella di mantenere viva la sua popolarità. Vendola è sempre un personaggio che si muove in una scena minore, quale può essere quella di una delle 20 regioni italiane.

La seconda è che l’ex rifondarolo ha vinto le elezioni pugliesi ma non ha convinto. Le ha vinte solo per la spaccatura dell’elettorato moderato. Tra l’altro ha già i suoi problemi. L’opposizione nel complesso ha preso più voti di lista. Due consiglieri eletti con la sinistra  (uno del PD e l’altro dell’Idv), con un altro consigliere eletto nel centrodestra, hanno costituito un gruppo che si è collocato all’opposizione. L’Idv di Di Pietro, infine, è determinante per la maggioranza in Consiglio e si pensa che, prima o poi, in una Regione con tanti problemi, anche giudiziari, farà pesare la sua presenza, sottraendo visibilità e popolarità al leader di socialisti e libertà.

La terza ragione è che Vendola non è proprio convinto che alla lunga la Puglia mantenga la visione di quella magica oasi nella realtà politico-amministrativa meridionale che vorrebbe far passare. I giornali locali e le pagine pugliesi delle testate nazionali sono state troppo tenere con lui. Le sceneggiate ora contro Fitto, ora contro Tremonti, perdono pian piano la loro eco dinanzi ai problemi non risolti. Il Governatore teme, inoltre, il progressivo logoramento politico della sinistra pugliese, pensa ai danni fatti nei 5 anni precedenti i cui costi cadranno sui contribuenti pugliesi, riflette sul degrado ambientale, sociale, produttivo che si accresce a spese dei giovani ed, in senso più largo, della complessiva qualità della vita nella Regione.

Vendola avverte così l’esigenza di un palcoscenico diverso da calcare. Prepara il suo distacco dai problemi che ha creato. Ha paura del futuro pugliese e di essere travolto dal dissesto amministrativo e ambientale, come è capitato a Bassolino in Campania e Loiero in Calabria.

I suoi stati generali a Bari si sono aperti con la simbologia fantasiosa del  vulcano islandese, evocato come “eruzione di buona politica”, con il giovanilismo inteso come valore aggiunto della politica, con l’immagine del “Berlusconi – Cesare” che impedisce un confronto politico reale. E’ da lì che parte, come da copione, con tutta una serie di immagini successive che fanno parte del suo consueto bagaglio delle apparenze e dell’immaginario. Parte la sua funambolica furbizia con cui spaccia per salvifica poesia un verbalismo inconcludente e con cui fa passare per idee le sue fumosità verbali e le sue certezze ideologiche, prive invece di un qualsivoglia spessore politico.

Il Pullman di Prodi e Veltroni, il treno di Franceschini, la fabbrica sempre di Prodi, il loft di Veltroni e non poteva mancare, pur se non originale, anche  la fabbrica di Nichi, l’abile fabulatore e tracciatore di illusioni, il realizzatore di fantasticherie e di buoni propositi spacciati per poetar di politica. Vendola: lo stesso uomo ben posto tra i politici cialtroni dal Ministro Tremonti.

C’è una Puglia ideale che è molto diversa dalla Puglia reale. Quella ideale è anche quella che diventa ideologica, esclusiva, immutabile, eterna nei racconti del Governatore Vendola. Una Puglia in cui la passione, il sacrificio, il sangue, il sudore, l’impegno si mischiano alla natura, al mare, ai paesi lastricati di pietre, agli odori di una cucina deliziosa che profuma di terra e di mare, alle case ai monumenti, agli ulivi millenari, ai colori intensi di una natura prorompente. La Puglia della musica, dei canti e dei balli popolari. Quella delle feste estive della tradizione popolare fatta di mostre e degustazioni di vini e di prodotti tipici. La Puglia che si fa amare da chi la conosce da sempre e da chi la scopre per la prima volta. La puglia delle barche che portano a riva il pesce appena pescato, dei pescatori che seduti per terra sui moli dei piccoli porti dei paesi marinari riparano le reti per la nuova giornata di lavoro, la Puglia della cortesia, della semplicità, dei sorrisi, della arguzia popolare, della modestia e della mesta rassegnazione dei suoi abitanti.

Ma ci chiediamo, a ragione, se questa che tutti vorrebbero ritrovare intatta nella sua magnifica semplicità sia la stessa Puglia violentata invece dall’incuria, dai pannelli fotovoltaici che sostituiscono gli alberi e le piantagioni dell’uva e degli ortaggi. Se sia la stessa delle “foreste” di  pale eoliche che deturpano i paesaggi. La Puglia dove la differenziata non esiste ancora, quella delle discariche a cielo aperto, quella delle pulizie delle strade … solo quando mi ricordo.  La Regione dove l’igiene nelle città è spesso un’opinione. La Puglia sitibonda in cui l’erogazione dell’acqua potabile, come accade in alcuni paesi del Salento, è razionata o manca del tutto. La stessa a cui  manca l’acqua per l’irrigazione.

Ci chiediamo se la Puglia della poesia di Vendola sia la stessa Regione del Levante d’Italia delle condutture che saltano, delle fogne che scoppiano, della desertificazione di vaste zone, delle devastanti ed intollerabili dispersioni dalla rete idrica e dei furti dell’acqua. Se è, insomma, la stessa Puglia delle comunicazioni stradali insufficienti, dei trasporti che mancano, degli asfalti gruviera. Ci chiediamo, inoltre, se questa Puglia ideale sia la stessa di quella che è indicata come luogo di una sanità tribale. Sull’argomento c’è oramai una letteratura cospicua fatta di abusi, di violenze, di umiliazioni, di squallore, di mafia, di degrado, di precarietà e di incuria. E’ la sanità dei ticket che dovevano essere aboliti ed ora ci sono anche per patologie invalidanti, delle liste di attesa che dovevano essere anch’esse abolite e che ora sono lunghe per mesi ed a volte per anni. Quella pugliese è la sanità dei debiti oltremisura contratti per un servizio da terzo mondo.

Ma quella di Vendola è anche la Puglia dove non esistono posti di lavoro per i giovani, e dove non esiste nessuna idea in cantiere per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e produttive che possano assorbire le domanda di occupazione. Investimenti non fatti, fondi non utilizzati. Una colposa responsabilità per le occasioni perdute.

La fabbrica di nichi è solo un opificio di chiacchiere, un involucro vuoto, come vuote sono le idee del suo capo fabbrica.

VITO SCHEPISI


La farsa della P3

luglio 21, 2010 da Redazione  
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Interessati abbagli e miraggi estivi non sono infrequenti. Ne fa fede quello che riguarda la “resurrezione” alle cronache dell’imprenditore sardo Flavio Carboni, “faccendiere notissimo” alle agenzie giornalistiche dell’Italia tutta per la sua intraprendenza nel collegarsi a coloro che contano per entrare in ogni sorta di businnes. D’altra parte  per fare “grossi affari” (per tradizione e in generale) occorre anche frequentare i politici e non solo gli affaristi della propria risma e pertanto è bello immaginare e poi configurare (da parte degli avversari del governo) che per consolidare questo tipo di rapporti debba rifiorire qualche antica loggia (P3, P4. e chi più ne ha in mente più ne metta). Naturalmente se c’è loggia (segreta) c’è fumo, e allora ci sarà altresì fuoco, cioè tentativo di condizionare i pubblici poteri (e perché no? Cercare di impadronirsene. Quindi tentativo di sovvertire le pubbliche istituzioni, dunque colpo di Stato). Ci risiamo, è la solita ripartenza dell’opposizione di Sinistra (più IdV). L’U.d.C. non ci casca, ha più buonsenso. E’ quasi incredibile ma dall’Italia dei governi balneari (ai tempi della D.C. e del suo avversario-fratello di latte il P.C.I.) siamo passati a quella della (immaginata) sovversione golpista da parte di affaristi (pressoché “sputtanati” da decenni di mala stampa di Sinistra). Sono quasi incredibili le eccedenze di fantasia che hanno certi magistrati che forniscono spunti ghiottissimi agli amplificatori di comodo delle loro intuizioni (infondate) presso la carta stampata. E infatti nell’Italia della prima repubblica non c’erano solo i governi balneari ma anche i continui tentativi golpisti (guarda caso, sempre contro la Sinistra che si rappresentava come una sorta di ombelico del mondo continuamente a rischio a causa delle congiure ad essa avverse. Naturalmente non parlava mai, come è ovvio, di tutte le trame che partivano dai paesi dell’Est contro la nostra penisola). Se rientriamo nella fattispecie in questione ci troviamo dinnanzi al formarsi di una delle tante lobbies che cercano di accaparrarsi, sgomitando, entrature di tutto rilievo nel mondo degli appalti governativi. Piatto ricco mi ci ficco (secondo il noto detto dei giocatori d’azzardo). Non c’è dubbio che l’ampia area degli appalti pubblici favorisca l’esistenza di situazioni di ambiguità (il che non vuol dire necessariamente malavitose a vario titolo) sulle quali è bene sorvegliare ed eventualmente intervenire ma tutto il resto è al massimo cattiva letteratura giornalistica. Da un piccolo seme qui se ne è derivato anticipatamente un bosco. Si potrebbe dire che non c’è nulla di nuovo sotto il sole dell’agitata e fantasiosa politica praticata dall’opposizione. Va tuttavia ricordato alla stessa quanto veniva a suo tempo scrivendo l’arguto K. Marx (essendo politicamente e lucidamente sull’esagitato andante – contro Napoleone III): “Hegel osserva in un punto delle sue opere che tutti i grandi fatti della storia del mondo ed i loro personaggi, compaiono per così dire a due riprese. Egli ha dimenticato di aggiungere: la prima volta in tragedia, la seconda in farsa.” Se accettiamo questa impostazione, c’è da chiedersi a che degrado di livello caricaturale siamo giunti nel nostro paese.

Diciamo la verità (anche se alcuni aspetti di essa sono ancora in discussione). L’unico preparativo autentico (se non tentativo) di colpo di Stato di natura istituzionale è stato quello del 1964 (il famoso “piano Solo” attribuito al Generale De Lorenzo comandante dell’Arma dei Carabinieri (la verità, “vera o presunta” la si seppe nel 1967 a seguito di una celebre inchiesta dell’ “Espresso”). Dato e non concesso (del tutto) che le cose stessero così, la cosa poteva e può risultare credibile perché l’Arma dei Carabinieri (a parte il suo prestigio antico e la sua forza militare) era legittimamente in grado di arrestare chiunque (assolvendo anche a compiti statutari come polizia militare). Dunque poteva colpire i nemici del “golpe” ma anche coloro che nelle file dei politici e delle Forze Armate fossero stati contrari e avversi al colpo di Stato pur non essendo per nulla collusi con i “nemici” del nostro paese legato all’Alleanza Atlantica e quindi avversario del Patto di Varsavia. Un golpe anticomunista incentrato sulla forza dell’Arma dei Carabinieri era praticabile ed è (ancora) credibile, anche perché è pensabile (e forse probabile) che le altre Forze Armate non l’avrebbero ostacolato e una larga parte di loro non si sarebbe tirata indietro. Esso comunque non è avvenuto e questo testimonia della stabilità delle Istituzioni (in un’Italia di forze politiche piuttosto in difficoltà, sotto vari aspetti). A parte questo momento critico (avvalorato nel 1964 da una miriade di voci comparse sulla stampa internazionale), tutto il resto appartiene ai ballons d’essai politico-giornalistici di cui la Sinistra in genere è stata interessatamente prodiga e generosa (attraverso i suoi terminali giornalisti) con il proprio elettorato reale e potenziale. Dopo “lotta continua” si è passati a “farsa continua”. Resto sorpreso che ancora oggi si ricorra a questi mezzucci. Strano allora che non sia stata, in questa circostanza, richiamata alle armi l’on. Tina Anselmi, una studiosa, specialista in materia di P2. Berlusconi se la ride e fa bene: non c’è altro da fare. Piuttosto c’è da augurarsi che non si astenga dal diffondere barzellette in proposito. E che altro si può fare di fronte a queste forme di disperazione politica da parte dell’opposizione. Sembra che essa stia morendo e che nemmeno il barone Frankenstein sia in grado di resuscitarla (figuriamoci la neonata P3).

CLAUDIO PAPINI


Da sud a nord, l’esempio di Borsellino

luglio 20, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

borsellino

Il diciottesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino e della sua scorta  invita ad una presa di coscienza tutta l’Italia, anche l’Italia del Nord, considerata, fino a poco tempo fa,  esente da certe “infiltrazioni” criminose.

Appena la scorsa settimana   trecento arresti, tra Calabria,  Lombardia ed altre zone del Nord Ovest, hanno rivelato infatti uno scenario inquietante sulla capacità di organizzazione e di radicamento della criminalità organizzata nel settentrione d’Italia.

Ci  sono i filmati, messi agli atti dai  procuratori Ilda Boccassini e Giuseppe Pignatone,  dove si vede l’ elezione del “mastro generale” dei vertici dei clan calabresi del Nord, avvenuta in un centro intitolato – dramma  della sorte – ai Giudici Falcone e Borsellino, e la riunione in Aspromonte  dei  boss calabresi di tutta Italia.

C’è ormai la consapevolezza  che – come per la mafia – si può parlare per l’ndrangheta di una struttura unitaria, con propri mandamenti in Calabria, un organo  di vertice, che “ne governa gli assetti, assumendo o ratificando le decisioni più importanti”, ed una federazione della Lombardia,  con una “Camera di controllo deputata al raccordo tra le strutture lombarde e calabresi”.

Accanto ai criminali  gli “affiliati”, spesso senza problemi con la giustizia, in un inquietante connubio tra funzionari pubblici, imprenditori locali  e non poche connivenze politiche.

In Liguria – è uno degli esempi più clamorosi –   il consiglio comunale di Bordighera è a rischio scioglimento  perché sotto scacco dalla ‘ndrangheta calabrese, responsabile, negli ultimi mesi, di una serie di attentati incendiari a bar e imprese. A chiederlo al prefetto sono stati i carabinieri, che hanno individuato “elementi su collegamenti diretti o indiretti degli amministratori con la criminalità organizzata e forme di condizionamento degli stessi amministratori in grado di compromettere la libera determinazione e il regolare funzionamento dei servizi”.

Sui giornali locali  sono circolate foto che ritraevano esponenti del PdL in compagnia di alcuni rappresentanti dell’ ‘ndrangheta. Nessuna prova – sia chiaro – di un possibile voto di scambio, ma l’immagine non è certo delle migliori, mentre c’è chi si chiede  se e perché  nel  feudo del centrodestra della Liguria, dove le percentuali di vittoria elettorale sono bulgare da oltre un ventennio, il Pdl “avesse bisogno” di quei voti:  i politici o chi dava loro il voto?

Mente  il Sud piange, ricordando i suoi morti illustri, il Nord insomma ha poco da ridere. La sua presunta “superiorità morale” – cavalcata per anni dalla Lega Nord – si è incrinata. Ed è tempo di iniziare a fare qualche autocritica evitando di considerare certe questioni solo appannaggio del Meridione d’Italia.

Alzare la guardia significa certamente sviluppare e rafforzare l’azione di indagine e di repressione – come è avvenuto negli ultimi mesi. Ma non è  sufficiente. Nella misura in cui – come aveva già intuito, agli inizi degli Anni Cinquanta, Carlo Alberto Dalla Chiesa – la mafia, ed oggi – possiamo dire – la criminalità organizzata nelle sue diverse coloriture, è un problema culturale, è evidente che essa va aggredita culturalmente in tutta Italia, in tutte le istituzioni in cui si annida, nei partiti in cui cerca di costruire il suo potere.

E’ tempo allora di estendere l’esempio di Paolo Borsellino a tutta l’Italia, quale espressione di una cultura alta del senso dello Stato, capace di esprimersi con grande professionalità e rigore. Un esempio che può valere al Sud come al Nord del Paese, nelle zone a maggiore rischio ed in quelle parzialmente esposte al rischio criminalità.

Abbassare la guardia, nell’azione di contrasto e nella consapevolezza culturale e sociale di certi fenomeni, pensando che alcune aree siano “geneticamente” immuni, è non solo un errore gravissimo, smentito da certe recenti indagini, ma un regalo alla criminalità organizzata che non possiamo permetterci di fare.

Mario Bozzi Sentieri


Toh, le regioni si tengono le deleghe!

luglio 19, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

Le Regioni d'Italia

C’era chi ci aveva sperato. Ma i sogni come si sa svaniscono all’alba.

La notizia era di quelle che, sebbene per diverse motivazioni, poteva definirsi di gradimento trasversale. Si inquadrava propriamente nel mezzo, tra gli effetti del qualunquismo e quelli della reazione istintiva: in quel diffuso moto di disappunto che anima gli italiani avverso la politica, con tutti i suoi rituali, i suoi giochi ed i suoi abusi.

Le Regioni che riconsegnavano le deleghe al Governo per la gestione di alcuni servizi di pubblica utilità, poteva anche essere una buona notizia. Un’ottima notizia!

Siamo tra quelli che sono convinti che gli enti locali, e le regioni in maggior misura, come anche autorevolmente rilevato  dalla Corte dei Conti, non facciano molta attenzione alla spesa, anzi, al contrario, se ne servano per alimentare un sottobosco corrotto. Nel recente passato, sono stati tantissimi gli esempi di allegra gestione. Molto spesso ci si è ritrovati, infatti, a riflettere sulle contraddizioni che sorgono tra le macroscopiche carenze di servizi in alcune realtà del Paese ed il ricorso alle spese superflue.

Dinanzi alle megalomanie inutili, all’uso clientelare, se non criminoso, delle deleghe amministrative, dinanzi ai disavanzi finanziari di gestione, che per l’incidenza sul debito pubblico concorrono a danneggiare l’intero Paese, ci si chiede se tutte le carenze e gli eccessi siano oggi compatibili con la presenza di un mercato globale sempre più difficile con cui quotidianamente occorre misurarsi.

Siamo tra quelli che immaginano che con la manovra finanziaria, il cui decreto è appena passato al Senato ed è in attesa di definitiva conversione in legge alla Camera, si sia appena all’inizio dell’opera che ci attende da questo Governo, per la razionalizzazione e la ritrovata efficienza della spesa pubblica. Non è immaginabile, infatti, pensare di proseguire nell’andazzo percorso negli anni passati.

Il federalismo fiscale potrà forse servire per mettere dinanzi alle proprie responsabilità i governatori delle regioni e potrà far comprendere agli elettori ciò che è legittimo che debbano aspettarsi dagli amministratori locali. Con il federalismo potrà, forse, essere più facile far comprendere ai cittadini quanto sia più utile guardare alla qualità e quantità dei servizi che le amministrazioni sono state capaci di mettere a disposizione delle comunità o che saranno in grado di poter assicurare in futuro che non, invece, guardare alla vita privata di Berlusconi. Si potrà evitare di cadere nella trappola della stampa schierata che ha utilizzato il gossip e le escort per distogliere l’attenzione da alcune questioni amministrative, le cui gravità avrebbero potuto assumere, ad esempio in Puglia, grande rilevanza per il voto locale.

La qualità della vita nelle città potrà, infatti, mutare con il ricorso alle scelte amministrative e cogliendo le opportunità di sviluppo sul territorio. E non come abbiamo visto, invece, non realizzarsi con il mancato uso dei fondi europei destinati allo sviluppo delle aree sottoutilizzate. Il mezzogiorno, ad esempio, nel suo insieme, ha avuto la possibilità di  uscire dalle sue difficoltà, che risalgono ai tempi dell’Unità d’Italia (150 anni fa), utilizzando, per gli investimenti sul territorio e per la modernizzazione degli impianti, i fondi messi a disposizione dall’Europa. Non lo ha fatto. Non lo ha saputo fare. Gli amministratori sono stati, forse, troppo impegnati ad inseguire le spese di rappresentanza, le consulenze, i lussi, le apparenze, le pubblicità istituzionali, le politiche clientelari ovvero i fumosi principi ideologici.

Immaginare così che i governatori delle regioni fossero sul punto di  rimettere le deleghe al Governo, e quindi pensare che quest’ultimo potesse nominare dei commissari per la gestione e naturalmente per il controllo della pertinenza della spesa, ci aveva persino riempito di buone speranze.

Nessuna cosa in campo amministrativo può essere peggiore di ciò che ben si conosce, specialmente se ciò che c’è è molto simile al niente.  E finanziare il niente è stupido e dannoso. Se l’amministratore, infatti, ha la possibilità di avere soldi, li spende anche per il niente. Nessuno, motu proprio, rinuncia mai alla gestione di fondi. Il superfluo nasce sempre da disponibilità iniziali a cui, in futuro, nessuno è più disposto a rinunciare. Si creano strutture, si creano competenze, si creano professionalità ed organici che restano a vita, anche quando viene a mancare l’utilità e la ragione di queste presenze. Il sistema pubblico, come si sa, è antieconomico per definizione perché, da parte di chi amministra, spesso non c’è altro interesse se non  quello di poter disporre di fondi. Il potere, infatti, sta nel gestire e per farlo occorre avere facoltà di spesa. E’ una spirale poco virtuosa, ma che, purtroppo, si involge sempre così.

La notizia c’era, la Conferenza delle Regioni compatta l’aveva lanciata. Sapevamo che era solo una provocazione. Sapevamo che sarebbe stato un sogno destinato a svanire in una notte di inizio estate. Non ci avevamo veramente creduto sino in fondo, ma la speranza l’avevamo nutrita. Conosciamo i nostri politici. Sappiamo che in Italia il passo tra la politica e la sceneggiata è molto breve, sapevamo che anche questa volta doveva trattarsi del solito festival degli strilli che, per il suo andazzo rituale, si doveva dispiegare tra le crisi di pianto ed il disperato strappar di vestiti, ma ci avevamo sperato. Peccato!

VITO SCHEPISI


Il caso Repetto e Alexis deTocqueville

luglio 16, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

toqueville

Il caso “Repetto” (cioè Alessandro, presidente della Provincia di Genova, ex-D.C.) merita sicuramente una certa attenzione anche se le sue “recite” da ultras (non di una squadra di calcio bensì “politiche” a sinistra) sono ben poco convincenti. I modelli sono quelli di Rosy Bindi e di Franceschini. Basta guardarli bene entrambi ( o tutti e tre!) e ci si accorge che sono isterismi di comodo. E’ gente che cerca di essere  sempre sopra le righe del pentagramma. Gente che ha fatto il suo tempo e fa finta, strillando, di non rendersene conto. Dicendo che essi hanno fatto il loro tempo significa che non riuscendo a stare in sintonia del tutto con la linea di Bersani (dato il loro passato di vetero democristiani) debbono recitare un estremismo che non è il loro. D’altra parte, essendo stati democratico-cristiani non riescono nemmeno ad allinearsi ad una ideologia e ad una pratica politica di stampo concretamente socialdemocratico che oggi si trova (per certi versi paradossalmente incarnata dai sindacati C.I.S.L , U.I.L. e U.G.L., per citare solo i tre maggiori).  Sono con la F.I.O.M./C.G.I.L. per darsi una visibilità abbastanza facile da raggiungere, estremizzando ad ogni piè sospinto. Certamente è vero che Repetto è presidente di un ente (la provincia di Genova) la cui inutilità è sorprendente e abbagliante al tempo stesso. Mi riferisco al livello elettivo-politico. Sui segmenti burocratici sparsi per il territorio la questione va invece valutata in relazione alle competenze che talvolta possono essere sicuramente utili per aree territoriali generanti consorzi di Comuni (che, guarda caso, singolarmente considerati sono davvero già troppi).   Va detto comunque a discolpa del localissimo “Repetto” che egli si configura come uno dei non ultimi  “attori” impersonanti un tratto fondamentale di non pochi politici italiani. La percezione dell’inutilità del proprio ruolo suscita infatti il desiderio di difendersi in qualche maniera. Come è noto la miglior difesa è l’attacco ma l’attacco non può che essere rappresentato non entrando  mai davvero  nelle questioni di fondo che sono certamente di valore ed importanza collettiva (sono però anche personali e se si strilla lo si fa certamente per motivi personali e, proprio per questo, si richiama l’attenzione da parte degli altri individui su un caso che appare loro strettamente individuale. Ma il problema vero è che non lo è nell’aspetto più rilevante).  La crisi economica in atto (dalla quale forse stiamo uscendo. L’apparato produttivo infatti ha ripreso a macinare reddito) ha posto finalmente all’attenzione del grande pubblico un incontrovertibile dato di fatto. E’ troppo alta la quota di prodotto interno netto che viene assorbita da ciò che è “pubblico”. Se togliamo la pletora in atto di lavori e impieghi pubblici (peraltro regolati dai loro rispettivi contratti), ci si è accorti che circa il 35/40 % dei redditi derivanti da “attività politica” è del tutto superfluo (a partire dalle aule parlamentari e a scendere fino ai consigli di circoscrizione, città per città). Altri paesi europei avendo questo 35/40% in meno ed essendo dotati di una migliore organizzazione politico-amministrativa, se la cavano benissimo e non sentono per nulla la mancanza di una miriade di persone in più che vivono di “attività politica”. Direi che questi popoli ne ricavano un discreto vantaggio: è da loro  più significativamente assente un elemento “agitatorio” caratteristico della politica nostrana (a cominciare da questo convertirsi dei moderati in estremisti e/o degli estremisti in personaggi saggi e moderati. Non perché tutti costoro non debbano cambiare nel tempo atteggiamento e mentalità: il che può avvenire in modo onesto e naturale e tutto risulterebbe umano e comprensibile. Purtroppo avviene ben altro a causa della  necessità del momento che rende urgente per loro il doverla dare a bere a qualcuno). Insomma  è  più debole nell’Europa “fredda” questo desiderio di rappresentare “gli altri” in modo ambiguo finendo con il ricavare un bel reddito e dare un potente incremento alle proprie relazioni sociali e d’affari. Resta dunque ancora oggi (sebbene aggiornata per quanto riguarda la necessità di incrementare razionalmente i posti di lavoro  in tutta l’area produttiva dei lavori utili) la lezione di Alexis de Tocqueville che nel secolo XIX veniva già allora osservando: “La verità, una deplorevole verità, è che il gusto per gli incarichi pubblici, e il desiderio di vivere mantenuti dalle imposte, non è da noi la malattia peculiare di un particolare partito, è la grande, permanente infermità della Nazione stessa. E’ il male segreto che ha corrotto tutti gli antichi poteri, e che corromperà egualmente tutti i nuovi.”

CLAUDIO PAPINI


Apologìa del fascismo: why e because?

luglio 15, 2010 da Redazione  
Capitolo Gong

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La Costituzione italiana prevede, fin dal 1952, il reato di apologia del fascismo, enunciato nella legge Scelba e volto a punire chi “ fa propaganda per la ricostituzione del disciolto partito fascista”; soprattutto chi “pubblicamente esalta esponenti, principi, fatti o metodi del fascismo.” Fra coloro che la ignorano bellamente, nonostante sia una legge costituzionale, e coloro che la sbandierano in pieno stile forcaiolo, si rende necessaria una riflessione sull’utilità che questa legge ha avuto finora. In teoria, la seconda parte della legge avrebbe dovuto prevenire un revival delle idee fasciste che già stava avvenendo (la fondazione dell’MSI è del 1946), e stroncarle sul nascere. La dichiarazione d’intenti è stata però smentita dai fatti: impedire a un fascista di esprimere il suo pensiero non lo rende meno fascista, smetterà di esserlo pubblicamente ma continuerà ad esserlo privatamente, forse ancor di più. Questo ci porta alla seconda questione, che ce ne mostra non solo l’inutilità ma anche il suo essere controproducente: la legge Scelba crea martiri. Grazie ad essa, qualsiasi fesso rasato alla American History X può potenzialmente credersi una vittima del sistema, e sentirsi così giustificato a perseguire le sue idee. La prima parte della legge cade nel ridicolo. È emblematico il caso del movimento Fascismo e libertà, che nonostante i numerosi processi non è mai stato condannato, per il fatto che la legge punisce la ricostituzione del disciolto partito fascista, ovvero del PNF, e non un qualsiasi partito fascista. In parole povere, è perfettamente possibile la formazione di un partito fascista in tutto e per tutto, basta che non si chiami “Partito nazionale fascista” e non venga dichiarata una continuità con quest’ultimo. Ma allora che senso ha una legge simile? Esistono vari partitini dichiaratamente fascisti e non è raro assistere a dichiarazioni che potrebbero essere classificate come “apologia del fascismo” da parte di personaggi più o meno noti, senza che vengano intraprese azioni legali nei loro confronti. Ancora, sfugge l’utilità della legge Scelba. Va da sé che lo stesso discorso si applica ai reati d’opinione in generale; in Polonia  pochi mesi fa è stata messa al bando la simbologia comunista, cosa che può benissimo essere assimilata al caso italiano, pur conoscendo e rispettando le sofferenze patite dai polacchi sotto il giogo sovietico.

Il Partito Radicale ha promosso nel 1977 un referendum per l’abolizione dei reati d’opinione, bocciato dalla Corte Costituzionale. Sono stati respinti anche i ricorsi basati su un supposto contrasto con l’articolo 21, che garantisce la libertà di parola. C’è la stessa mentalità alla base della censura imposta a Giancarlo Gentilini, vicesindaco di Treviso, che si è visto togliere la possibilità di fare comizi a causa di varie dichiarazioni di tono razzista. Come se servisse a qualcosa. Il razzismo, l’omofobia e l’intolleranza si combattono con l’educazione, non con leggi che impediscono di esprimere il pensiero.  Forse è troppo aspettarsi la libertà di parola assoluta all’americana, ma perlomeno una tendenza ad agire sulla società civile e non a calare divieti dall’alto sarebbe un buon inizio per costruire la tanto agognata società liberale.

ALESSIO CADDEO

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