Dal pesce alla buridda, il passo è breve

settembre 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

Buridda

Occupandomi da anni di cultura mi sento obbligato ad intervenire sul tema inerente l’utilizzo dell’edificio che fino ad oggi ha ospitato il Mercato del pesce di Genova e che a breve sarà liberato. E’ noto che la Sindaco Marta Vincenzi spinge per insediare fra le nobili mura dell’edificio di piazza Cavour il centro sociale Buridda, ora allocato in via Bertani, in quella che fu la sede della facoltà di economia e commercio. Pochi sanno però che il bel palazzo della “Pescheria” (come chiamato in origine) rappresenta un esempio unico di architettura razionalista ad uso commerciale ed è di grande rilevanza storica. Edificato all’inizio degli anni ’30 su progetto dell’architetto del comune Mario Braccialini, addensa molti segni tipici delle varie correnti estetiche dell’epoca: influssi decò s’intrecciano con reminiscenze futuriste, le finestre di taglio espressionista s’innestano nella massiccia costituzione dell’edificio, monumentale e fascistissima nell’aggetto. Destinata fin dal suo concepimento ad ospitare le attività del mercato ittico, la struttura subì la demolizione di una parte in occasione della costruzione dell’adiacente sopraelevata. Da quei tempi l’incuria ha lasciato nell’abbandono la splendida realizzazione architettonica sopravvissuta. Oggi, senza alcun riguardo per il valore storico e culturale, si propone di offrire l’edificio su un piatto d’argento al centro sociale menzionato. Ora, non ho nulla contro il Buridda se si mette in regola come si professa da tempo. Anzi, sono un fautore del dialogo con i ragazzi che lì dentro lavorano e sfogano un bisogno di aggregazione cui la municipalità non sa rispondere. Ma devono andare proprio in una struttura di pregio che da anni aspetta un rilancio e una valorizzazione? Quanto c’è di ideologico e fazioso nella proposta della Sindaco e quanto di obiettivo e realmente favorevole alla cittadinanza? Si trovi un’altra sede per il centro sociale e non si metta in pratica l’ennesimo scempio culturale. Il palazzo del Mercato del pesce deve accogliere fra le sue mura un’attività che nobiliti Genova e il quartiere del Molo. Il senatore Musso propone di realizzare al suo interno un museo dell’architettura: idea nobile e raffinata. Trovo però che l’utilizzo museale, per quanto curato e vivace, somigli sempre ad una mummificazione, una via di fuga dalla vitalità. La memoria è importante, siamo d’accordo, però chi di sole memorie si nutre finisce come Marcel Proust, chiuso nella propria soffitta a rimembrare. Genova negli ultimi decenni ha già intrapreso su sé stessa un notevole sforzo di reminiscenza, si è già  ritrovata dal punto di vista del passato, molti musei sono stati riattivati, tanto materiale storico è stato offerto al pubblico. E’ giunto il tempo di guardare al domani e cominciare a destinare le nostre forze all’innovazione, alle professioni giovani: fra le tante possibili getto sul piatto una proposta sola per il futuro del Mercato del pesce: un campus permanente che offra robuste agevolazioni e fondi per le start up digitali innovative da tutta Europa. In totale apertura all’internazionalizzazione e al mondo della comunicazione. Noi genovesi siamo di fronte ad una decisione epocale: offrirci al mondo per rinascere giovani e turbolenti o chiuderci in noi stessi per invecchiare sereni. Scelte entrambe lecite, ma io voglio sorridere al futuro, per i miei figli, per la gloria della mia terra.

MAURIZIO GREGORINI


Evola, Jung e la psicoanalisi

luglio 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Scienza

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L’equivoco psicanalitico, al centro di questo articolo pubblicato da Evola su Il Secolo d’Italia il 26 agosto 1964: non era certo una novità per chi si rifaceva alla Tradizione Integrale e che metteva d’accordo, per una volta, guénoniani ed evoliani. Lo riproponiamo ai Culturisti, sperando di suscitare il loro interesse.

Glauco Berrettoni

(nella foto C.G.Jung)

C.G.Jungì – REALTÀ DELL’ANIMA

Il libro di C. G. Jung recentemente uscito per le edizioni Boringhieri col titolo Realtà dell’anima riunisce dieci saggi del notissimo psicanalista svizzero, morto l’anno scorso (1). Gli argomenti sono vari ma, naturalmente, vi ricorrono costantemente le idee fondamentali del sistema dell’Autore, presentato come una elaborazione più completa e più spiritualistica di quella del Freud.Due di questi saggi, sull’Ulisse di Joyce e su Picasso, rientrano nel campo dell’arte. Del primo, apprendiamo con piacere che lo stesso Jung solo a gran fatica e annoiandosi giunse a leggere l’Ulisse sino in fondo;le considerazioni da lui svolte su questo famoso romanzo come un fenomeno e uno specchio del clima dei tempi, più che come opera d’arte, spesso sono interessanti e rivelatrici.

Un altro saggio è dedicato alla donna in Europa. È preceduto dalla citazione di un noto passo di Nietzsche: «Tu ti dici libero? Voglio udire il tuo pensiero dominante. Ti dici libero, ma per cosa? Vi sono di quelli che hanno gettato il loro ultimo valore quando hanno gettato il loro vincolo». Il saggio, tuttavia, non dà affatto quel che esso promette in base a questa citazione, applicabile ottimamente alle rivendicazioni della donna moderna. Stupisce poi sentir dire da chi, come lo Jung per la sua professione, di soggetti femminili dovrebbe averne studiati fin troppi, che nelle relazioni con l’altro sesso le donne aspirerebbero ad un rapporto di anime, mentre all’uomo interesserebbero quasi soltanto le relazioni sessuali. Il saggio finisce –dopo un accenno all’«anticulturale mancanza di relazioni da cui è sorta la terribile barbarie della guerra» (sic)- con la strana affermazione che «la donna moderna si trova di fronte ad un grandioso compito, il quale segna forse l’inizio di un’epoca nuova». Forse lo vediamo già nelle belle anticipazioni dell’America U.S……

Un breve saggio è dedicato allo stesso Freud. Vi si mette giustamente in rilievo la misura in cui le sue teorie si sono definite in funzione polemica contro le concezioni puritane borghesi e vittoriane del precedente periodo. Vi ha dunque agito un fattore contingente storico, esulante, come tale, dal campo puramente scientifico ed obiettivo.

Ad aver propriamente attinenza col titolo del libro, Realtà dell’Anima, sono i due primi saggi e l’ultimo. In questa sede, sarebbe frivolo procedere ad una disanima critica che investirebbe necessariamente tutto il sistema dello Jung. Ci limiteremo dunque a un semplice accenno.

Lo Jung combatte la «psicologia senza’anima», ossia la psicologia che nega alla psiche una realtà a sé, riducendola ad un prolungamento e ad una funzione dei processi fisiologici e corporei. Fin qui, si può essere d’accordo, anche se questa teoria materialistica ha ormai fatto il suo tempo. Ma quando si va a vedere quale è l’anima a cui lo Jung rivendica la dignità di un principio reale e autonomo, di una forza animatrice dello stesso corpo, non si trova nulla che corrisponda al concetto tradizionale dell’Io cosciente. Si trova invece il famoso «inconscio», il quale ha un carattere collettivo e che s’identifica quasi con l’eredità e la memoria della specie durante i millenni e che viene dato come una «totalità» anteriore alla coscienza umana. L’Io cosciente sarebbe solo un fenomeno tardivo rispetto all’inconscio, e egli si illuderebbe assai quando pensa di essere «padrone a casa sua» -perché l’inconscio sarebbe la vera forza motrice della psiche conscia, pronta a vendicarsi quando non la si segue e non ci si conforma alle sue esigenze. In che modo il conscio abbia potuto «svilupparsi» dall’inconscio – questo è un mistero che lo Jung non ha mai pensato di spiegare.

Comunque è chiaro che, come si suol dire, dalla padella si cade nella brace. Il carattere di «realtà» viene rivendicato, di contro alla psicologia materialistica, ad una entità misteriosa la quale a sua volta rende quasi irreale e effimero tutto ciò che è vita psichica veramente consapevole e centrata sull’Io personale. Lo Jung giunge a dire che quella realtà universale e totale a cui gli antichi davano il nome di cosmos e di «Dio» sarebbe in fondo, scientificamente, l’inconscio. Egli interpreta il mysterium coniunctionis, il mistero dell’unione e delle nozze mistiche di cui parlano mistici e ermetisti come un simbolo del compito dell’unione dell’Io conscio con l’inconscio: compito, di una importanza decisiva non solo nel campo psicoterapico ma altresì nel problema del ridimensionamento della nostra civiltà.

Lo Jung chiama il «» l’essere integrale che nascerebbe da questa unione della psiche conscia (l’Io) con l’inconscio collettivo. Malgrado che qui vi sia il presentimento di una superiore verità, nel quadro delle teorie dello Jung tutto questo resta una pura fisima e, praticamente, qualcosa di assai pericoloso. Come si può mai pensare di giungere a qualcosa di positivo nell’affrontare l’inconscio, nel riconoscerlo e nell’accettarlo, quando non si parte dal riconoscimento della realtà, della possibile sovranità e perfino della «sovrannaturalità», di un Io cosciente, quando questo Io, invece, come si è detto, viene ridotto ad un tardivo e incomprensibile prodotto e ad un frammento dell’inconscio collettivo? Nel caso dell’uomo quale lo concepisce lo Jung (ossia se questa concezione scombinata fosse vera), di rigore non una integrazione ma una regressione sarebbe l’unico esito dell’avventura.

L’ultimo e più lungo saggio, Presente e futuro, ripropone la stessa tematica in una critica della civiltà e della società di oggi. Lo Jung denuncia i processi attuali di «massificazione» dell’uomo, di standardizzazione e di organizzazione collettiva distruttrice della personalità. Fin qui, tutto bene, sebbene questa polemica sia ormai divenuta quasi un noioso luogo comune. Dallo Jung essa, peraltro, è condotta in un modo radicale che sbocca in un individualismo protestanico e quasi anarchico. Infatti, per lui le stesse religioni positive sarebbero forme collettivizzanti da respingere. Solo una relazione puramente individuale e diretta del singolo con “Dio” può salvarlo dalla dissoluzione nelle masse. Se qui lo Jung esita ad identificare «Dio» con l’inconscio, egli tuttavia vede nell’inconscio l’unico luogo di questa esperienza (mentre, se mai, tale luogo dovrebbe essere il “superconscio”). Tutti i principali dissidi e i conflitti dell’attuale società (non manca il solito spauracchio della catastrofe apocalittica in margine all’èra atomica) non sarebbero che effetti e riflessi della scissione fra il conscio e l’inconscio, del mancato riconoscimento del fondo oscuro della psiche.

L’accordarsi con esso, «curando» questo dualismo, viene presentato come il compito del presente e del futuro, quasi sotto la specie di un farmaco universale nei riguardi dei nostri destini. Non occorre dire che nello Jung l’orrore per la guerra ha per controparte quello per gli «Stati dittatoriali» presi in blocco (i loro errori, peraltro, non sarebbero «che il culmine delle atrocità di cui si sono resi colpevoli i nostri antenati, lontani e vicini») e per ogni principio di autorità (tranne, naturalmente, quello dello psicanalista, che si sostituisce al sacerdote e al maestro spirituale, nel segno della nuova «scienza»).

Nello Jung è penoso veder affiorare qua e là motivi validi commisti a deformazioni e a vere idee fisse professionali (della prassi neurologica e pediatrica). Per via di queste commistioni, presso a decisi sconfinamenti nel campo della spiritualità, della religione e dei simboli, lo Jung, praticamente, è più pericoloso del Freud, perché può sedurre molti palati più delicati a cui non va il cibo grossolano della psicanalisi freudiana. Costoro non si accorgono che in ultima istanza, come si dice popolarmente, «se non è zuppa, è pan bagnato».

JULIUS EVOLA, in Il secolo d’Italia, 26 Agosto 1964

(a cura di Glauco Berrettoni)


I riti nell’antica Roma – un libro

luglio 1, 2010 da Redazione  
Capitolo Costume e Società

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Quanti si dedicano allo studio della Tradizione Romana potranno trovare nell’opera postuma di Marco Baistrocchi Il Cerchio Magico. Riti circumambulatori in Roma antica (Ed. Il Libri del Graal, Roma, s.d., € 20,00) approfondimenti interessanti su riti indoeuropei che, a Roma, assumeranno una posizione centrale nella ritualità che accompagnerà la fondazione dell’Urbe, la sua periodica purificazione, nonché la vita spirituale dei Collegi Sacerdotali, dell’esercito, della famiglia, delle case e delle proprietà agricole.

L’opera nasce dalla collaborazione fra quanti, dalla moglie Andreola a Piero Fenili, da Renato Del Ponte a Sandro Consolato, da Roberto Sestito a Serafino di Luia, hanno inteso ricordare la figura di Marco Baistrocchi (1941-1997), che nel corso della sua vita, ancorché dedicatosi alla carriera diplomatica, diverrà uno dei principali esponenti degli studi di romanistica e degli Studi Tradizionali: già collaboratore di riviste come Conoscenza religiosa, Arthos, Yghieia ed Ignis, cofondatore con Piero Fenili di Politica Romana, sarà l’autore di opere importanti come Les portes du ciel: “devayâna” e “pitriyâna” (Archè, Milano, 1979), Aspects de géographie sacrée: l’orientation solstitiale et equinoziale dans l’Ancienne Egypte (Archè, Milano, 1982), Arcana Urbis. Considerazioni su alcuni rituali arcaici di Roma (Ecig, Genova, 1987), nonché del volume che, a cura di Renato Del Ponte, riunirà gli articoli apparsi su Arthos dal 1981 al 1986, Riti e tradizioni di Roma antica Saggi per Arthos 1981-1986, I libri del Graal, Roma, 2006) .

Come nella Prefazione osserva Renato Del Ponte, i 14 capitoli in cui si compone il volume, possono inserirsi pienamente in quel filone comparatistico che, iniziato da Dumézil, ha avuto il merito di riportare i fatti religiosi romani a degli archetipi indoeuropei: ecco, allora, la necessità di districarsi in un complesso labirinto di non semplice facile interpretazione, nel quale, però, Baistrocchi si aggira da par suo e, si può dire, come guidato da un sicuro istinto, anche se non mancano in questo tipo di percorso, durante la difficile indagine, alcune inevitabili incertezze” (p. VIII).

Del resto, è lo stesso Autore che, nell’Introduzione, ci ricorda come “l’accostamento ad altri sistemi religiosi, costituisce un metodo non solo legittimo, ma indubbiamente indispensabile, purché le analogie rilevate presso uno degli altri sistemi religiosi, siano realmente in grado di lumeggiare il significato della religione romana: spetta, infatti, soprattutto al Dumézil il grande merito di aver avviato, non senza qualche evidente esagerazione, tale grandiosa opera di decifrazione, che ha permesso di far erompere il significato originario di tante arcaiche e pietrificate strutture mitico-rituali romane e la luminosa spiritualità che le permeava e le vivificava” (p. IX).

Circuambulazione astrale e rituale (cap. 1), celeste e ctonia (cap. 2) , , purificazioni animali mediante l’Amburbium (cap. 3) e umane nei Lupercalia (cap. 4), le circumambulazionide i cambi negli Ambarvalia (cap. 5), i riti dei Fratelli Arvali (cap. 6), gli Argei (cap. 7) e i riti marziali (cap. 8), il Troiae lusus di cui ci parla anche Virgilio (cap. 8), la circumambulazione nell’esercito e i riti propiziatori per i neonati (cap. 11), la casa e la puerpera (cap. 12), la manumissio dello schiavo (cap. 13) ed il significato della conversione verso destra e verso sinistra ( cap. 14) sono i capitoli che si snodano nel libro: sicuramente tecnici ed eruditi ma che, come ricorda Piero Fenili, consente anche a chi lo vorrà di “affiancarsi a Marco per seguirlo nella riscoperta di quella Roma vivente che a lui fu sommamente cara, nello spirito di quell’Amor che ne costituisce appunto l’anagramma sacro”(p. IV): lo spirito di Roma Aterna, insomma, non manca di vivificare l’ultima fatica dello studioso.

GLAUCO BERRETTONI


Machiavelli e il calcio italico

giugno 28, 2010 da Redazione  
Capitolo Proposte per il domani

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Il campionato mondiale di calcio 2010 in Sudafrica si è concluso anzitempo e con vergogna per l’Italia, come sappiamo. E’ vero quel che si dice, cioè che nel nostro Paese ci sono tanti commissari tecnici in pectore quanti sono i maschi oltre i 15 anni che masticano calcio; ma è anche vero che non tutti hanno le doti giuste per analizzare l’argomento da un’ottica politica e socio-culturale, al di là degli schemi tattici. Ci provo io.

Per spiegare il tracollo della squadra italiana ex campione del mondo bisogna aver letto con attenzione il Principe di Machiavelli. Stupore? No, perché le sfide sportive calcistiche internazionali sono il surrogato odierno e incruento delle frequentissime guerre d’un tempo, di cui i popoli hanno assoluto bisogno come delle religioni. Mancando le guerre, ci si rifugia in quel conflitto sublimato che è la partita, ovvero nello scontro fra avverse tifoserie: dove ogni tanto, comunque, ci scappa il morto. E Machiavelli nel suo celeberrimo trattato parla proprio di come un Principe (leggi “allenatore”) debba comportarsi per portare al successo il proprio Stato (leggi “squadra”), facendo rifulgere la sua Virtù e contrastando l’opposizione della Fortuna (“sorte”, o “malasorte”). Nel fondamentale capitolo XXV, il Segretario fiorentino riflette sulle ragioni di un fenomeno apparentemente inspiegabile: come mai un leader che in precedenza è stato coronato dai più bei successi (leggi Lippi e il mondiale vinto nel 2006) all’improvviso poi crolla senza che abbia cambiato nulla nel suo modo di operare:

“Ma restringendomi più al particolare, dico come si vede oggi questo principe felicitare, e domani ruinare, sanza averli veduto mutare natura o qualità alcuna”.

Ed ecco l’illuminante risposta: i leader, siano essi prudenti o impetuosi, hanno successo se il loro agire concorda con i tempi; ma se persistono nel loro modo di procedere anche quando i tempi richiedono un diverso carattere, allora falliscono. E per un uomo che prima ha trionfato seguendo un certo metodo di comportamento, è difficilissimo avere poi la forza di cambiare quando i tempi lo richiederebbero.

“L’uomo respettivo (“prudente”), quando egli è tempo di venire allo impeto, non lo sa fare; donde e’ rovina; che se si mutassi di natura con li tempi e con le cose, non si muterebbe fortuna…Concludo adunque che, variando la fortuna e stando li uomini ne’ loro modi ostinati, sono felici (“fortunati”) mentre concordano insieme, e, come discordano, infelici (“falliscono”).

Per questo Lippi è “ruinato” con la sua squadra, e di questo è colpevole: di conservatorismo, immobilismo, incapacità di “leggere” i tempi nuovi, che nel mondo del calcio e del costume corrono a una velocità di cui né lui né Giancarlo Abete, presidente della Federcalcio, si sono resi conto. C’è un ultimo consiglio di Machiavelli di cui il prossimo allenatore dovrebbe tenere molto conto per i prossimi Europei:

“Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo; perché la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla; e, come donna, è amica dei giovani”.

E per i prossimi mondiali? Tenere il Principe sul comodino e occhio alle variazioni della volontà della capricciosa Fortuna.

ANDREA DEL PONTE


Sacrosanta parità fra i sessi

giugno 12, 2010 da Redazione  
Capitolo Giovani

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Una storia finisce. Lui:“Ah, io quella lì me la sono…”. Frase tipica, maschile, rude, stupida. Lei:“Ah, abbiamo vissuto una magnifica storia d’amore”. Frase tipica femminile, romantica ma altrettanto stupida. Perché? Perché entrambe sono fuori dalla vera visione della realtà. Due punti di vista per definire esattamente la stessa cosa, vissuta allo stesso modo ma raccontata da un uomo e da una donna. Gli eterni opposti destinati, o condannati???, a vivere comunque insieme. Così, da sempre, lui si fa bello millantando storie esageratamente “mache” mentre lei confessa alle amiche solo i bei momenti che furono… dimenticandosi come d’incanto del resto: liti, telefonate che non arrivano e complimenti mai ricevuti. Ma, dopo tutto, siamo fatti così, da milioni di anni ormai. Come si potrebbe cambiare? Impossibile. Non ci possiamo fare niente. Dobbiamo solo rassegnarci a vivere questa eterna dicotomia tra Amore e Psiche, tra Ragione e Sentimento, tra un popolo di “Red” e di “Rossella”. Diciamocelo, per la maggior parte delle volte noi donne, per gli uomini, all’inizio siamo solo dei trofei, finchè non ci trasformiamo in grandi rotture di scatole. Una bella carriera, insomma. O almeno così pensano loro. In realtà, molti non lo ammetterebbero mai neanche sotto tortura ma, senza di noi, non vorrebbero mai stare. Però, c’è da dire, che raramente si accorgono del nostro valore al primo appuntamento. Se siamo carine, amano portarci in giro, a cena e nei locali, ma prima di capirci davvero passano mesi… a volte anni. Poche domande, poche telefonate, poche smancerie. Loro sono machi! Finchè non li becchiamo nel buio del cinema piagnucolare mentre Elio Germano canta Anima Fragile al funerale della moglie, nel bel film di Lucchetti La nostra vita. Lì, ma noi già lo sapevamo, abbiamo finalmente la certezza che anche il loro cuore è pieno di sentimento, ma che fa molta fatica a mostrarsi. Quindi? Aspetteremo, lo sappiamo fare benissimo. Dai tempi del telefono a rotella, quando alzavamo la cornetta ogni cinque minuti per vedere se funzionava. E funzionava, era lui che non chiamava. Alla fine, però, oggi il cinema l’ha pagato lui. Noi in questo siamo degli assi. In strategia non ci batte nessuno, non per niente Obama ha scelto Hilary per gestire le relazioni internazionali. Dopo l’affaire Lewinsky Ahmadinejhad le fa un baffo! Ma lei mica è normale. Nel senso che è diventata così, con un marito come il suo o tirava fuori gli attributi lei o erano guai. Noi donne comuni, invece, che ancora crediamo nell’amore (è un duro lavoro ma qualcuno lo deve pur fare) siamo dolci, romantiche e… curiose come le scimmie. Appena incontriamo un uomo, e non dite di no, attacchiamo subito con mille domande e seguiamo tutto con estrema attenzione. Pensiamo subito a fare regalini, pensierini, bigliettini, cenette e tutto quello che fa tanto “storia perfetta”. E’ proprio questo il nostro problema! Impegnate come siamo a raggiungere quello che sognamo spesso non ci rendiamo conto che a desiderare un mondo di cuori siamo solo noi. Ma guardiamoli bene, sti uomini. A loro non gliene frega nulla se gli compriamo una camicia o gli cuciniamo un dolce sofisticato. Per vivere bene, a loro, bastano una maglietta e una frittata. Sapete che cosa vogliono veramente? Vogliono una relazione che li faccia stare sereni, senza liti e senza rotture. Come noi, no? Certo. Ma mentre loro non ci rompono le scatole se lasciamo in giro i vestiti, non laviamo i piatti o non li chiamiamo estattamente all’orario stabilito, noi lo facciamo. Eccome. Non gli lasciamo passare niente. Eppure lo sappiamo benissimo che le così dette “menate” portano solo al litigio ma, niente, a noi non interessa. Continuiamo e continuiamo finchè scoppia la rissa. A quel punto ci mettiamo a piangere. Brave sceme. La colpa è nostra, care. Impariamo da Hillary in questo, non lamentiamoci ma studiamo una strategia efficace per raggiungere i nostri obiettivi. Loro sono così, punto. Non possiamo cambiarli.  Eurostat dice che in Italia il 77% dei lavori domestici sono svolti solamente dalle donne. In Europa si parla ancora di come ottenere le pari opportunità, gli stipendi delle donne sono quasi ovunque evidentemente inferiori a quelli maschili e l’opinione pubblica si scandalizza se Samantha Cameron, moglie del primo ministro britannico, preferisce una donna come autista per i suoi figli. Insomma, uomini e donne in questo mondo non sono e non possono essere uguali. E non è per forza un male, anzi. Loro, come possono, alla fine ci amano. E noi… noi…. beh, noi è chiaro che abbiamo sempre ragione, che domande! Ma a volte è bene che resti un nostro segreto. Prepariamogli una frittata, piuttosto. Per il bene di tutti.

ANTONIA RONCHEI


Sesso, foia ed internette

giugno 12, 2010 da Redazione  
Capitolo Costume e Società

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Oggi parliamo di sesso. Per la precisione di come i costumi sessuali umani si vanno evolvendo dopo l’avvento delle tecnologie digitali, dalla TV, ai telefonini, a internet. Partiamo da un parallelo fra quel che accadeva prima degli anni ‘50 e ciò che sta avvenendo oggi sotto i nostri occhi foderati di preservativi alla fragola. Ai tempi del boogie woogie alcuni maschi e  alcune femmine cominciavano a sussurrarsi frasi indecenti attraverso la bachelite degli apparecchi telefonici. Sollazzo per pochi fortunati, benestanti e tecnologici. Il titillar di parole cominciava a fare il suo lavoro nel territorio sconosciuto del sesso virtuale. Per il resto ci si vedeva la sera, di soppiatto, nelle viuzze scure o nei bar malfamati. Ci si baciava e ci si accarezzava dal vivo, si faceva l’amore in macchina per la prima volta dopo  lunghe, estenuanti frequentazioni semiclandestine, in fuga da mogli e genitori. Il corpo era ancora sovrano e i partners più rari; difficile collezionare amanti quando per conoscere qualcuno papabile dovevi andare in balera per venti mesi di fila. La pornografia, stimolante infallibile del disfacimento morale e della degenerazione dei costumi, era riservata a un giro ristretto di viziosacci senza limiti. Parlare a voce alta di sessualità era considerato un tabù. Potevano farlo soltanto paludati studiosi di psicanalisi o statistica. Ai nostri giorni l’universo erotico-sessuale-amoroso risulta completamente ribaltato. Gran parte della popolazione entra in contatto con decine di partners potenziali grazie ai social network, ai siti di contatto specifici, alle mail. Con alcuni scatta pure il sesso virtuale, che precede in diverse occasioni quello reale. Spesso però ci si ferma al gioco mentale e si ama, si copula, si fa petting glitterando i neuroni altrui, in un fantasmagorico caleidoscopio di invenzioni verbali che corrono nello spazio akashico.  Talvolta ci si innamora di quei corpi sconosciuti rappresentati da cervelli potenti. In rete è più facile aprire lo scrigno dei nostri pensieri agli altri, i segreti fluttuano senza ritegno e ci si consegna con maggior facilità alla comprensione del proprio simile. I corteggiamenti avvengono via sms o Twitter sul telefonino, con brevi frasi lusinghiere e, più avanti, utilizzando parole sconce degne del miglior libertino settecentesco. Oppure via Facebook, nella solitaria landa della chat, su siti come Meetic,  in cui sesso e sentimento si amalgamano dietro l’anonimato dei frequentatori. La pornografia nel frattempo è dilagata: dalla televisione, ai cellulari, alla rete è tutto un allegro fornicare, le perversioni fanno scuola e anche l’ultimo dei geometri prova a cimentarsi con l’esterrefatta consorte casalinga in acrobazie e fustigazioni degne di Rocco Siffredi. I generi si sono moltiplicati ma l’ultima frontiera è sagnata dal “gonzo movie”, filmastro in cui il protagonista della prestazione sessuale è anche operartore alla camera e regista dell’opera:  in sostanza filma i suo genitali e il/la partner impegnata a stuzzicarli. In questo bailamme il corpo si dissolve, diventa immaterico, un agglomerato di pixel, suoni e caratteri che ci porta dritti verso il coito ologrammatico.  La donna, ormai completamente libera di manifestare le proprie declinazioni erotiche, si sbizzarisce  e si trasforma in padrona del campo di battaglia. Il maschio, dinamite ormonica in perenne ricerca di stimoli, si perde in masturbazioni, trombate rapide e indolori, tremebonde esibizioni di virilità postmoderna. Molti, terrorizzati dalla revanche femminile, si rifugiano nell’omosessualità fifona, surrogato della gnocca remissiva. I nostri giovani sembrano pornoattori maturi già a sedici anni; imparano tutto dal web e hanno ben poche inibizioni nel replicare l’orgia. Che dire, il sesso è sempre stato motore del mondo ma oggi  sembra essere diventato “il mondo”. Astenendoci da considerazioni moralistiche, non possiamo che constatare il cambiamento epocale e augurarci che la tendenza attuale ci porti verso una nuova concezione dei raporti umani, anziché all’implosione energertica della civiltà. I futuro è oggi, direbbe Ballard. La fine è dietro l’angolo?  Chiederebbe Marzullo in calze a rete e guepiere.

MAURIZIO GREGORINI

IL FUTURO DEL PORNO (dal sito www.panorama.it)

«Il futuro del porno sono i video on demand e lo streaming, ossia la possibilità di scaricare i filmati hard da internet direttamente sulla tv del salotto» dice la star italiana dei film a luci rosse Rocco Siffredi, incontrato da Panorama all’Adult entertainment expo di Las Vegas, la più grande fiera al mondo dedicata al sesso e alla trasgressione.

Siffredi, che alcuni anni fa aveva lasciato il set per dedicarsi alla regia, è tornato a fare l’attore, anche perché il suo sito è fra i più cliccati dai voyeur della rete. Per Rocco, e non solo per lui, il futuro del porno è il web: consente, infatti, risparmi enormi sulla produzione e distribuzione dei dvd, permettendo quindi di vendere i film a basso prezzo. «Un milione di persone che pagano 1 dollaro, fanno un totale di 1 milione di dollari. Niente male» chiosa l’attore. Agli Avn awards, gli Oscar dei film hard che ogni anno si assegnano a Las Vegas, Siffredi è stato premiato, ottenendo la statuetta della migliore serie straniera dal titolo Rocco puppet master.

Una rotta, quella della migrazione sul web tracciata da Siffredi, avvalorata dai numeri. Secondo i dati emersi alla fiera di Las Vegas, negli Stati Uniti ogni secondo vengono spesi 3.075 dollari per l’acquisto di materiale pornografico sul web e 28 mila utenti guardano materiale per adulti; ogni 39 minuti viene creato un nuovo video erotico; ogni giorno 68 milioni di utenti online digitano termini hard nei motori di ricerca. A livello mondiale, 72 milioni di utenti all’anno (per il 28 per cento donne) consultano i 4,2 milioni di siti per adulti presenti sul web (il 12 per cento di tutti i siti esistenti).

Un business miliardario

La pornografia sul web è dunque un fenomeno globale, la cui crescita non è destinata a diminuire, anzi le nuove tecnologie rappresentano un’ulteriore spinta. La disponibilità di connettività a banda larga e l’alta definizione permettono oggi di usare il web come una gigantesca videoteca a portata di mouse. La maggior parte dei siti che permettono di scaricare video offrono la possibilità di vederli in Hd, a pieno schermo, anche sul televisore. Il computer si è cosi trasformato in un self-service del porno consentendo agli utenti non solo di guardare i film ma anche di condividerli, commentarli, scambiarli.

I video che arrivano dal web hanno ormai una qualità paragonabile a quella dei film in dvd, con il vantaggio di poter vedere i titoli preferiti quando si vuole, senza dover uscire con il bavero alzato da una videoteca o da un sex shop.
I guadagni del porno online vengono stimati intorno ai 2,5 miliardi di dollari solo negli Stati Uniti e ci sono significativi margini di crescita.

La risposta alla crisi

Il proliferare dei siti a pagamento che trasmettono film a luci rosse è dovuto specialmente alla crisi che, pure in questo settore, si è fatta sentire. Tanto che i più importanti studios hanno ufficialmente chiesto un aiuto pubblico. Joe Francis, produttore della serie di dvd Girls gone wild, e Larry Flynt, fondatore della rivista Xxx Hustler, hanno inoltrato una richiesta di 5 miliardi di dollari al Congresso americano. Se lo stato ha aiutato l’industria dell’auto e le banche, perché non salvaguardare anche i migliaia di addetti in questo settore? Le vendite di dvd oltreoceano sono in effetti calate del 22 per cento e i compensi si sono più che dimezzati. L’attrice di film per adulti Savannah Stern ha confessato a Panorama che meno di due anni fa guadagnava circa 150 mila dollari all’anno e ora fa fatica ad arrivare a 50 mila.

Social porno e pirateria

Se internet da un lato può essere l’ancora di salvezza di questo mondo, dall’altro può anche esserne il carnefice.

«Il mercato dell’intrattenimento per adulti ha registrato, infatti, un declino significativo nelle vendite di dvd a causa della pirateria e dei siti porno gratuiti» spiega a Panorama Alec Helmy, presidente ed editore di Xbiz, la bibbia dell’industria a luci rosse. La vera minaccia del business online è rappresentata dai siti porno «social». Il modello gratuito di accesso e condivisione dei filmati inventato da Youtube è stato infatti copiato da numerosi siti come Xtube, Redtube, Youporn e Porn-hub. Questi portali hanno conosciuto un incremento esponenziale negli ultimi anni. Solo dal 2006 (anno d’inizio del fenomeno) al 2007, stando ai dati di Compete.com, Xtube ha aumentato il suo pubblico online del 241 per cento; Youporn è cresciuto addirittura del 9.202 per cento.

Questa tendenza si è confermata nell’ultimo anno, visto che Pornhub, uno dei siti più in voga, ha registrato un incremento del 104 per cento, annoverando tra i visitatori quasi 10 milioni di utenti. Molti dei video presenti su questi siti sono spezzoni delle migliori produzioni internazionali e questo ha costretto i principali studios a intraprendere azioni legali per tutelare i diritti d’autore, riunendosi in un’associazione, la Pak Group.

La lotta alla pirateria diventa primaria anche contro il download illegale dei film con i sistemi di file sharing. Secondo la Brigham Young University, ogni mese vengono scaricati 1,5 miliardi di materiali pornografici, il 35 per cento di tutti i file scaricati con i peer-to-peer.


Coniglietti e aborti

giugno 12, 2010 da Redazione  
Capitolo Costume e Società

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Certa stampa “tenerona” (a Genova “Il Secolo XIX”), in vista dell’estate lancia il suo allarme preoccupato: due coniglietti appena nati trovati in un cestino dei rifiuti a due passi dall’imbarco traghetti, la tartaruga lasciata libera sulla spiaggia di Cogoleto, il pitone abbandonato da una ragazza qualche giorno fa ad Animal Assistence. Anche a Genova, siamo all’emergenza abbandoni…degli animali!

Il problema è serio e non saremo certo noi a sottovalutarlo. Di fronte a questi “numeri”, ai numeri dei coniglietti, dei cani e dei gatti abbandonati, vorremmo che analogo zelo fosse manifestato per lo “sterminio” dei nascituri d’uomo e di donna.

Di aborti (è veramente uno  dei paradossi della nostra epoca) si parla meno e con minore allarmismo degli …abbandoni degli animali. Li si rinchiude in qualche statistica annuale, li si fa oggetto di comparazioni, li si riduce a “costo sociale”.

Per  carità il tema-aborto non è di quelli che si può ridurre ad una battuta. Tocca i sentimenti delle donne, il loro vissuto personale, le loro specifiche condizioni. Mette in discussione il senso della vita (e della morte) che caratterizza il nostro occidente. Ci pone di fronte il senso del bene e del male.

Proprio per questo insieme di fattori, la questione non può essere rinchiusa nel cantuccio delle notizie di routine, quelle che è meglio non sovraccaricare di particolare “pathos” e che è meglio “raffreddare”, evitando che la gente si ponga interrogativi sconvenienti e che le istituzioni vengano invitate ad intervenire, con iniziative mirate, in grado di evitare gli “abbandoni” dei nascituri (con il sostegno alla maternità) e l’indifferentismo dei giovani (al fine di fare comprendere loro la responsabilità che ci si deve assumere quando si compiono certe scelte).

I 4 milioni di gravidanze interrotte nel nostro Paese, da quando è stata approvata la legge 194, non sono meno importanti dei coniglietti e dei pitoni abbandonati, su cui certa stampa “tenerona” si interroga alla vigilia dell’estate.

MARIO BOZZI SENTIERI


Contro l’università dei fannulloni

maggio 26, 2010 da Redazione  
Capitolo Giovani

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In un momento di grave crisi, qual è l’attuale, nessuna può pensare di conservare le proprie rendite di posizione. In particolare negli incarichi apicali della Pubblica Amministrazione, nella politica, negli Enti di emanazione pubblica. Ben venga perciò il decreto, di prossima emanazione, da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca, che prevede l’istituzione dell’ANPREPS ovvero l’Anagrafe nazionale online dei professori ordinari e associati e dei ricercatori, contenente per ciascun soggetto l’elenco delle Pubblicazioni Scientifiche prodotte.

Per quanto riguarda i criteri di valutazione del carattere scientifico delle pubblicazioni, il ministero rimanda ad un successivo decreto, ma si fissano già alcuni paletti: “i dati contenuti nell’Anagrafe non possono sostituirsi al giudizio di pari sui contenuti delle pubblicazioni o dei progetti di ricerca, né possono essere esaustivi o sostitutivi dei parametri, da utilizzare nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori o, in prospettiva, dei professori”.

In sostanza l’Anagrafe conterrà soltanto elementi di informazione utili a individuare standard minimi al di sotto dei quali non dovrebbe essere possibile identificare una pubblicazione come avente carattere scientifico. Intanto dovranno essere predisposte tre sezioni dove raggruppare i professori per nome, per pubblicazione e per altre attività svolte (didattiche, organizzative, istituzionali).

Negli otto articoli di bozza del Decreto ministeriale si prevede che l’ANPRePs faccia innanzitutto riferimento alle banche dati già costituite presso il ministero che dunque confluiranno nell’ANPRePs.

Inoltre le informazioni contenute nell’Anagrafe dovranno essere utilizzate per l’attribuzione, da parte dell’autorità accademica, degli scatti biennali alla propria docenza e per individuare i soggetti che potranno partecipare alle commissioni di valutazione comparativa per il reclutamento dei professori.

Infine l’ANPRePs metterà a punto degli indicatori di produttività delle attività di ricerca a livello di ateneo da adoperare come criterio di ripartizione delle risorse, sia per valutare la qualità di chi propone progetti di ricerca, sia per consentire l’utilizzo trasparente di parametri per il reclutamento dei ricercatori.

Tra tanti discorsi sul merito, sulla ricerca e sull’innovazione, finalmente una proposta chiara e concreta per riattivare l’Università, guardando a chi lavora e a chi no, a chi fa buona ricerca e a chi vivacchia, magari con un occhio rivolto ai giovani, troppo spesso “compressi” da un sistema di potere baronale.

MARIO BOZZI SENTIERI


De Benoist, metamorfosi del politeismo

maggio 26, 2010 da Redazione  
Capitolo Costume e Società

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Contro cosa ci si deve ribellare al giorno d’oggi?” All’ardua domanda Alain De Benoist risponde puntando il dito contro l’ideologia dell’Identico, “il cui motore è l’idea di Unico, che è ciò che non sopporta l’Altro, e intende ridurre tutto all’unità: Dio unico, civiltà unica, pensiero unico“.

Nella babele dei pensieri oggi in liberà il guru neodestro vede l’appiattimento su un pensiero unico. E ne denuncia la causa con chirurgica presunzione: “Essenza ed esistenza sono in questo modo separate, come lo sono anima e corpo, spirito e materia, e come lo sono anche i diritti (fondate sulle caratteristiche della natura umana) e i doveri (che si esercitano solo all’interno di una relazione sociale, quindi in un contesto ben preciso. L’esistenza concreta non sarebbe così che una maschera che impedirebbe di vedere l’essenziale”.

L’universo dei tuttologi non contempla l’obbligo di conoscere i princìpi della metafisica, infatti le scienze umane francesi hanno addirittura annientato la filosofia assimilandola. Ma parlare di essenza e di esistenza in un contesto di pure scienze umane è comunque azzardato.

Ora la distinzione e la confusione di esistenza ed essenza stanno al bivio in cui la filosofia moderna si separa – senza ragione – dalla metafisica di San Tommaso d’Aquino.

La filosofia classica afferma che, in Dio, l’essenza delle cose è distinta dall’esistenza. San Tommaso sostiene, ad esempio, che, in Dio, la pietra è Dio, ha l’essere di Dio e non un’autonoma esistenza di pietra.

La riflessione sui nostri pensieri ci presenta alcuni indizi fortemente favorevoli alla distinzione di essenza ed esistenza: noi possiamo, infatti, pensare essenze come l’unicorno e l’ippogrifo, ma finché l’unicorno e l’ippogrifo non escono dalla mente di coloro che li pensano ed entrano nel mondo in carne e ossa, le loro essenze hanno solo l’esistenza degli enti di ragione, cioè l’esistenza della mente che li pensa.

Esiste il pensante: il pensato ha l’esistenza del pensante. Tizio pensa l’ippogrifo, Tizio esiste e l’ippogrifo ha l’esistenza di Tizio.

La ragione che abolisce la distinzione di esistenza ed essenza si incammina nella direzione proibita dove abita l’illusione della totale identità di pensiero ed essere. Illusione che ha nome di politeismo mentale, cioè guerra del delirio contro il principio di non contraddizione.

Nel principio politeista “et.. et…”, e una cosa e il suo contrario sono la stessa cosa, la cultura della destra incontra la punta della slavina comunista, cioè il detto di Herbert Marcuse: l’affermazione del principio di identità e non contraddizione è la radice del fascismo orrido e immenso.

Se De Benoist avesse studiato la filosofia di cui parla avventurosamente saprebbe che la crisi della metafisica tradizionale inizia allorché la scolastica decadente (Suarez) s’illude di poter abolire la distinzione di essenza ed esistenza.

Rammento questo precedente perché nel saggio “Ribelli e ribellione”, De Benoist dichiara guerra a quel pensiero unico che dipende dalle filosofie, che hanno portato alle estreme conseguenze il rifiuto della distinzione di essenza ed esistenza.

La novità ribellistica, insistentemente rivendicata dai tracotanti pensatori neoterici radunati nel club “fare futuro”, ha appunto radice nella grottesca manipolazione delle fondamentali categorie della metafisica. La ribellione di De Benoist è una ridicola antimetafisica in cammino su una metafisica gamba di legno.

PIERO VASSALLO

Per completezza riportiamo a seguire uno scritto di Alain De Benoist sul politeismo; i culturisti potranno farsi in tal modo un’idea oggettiva sull’argomento.

POLITEISMO E MODERNITÀ

Premessa

Direi che sono tre gli autori di riferimento da tener presente come sfondo di quello che diremo. Nietzsche, Weber, Heidegger.

Autori di sfondo in che senso? Non semplicemente nel fatto che abbiano pensato la categoria di ‘politeismo moderno’ che ormai risulterebbe imprescindibile oggi. In realtà in tutti e tre il concetto di politeismo non è affatto centrale, se non assente. Tuttavia Nietzsche, Weber e Heidegger sono i pensatori di quella modernità che sono tra gli autori di riferimento tra chi oggi, anche senza fare esplicito riferimento a loro, ha usato il politeismo – volendo fare del politeismo un elogio – come chiave di lettura del mondo moderno e contemporaneo.

Weber parlò di politeismo, e più precisamente di “politeismo dei valori”. Però, ripetiamo: non è qualcosa di centrale in Weber, piuttosto è una conseguenza della sua sociologia. Cosa vuol dire politeismo dei valori?

E qui entra di scena Nietzsche, il quale aveva annunciato la morte di Dio. In che senso? Nel senso che siamo ormai tutti non cristiani e anche chi dice di credere in Dio non ci crede poi così tanto? No: in realtà Nietzsche ha una esplicita antipatia per il rozzo ateismo moderno. Dice Nietzsche: la morte di Dio come fenomeno della modernità non è l’ateismo, bensì il tramonto di tutti quei valori che furono un tempo ritenuti fondanti. Quindi la morte di Dio non per la vita degli Dei (anzi, Nietzsche del tutto coerentemente ne La nascita della tragedia scrive: “Tutti gli dei devono morire”; anche in Così parlò Zarathustra: “Morti sono tutti gli dei: ora vogliamo che viva il superuomo”, «Della virtù che dona», 3): non si tratta di politeismo contro monoteismo, in senso propriamente teologico. Si tratta invece della morte del mondo soprasensibile in quanto mondo degli ideali, delle idee eterne, delle (o della) verità: il mondo vero, autentico, quello veramente reale, in contrapposizione al nostro mondo, inteso come transeunte, apparente, mutevole, irreale.

Quindi morte di Dio vuol dire morte della metafisica: non c’è più nulla a cui l’uomo possa attenersi e secondo cui possa regolarsi. Il nichilismo batte alla porta. Tutta la metafisica, tutta la filosofia, lo stesso Occidente hanno come loro carattere il nichilismo, nella misura nella quale Platone fonda tutto nel sovramondano (inaugurando quindi la filosofia come nichilismo); ma solo noi moderni ce ne stiamo rendendo conto, chiamandolo con il suo nome. Quindi il nichilismo non è una corrente di pensiero a fianco alle altre: non è come dire idealismo, cristianesimo, positivismo, ecc; è invece il carattere, il destino dell’Occidente. Heidegger scrive: “La metafisica è l’ambito storico in cui diviene destino che il mondo ultrasensibile, le idee, Dio, la legge morale, l’autorità della ragione, il progresso, la felicità del maggior numero, la cultura, la civiltà perdano la loro forza costrittiva, e si annullino”; persino il cristianesimo potrebbe essere “un derivato e un momento dello sviluppo del nichilismo”. Queste parole Heidegger le scrive nel suo notissimo saggio “La sentenza di Nietzsche: «Dio è morto»”. Heidegger è il grande interprete di Nietzsche nel ‘900: i suoi corsi universitari su Nietzsche tra il ’36 e il ’40 erano tesi a interpretare il pensiero di Nietzsche come compimento della metafisica occidentale. Oggi, in filosofia occuparsi di Nietzsche vuol dire anche confrontarsi con la lettura di Heidegger, e viceversa. Nietzsche e Heidegger: gli autori della modernità.

Ma cosa dice Nietzsche a riguardo del politeismo? C’è un pensiero (il 143) ne La gaia scienza che si intitola «Il vantaggio più grande del politeismo». Eccolo qui riportato:

Che il singolo si eriga il suo proprio ideale e derivi da esso la sua legge, le sue gioie e i suoi diritti – questa fino ad oggi è stata considerata come la più mostruosa di tutte le umane aberrazioni e come idolatria in sé: in realtà quei pochi che osarono ciò, hanno sempre sentito la necessità di una apologia davanti a se stessi, ed essa di solito s’esprimeva in questi termini: «Non io! Non io! Ma un Dio attraverso di me!». Fu nell’arte e nella forza mirabili di plasmare dèi – il politeismo – che questo istinto potè disgravarsi, purificarsi, giungere a perfezione, nobilitarsi: infatti, in origine, era questo un istinto volgare e meschino, affine alla testardaggine, alla disobbedienza e all’invidia. Essere ostili a questo istinto di un proprio ideale: era questa, una volta, la legge di ogni eticità. Non c’era, allora, che una sola norma: «l’uomo» -  e ogni popolo credeva di possedere quest’unica e ultima norma. Ma, al di sopra e fuori di sé, in un lontano oltremondo, si poteva vedere una molteplicità di norme: un dio non era la negazione o la bestemmia di un altro dio! Qui per la prima volta furono permessi individui, qui per la prima volta si onorò il diritto degli individui. L’inventare dèi, eroi e superuomini di ogni specie, come pure esseri affini agli uomini o subumani, nani, fate, centauri, satiri, demoni e diavoli, costituì l’inestimabile propedeutica per la giustificazione dell’egoismo e della sovranità del singolo: la libertà che si accordava al dio contro gli dèi, la si attribuì infine a se stessi contro leggi e costumi e vicini. Il monoteismo, invece, questa rigida conseguenza della dottrina di un uomo normativo e unico – la fede quindi in un dio normativo, accanto al quale non ci sono che dèi falsi e bugiardi – costituì forse il pericolo più grande nel corso dell’umanità fino a oggi; fu allora che rappresentò una minaccia per l’umanità quell’arresto prematuro, già da un pezzo raggiunto, per quel che c’è dato sapere, dalla maggior parte delle altre speci animali: in quanto esse tutte credono in un animale unico, normativo e ideale della loro specie e hanno definitivamente tradotto in carne e sangue l’eticità del costume. Nel politeismo era come preformata la libertà di spirito e la multiforme spiritualità dell’uomo: la forza di crearsi occhi nuovi e personali, sempre più nuovi e personali: cosicché per l’uomo soltanto, in mezzo a tutti gli animali, non esistono orizzonti e prospettive eterne.

Varietà, multilateralità, polisemia, polimorfismo, plurisignificati, pluralismo, poliarchia. Questi e altri termini analoghi vengono usati da sociologi, filosofi, psicologi, antropologi, storici che si confrontano con l’epoca moderna, un’epoca segnata dal politeismo, dal weberiano politeismo dei valori.

Certo, Weber non è Nietzsche, anche se c’è chi ha cercato tracce nietzschiane nel pensiero del sociologo tedesco; e ancor meno è Heidegger, ma certamente egli si muove all’interno di un pensiero post-nietzschiano, nella misura nella quale Nietzsche è stato il profeta della società moderna. Ogni società ha i suoi valori, ogni uomo ha i suoi valori – e quanto sono in concorrenza e in contraddizione i valori in un singolo uomo! –, i sistemi politici hanno i loro valori, ecc. Insomma, la modernità si connota come un campo di lotta fra diversi valori tra cui l’uomo deve prendere posizione e che non si conclude mai con la vittoria di un valore solo (o di un sistema di valori). Il mondo dell’esperienza non arriva mai al monoteismo, fermandosi al politeismo.

Inoltre, come causa ed effetto, crollano le verità metafisiche, le certezze teologiche; nel frattempo, sulla via dell’individualismo di derivazione cartesiana, scopriamo la persona come centro della vita, dei valori, delle esigenze; ma scopriamo anche l’estraneità, l’esistenza di società altre dalla nostra (altre nel loro sistema economico, politico, morale, religioso, ecc.). E allora: relativismo. Siamo proprio sicuri che i nostri valori sono gli unici e veri valori? E ancora: lo scontro e l’incontro tra culture. Chi si deve assoggetare a chi? Si deve ospitare l’altro, ma come si fa se non lo accettiamo in quanto altro? E il monoteismo in tutto ciò? Il monoteismo inteso come desiderio e volontà, nella storia di tutto l’Occidente, di cercare la norma unica, vera, incontrovertibile, valida universalmente; la legge, i valori; di ricondurre tutto all’uno, all’unico. In questo senso il monoteismo non sarebbe violenza nei confronti di chi non si riconosce in valori che scopriamo molto più culturalmente determinati di quello che non sospettassimo prima? Ovviamente metafisica e monoteismo in questo caso vanno a braccetto: l’uno non è che il presupposto dell’altro. Metafisica e violenza: un titolo di un noto saggio di un altro profeta della modernità molto seguito: Derrida.

Ecco allora che siamo arrivati a spiegare “politeismo dei valori”, in questo senso – sì – contrapposto al monoteismo dell’Occidente.

Anche la sociologia contemporanea ha accolto questa situazione. Prima i sociologi parlavano di melting pot, per cui gli immigrati avrebbero dovuto gradualmente abbracciare le modalità culturali dei paesi ospitanti. Ma con il tempo le minoranze culturali hanno voluto fare valere le loro differenze come ricchezze in quanto principi delle loro identità. Per questo ora la teoria del melting pot ha ceduto il passo a quella del salad bowl (insalatiera): ci si mescola, ma ognuno mantiene la sua identità culturale, con tutto ciò che è legato ad essa. Ovviamente tutto ciò non fa altro che decostruire ulteriormente la nostra stessa identità, già in crisi per il tramonto dei vecchi valori.

Un aneddoto su Eraclito

Aristotele ci riporta il seguente anedotto su Eraclito. Alcuni stranieri volevano andare da lui per vedere come vive e che aspetto ha un pensatore quando pensa. Ma lo trovarono mentre si stava scaldando i piedi davanti al fuoco. “S’arrestarono sorpresi, soprattutto perché, vedendoli esitanti, egli li incoraggiò, invitandoli a entrare, con queste parole: «Anche qui sono presenti gli dei»”.

“Anche qui sono presenti gli dei”. Questa frase ha avuto un certo successo tra i filosofi. E guarda caso, Heidegger racconta l’anedotto appena citato nella Lettera sull’umanismo. Cosa dice ad Heidegger questa vicenda narrataci da Aristotele? È un esempio dell’autenticità che l’uomo deve assumere su di sé se non vuole cadere in un vivere quotidiano che sia pura chiacchiera, distrazione, vanità. Anche qui sono presenti gli dei vuol dire che è nella realtà quotidiana che vanno cercati e vissuti; ma questa realtà va interpretata in una maniera nuova rispetto al modo in cui svolgiamo la nostra vita solitamente. Bisogna pensare la realtà ridandole la sua dignità. Quando le diverse “cose”, situazioni, persone vengono guardate e vissute con autenticità, esse divengono qualcosa di nuovo: esse si offrono, si aprono, la loro esistenza si squaderna davanti ai nostri occhi. Ogni “ente” (tanto per usare un po’ di terminologia heideggeriana) ha una sua verità, una sua ricchezza, una sua incommensurabile profondità, una sua misteriosità, le quali vengono tutte chiuse, spezzate, cancellate davanti a uno sguardo leggero, non meditativo, inautentico. Possiamo stare in questa stanza e interpretarla come un luogo, e allora ci priviamo della possibilità di pensare la stanza. Allora ci sembrerà un’aula come un’altra. Non ci danno la prossima settimana questa aula, bene andiamo nell’altra. E così via. Ma se invece vediamo in questa stanza quell’ente che ci parla dei nostri incontri, degli anni passati qui, prima come studenti, poi come laureandi, poi ancora come laureati, dottorandi, ecc., delle persone viste, scordate, amiche, delle discussioni, dei progetti, delle intuizioni che è stato bello avere o ascoltare, delle sciocchezze che ci sono scappate, delle banalità, e via dicendo: bene, in questo caso non è poi così vero che un’aula equivale a quell’altra.

Troviamo la stessa frase di Eraclito in un altro teorico della modernità dello scorso secolo: Hans Blumenberg. Egli dice: per Eraclito tutto era pieno di dei, oggi tutto è pieno di teorie scientifiche; bisogna perciò riconquistarsi una nuova semplicità. Una semplicità che passa per la rivalutazione e una nuova amicizia verso i miti (e infatti Blumenberg ha scritto un libro poderoso sull’Elaborazione del mito). Questo in contrapposizione alla tirannia del Dio unico e onnipotente, del Logos onnipervadente: insomma contro la ragione monoteistica. Solo il politeismo può riaprirci spazi di libertà. Per rispondere agli interrogativi ultimi dell’uomo non basta la ragione filosofica (logos), ma bisogna andare al di là di se stessi per cogliere tutto in una giusta prospettiva: quindi solo il mito può essere questo appoggio esterno. “Il mito risolve le aporie del Logos”.

E ancora, passando a un altro autore, troviamo la frase eraclitea come titolo di un capitolo dell’ultimo libro di Salvatore Natoli, Stare al mondo. Dice Natoli: al politeismo antico non si torna; il politeismo moderno invece va concepito come emancipazione del pensiero dall’uno. Eppure un qualche ‘uno’ era presente anche nel mondo antico. Si trattava di un “sentirsi parte”, essere un momento della totalità. E Natoli fa riferimento all’idea di natura, alla grande madre. E anche la Grecia ebbe il suo pensiero dell’uno, con Parmenide. Ma questa unità, ancor prima che essere intesa come essere, lo era come natura, physis.

Il politeismo antico è altro dal monoteismo ma si formula come singolare monismo: coincidenza natura-tutto. Ma allo stesso tempo la natura è ciò che si differenzia, da essa nascono gli dei e gli uomini: è il luogo del molteplice illimitato e in cui tutto è divino. Per i greci l’unità non è un’entità separata, non è qualcosa che precede il mondo ponendolo in essere. Essa coincide con il mondo: deus sive natura.

Il monoteismo inaugura un ‘dualismo asimmetrico’ caratterizzato dalla dipendenza. I greci invece guardano alla varietà del mondo come molteplicità in unità. Quindi il politeismo non è semplicemente la credenza in più dei, ma è la percezione della divinità di tutte le cose (cerchiamo di leggere queste parole di Natoli avendo in mente il discorso che fa Heidegger – cui Natoli tra l’altro fa esplicitamente riferimento – e cioè vedere le cose senza sovrastrutture, aprendoci alla loro ricchezza).

C’è una differenza tra il politeismo antico e quello moderno: in quest’ultimo ogni parzialità pretende spesso l’unicità. In ciò sta l’eredità della prepotenza dell’uno. Nell’antico politeismo invece ogni determinazione è parte e momento di una totalità. Questa lettura del politeismo antico – scrive Natoli – valorizza il passato per il futuro. Il politeismo coglie le differenze come sfacettature del medesimo e il medesimo come dispiegarsi delle differenze. Ciò non esclude il conflitto, anzi a volte lo scatena. Nel contempo però si è invitati alla venerazione delle cose, sante nella loro fragile unicità.

Se Eraclito diceva che “anche qui ci sono gli dei”, ciò significa che il politeismo vede il divino ovunque e quindi invita alla pietas universale. La crudeltà è ineliminabile nella natura; la pietas sarà quindi un contromovimento, determinandosi come reciprocità e condivisione.

Essere fedeli alla terra. Questo era l’imperativo continuamente ribadito da Nietzsche, in contrapposizione alle teorie dell’altro mondo, del retro mondo, delle verità come principi, dei valori, delle teologie e metafisiche. Questo imperativo è ripreso più volte negli scritti di Salvatore Natoli. Si tratta di un filo rosso rinvenibile in tutti gli elogi del politeismo contemporanei: ormai non c’è più nessuna legge eterna che ci possa salvare o dare almeno la ricetta della verità e della felicità. Dobbiamo essere allora fedeli alla terra, alla nostra condizione di esseri umani, mortali, limitati, alle nostre piccole gioie sempre passeggere. E nel fatto che siano passeggere dobbiamo trovare motivo di maggiore felicità (sono così rare e preziose!) rispetto a quella che potremmo trovare in qualche teoria consolante che ci racconti la storiella dell’altro mondo eterno e buono. Tutto va valorizzato positivamente, anche ciò che la ragione monoteistica ha voluto per tutta la sua storia sopprimere. In un altro suo scritto (Nietzsche e i greci: il problema del tragico, ora contenuto in I nuovi pagani), Natoli cita da un paragrafo di Umano troppo umano di Nietzsche, dedicato al paganesimo dei greci. In che cosa consiste il paganesimo dei greci secondo Nietzsche? Essi prendevano tutto quello che era umano troppo umano e gli davano uno statuto di esistenza, invece di ingiuriarlo: una specie di diritto, anche se di secondo ordine. I greci non volevano negare completamente il male: esso c’è, è una realtà umana; “a loro basta che esso si moderi e non colpisca a morte o avveleni internamente ogni cosa – vale a dire essi pensano in modo simile ai plasmatori dello Stato greco e non sono stati i maestri e i precursori”.

Ora abbiamo parlato di diversi autori. Sarebbe interessante tornare ad Heidegger per vedere cosa dice degli dèi; sarebbe interessante, ma Heidegger è troppo difficile per poterne parlare in pochi minuti. Magari un’altra volta.

Ma almeno altri due autori – ce ne sarebbero tanti! – sono da citare obbligatoriamente: David L. Miller e Odo Marquard. Il primo ha scritto un libro dal titolo “Il nuovo politeismo” (prima edizione: ’74; seconda: ’81); il secondo un articolo (testo di una conferenza del ‘78) dal titolo “Lode del Politeismo – A proposito di monomiticità e polimiticità”. Sono veramente due testi di riferimento, basilari.

ALAIN DE BENOIST


Il PDL e gli universitari

maggio 20, 2010 da Redazione  
Capitolo Giovani

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Non abbiamo ancora i dati ufficiali del Miur ma voci ufficiali e ufficiose si rincorrono, e il quadro finale sembra gia’ essere scritto. Le elezioni della circoscrizione nord-ovest del CNSU (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari), organo con sede a Roma ed interlocutore primo del Ministero dell’Istruzione, hanno premiato le liste del CLSU, legate al movimento di Comunione e Liberazione, che ottenendo quasi il 50% dei voti negli atenei del Nord, potranno contare su almeno 3 o 4 seggi a Roma. Li segue il Coordinamento Liste di Sinistra (Udu, PD ecc..), che avra’ due eletti al CNSU e Studenti per la Liberta’-Azione Universitaria, con un eletto, lo studente Giuseppe Anselmo, candidato espressione di Studenti per La Liberta’, nessun seggio invece per il movimento neo-fascista Blocco Studentesco, che pero’ conquista alcuni posti di prestigio nei consigli delle universita’ di Roma e del Sud Italia.  Il vero exploit lo ha avuto la lista “Studenti per le Liberta’- Azione Universitaria”, lista unificata dei due movimenti universitari che facevano capo a Forza Italia e Alleanza Nazionale. I due movimenti universitari han deciso di correre insieme ma con candidati diversi. In particolare, per il Nord Ovest, la componente “Forzista” si e’ schierata in massa (tranne Genova) sul candidato poi risultato vincitore, Giuseppe Anselmo. Mentre la componente Aennina si e’ divisa sul candidato “leader” da sostenere, tra Enrico Deabate, detto Jerry, e Matteo Mitziopoulos detto Miz, provocando fratture tra gli esponenti, non solo figurate, ma anche fisiche. Alcuni giorni prima delle elezioni infatti, un diverbio sui manifesti da attaccare (Miz o Jerry?) ha scatenato una rissa tra i chiostri della Cattolica tra due esponenti di A.U. E visto che non si tratta della prima volta in cui un esponente di AU viene alle mani, voci maligne riferiscono che nella portineria d’ingresso, sia affissa una fotografia del rissoso ex (?) aennino, con l’ordine assoluto di divieto d’ingresso.

Ancora una volta, il micro cosmo politico universitario ci insegna una cosa: dividersi sulle preferenze e’ stupido e dannoso. Il piccolo gruppo di Studenti per La Liberta’, senza fondi, e senza tante strutture, e’ riuscito a far eleggere un candidato attraverso il metodo leghista delle elezioni regionali ed europee (quelle con le preferenze) dell’ ”Unico/i candidato/i da sostenere”, evitando risse interne e inutili lotte all’ultima preferenza. Imparera’ qualcosa anche il PDL dei grandi?

Elisa Serafini

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