Incontro con i tuareg
luglio 2, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza
Avevo trascorso la giornata presso il grande raduno di allevatori nomadi transumanti nei territori desertici e i contadini insediati nelle savane coltivabili che si svolge nella regione del sahel situata nel nord del Niger all’inizio della primavera, in occasione della festa organizzata dai peuhl, pastori di grandi mandrie di buoi e cammelli, durante la quale i giovani eseguono danze prolungate per la conquista d’una moglie. Nella società peulh i ruoli appaiono invertiti: non sono le ragazze a dover sedurre i giovanotti col trucco e col gesto, ma i maschi, i quali, coi volti sontuosamente truccati, si esibiscono in danze cerimoniali per essere scelti dalle fanciulle. Ma il raduno era anche un’occasione di mercato dove ogni gruppo offriva in vendita la propria merce: ceste ricolme di miglio e di manioca; pile di patate dolci, di manghi e papaie; mucchi di datteri; ampi blocchi di sale, riportati dai tuareg in pericolosi viaggi compiuti fino alle lontanissime distese del deserto salato; stoffe, stuoie, gioielli e calebasses, i grandi recipienti ricavati da gusci di zucca seccati, quindi intagliati e dipinti per essere adibiti ad uso domestico. Avevo affrontato un interminabile viaggio in pulman per trasferirmi da Niamey, la capitale del Niger, in quell’arida regione a cavallo tra il Sahara e la savana, per osservare e fotografare quel coloratissimo e animatissimo spettacolo di folla impegnata nei commerci più diversi, vagando incessantemente tra i vari gruppi, sostando davanti alle scene – le danze, le conversazioni, le contrattazioni e gli approcci tra uomini e donne – che, dopo il calar del sole, il guizzare dei fuochi o delle luci a petrolio mi restituivano trasfigurate. A notte inoltrata mi ritrovai verso la periferia del grande assembramento, nei pressi di alcuni tendaggi tuareg. Mi sentivo troppo stanco per continuare a stare in piedi e mi guardavo intorno cercando un posto appartato dove stendere la mia stuoia per trascorrere la notte. Il luogo era tranquillo perché l’occasione era di quelle istituzionalmente pacifiche, ma, essendo l’unico esponente d’una cultura generalmente non presente in raduni di quel genere, avevo un certo ritegno a mettermi a dormire in mezzo agli altri; per cui mi guardavo in giro dubbioso, esitando sul da farsi. La mia incertezza doveva essere percepibile, perché una voce mi interpellò in tono incoraggiante: “Olà, ça va?” La domanda era formulata in un francese perfetto, ma lì per lì non mi sorpresi, giacché avevo incontrato molti africani capaci di parlare la lingua degli ex dominatori con proprietà e buon accento. Chi mi aveva rivolto la parola era un giovane tuareg sorridente, un bel ragazzo sui venticinque anni con una rada barbetta disordinata intorno al mento e gli occhiali a stanghetta sul naso, seduto fuori dalla sua tenda accanto a una bellissima donna dagli occhi a mandorla e a una bambina completamente nuda di due o tre anni col capo raso, salvo per un ciuffo di capelli alla sommità della nuca. “Oui, ça va” risposi, guardando senza grande interesse la famigliola tuareg intenta a godersi quel po’ di fresco portato dal buio dopo la giornata infuocata. Una teiera bolliva su uno strato di carbonella ardente. “Asseyez-vous (si accomodi)” disse il giovane indicando la teiera, gesto col quale ero invitato inequivocabilmente a prendere il tè con la sua famiglia. Non avrei mai rifiutato un invito di quel genere, non solo perché sarebbe stato inteso come una scortesia incomprensibile, ma perché esso mi svelava l’atteggiamento amichevole e ospitale dell’uomo, da cui ritenni di poter trascorrere senza timore la notte se non proprio dentro la sua tenda (cosa che invece più tardi mi fu offerta), almeno accanto ad essa. “Merci” dissi sorridendo con gratitudine e mi accosciai di fronte all’uomo. Per alcuni istanti restammo in silenzio, mentre la donna, col bellissimo volto atteggiato alla impenetrabilità serena e distaccata d’una sfinge, armeggiava intorno alla teiera, introducendovi quietamente alcune perle di zucchero, rimestando all’interno con un cucchiaio e richiudendo il coperchio di smalto con un piccolo scatto metallico. Presso i tuareg la conversazione non inizia fino a quando il tè non è pronto e l’ospite non ne ha sorseggiarne almeno una tazza; ma nello sguardo rivoltomi dall’uomo, pur pacato e venato d’un filo di divertimento e d’ironia, indovinavo come un’intesa, una comprensione e una simpatia mischiati a un senso d’attesa, a qualcosa di allusivo tra me e lui che non riuscivo ad afferrare e che perciò mi spinse a rompere il silenzio: “D’ou venez-vous (da dove venite)?” Egli, rispondendo, fece con la mano un gesto vago verso il nord: “Du cotè de Taoudenni, pour approcher du sel ici”. Taoudenni è la località sahariana dove si trovano le miniere di sale a cielo aperto presso le quali i Tuareg si recano a dorso di cammello ad estrarre il prezioso prodotto per venderlo nei luoghi di raduno come quello nel quale ci trovavamo in quel momento. Sapevo che solo dei grandi conoscitori del deserto come i tuareg osano avventurarsi sulle difficilissime piste dirette a Taoudenni attraverso un territorio conosciuto come “il deserto dei deserti”, vale a dire la parte più arida e temibile di tutto il Sahara, con pochissimi pozzi d’acqua salmastra lungo il cammino e dove le tempeste di sabbia si scatenano con una frequenza spaventosa e persecutoria (almeno, osavano quando realizzai quel viaggio, diversi anni fa; con l’evoluzione dei tempi e l’introduzione nel Sahara di moltissimi camion, non so se esistano ancora tuareg disposti ad effettuare quelle spedizioni preistoriche a dorso di cammello). Ma era l’uso raffinato della lingua francese da parte del mio interlocutore (aveva adoperato il verbo approcher, avvicinare, per indicare simultaneamente l’estrazione e il trasporto del sale fino al luogo dove metterlo in vendita), oltre alla sua dizione impeccabile, a stupirmi. “Ou avez vous appris le français (dove ha imparato il francese)?” gli domandai. “Oh, je suis français (Oh, io sono francese),” fu la risposta, apparentemente noncurante, ma con un leggero accento di canzonatura che valse a sconcertarmi più della risposta stessa. “Comment?” domandai, ancora incredulo. “Vous etes français?” Sporse in avanti il viso ridente, trasformato in una specie di maschera sardonica dalla luce baluginante delle braci. “Oui, je suis français, mais je suis meme touareg (sì, sono francese, ma sono anche tuareg)”. Rimasi a guardarlo interdetto, esaminando con diffidenza i suoi lineamenti, il naso diritto, le labbra sottili e i capelli e la barba color castano chiaro, in effetti più nordici che caucasoidi (talvolta i tuareg presentano anche qualche sfumatura negroide, ed era appunto il caso della moglie, che aveva labbra spesse e sporgenti, per quanto ben disegnate); finché, dopo aver assaporato con aria faceta il mio stupore, egli si decise a raccontarmi la sua storia.
“Mi chiamo Jean Philippe, o almeno così mi chiamavo quando vivevo in Francia coi miei genitori. Sono sette anni che vivo in Africa, dove ho scelto di diventare tuareg. Oggi mi chiamo Alahouda. Quando ho lasciato la Francia avevo diciotto anni. Dal quartiere parigino dove abitavo con mia madre e mio padre dovevo recarmi al liceo di Versailles, per sostenervi l’esame di maturità. Quell’anno avevo studiato molto poco e sapevo di rischiare la bocciatura. Per andare a Versailles dovevo prendere il treno ma, lungo la strada verso la stazione, senza dubbio per il timore di quello che mi attendeva, persi tempo, così arrivai quando il treno era già partito. Allora mi recai sulla strada, con l’idea di raggiungere la scuola in auto-stop, ma non stavo bene, non avevo nessuna voglia di arrivare in tempo per sostenere l’esame. Si fermò una Land Rover con a bordo una giovane coppia in vacanza, sprizzante felicità perché stava recandosi in Africa per compiere una traversata del Sahara occidentale. Appena salito su quell’auto, presi di colpo la mia decisione, scegliendo di rivoluzionare completamente la mia vita. Sicuramente non pensavo di mentire quando, uscendo di casa, avevo detto ai miei genitori: Ci vediamo stasera. Da allora non li ho più rivisti ed essi non hanno saputo più nulla di me fino a qualche mese fa, quando mi sono deciso a scriver loro una lettera dove ho raccontato tutta la mia storia. Quando domandai ai coniugi francesi se potevano portarmi in Africa con loro forse il mio fu un atto avventato, suggerito dalla paura di essere bocciato, ma una volta giunto in Africa mi sono accorto che non avevo più nessuna intenzione di tornare indietro, e ne ero talmente convinto che a El Ayun, lasciati i francesi coi quali ero arrivato fin lì, montai su uno di quei treni che trasportano bauxite attraverso la Mauritania in viaggi interminabili. Con me avevo solo 100 franchi e la mia carta di identità, valida però per viaggiare in territori già sotto protettorato francese, ma ciò nonostante venivo continuamente fermato dai militari, i quali, col pretesto che non possedevo un passaporto o che avevo troppo poco denaro, volevano farmi tornare indietro. Ma io mi mettevo in un angolo e aspettavo pazientemente che cambiassero idea. In genere, dopo un giorno o due, al passaggio di un altro di quei treni carichi di bauxite, mi lasciavano ripartire. Giunto nel nord del Mali, ho trovato ospitalità presso i tuareg, ed è stato allora che ho capito come la vita dei pastori nomadi fosse il genere di esistenza che mi affascinava di più e che desideravo conoscere fino in fondo. Così, restando accanto ad essi e condividendo la loro esistenza, ho deciso di farmi tuareg, abbracciando la religione islamica e poi fondando una mia famiglia con Kauila, la donna che ho preso in moglie e che mi ha dato Aicha, la mia bambina”.
Mentre il mio interlocutore parlava, continuavo ad esaminarne l’aspetto celtico, l’aria vagamente intellettuale conferitagli dagli occhiali a stanghetta, il suo linguaggio evoluto e quel qualcosa di indefinibile che ne svelava l’appartenenza al mondo occidentale con tutto il suo retroterra culturale, che portava addosso come un marchio indelebile. Eppure egli aveva deciso di rinnegare il suo mondo e di ridursi all’esistenza impervia e, almeno ai mei occhi, quasi disperata dei tuareg. Con l’immaginazione lo vidi arrancare per giorni e giorni in groppa al suo dromedario in territori infuocati, patendo atrocemente la sete e la fatica insieme ad altri sventurati come lui, per raggiungere località spaventose come Taoudenni dove raccogliere con sudore e sofferenza pesantissimi blocchi di sale, da vendere poi per una manciata di denari coi quali acquistare le provviste occorrenti appena a riprendere nuovamente il viaggio verso le miniere di sale, in un ciclo interminabile e sfiancante; e, dietro a questo andare e venire, non c’erano altro che pasti frugali composti da pane di semola di grano cosparso di burro rancido, miglio abbrustolito e latte di cammella; serate trascorse tutti insieme accanto al fuoco acceso con lo sterco delle bestie perchè nel deserto non v’è legna da ardere; e poi le chiacchiere indolenti, l’ascolto di qualche canzone per ingannare il silenzio incolmabile del Sahara, la promiscuità, la scarsa pulizia e il grave rischio delle infezioni e delle malattie senza farmaci adeguati per fronteggiarle. C’era ancora, naturalmente, l’amore sotto la tenda, ma era quello un compenso sufficiente a giustificare un’esistenza così aspra? Guardai la moglie, senza dubbio una giovane donna molto attraente, anche se con quell’alone vagamente selvatico conferitole da un sangue dedito da sempre, al contrario del marito, a un’esistenza estrema, condotta sul sentiero impervio e crudele della pura sopravvivenza. Certo l’amore con lei doveva essere piacevole, ma non c’erano mille altre donne altrettanto belle con cui intrattenere rapporti amorosi nel mondo che il mio ospite francese aveva voluto ripudiare?
“Perché ha deciso di scegliere questa vita?” non potei, a quel punto, trattenermi dal chiedergli, forse con un tono vagamente riprovatorio che non seppi nascondere.
“Ah, per la sensazione di libertà assoluta che mi dà!” mi rispose con un’enfasi che accolsi con scetticismo. “La giungla non è in Africa, ma a Parigi. Qui, se incontri qualcuno lo saluti; se arriva uno straniero lo sfami. A Parigi lasciano crepare per strada un uomo affamato o malato mentre nutrono con la carne e curano con grande impegno bestie come cani e gatti. Da quando vivo in Africa non mi ricordo una sola volta in cui mi sia stata negata l’ospitalità. E poi qui esiste una spiritualità naturale nei confronti della vita, un sentimento religioso che accomuna tutti gli esseri umani. In Francia non sapevo che cosa fosse la religione perché i miei genitori non mi hanno impartito un’educazione religiosa. Ho trovato nell’Islam la dimensione spirituale necessaria per una comprensione autentica della vita e per vivere in una comunanza fraterna coi miei simili”. Io continuavo a considerare senza entusiasmo le sue parole. Mi sembrava di ascoltare i soliti luoghi comuni espressi dagli europei infatuati dell’esistenza condotta dagli africani e della “spiritualità” ad essi attribuita, una spiritualità improntata a una sorta di religiosità della natura o misticismo panteista (appena venato di islamismo o di cristianesimo, a seconda delle influenze subìte); ma quegli altri europei esprimevano l’attrazione esercitata su di loro dall’Africa in modo blando, certo non con la radicalità del mio nuovo conoscente, che, invece, si era convertito totalmente alla vita tuareg, assumendola e facendola propria anche creandosi una famiglia in seno a quel popolo. Ero in presenza, evidentemente, di un caso di fuga dal proprio sé e di conversione all’altro da sé, un caso che accade forse più frequentemente di quanto si immagini. E’ inevitabile domandarsi i motivi di scelte di questo genere, certo a causa della difficoltà di farcene una ragione. Per Jean Philippe la causa scatenante doveva essere stata, come possiamo intuire dalle sue stesse parole, il timore di non rivelarsi all’altezza di quella vita adulta e responsabile che presumibilmente i suoi genitori si aspettavano assumesse dopo la maturità; forse c’era anche un’insoddisfazione di sé e un senso di noia nei confronti dell’esistenza condotta fin lì. Più in generale, non v’è dubbio che scelte di vita drastiche come queste siano determinate da uno smarrimento di se stessi legato alla perdita dei propri valori di riferimento, morali, culturali o identitari che dir si voglia. Oggi, la diffusione in Occidente di quell’ideologia di derivazione rousseiana ispirata all’esaltazione della vita selvaggia ovvero della vita primitiva o “naturalistica” condotta in seno o più vicino alla natura, favorisce e moltiplica questo genere di fuga, ma forse l’impulso da cui nasce trova la propria collocazione più appropriata in quel grano di follia che l’uomo nasconde da sempre nelle regioni più oscure del suo intimo e che corrisponde a una sorta di istinto di negazione di sé o di stimolo ad affrancarsi dalla propria identità, vissuta, per una qualsiasi ragione, come una limitazione di libertà.
DIONISIO DI FRANCESCANTONIO
L’importanza dell’apprendistato
aprile 15, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Fino agli anni settanta più di millequattrocento macellerie erano distribuite su tutto il territorio di Genova. La sobria eleganza dei marmi pregiati che costituivano la base del loro arredo era un elemento immancabile del paesaggio urbano e solo la loro facile accessibilità faceva perdere di vista il privilegio comune a tutti di disporre di un servizio di così alta qualità.
Storicamente, la scuola dei macellai genovesi era universalmente conosciuta come una delle migliori d’Italia. Circostanza, questa, assai rilevante se si pensa che la sapiente lavorazione della carne influenza direttamente la tradizione culinaria e di conseguenza educa il gusto ed eleva la qualità della vita. Purtroppo, di questo valore ci siamo resi conto troppo tardi: solo quando quest’arte è apparsa avviata verso un inesorabile tramonto è scattato il rimpianto e l’affannosa ricerca delle sue espressioni superstiti; come testimonia la folta schiera dei clienti che popolano il negozio di Piero, uno degli ultimi, se non forse l’ultimo maestro macellaio della nostra città. Si tratta di genovesi provenienti da tutti i quartieri della città ma anche abitanti dell’entroterra e delle riviere, milanesi e altri lombardi disposti ad attendere per ore il loro turno nello storico negozio di vico Macelli di Soziglia.
Ma come è stato possibile che un prodotto ancor oggi ricercatissimo stia per scomparire dal mercato assieme ad un mestiere che dava di che vivere nell’abbondanza a un migliaio di famiglie? Questa non è una domanda retorica dettata dalla nostalgia ma il quesito molto pratico che dovrebbe costituire il punto di partenza di un pubblico amministratore intenzionato ad agire per il bene comune sul fronte diretto dell’occupazione e su quello accessorio, ma non trascurabile, della migliore vivibilità dei quartieri che acquistano in sicurezza e gradevolezza proprio grazie alla presenza delle luci e dei colori di tante vetrine dall’offerta differenziata e non banale.
Attingere all’esperienza quasi cinquantennale di Piero rappresenta il primo passo per immaginare un possibile percorso di recupero. Con il suo aiuto, cominciamo a richiamare alla memoria il modello virtuoso con cui veniva trasmesso un mestiere certamente difficile. La formazione, allora chiamata apprendistato, prevedeva due pomeriggi di lezioni teoriche nel corso delle quali si studiavano gli elementi di veterinaria utili alla professione assieme alle nozioni indispensabili per gestire un negozio. Ma era solo attraverso la pratica che ci si impossessava del mestiere: il giovane aspirante veniva messo “a bottega”, cioè a lavorare in una macelleria di sua scelta dove il titolare-maestro, mentre lo utilizzava, provvedeva ad istruirlo, seguendo passaggi logici dettati dall’esperienza: prima l’igiene e la scrupolosa pulizia con cui doveva essere tenuto il negozio, poi la lavorazione degli stalli meno pregiati con l’acquisizione della manualità necessaria a praticare l’“impelleggina”, cioè la pulizia completa dell’osso, dopo di che l’apprendista cominciava a stare dietro al banco dove veniva spronato a “rubare” il mestiere osservando le mani del maestro e dove imparava a distinguere gli stalli in rapporto all’uso culinario a cui erano destinati. Era in questo preciso punto che si combinavano due interessi in apparenza contrastanti: quello del macellaio provetto, costretto a perdere tempo prezioso per allevare un potenziale concorrente, e quello di un giovane disposto a svolgere lavori anche umili pur di impossessarsi d’un mestiere capace di assicuragli un sicuro futuro di benessere. La non conflittualità era assicurata dal buon senso, allora molto più diffuso di oggi, che comportava la generosa disposizione dell’adulto verso l’insegnamento (da cui traeva motivo di gratificazione personale) e dalla necessaria umiltà da parte dell’allievo di sottostare per tutto il tempo necessario alla disciplina imposta dal maestro. Anche lo Stato faceva la sua parte in questo delicato momento di formazione, provvedendo esso stesso a versare i contributi che oggi sarebbero invece a totale carico dei macellai, eventualmente disponibili ad assumere un apprendista.
Dalle parole di Piero emerge continuamente l’amore e la fierezza verso l’attività che svolge da così tanto tempo, assieme alla soddisfazione che prova ogni qual volta (in pratica, sempre) soddisfa i suoi clienti, i quali, a loro volta, lo ripagano con continue testimonianze di simpatia; ma, nello stesso tempo, egli è assolutamente scettico riguardo alla possibilità di poter dare una continuità al suo mestiere, poiché non vede nei politici locali né la volontà né la capacità di restaurare un apprendistato degno di tale nome e li ritiene più attenti agli interessi delle scuole di formazione, raramente capaci di fornire sbocchi di lavoro, che a quelli dei giovani in cerca di occupazione. Ed è ugualmente scettico anche nei confronti dei rappresentanti delle nuove generazioni: tanto restii nella volontà di conquistarsi la libertà che deriva da una vera indipendenza economica, quanto arroganti nel pretendere comodi inserimenti nel pubblico impiego, non importa se poco remunerativi e completamente parassitari.
Ma (forse), anche in questo caso fermare la deriva non è impossibile. Quando finisce per emergere la consapevolezza d’un pericolo incombente – come quello di non trovare tanto facilmente una possibilità d’impiego – anche i giovani, almeno quelli più avveduti, potranno riconquistare la disposizione d’animo necessaria per apprendere mestieri tutt’altro che facili, come quello del macellaio. Per favorire questo processo, si ritiene utile, per non dire indispensabile, ristabilire il valore e il prestigio sociale che un tempo aveva questa professione, così come quella di tanti altri artigiani e degli stessi commercianti al minuto. Prestigio che derivava dal generale riconoscimento che dovrà essere nuovamente attribuito a chi, assolvendo con fatica il compito di provvedere autonomamente a se stesso e alla propria famiglia, ricopre un ruolo di grande e prolungata visibilità e rappresenta, con il modo garbato di porsi e con la luce della sua vetrina, uno dei primi. E spesso molto attraenti, biglietti da visita di un popolo e di una città.
Miriam Pastorino
Il ciclista ambientalista e rompicoglioni

La questione non è ambientalista. Ovvio che siamo tutti d’accordo che andare in bicicletta sia meglio che inquinare con le auto. Il punto, qui, è l’educazione. Quella su strada, che spesso manca proprio ai ciclisti. D’accordo: non ci sono le piste ciclabili, scarseggiano gli spazi verdi e latitano gli automobilisti rispettosi… ma vogliamo parlare, per una volta, anche del comportamento dei ciclisti? Paladini incontrastati del pelo-agli-specchietti, sfrecciano con semafori di ogni colore, non curanti di macchine, cani, bambini e vecchiette. Ci avevano provato a dargli delle regole. Di base, certo, ma forse sarebbero state utili un po’ a tutti. A chi guida in città vedendoseli sbucare da ogni dove e a chi pedala su marciapiedi, carreggiate, strisce pedonali e aiuole. L’occasione è stata il disegno di legge sulla sicurezza stradale dello scorso anno. Giusto il tempo di pensarlo, però, che si sono alzate subito le barricate. Soprattutto quando si è parlato di togliere i punti della patente ai ciclisti che passavano col rosso. Sacrilegio! “Quel punto è in contrasto con l’articolo 3 della Carta Costituzionale!” hanno subito tuonato i biciclettari. Con quella regola poco chiara, in effetti, non tutti i cittadini sarebbero stati uguali davanti alla legge. In pratica se un ciclista fosse passato con il rosso sarebbe stato multato e avrebbe perso i punti. Ma chi non aveva la patente? Avrebbe solo pagato la multa. Ovvio, ma non equo. Perciò come si fa in Italia in questi casi? Si cerca una soluzione? Macché. Si prende una biro e si tira una bella linea spessa cancellando definitivamente dubbi e ammende. Nel frattempo, però, tra il cercare la biro e tracciare la riga, sono stati circa un centinaio i ciclisti che si sono visti sforbiciare la patente. Che fare con loro? Nello stesso disegno di legge è stata prevista una sanatoria per restituire i punti persi. E all’estero? Svolta “verde” per i parlamentari indiani, come spiega il quotidiano The Times of India, che potranno arrivare “a pedali” nell’area riservata del Parlamento dopo il “Sì” dei responsabili della sicurezza dell’Assemblea legislativa. In Giappone, a Tokyo, si stanno sperimentando nuovissime biciclette dotate di una tecnologia ibrida, che ricarica le batterie in parte durante il moto e in parte in parcheggi speciali supportati da pannelli solari. Oltre Manica, invece, la situazione è ben diversa. Sembra, infatti, che presto i postini britannici saranno obbligati a lasciare nei garage le loro biciclette. La Royal Mail, scrive The Guardian, in una lettera indirizzata al parlamentare laburista Lord Berkeley – letta nel corso di una dibattito alla Camera dei Lord lo scorso 29 marzo – ha spiegato che le biciclette rappresentano “un rischio per la sicurezza abbinate alla strade britanniche, dove il ciclista è esposto a rischi superiori rispetto agli altri veicoli”. In pratica, ci sono troppe buche per terra. Un po’ come da noi, d’altronde. Chiedetelo a Nancy Brilli e Roy De Vita, coppia vip – attrice lei chirurgo plastico lui – che, pedalando pedalando, durante una gitarella domenicale si sono ribaltati sui prati di Villa Borghese. Una bella botta a terra ma, per fortuna loro, lì non c’erano auto, solo tanti cani a passeggio e bambini che giocavano sereni a palla.
Antonia Ronchei
Mar Ligure a rischio Tsunami?

L’ipotesi, seppure remota, è di quelle da brivido, soprattutto dopo quanto si è verificato due anni fa lungo le coste asiatiche bagnate dall’Oceano Indiano. Secondo gli studi effettuati dal professor Bill McGuire del Benfield Greig Hazard Research Center, l’eventualità che uno tsunami provocato non da un maremoto o terremoto, “ma da uno sprofondamento o spostamento di un grosso ‘zoccolo’ sottomarino” si abbatta sulla Liguria non sarebbe da escludere, almeno in teoria. “Pur non trovandoci in presenza di vulcani sottomarini, taluni tratti dei fondali antistanti la costa Ligure e quella francese sono, seppure sulla carta, a rischio tsunami. Nel 1979, tra Nizza e Antibes, un’onda anomala prodotta dall’improvviso cedimento di uno zoccolo sottomarino prospiciente il litorale di circa un chilometro di lunghezza e 100 metri di larghezza, diede origine ad un’onda di 10 metri che spazzò la passeggiata a mare, allagando la litoranea, lambendo le abitazioni e causando ben 11 morti e diverse decine di feriti”. Ricordiamo, a questo proposito, che nel 1986 e nel 2004, la Plage de Beauduc (Camargue) e la Plage di Pointe-Rouge di Marsiglia furono anch’esse interessate dal medesimo fenomeno che produsse tuttavia marosi decisamente più modesti, tra circa cinque e i sei metri di altezza. “Naturalmente, casi come questi sono abbastanza rari, ma non si può escludere che si verifichino nuovamente, soprattutto in certe aree particolari, come le zone portuali sottoposte ad intensi lavori di dragaggio dei fondali o a tombamenti effettuati per la realizzazione di pesanti piattaforme in pietra o cemento armato”, come ad esempio moli e terminali. Tali operazioni possono talvolta (come è già accaduto in Giappone) provocare il cedimento o lo slittamento improvviso di porzioni di ponti sottomarini: smottamento che, come si è detto, può a sua volta innescare spostamenti di grosse masse d’acqua in superficie”. Ma la Liguria e le sue città costiere sono dunque a rischio tsunami? Fortunatamente, stando alle opinioni degli scienziati, non sembrerebbe, posto che l’uomo non contribuisca con il suo stesso ingegno a modificare ciò che il mare e la natura hanno pazientemente modellato nell’arco dei secoli. “Tutto dipende – spiegano i cervelloni del Benfield Greig Hazard Research Center – da una condizione, quella di procedere, nell’eventuale costruzione di nuovi terminali esterni alle dighe foranee con estrema cautela, effettuando adeguati studi preliminari sulla consistenza dei cosiddetti ‘balconi’ sottomarini. Ciò che in passato è accaduto a Nizza, ma anche in altri porti dell’Estremo Oriente, non dovrebbe quindi essere preso sottogamba, a scanso di brutte sorprese. Detto questo, le tecnologie e i mezzi per studiare e verificare la tenuta dei fondali esistono, ragione per cui non vi sarebbe – sempre secondo gli esperti – alcun motivo di allarme. Negli ultimi secoli, non soltanto i paesi affacciati lungo le coste o le molte isole e arcipelaghi dell’Oceano Pacifico (Cina, Cile, Perù, Alaska, Australia, Giappone, Nuova Guinea e Hawaii) sono stati devastati dagli tsunami. Anche le isole e le coste della Grecia e della Turchia (ricordiamo ad esempio il terremoto e la micidiale onda di 30 metri che sconvolsero nel 1999 la cittadina anatolica di Izmit) e talune regioni costiere dell’Italia meridionale, soggette ad elevata sismicità, hanno subito la medesima offesa. Nel corso della storia, anche abbastanza recente, i litorali pugliese, siciliano e calabrese sono stati investiti da singole o diverse onde anomale alte talvolta 20 o addirittura 30 metri, capaci di spazzare via interi paesi e di affondare o fare arenare navi anche di notevole tonnellaggio. Stando al parere unanime degli esperti, nel corso della storia gli tsunami mediterranei si sono verificati sempre in concomitanza di potenti terremoti e/o maremoti, vedi quelli verificatisi negli anni 1627, 1693, 1783 e 1908. Basti pensare che una parte dei gravissimi danni causati dal terremoto di Messina furono da addebitare ad una serie di onde alte circa 20 metri che in seguito alla scossa si fransero lungo il litorale della martoriata città. Ma andiamo per ordine. Una delle più spaventose onde che si siano mai viste montò nella zona centro-meridionale dell’Adriatico il 30 luglio 1627, andando ad infrangersi contro il promontorio del Gargano. Questo tsunami fu innescato da un terremoto avente come epicentro l’area a nord-est di San Severo. L’onda, alta circa 40 metri e lunga cinque chilometri investì la zona costiera tra Fortore e San Nicandro, nei pressi del Lago di Lesina, sommergendo decine di paesi costieri e causando la morte di 5.000 persone. Le pittoresche (ed iperboliche) cronache dell’epoca riferiscono che la città costiera di Termoli “sprofondò” negli abissi “per poi ritornare a galla come un tappo di sughero”. Esagerazioni a parte, a Termoli l’onda provocò in effetti danni gravissimi e centinaia di vittime. L’11 gennaio 1693, la Val di Noto (Sicilia orientale) venne scossa da un terremoto di magnitudo 6.8 che causò la morte di 70.000 persone e la distruzione pressoché totale di villaggi e cittadine nelle province di Siracusa, Ragusa e Catania. In quell’occasione, le città Catania, Augusta e Messina furono investite da uno tsunami di circa 20 metri di altezza che distrusse numerosissime imbarcazioni all’ancora e abitazioni costiere, danneggiando anche il monastero di S. Domenico in Augusta. Nel febbraio 1783, la Calabria sperimentò la più violenta e persistente sequenza di terremoti di cui si abbia memoria negli ultimi duemila anni. Il 5 febbraio, il primo sisma danneggiò circa 400 paesi causando 25.000 vittime, molte delle quali residenti a Messina. Subito dopo, un gigantesco tsunami innescato dal sisma andò ad infrangersi contro Reggio Calabria, Messina, Torre del Faro, Cenidio e Scilla. Messina, Reggio Calabria , Roccella Ionica, Scilla e Catona ebbero le strade allagate e l’acqua del mare si addentrò nella terraferma per quasi due chilometri trascinando a secco decine di pescherecci. Il giorno seguente, si verificò una seconda scossa tellurica con un nuovo tsunami che distrusse praticamente l’intera Scilla. La particolarità di quest’ultima grande onda è che essa non venne direttamente provocata dal terremoto, ma dallo scivolamento in mare di una parte del Monte Paci. Molti abitanti di Scilla, spaventati dalla terribile sequenza delle scosse, cercarono rifugio sulla spiaggia, ma qui vennero sorprese dalla ondata alta 12/15 metri. Millecinquecento furono le vittime. Il 28 dicembre 1908, Messina e in misura minore Reggio Calabria vennero sconvolte dal più potente terremoto mai registrato in Italia (pari all’undicesimo grado della scala Mercalli). Dopo la prima giornata di spaventose scosse, ne seguirono per 72 ore altre 60 di minore intensità, alle quali si aggiunsero le 2.000 di assestamento registrate nei due anni seguenti. Nella catastrofe perirono 70.000 persone su una popolazione di 170.000 abitanti ed oltre il 90% degli edifici della città venne distrutto. Il sisma provocò inoltre un mostruoso tsunami, in assoluto il più grande mai registrato nel nostro Paese. Dapprima, lungo la costa si manifestò un ritiro delle acque, seguito pochi minuti dopo da tre grandi ondate che portarono distruzione e morte. Le località più duramente colpite furono Pellaro, Lazzaro e Gallico sulle coste calabresi e Riposto, S. Alessio, Briga e Paradiso su quelle siciliane. Tutte le costruzioni situate a meno di 300 metri dalla spiaggia vennero spazzate via dall’impeto dei marosi.
Alberto Rosselli
Rutelli does’nt not speak english
febbraio 11, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Qualcuno ricordera’ nel 2007, il putiferio di servizi in tv e sui giornali, che riguardavano la notizia dell’apertura del sito internet Italia.it, portale realizzato dal Ministero per il Turismo, costato la bellezza di 45 milioni di euro (incredibile ma vero). Presentato a Milano da Francesco Rutelli, suscito’ ben pochi consensi e numerosi insulti. A questo segui’ un esilarante video in cui, con un inglese maccheronico, Rutelli invitava i turisti a visitare il portale. Ad un anno dalla sua nascita il sito registrava cosi’ poche visite che venne chiuso. A partire dal 2008 in tanti si sono mossi, da Brunetta alla Brambilla, piu’ sui giornali che negli uffici, annunciando la pronta ripresa dei lavori di restauro del sito. Ma tutt’ora possiamo accedere ad un sito esclusivamente in lingua italiana (utile!), con pochissimi contenuti, una grafica da “blog” e assolutamente poco intuitiva. Consci e forse illusi dall’idea che <<tanto i turisti in Italia vengono lo stesso>>, stiamo trascurando un settore di vitale importanza per l’economia. Nell’epoca di internet non e’ ammissibile trascurare l’aspetto digitale, la pubblicita’, il marketing. Pensiamo alla bellissima campagna pubblicitaria di VisitGreece.com, o quella della regione Toscana (che si e’ attivata autonomamente), della Scozia o o del Messico (in tutti gli schermi della metropolitana di Milano). Non dico di spendere miliardi di euro in tv, ma sarebbe auspicabile almeno avere un sito di facile accesso per i turisti, ovviamente in inglese, e che possa consigliare itinerari, segnalare eventi… Ci auguriamo che con quei 45 milioni di euro Rutelli si sia almeno pagato un corso di inglese. See you Rutels! Godetevi il video, e fate attenzione a come Rutelli legga a memoria, recita aggettivi come se fossero sostantivi. Uno spettacolo. Da 45 milioni di euro.
Elisa Serafini
Dove ci sta portando il turismo di massa?
febbraio 3, 2010 da Redazione
Capitolo Turismo e Accoglienza

Dove porta il turismo di massa ? Fenomeno tutto moderno, nato sull’onda del consumismo e del benessere (spesso illusorio, perché fondato sull’indebitamento) il “turismo di massa” spesso urta con la difesa delle ambiente e delle tradizioni locali, in particolare in quelle nazioni dove minore è la consapevolezza dei rischi determinati da un’eccessiva “esposizione” delle proprie bellezze e maggiore è la domanda di sviluppo economico.
Una diversificazione degli itinerari ed una più attenta gestione dei flussi, a livello globale e locale, eviterebbe proprio quelle concentrazioni che secondo la denuncia, lanciata da Threatened Wonders List, la classifica annuale (giunta alla seconda edizione) elaborata dalla rivista inglese “Wanderlust” , mettono in pericolo otto delle meraviglie del mondo.
Wadi Rum (Giordania)
Il suggestivo sito di Wadi Rum è il primo sito a rischio. Quel pezzo di
deserto in Giordania celebre anche per essere stato immortalato in alcune scene
del film Lawrence d’Arabia è una merviglia della natura. E sono molti i turisti
che ne vogliono conoscere i misteri e vederne la desolata bellezza. Peccato
però che Wadi Rum sia percorso in lungo e in largo da moderni cow boy in una
specie di “far (w)est” senza regole, pieno di sabbia, dune e fuoristrada.
Eppure si tratta di un territorio protetto ma il numero di persone che vi
giungono è molto superiore alle capacità di accoglienza delle strutture esistenti. E c’è già chi ha in mente di costruirvi dei moderni e attrezzatissimi resort…
Yangshuo (Cina)
Ad attirae un numero sempre maggiore di turisti è il villaggio di Yangshuo
nella provincia del Guangxi, nella Cina meridionale. Qui, ogni anno passano
circa tre milioni di turisti, attratti dalla bellezza dei paesaggi circostanti
attraversati dal fiume Li che scorre palcido tra picchi dalla vegetazione
lussureggiante. Sarebbe perfetto se non fosse che il successo del posto ha
attratto molti più visitatori rispetto alle strutture esistenti. Inoltre, molti
cinesi, fiutando l’affare, hanno venduto le proprie attività a stranieri che ne
hanno fatto negozi di souvenir, snaturando in questo modo la tipica atmosfera
che aveva reso celebre Yangshuo.
Tulum (Messico)
Da quando è iniziato lo sfruttamento turistico messicano di Cancun nel 1970,
il tessuto sociale della zona si è sgretolato. Un tempo c’erano ancora comunità
maya che popolavano la zona, ora sono state letteralmente spazzate via da uno
sviluppo economico selvaggio che però non aveva toccato Tulum, una delle poche
realtà maya ancora rimaste. Ma Tulum soffre anche per la presenza nelle
vicinance delle più belle e selvagge spiagge dei Caraibi, un tempo vuote e ora
invase dai numerosi visitatori stranieri.
Stonehenge (Gran Bretagna)
Situato nella piana di Salisbury, nel sud dell’Inghilterra, Stonehenge è un
complesso circolare di monoliti, vestigia di un’antica civiltà che suscita in
noi fascino e curiosità. Dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel
1986 Stonehenge appare oggi fuori dal contesto paesaggistico, stretto com’è da
parcheggi, strade e sottopassi in cemento, costruiti appositamente per
facilitare il flusso dei turisti.
Machu Picchu (Perù)
Il sito archeologico di Machu Picchu è un must per i turisti che visitano il
Perù. La solitudine (non più per molto, a quanto pare), la preziosità del sito
e l’atmosfera suggestiva che eserctano le rovine dell’antica cittadella Inca
sono nello stesso tempo fortuna e rovina di Machu Picchu. Ma la situazione è
peggiorata drasticamente da quando le autorità hanno deciso, nel 2006 di
facilitarne l’accesso con due nuove infrastrutture: un ponte e una strada. Una
pacchia per i 2500 visitatori al giorno che decidono di accedervi.
Jaisalmer (India)
Attratti dalla sua fortezza, miraggio dorato che sorge in mezzo al deserto del
Thar, Jaisalmer accoglie ogni anno migliaia di turisti. La cittadella appare
come un gigantesco castello di sabbia in cima alla collina del Trikuta. Nel
2008, 300mila turisti hanno visitato la città indiana, un numero tre volte
superiore a quello di dieci anni fa. Il numero sempre crescente di turisti sta
erodendo letteralmente la struttura, per i crescenti bisogni idrici e l’assenza
di vegetazione.
Timbuktu (Mali)
Contrariamente a quanto succede negli altri luoghi non sono i turisti a
costituire un pericolo per questo luogo ma il clima di terrorismo e la
frequenza dei sequestri. Nel novembre scorso il Foreign and Commonwealth Office
ha inserito Timbuktu e gran parte del nord del Mali nella lista dei luoghi in
cui non recarsi.
Bay of Fires (Tasmania)
I 30 chilometri di spiaggia della Bay of Fires, area protetta della Tasmania
fanno gola a molti. Soprattutto da quando la guida turistica Lonely Planet ha
classificato questa località tra le migliori del 2009. Apprezzatissima dai
turisti che invadono la zona, Bay of Fires rischia di soccombere al proprio
successo. Il tutto mentre gli aborigeni locali tentano di proteggere il
territorio dal degrado che una tale invasione turistica comporterebbe.
Mario Bozzi Sentieri
Il pianeta terra è il nuovo nemico dell’uomo

Nel “Bellum Iugurtinum” Sallustio individua le cause della decadenza romana nell’assenza di un nemico da combattere, venuta meno Cartagine: è la teoria del metus hostilis, timore del nemico, di grande successo.
Decadenza romana: il nemico è il barbaro.
Medioevo: il nemico è il signorotto del feudo.
Rinascimento: il nemico è il principe.
Epoca moderna: il nemico è lo Stato straniero.
Epoca attuale: pacificati gli Stati maggiori, e in assenza ancora di alieni certi, il nemico dev’essere qui e soprattutto deve essere indistruttibile e scaltro per non perire subito, nell’attesa di una civiltà con cui combattere a pari livello. Ecco qua il nemico: il nemico è il Pianeta Terra. Il nemico Pianeta Terra si manifesta così: Pericoli di inondazioni e catastrofi varie di innumerevole natura fantascientifica, riassunti nella lista dei film (cioè nelle manifestazioni più importanti della cultura occidentale) che da Armageddon giunge fino ad Avatar, attraverso pure il penultimo episodio di quella che vogliamo chiamare Epopea della Fine: “2012”;
- Pericolo causato dal buco nell’ozono e quindi dall’anidride carbonica;
- Pericolo causato dalla sovrappopolazione e quindi dalla natalità;
- Pericolo causato dalla stessa tecnologia, per esempio dalle automobili, dagli edifici, che devono tutti essere “a impatto zero”, “sostenibili” e via dicendo;
- Pericolo causato dalla crisi
(e tanti altri pericoli sbandierati e gonfiati).
Noi vogliamo fare un appello: uomini, godetevi il frutto del vostro lavoro, della vostra civiltà, delle intelligenze e del valore dei nostri avi, godetevi la pace che ha costruito chi soccombette nelle guerre mondiali, nelle guerre civili, godetevelo per quanto possiate farlo e portate esempi di pace e di serenità, ora che avete tutto, nei paesi cosiddetti sottosviluppati. Esplorate lo spazio alla ricerca di altra vita e di Dio. Lasciate stare le superstizioni di questo nuovo paganesimo, il pessimismo di questo nuovo panteismo, di queste realtà virtuali: costruite il futuro e non state ad attenderlo impauriti. Credete nell’uomo, nei valori della fede, della giustizia, della libertà, della bellezza, del lavoro, e siate felici.
Simone Fresia
La Chiesa e il nucleare

Circola, in questi giorni, diffuso, come allegato, da alcuni periodici diocesani (dall’agrigentino “L’Amico del Popolo” al genovese “il Cittadino”) un opuscolo, intitolato “Energia per il futuro”. Si tratta di quarantasette pagine, divise in dieci, didascalici capitoletti, attraverso cui il lettore viene informato sull’uso del nucleare, a fini energetici, nei principali Paesi del mondo; sulla reale situazione energetica in Italia, dove siamo dipendenti dall’estero per l’85 per cento del fabbisogno interno e dunque costretti a pagare l’energia a costi più elevati rispetto al resto d’Europa; sulla sicurezza delle centrali di nuova generazione; sui limiti delle cosiddette fonti “alternative”; sul problema delle scorie, ormai ridotte, negli impianti tecnologicamente avanzati, a quantità veramente piccole. La parte più interessante dell’opuscolo è pero quella iniziale, dedicata a “La Chiesa e il nucleare”, in cui, senza mezzi termini, viene sottolineato come il Vaticano, contrario all’utilizzo delle testate atomiche a scopi bellici, si è invece sempre espresso positivamente nei confronti di politiche energetiche, a fini pacifici, del nucleare. Un pensiero, che è riassunto nelle parole del cardinale Renato Martino, presidente emerito del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace: “L’energia nucleare non va guardata con gli occhi del pregiudizio ideologico, ma con quelli dell’intelligenza, della ragionevolezza umana e della scienza, accompagnate dall’esercizio sapiente della prudenza, nelle prospettiva di realizzare uno sviluppo integrale e solidale dell’uomo e dei popoli”. La Santa Sede – viene specificato – si è sempre dimostrata attenta nei confronti del nucleare come potenziale fonte energetica “pacifica”, soprattutto per promuovere la crescita economica dei Paesi emergenti e per una più equa distribuzione delle risorse su scala mondiale. Lo stesso Benedetto XVI ha auspicato l’uso pacifico della tecnologia nucleare, a patto che i pilastri sui quali si fonda la sua diffusione, a livello mondiale, siano effettivamente la sicurezza e lo sviluppo. Un impegno che la stessa Santa Sede si è assunta anche in modo diretto, quale membro dell’Aiea, l’Agenzia internazionale per l’Energia Atomica, legata all’Onu, fin dal 1957. L’invito – in estrema sintesi – è ad un dibattito illuminato e responsabile, attraverso il quale, posta come prioritaria la sicurezza degli impianti e dei depositi, la produzione ed il commercio dell’energia nucleare, si superino tutte le prevenzioni ideologiche sul tema, guardando ai fatti, ai livelli raggiunti dalla ricerca applicata, alle grandi questioni legate all’approvvigionamento energetico. In che termini ? Proprio quelli che nascono da un “ripensamento”, non dettato dall’emotività o dall’improvvisazione, ma dalle stringenti questioni che riguardano il gap energetico italiano ed una interpretazione “massimalista” dello stesso referendum del 1987, che portò all’arresto e al graduale smantellamento delle centrali, senza peraltro affrontare il tema degli approvvigionamenti. La Chiesa scende perciò in campo su un terreno per lei inusuale ? Molto semplicemente essa pare invitare tutti, credenti e non credenti, a superare vecchi pregiudizi, non applicando categorie “etiche” ad un tema che, di per sé, non è né buono né cattivo, ma da valutare con gli strumenti offerti dalla tecnica. Un invito da non fare cadere, in particolare ora che, in attesa delle delibere Cipe, sulla tipologia degli impianti ed i criteri per i consorzi che realizzeranno e gestiranno le centrali, stanno già crescendo le polemiche sulla dislocazione delle centrali di nuova costruzione. Anche qui non è questione di “destra” o di “sinistra” , ma di buon senso.
Mario Bozzi Sentieri
Il boom dei viaggi dello spirito
gennaio 22, 2010 da admin
Capitolo Turismo e Accoglienza

Si è tenuta, a Roma, dal 14 al 17 gennaio, la II edizione del “Josp Fest”, il Festival Internazionale degli Itinerari dello Spirito. In sintesi: una rassegna finalizzata a promuovere l’esperienza dei viaggi di fede, valorizzando l’incontro tra i popoli, i territori e le tradizioni religioso-culturali in un contesto scenografico ed emozionale che fonde storia, religione, cultura e tecnologia. Per gli operatori del settore si è trattato di un importante momento d’incontro per promuovere i propri prodotti e servizi. Per chi guarda al mondo contemporaneo, cercando i segni di una possibile fuoriuscita dal “pensiero unico” del materialismo e del produttivismo, o almeno un suo riequilibrio, si tratta di un interessante elemento di riflessione, vera e propria metafora sulla via della ricerca del volto di Dio insita nell’uomo. Un volto non si trova certamente in un luogo o in una destinazione, ma nel pellegrinaggio s’impara che si fa “esperienza” del volto di Dio attraverso la conoscenza del volto degli altri. È attraverso questa conoscenza che i pellegrini iniziano a conoscere sé stessi, il mondo ed eventualmente il volto di Dio. “La gloria di Dio è l’uomo che vive, e la vita dell’uomo è la visione di Dio” diceva Sant’Ireneo di Lione. La riscoperta dei luoghi aiuta in questo percorso, che – nella dimensione “di massa”, propria del mondo moderno – si fa anche occasione turistica, approccio immediato – ci auguriamo – ad approfondimenti ulteriori. Da questo punto di vista anche la Liguria – proprio nell’occasione del “Josp Fest” – ha offerto un significativo contributo, attraverso la mappatura a 360° del turismo dello spirito “locale” e i collegamenti con le grandi vie religiose europee: la Via Francigena e il cammino di Santiago de Compostela. Praticamente tutto l’arco ligure racchiuso tra il mare, gli Appennini e le Alpi, con spiagge, borghi storici, luoghi d’arte, parchi. Il risultato è la guida “Le vie del Sacro”, curata da Abalibri, stampata in italiano e in inglese, con 11 itinerari che collegano il mare con l’entroterra. Itinerari da percorrere in auto, in bicicletta o a piedi, per scoprire una Liguria mistica grazie anche una offerta turistica inedita. Il volumetto, di facile consultazione, arricchisce e completa l’intera collana dedicata al Sacro della Regione Liguria che comprende 9 pubblicazioni con 39 itinerari lungo diversi percorsi di oltre tremila chilometri distribuiti in tutta la Liguria. Un viaggio dentro la religiosità ligure attraverso i secoli, all’interno di 170 abbazie, conventi, monasteri, santuari e chiese storiche, una novantina di oratori, lungo il cammino dei pellegrini e dei portatori di Cristi in 33 processioni storiche e grandi infiorate, dodici grandi pellegrinaggi, le feste religiose, le tradizioni, i mercatini e i presepi natalizi. In definitiva una grande Tradizione di Fede e di Cultura, che va riscoperta e valorizzata, alla ricerca di quei “segni materiali”, che danno concretezza alla “voglia di Sacro”. Provare per…Credere.
Mario Bozzi Sentieri
Fermare il degrado nel centrostorico

Parlare di deficit culturale della nostra cosiddetta classe dirigente nei confronti del centrostorico genovese è un cortese eufemismo. E non solo della classe politica che stringe nelle sue rapaci mani Genova da oltre trent’anni: diciamo pure che la maggior parte dei genovesi considera questi 116 ettari e 40 km di carrugi come il buco nero nel quale è inevitabile nascondere i mali e i disagi della città, dall’immigrazione ai malati di mente, dagli alcolizzati agli spacciatori di droga, dagli emarginati di ogni tipo agli ultimi arrivati, i Rom, la trovata geniale di Madame la sindachessa, che, con Arte e Curia, ha trovato modo di sistemare tutti quelli che è riuscita a rastrellare nelle baraccopoli. E i nuovi arrivati si sono subito dedicati alla loro attività preferita, il furto negli appartamenti, un reato abbastanza desueto, qui da noi. E che “deficit culturale” sia veramente un cortese eufemismo lo confermano gli innumerevoli “disagi” (altro cortese eufemismo) e le sopraffazioni vere e proprie che, con l’avvento di Marta, gli abitanti del centrostorico subiscono, dal raddoppio della tassa per ZTL, all’accanimento dei Vigili Urbani presenti solo per mettere furtivamente le contravvenzioni più assurde (tanto il ricorso ai cosiddetti giudici di pace è inutile) al criminale progetto Mercurio che ci ha definitivamente ghettizzati. Il centrostorico genovese, il più grande d’Europa, potrebbe, con il Porto, essere la vera forza trainante della città, sfruttando il turismo, attività che ha reso ricche regioni intere dell’Italia, ma che qui da noi è nota soprattutto per lo spot della “torta di riso che e’ finita”. Tra la marea di esempi negativi, ci limitiamo a quello dei turisti giapponesi che chiedevano, di fronte alle macerie dell’ultima guerra, se Genova fosse stata colpita da un recente terremoto, o l’attualissima situazione di Piazza San Lorenzo, gremita dall’alba sino a mezzogiorno da camion più o meno giganteschi per la discarica delle merci ai negozi con qualche isolato turista che cerca invano di fotografare il Duomo: qualcuno ha forse visto Piazza della Signoria a Firenze occupata dai TIR? (L’Assessore Scidone ha scritto l’8 Ottobre scorso su Il Giornale di avere emesso – a Maggio!- l’Ordinanza Sindacale per il divieto dello scarico delle merci davanti alla Cattedrale…..). Nel centrostorico sono tutt’ora vive le testimonianze del nostro passato ( le famose radici), vi e’ praticamente “tutta” l’arte di questa città, Chiese, musei, pinacoteche, architettura , biblioteche, e i turisti non vanno ad Albaro o a Castelletto, non vanno, con buona pace di Bampi e del MIL, a Sampierdarena o a Sestri o a Voltri: come accade in tutte le città d’Italia e d’Europa i turisti visitano i centri storici, che dovrebbero essere in grado di accoglierli, come avviene dappertutto, tranne che da noi. E questo patrimonio, che tanti vorrebbero radere al suolo per costruire grattacieli e centri commerciali, è costantemente minacciato: ogni personaggio che assurge al trono di Tursi, si sente in dovere di dare la propria spallata, di lasciare il suo particolare segno doloroso, di girare il coltello in queste vecchie piaghe: ignoranza, stupidità, o entrambe? L’ultima idea è del geniale Bampi, Docente universitario, presidente de A Compagna, sampierdarenese DOC: costruiamo la Moschea in luogo del Mercato del pesce, come a dire nel cuore del centro storico, in modo da far giungere qui tutti i mussulmani liguri e piemontesi e ridurre il centrostorico ad una enclave araba, come a Marsiglia, dove gli stranieri “infedeli” sono sgraditi e respinti. Sarebbe, questo, il vero, ultimo e definitivo colpo di grazia a questa città nella città. A volte penso a una terra del profondo Sud che conosco bene, le Puglie: anche qui pacifici ma non meno invasivi eserciti, ogni anno marciano compatti sulle melanconiche testimonianze della nostra storia; portano ricchezza, riempiono botteghe, ristoranti, alberghi, musei, ed ogni stagione ci strappano uno spicchio d’anima e noi abbiamo sognato la Puglia, con le decine di piccole città ancora ignote agli implacabili marciatori con Nikon digitale appesa al collo. Città tutte bianche assediate dal sole, calcinate dal caldo, con le case addossate una all’altra e le viuzze minime dei loro centristorici, dove tocchi con mano l’amore di quella gente per le loro città, il rispetto e la naturalezza con le quali le vivono e le fanno vivere ai loro ospiti: l’orgogliosa Trani, la cui sola cattedrale sul mare vale un viaggio, all’elegante Martinafranca o Cisternino, Crispino, Ostuni o la temibile Bari vecchia, oggi risanata, o Massafra che domina la sua misteriosa “gravina” e ha organizzato un museo per valorizzare i suoi tanti reperti del passato, quelli che a Genova sono lasciati all’incuria, al furto, al degrado. Lo stesso amore e rispetto che abbiamo visto girovagando nelle piccole città della Francia profonda o nei borghi andalusi e catalani. Perchè il centrostorico genoevese non riesce, non può, non deve entrare nel circolo virtuoso delle città amate dai loro figli? Perché ci è negata perfino la speranza di un nostro centrostorico ”diverso” ma “normale”, con la sua gente, di tante lingue e colori, che vive “normalmente” la sua quotidianità senza sentirsi un indiano nella riserva, fotografato con circospetta curiosità dal turista di turno? Porto e centrostorico: due business da cui tutta Genova, da Voltri a Nervi, trarrebbe vantaggio e che amministrazioni incompetenti e neghittose hanno relegato al declino e al degrado. Ce la faremo mai a uscirne ?
CESARE SIMONETTI






