Stavolta la ricreazione è veramente finita

L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!
La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.
Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.
La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.
Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.
Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.
Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.
E’ appena uscita una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.
La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.
VITO SCHEPISI
Un nuovo miracolo italiano?

Sottrarre risorse alla spesa, finanche per pagare i debiti contratti, produce inevitabilmente un effetto negativo sull’economia. I tagli vanno sempre fatti in modo progressivo e quando il traino della crescita assorbe, senza impatti improvvisi, la riduzione delle disponibilità. Non è un mistero che, riducendo le risorse da destinare ai consumi, si generi una contrazione della domanda e quindi minore sviluppo.
Ma se la Corte dei Conti rileva che sottrarre risorse da destinare ai consumi rallenta la crescita, lo fa perché svolge la sua funzione di controllo e di monitoraggio, ma occorre sempre che si crei l’equilibrio tra le entrate e le uscite dello Stato. E se il decreto finanziario del Governo serve per ricondurre il disavanzo d’esercizio nei limiti del dal Patto di Stabilità e Crescita di Maastricht, non ci possono essere ripensamenti. E’ necessario che i tagli si facciano, non ignorando finanche che debba esserci una doppia lettura per comprenderne l’utilità. I paesi europei, tutti, sono chiamati a ridurre il debito per rispondere all’aggressione speculativa sull’Euro e sulle borse europee. In questo contesto anche l’Italia è chiamata a fare la sua parte.
L’Italia nel 2009 ha gestito la crisi in modo intelligente. Mentre la domanda subiva una brusca frenata, la produzione ristagnava, emergevano i licenziamenti e le famiglie avevano difficoltà a rifornirsi dei beni primari, ha evitato i tagli ed ha destinato più risorse alla spesa sociale, finanziando la cassa integrazione ed introducendo la sua estensione. Ha anche provato ad introdurre politiche di investimento e di crescita, come il Piano Casa, ad esempio, frenato dalla miopia politica della Conferenza delle Regioni.
Il ministro dell’Economia non si è mai affannato a rispondere alla obiezione, più polemica che concreta, dell’opposizione quando sosteneva che il Governo volesse nascondere la crisi. La crisi non è un oggetto che si può nascondere. Trae la sua sostanza sui dati. Le fonti dei dati sono diverse. Alcune sono orientate e di parte, ma le più sono puntuali ed oggettive e vanno dagli organismi internazionali agli uffici studi dei sindacati e della Confindustria. Ma se non si poteva nascondere la crisi, si poteva evitare di piangerci sopra. Il governo ha evitato di restare inerme o di inventarsi soluzioni demagogiche che avrebbero potuto condurre allo sfascio, come chiedeva Franceschini, ad esempio con il salario garantito a tutti i disoccupati.
Cosa valeva allora gridare alla crisi, se non per far crescere più panico di quello creatosi?
La recessione è una congiuntura che si sviluppa sulla sfiducia per il futuro. I consumatori rinviano o annullano le spese, le famiglie accantonano risorse augurandosi tempi migliori. Chi ha un bene da vendere deve ridurre le sue pretese. Chi ha scorte deve fare saldi o svenderle. Chi ha il magazzino vuoto riduce la quantità consueta negli ordinativi, privilegiando la politica della prudenza nella formazione delle scorte. Se cala la domanda, si verifica l’inverso del normale ciclo commerciale, quando le imprese riempiono i magazzini con l’intento sia di spuntare prezzi d’acquisto migliori e sia, per effetto degli aumenti di listino, di ricavare margini maggiori dalle vendite. Con la recessione emerge, invece, il timore di non vender, o di essere costretti a svendere il magazzino per rientrare dagli immobilizzi commerciali.
L’Italia è rimasta coinvolta dal fenomeno recessivo internazionale. Il nostro sistema bancario, infatti, aveva retto al crollo, partito negli USA, che aveva dato origine al panico. Tra i risparmiatori italiani e nei portafogli delle nostre banche non c’erano massicce presenze di quei titoli tossici che, altrove, avevano indotto i governi ad intervenire con massicci stanziamenti per evitare il tracollo di tutto il sistema.
Nessuna sottovalutazione della crisi, pertanto, e tanta attenzione che si è dimostrata ben posta, tanto che l’economia italiana già dai primi mesi del 2010 ha mostrato sintomi di crescita maggiori degli altri paesi europei e se le ultime stime vedono il Pil italiano ancora in ulteriore incremento.
E sempre l’Italia, nei giorni scorsi, con grande successo, ha insistito in Europa nel sostenere che per valutare l’esposizione debitoria di uno Stato debba essere considerato l’indebitamento complessivo di tutto il Paese. Sulla base di questo principio, si è stabilito che il debito pubblico italiano, sommato con il debito delle imprese e delle famiglie, non raggiungeva quelle punte di maggiore criticità nel confronto con gli altri paesi europei. Un successo non da poco se questa rivalutazione contribuirà ad innalzare gli indici di solvibilità del debito (rating), riducendo così il costo degli interessi per il collocamento dei titoli pubblici. Solo una riduzione del costo degli interessi dello 0, 50% , ad esempio, ci farebbe pagare circa 9 miliardi di Euro all’anno, un risparmio pari a più di un terzo della manovra e che non va ad incidere sui consumi.
Da Berlusconi e da questo Governo, l’Italia, però, si aspetta ancora di più. L’alta pressione fiscale frena gli investimenti e riduce le risorse delle famiglie. Il debito pubblico nel 2009 ci è costato circa 76 miliardi di interessi, tre volte la manovra su cui si discute. L’evasione fiscale pesa, secondo le ultime stime, per circa 125 miliardi di Euro. C’è una voragine di sprechi, fatti di lussi, abusi ed eccessi, che parte dal centro e si sviluppa nelle regioni e negli enti locali. Se Berlusconi e Tremonti riusciranno a fare anche questo miracolo, un domani la storia italiana ne imporrà la beatificazione.
VITO SCHEPISI
Libera impresa in libero Stato!

Il dibattito sull’articolo 41 della Costituzione, sviluppatosi nelle ultime settimane ci permette di affrontare il tema della (non) libera iniziativa imprenditoriale in Italia. Partendo dal controverso articolo, non sono state (per ora) sollevate particolari obiezioni alla proposta di modifica. Il PD si è limitato a borbottare solo qualcosa tramite il nuovo portavoce e aspirante Nuovo Capezzone, Colaninno. Tra i “piccoli” e rumorosi, Lega, Idv, e Fini non sembrano essersi invece interessati all’argomento. Insomma la strada per la modifica sembrerebbe essere breve e senza ostacoli. Sarebbe pero’ ipocrita e irresponsabile gridare alla vittoria e sostenere di essere di fronte ad una trasformazione dello stato Italiano in una specie di Australia o Svizzera, insomma un paradiso della libera iniziativa. È infatti opinione di molti che l’articolo 41, de facto, non abbia mai comportato nulla, se non un mero inestetismo illiberale e una curiosa vicinanza, nel contenuto, di costituzioni di paesi socialisti come la Corea del Nord e Cuba.
Recita ad esempio l’Art. 50 della Costituzione Cubana: “ Il partito comunista di cuba (..) è la forza dirigente superiore della Società e dello Stato, che organizza e orienta gli sforzi comuni fino agli alti obiettivi della costruzione del socialismo (…)”
E recita invece l’Art. 41 della Costituzione Italiana: “(…) La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”
Per un qualsiasi promotore del mercato, della proprietà e della libertà, queste parole rappresentano quanto di più inquietante si possa leggere nella costituzione che porta il nome del proprio passaporto. Ma, come abbiamo detto, non possiamo sostenere che l’articolo 41 sia cio’ che ha compromesso la nostra economia, e che quindi una sua eventuale modifica rappresenterebbe una svolta storica da celebrare con canti e balli. Gli attori della nostra non-crescita non sono infatti da ricercare in questo dimenticato (per fortuna!) articolo. I responsabili della debole economia italiana sono stati e sono tutt’ora da individuare nell’illimitato interventismo statale nell’economia, nella storica irresponsabilità politica nella gestione macroeconomica dello Stato, nell’insopportabile ed ingiusta pressione fiscale, ed infine, nella mastodontica ed infinita burocrazia.
Ben vengano allora, oltre le modifiche dell’articolo 41, interventi che incidano davvero e subito sull’economia. Aspettiamo provvedimenti che possano velocizzare la creazione di aziende, aspettiamo una burocrazia più snella, sostituita dalle autocertificazioni, e aspettiamo una netta riduzione della tassazione delle imprese in modo da attrarre, e non far scappare, imprenditori nuovi e magari stranieri.
Allarmanti sono infatti i dati usciti recentemente che riguardano gli investimenti forestieri nella nostra penisola: sono stati nettamente inferiori a quelli dei nostri concorrenti europei, Spagna, Francia, Germania, Gran Bretagna ed Irlanda. Peggio di noi solo la Grecia. Vorrà dire qualcosa?
ELISA SERAFINI
L’efficienza e lo spirito
giugno 17, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

Lo spirito della nostra epoca ritiene che ciò che rimanda allo spirituale sia di intralcio agli pseudo valori dell’efficienza, della pratica, della tecnica, che egli solo reputa sovrani.
Lo spirito moderno, adottando come significato propriamente “lo spirito dei tempi”, è uno spirito di idolatria, in cui l’idolo è questa congrega di associazioni impulsive e macchinistiche di cui sopra. Tale divinità è un idolo in quanto ascolta ma non risponde, ossia è muto; manca, in altre parole, di causale e finale.
Un’abolizione dello spirituale è l’abolizione delle pratiche esterne della spiritualità, ossia della pronuncia della parola Dio laddove Dio compare, della pronuncia della parola anima laddove l’anima compare, e così via. Le pratiche interne, ovvero la fede, scompaiono necessariamente se ne viene proibita l’espressione comune: la fede difatti non è una scaturigine puramente interiore, ma abbisogna delle pratiche del riconoscimento sociale e anche di questioni meramente formali, o meramente estetiche.
L’etica fa parte di queste pratiche spirituali abolite.
Recentemente, però, l’etica si riaffaccia nel bel mondo, in modo del tutto artificiale; artificiale come l’origine delle pratiche di idolatria di massa dei nostri tempi. Essa diventa una pratica tra le altre: si dibatte di etica nel lavoro, per esempio, come di una corrente tra le altre, dove quella etica (“l’etica di mercato”, per esempio) pare un prodotto appena sfornato. Il ministro Tremonti parla come un guru sudamericano, e possiamo contare che molti spettatori mediatici, cittadini d’oggi, non abbiano difficoltà ad idolatrarlo.
Abbiamo citato Tremonti per indicare come lo spirituale si riaffacci oggi.
Secondo lo stesso spirito dei tempi si può interpretare l’enciclica di papa Benedetto XVI Caritas in veritate: anche se l’ottica papale non è affatto kitsch né propone un’etica come le altre, ma un recupero mero dell’etica. Pare davvero artificiale un ripristino ideologico; ma è necessario se è sparita la naturalezza di avere a che fare con un’etica, se è sparita la naturalezza del rispetto umano. Una volta infatti, anche chi non credeva in Dio andava a messa, ed era perfino contento e consolato che si predicasse la vita eterna: il religioso riceveva, borbottii a parte, il rispetto formale, e dunque anche il rispetto sostanziale. A Dio ciò che è di Dio.
Abbiamo citato l’etica del sociale perché, ed è triste necessità l’affermarlo, tale recupero dell’etica si può solo svolgere, oggi, in base ad un’effettiva efficienza. Solo con la crisi, e la volontà di migliorare le economie, si è rivalutato il ruolo della sfera del religioso, cui l’etica attiene in quanto obbedienza e fede (le tavole della Legge).
Da anni nel marketing si studiano le modalità di lavoro che riescano meglio, rivalutando gli aspetti di carisma, leadership, team work, di finalità dell’azienda, di motivazione: tutto ciò che attiene, ancora, al religioso. Ma nel caso del marketing è tutto assolutamente ridicolo: non è difatti una serie di prescrizioni esterne, financo non prescritte, che determinino l’instaurazione di quel senso che rende positiva l’azione, ed efficiente. Ne è piuttosto il valore retorico di tal discorso. Basterebbe il dettame del Vangelo, la carità, da questo punto di vista, e l’applicazione di quell’umanesimo alla società dell’azienda, per fare meglio degli studi americani che parlano di matrici ed amenità varie. Non è per nulla che le imprese più eccellenti fanno riferimento a nuclei familiari di amore ed obbedienza.
Roba vecchia, del resto.
Clausetiwz nel suo “Vom Kriege” ricorda a più riprese come non sia assolutamente da sottovalutarsi l’elemento spirituale nella risoluzione del conflitto, e che non si debba riporre il calcolo più di tanto negli elementi puramente materiali.
Giulio Cesare non avrebbe avuto la fama che merita, ma soprattutto non avrebbe avuto le vittorie, se non fosse stato un oratore eccezionale sui campi, e se non avesse ritenuto se stesso discendente di Venere o unico difensore della libertas romana.
Roba vecchia, che tra poco diverrà una moda diffusa. Non citiamo neanche le ridicole manie dello slow-food, od altre sciocchezze, che indifferentemente oggi si pongono accanto ad efferatezze iperproduttive, con tanti cittadini che magari si affannano per sei giorni al fine di realizzare una ‘lentezza’ programmata di due ore nette.
Travagli estetici, grotteschi kitsch artistici alla moda nei salotti buoni di Milano, à la page quando generano prese di posizione politiche, sembrano aver riscoperto un che di religioso.
Ma la via al religioso non sta in sovrapposizione di pratiche a quelle già abominevoli; piuttosto sta nel messaggio cristiano del volere perdere tutto, del seguire e dell’obbedire.
SIMONE FRESIA
Il caso Pomigliano
giugno 15, 2010 da Redazione
Capitolo Lavoro e Welfare

La crisi strutturale del capitalismo finanziario che ormai da troppo tempo sta interessando l’economia globale, nonostante il ciclico ottimismo degli esegeti del libero mercato, vive un nuovo periodo di pericolosa turbolenza. Dopo il rischio di default greco, appare una possibile crisi ungherese e un ormai costante indebolimento dell’Euro. Nel contempo si acuiscono contrasti a livello internazionali in passato non prevedibili, il disastro ecologico della piattaforma petrolifera della BP determina inaspettate tensioni diplomatiche anglo americane e i focolai di tensione quali Gaza, Afganistan, Iraq e Iran non sembrano essere avviati verso una soluzione pattizia o definitiva.
In questo contesto si inserisce un tentativo da parte del maggior esponente del capitalismo italiano, la FIAT, di ripercorrere a ritroso la strada delle tutele e delle legittime conquiste contrattuali dei lavoratori, per una ridefinizione dei rapporti di forza a totale vantaggio della parte datoriale. Il “caso Pomigliano” ne rappresenta un esempio che potremmo definire da manuale.
I principali attori di questa “tragedia sociale” sono tre e rivestono ruoli e responsabilità diverse.
La FIAT: emblema e icona del Capitalismo italiano, ha vissuto per anni sulle sue rendite di posizione che gli garantivano una congrua assistenza da parte dello stato, la garanzia di una posizione quasi monopolista del mercato interno e uno smisurato potere nell’ambito della capacità di influenzare lo sviluppo e le scelte strategiche della Nazione. Ora il meccanismo si è in parte guastato e, in ultimo, anche le sovvenzioni dirette ed indirette da parte dello Stato si sono, al momento, esaurite. Questo ha determinato una forte tensione con il governo che ha avuto momenti di estrema contrapposizione durante la crisi seguita alla scelta di chiudere lo stabilimento di Termini Imerese, stabilimento ritenuto improduttivo, ma che nella realtà è stato negli ultimi anni utilizzato dalla FIAT esclusivamente per canalizzare contributi statali e regionali senza un piano industriale di lungo respiro. Dopo questa scelta dolorosa, per l’impatto sociale in un’area che certo non brilla per alternative occupazionali, e a quanto pare irreversibile, il management FIAT si è rivolto alle altre realtà produttive , confermando almeno a parole la vocazione italiana dell’Azienda…. ma a quale prezzo??. L’attenzione posta su Pomigliano ne è purtroppo un esempio. Le richieste da parte datoriale hanno visto una corsa al rialzo che ha destato non poche preoccupazioni. Il CCNL veniva considerato inapplicabile nella sua completezza pena l’impossibilità di indispensabili investimenti per il rilancio dello stabilimento. L’aumento della produzione doveva avvenire a parità di forza lavoro impiegata e le leve su cui bisognava agire erano essenzialmente la flessibilità e la riduzione del costo del lavoro, pena la chiusura. In questo turbinio di rilanci al massimo ribasso, si è arrivati a chiedere il mancato pagamento dei primi tre giorni di assenza per malattia, un impostazione della turnistica aziendale che prevede l’utilizzo delle ferie per parte delle festività dominicali, con il risultato di una effettiva perdita di 20 giorni di ferie annue da parte dei lavoratori, l’impossibilità di qualsiasi azione futura che contesti i contenuti dell’eventuale accordo pena gravi provvedimenti disciplinari nei confronti dei lavoratori e la perdita di qualsiasi agibilità sindacale da parte dell’organizzazione che avesse avuto l’infelice idea di appoggiare qualsiasi iniziativa di protesta, con un conseguente forte ridimensionamento del diritto di sciopero
I Sindacati dei Metalmeccanici, che nell’immaginario collettivo rappresentano anche loro una icona.. quella del Movimento Sindacale Italiano. Questi si trovano disuniti e lontani dalla meta, che ovviamente dovrebbe essere quella di garantire il massimo realizzabile dei diritti e delle tutele, nel rispetto della competitività della produzione aziendale e della condivisione di obiettivi concretamente raggiungibili di sostenibilità del piano industriale, in un momento di pesante crisi economica del comparto automobilistico. La CGIL, da una parte, agita pregiudiziali che rompono da subito il fronte sindacale e servono in buona fine alla stessa per continuare ad occupare uno spazio al momento lasciato libero dalla crisi della sinistra politica. CISL, UIL e UGL tentano un difficile ruolo di mediazione tra la prepotenza padronale e la prepotenza pseudo ideologica della CGIL, ma si trovano schiacciati da entrambe in una posizione certamente scomoda. La chiusura di Pomigliano deve essere evitata a tutti i costi, tuona il Segretario della CISL Bonanni.. “Vitale è arrivare ad un accordo condiviso per garantire il futuro di Pomigliano…. ma anche per non compromettere il piano FIAT per l’Italia” afferma il Segretario Generale UGL Giovanni CENTRELLA aggiungendo che “siamo consapevoli dei sacrifici chiesti dall’azienda, ma con molta responsabilità diciamo sì al piano”. Questa diventa quasi una scelta obbligata con la CGIL che tenterà di gestire il malcontento, salvo ripensamenti dell’ultima ora, e CISL, UIL e UGL che, nell’impossibilità di un fronte comune di tutti i lavoratori, dovranno, obtorto collo, accettare il diktat aziendale.
D’altronde, sfiduciati da decine di anni di perdita del potere d’acquisto delle retribuzioni, ridimensionamento delle tutele e dello stato sociale, stremati da una crisi economica che vede nelle fasce deboli, nel mondo del lavoro e dei pensionati le vittime sacrificali alla ripresa, i lavoratori non sono certo nelle condizioni migliori per affrontare una dura lotta e per giunta con il ricatto della chiusura dello stabilimento e degli agognati investimenti FIAT in Italia, Questo determina una situazione a dir poco anomala, se i sindacati uniti avessero scelto la strada dello scontro avrebbero assunto la tremenda responsabilità di un allontanamento della FIAT dall’Italia, aprendo a quel processo di delocalizzazione, forse non tanto segretamente, auspicato dal management della più grande fabbrica italiana. Nel contempo, molto probabilmente, i lavoratori degli altri stabilimenti FIAT non sarebbero stati in grado di agire con incisività in un eventuale conflitto aziendale e gli stessi lavoratori di Pomigliano, di fronte al rischio di licenziamento e di chiusura dello stabilimento, avrebbero potuto vacillare ed essere presi per.. fame. Quindi, anche se con tutte le perplessità del caso, l’accordo, certamente, non è un “nuovo modello di partecipazione”, né tanto meno va considerato “un auspicabile punto di svolta nelle relazioni industriali”. Tuttavia è un atto responsabilmente ponderato da parte di CISL, UIL e UGL al fine di evitare una “macelleria sociale” che poteva sicuramente coinvolgere decine di migliaia di lavoratori. Abbracciare la linea della CGIL, voleva dire stare al fianco di una organizzazione sindacale che ne avrebbe strumentalizzato politicamente le motivazioni , con il rischio obiettivo di minare quel poco di credibilità e forza del sindacato, a fronte dell’impossibilità reale, da parte dei lavoratori di affrontare una dura lotta in condizioni di forte disagio. Purtroppo la la crisi economica, una opinione pubblica che probabilmente non avrebbe capito le ragioni della battaglia, distratta da ben altri argomenti, e infine un governo che spera di recuperare un rapporto sempre difficile e diffidente con un icona del capitalismo italiano, non garantivano le condizioni per impostare un confronto con il minimo di possibilità di vittoria e che quindi poteva sfociare in una rotta dalle conseguenze inimmaginabili.
Dobbiamo quindi accettare l’accordo come unica scelta plausibile e percorribile, ma creare nel contempo le condizioni per un nuovo approccio nel gestire le crisi e nel gestire lo sviluppo, un nuovo ordine che permetta una reale partecipazione e non il dover stare sotto lo schiaffo dei diktat padronali che agiscono sulla paura della perdita del posto di lavoro e sul ricatto della delocalizzazione e sul l’azzeramento degli investimenti in Italia. Perché purtroppo il caso FIAT Pomigliano è certamente il caso più eclatante, ma non è isolato, come non è una caratteristica del settore metalmeccanico. Infatti, altro giro altri licenziamenti…. ad esempio il Call Center Cronos Italia di Pomezia (Rm) ha aperto le procedura di licenziamento per 65 giovani lavoratori e lavoratrici, che operano in funzione della commessa del 187 di Telecom Italia. Ennesima ferita che si apre in un altro settore quello delle telecomunicazioni, ormai preda giornaliera di crisi “vere o presunte” che si concludono con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Ricordiamo anche, ma guardate un po’ che strano, che Cronos è stata una delle prime aziende a delocalizzare parte del lavoro in Romania qualche anno fa.
Abbiamo evitato molto probabilmente di mandare al massacro migliaia di lavoratori, abbiamo quindi tentato di non permettere quella “macelleria sociale” sempre in agguato. Alcune domande sorgono tuttavia spontaneamente. Quando si imposterà una reale strategia di contrasto ad una crisi che viene sempre e solo pagata dalle fasce deboli? Quanto verranno infine superati gli insormontabili ostacoli che non permettono di colpire le cause generanti la stessa?? Quando si potrà finalmente porre dei limiti nelle retribuzioni degli amministratori?? Quando si potrà limitare la voracità degli speculatori? Quando si porranno i presupposti di una reale emancipazione del lavoro da merce ad elemento fondante della produzione????.
Le contraddizioni di questo sistema sono evidenti .. a noi tutti quindi creare la consapevolezza che ci sono gli strumenti, le condizioni e gli antidoti per combatterle.
ETTORE RIVABELLA
Tragicommedieconomica

Due anni fa è esplosa (a partire dagli U.S.A.) una crisi che tuttora ci coinvolge. Sappiamo che proprio a partire dagli U.S.A. è iniziata una corsa al salvataggio di tutti quegli istituti bancari e finanziari che avevano essi per primi contribuito con la loro disinvoltura (legata a speculazioni di borsa) a provocare lo stato di crisi. Aiutati detti istituti ad evitare il crack, per impedire che esso si propagasse e la crisi si approfondisse, questi stessi istituti colpiti dalla stessa crisi che essi avevano largamente contribuito a provocare, hanno cercato da allora di recuperare utili (a spese ovviamente altrui) innescando ogni tipo di speculazione laddove era possibile che essa potesse prodursi. Non c’è dubbio che nel nostro continente le economie deboli sono parecchie. Il caso della Grecia era da tempo sotto gli occhi di tutti (figuriamoci se non era un occasione ghiotta per gli addetti ai lavori!). Ora, siamo d’accordo che la politica economica di stampo populistico praticata in Grecia da conservatori e socialisti, ha prodotto una situazione ai limiti del collasso ma è pur vero che lo scatenarsi di ondate speculative ad alta intensità sulle economie dei paesi in difficoltà, la dice lunga sui promotori di queste intraprese vampiresche (una parte dei quali, tra l’altro, salvati proprio dalle economie pubbliche dei diversi paesi atlantici). All’indomani della crisi della Grecia la telefonata preoccupata di Barack Obama ad Angela Merkel (e non solo a lei) fa intendere piuttosto bene il timore del Presidente (iellato) che gli Europei, di fronte a questo attacco selvaggio, potessero ribellarsi nei confronti degli U.S.A. (innanzitutto), area da cui è partita appunto la crisi e quindi responsabile dell’inizio delle difficoltà. Certamente si tratta di contraddizioni nell’ambito dei meccanismi del sistema capitalistico: dubito però che andando di questo passo le si possa sopportare anche perché, lo sappiamo tutti (senza aver avuto bisogno di meditare su manuali di economia politica), la speculazione non si ferma finché ci sono (e ci saranno) situazioni di debolezza (e d’altra parte gli efficaci risanamenti richiedono un certo numero di anni). Questi meccanismi non sono per nulla leggi di natura: sono infatti conseguenze di azioni prodotte da gruppi umani che, talvolta consorziati tra loro, si dedicano a spogliare il prossimo con atteggiamenti ora volpini ora leonini (in relazione alle circostanze). In questi casi è la politica che deve puntare i piedi nei confronti dei meccanismi procurati dall’azione degli sparvieri e dei vampiri che, in ogni caso, essendo predatori, intendono rifarsi delle perdite massimizzando i profitti. In altri termini a causa dell’azione delle sanguisughe suddette non è possibile solo volgersi alla massimizzazione dei sacrifici da imporre alla popolazione. Oltre un certo limite si verificherebbe la rivolta di larghi strati di quest’ultima. Né credo varrebbe osservare che tutto ciò che sta accadendo può valere come un utilissimo addestramento degli Italiani (e degli europei) per prepararsi meglio alle difficoltà derivanti dalla competizione imposta dalla globalizzazione. E’ fin troppo evidente che c’è qualcosa che non va all’interno del meccanismo del nostro sistema economico (occidentale). Con una situazione quale quella che si sta sviluppando in altre epoche avrebbero cominciato a rullare i tamburi e a fischiare i venti di guerra. D’altra parte più che mai sarebbe utile andare a rivedere il periodo fra le due guerre mondiali per analizzare come la politica e l’economia abbiano preparato sia la prima sia la seconda. Tolta la maschera fuorviante del razzismo, tutto quanto di negativo è stato detto sull’economia finanziaria e sull’economia borsistica appare di un’attualità sconcertante.
Ora, senza riscaldarsi le menti e affaticarle oltre il lecito, sarebbe assai utile conoscere i nomi delle finanziarie e degli istituti bancari che hanno contribuito a scatenare la crisi e poi (ricevuti gli aiuti, per evitare il crollo di un castello di carte) hanno ripreso vigorosamente la speculazione che sta dando così tanti problemi agli europei (e non solo). Se non vogliamo che il tenore medio di vita del nostro paese (e degli altri in seno alla UE o associati) ne soffra troppo, facendo da innesco ad esplosioni rivoluzionarie tese a sovvertire le istituzioni della nostra penisola e del continente, occorre rendersi conto in modo autentico chi sia l’avversario. Occorre conoscere le ragioni sociali e i nomi dei componenti i gruppi (a cominciare dai loro caporioni). Immagino che chiunque si renda conto che non basta indicare Bernie Madoff, né solo la Golden & Sachs perché siamo di fronte ad uno strato ampio e diffuso di ingegnosissimi rapinatori (la Golden & Sachs emetteva titoli spazzatura, li collocava con efficaci mediazioni presso gli ingenui e poi si dedicava a mandarli a fondo, giocando al ribasso e quindi, di fatto, annientandoli, rendendoli meno che carta straccia). Non basta pensare che la borsa sia un ambito capriccioso, perché le concentrazioni finanziarie – in comunella o anche talvolta da sole – sono in grado di manovrarla a proprio piacimento con grande dispiacere per quel parco di buoi che sono i piccoli risparmiatori. Laddove certe operazioni finanziarie, singole o consociate, possono mettere in dubbio la stabilità di una nazione creando situazioni pericolose (economicamente e politicamente) la politica di salvaguardia nazionale (fosse anche un vero e proprio comitato di salute pubblica) ha il dovere di intervenire. Ma che ci stanno a fare da noi i servizi segreti? E il Copasir presieduto da quell’emettitore di perle di saggezza che è Massimino D’Alema? E alcuni sciacalli (PierFerdy Casini dixit) dell’opposizione, inetti – nonostante la virulenza dell’eloquio – a dare la caccia non solo ai leoni ma (ohibò!) anche alle volpi? Poveri noi, che razza di opposizione e che razza di parlamento!
CLAUDIO PAPINI
Il futuro di banca Carige (by Genova Zena)

Banca Carige è riuscita ad affrontare a testa alta la difficile congiuntura economica che ancora scuote i mercati e le economie di tutto il mondo, tanto da assurgere nei fatti ad approdo sicuro, richiamando uno dei suoi slogan più incisivi, per i risparmi di molti genovesi e liguri, nonostante i marosi della crisi economica continuino a più riprese a mordere le Borse e, di riflesso, il sistema bancario italiano. L’Assemblea degli Azionisti riunitasi il 29 aprile scorso ha approvato il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2009 con un utile netto di 201,1 milioni di Euro e un utile netto consolidato (considerando le altre Società del Gruppo) di 205,4 milioni di Euro. Grazie alla sostanziale tenuta dei risultati economici è stato confermato e deliberato lo stesso dividendo elargito nel 2009, pari a 0,08 Euro per ogni azione ordinaria e 0,10 Euro per ogni azione di risparmio. Tuttavia, come ammonisce lo stesso Presidente del Gruppo Giovanni Berneschi, “siamo preoccupati per il 2010” e “continueremo il consolidamento delle attività tradizionali (n.d.r.: dopo l’intensa fase di campagna acquisti di nuove filiali da altre Banche), valutando allo stesso tempo nuove opportunità d’investimento”, sempre senza mettere a repentaglio la solidità finanziaria del Gruppo. Qual è il successo industriale, prima ancora che finanziario, di una Banca che, da Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, ha saputo ritagliarsi un ruolo di primo piano nel mercato italiano, fino a diventare un Gruppo bancario diversificato tra i primi dieci in Italia?
Il Gruppo opera in modo integrato su quattro mercati diversi ma contigui, offrendo alla propria clientela prodotti e servizi diversificati: il mercato bancario, attraverso Carige, Carisa, Banca Cesare Ponti, Cassa di Risparmio di Carrara, Banca del Monte di Lucca; il mercato assicurativo, tramite Carige Assicurazioni e Carige Vita Nuova; il mercato del credito al consumo tramite la partecipata Creditis; il mercato della gestione del risparmio, tramite Carige A.M. SGR. La strategia commerciale discende direttamente da due principi cardine: l’attenzione al territorio e alla clientela e l’offerta di prodotti e servizi a 360 gradi. Per dirla con le parole del suo Presidente “il Gruppo opera con un forte radicamento sul territorio, testimoniato anche dall’autonomia organizzativa e societaria delle singole Banche che lo compongono, a garanzia della rapidità di risposta alle esigenze del cliente” sulla base di un modello federato, tratto distintivo e peculiare di Carige, che implica, ad esempio, che “ogni pratica di fido sia analizzata dalle singole Banche fino a una certo limite oltre il quale, date le esigenze di controllo e indirizzo, l’onere passa alla Capogruppo”. Allo stesso tempo ogni filiale della Banca è in grado di offrire un ampio ventaglio di prodotti in modo da dare possibilità al cliente di trovare una risposta adeguata e completa alle proprie esigenze.
L’Assemblea degli azionisti è stata anche l’occasione per presentare ai soci il nuovo Direttore Generale, Dott. Ennio La Monica, che succede al Rag. Alfredo Sanguinetto, in procinto di acquisire la Presidenza di Carige Assicurazioni e Carige Vita Nuova, tornate all’utile d’esercizio dopo anni di assestamento organizzativo e societario. La Monica, entrato in Carige come impiegato di filiale e cresciuto all’interno, come da consuetudine aziendale, ricoprendo vari ruoli di responsabilità fino all’ultimo di Vice Direttore Generale, rappresenta una scelta di continuità rispetto all’operato del suo predecessore, che lascia dopo aver conseguito risultati riconosciuti di consolidamento ed espansione del Gruppo. Affronterà nuove e impegnative sfide, a cominciare dal consolidamento organizzativo e dall’integrazione delle 22 filiali recentemente acquisite dal Monte dei Paschi di Siena, oltre al presidio della redditività complessiva del Gruppo in un periodo in cui i margini di interesse continuano ad essere al di sotto della media storica.
Esiste poi una concreta possibilità di dare respiro al sistema bancario italiano, come auspicato dal Presidente Berneschi, “attraverso la liquidazione delle quote di Banca d’Italia possedute dalle singole Banche, che consentirebbe di aumentare la capitalizzazione (ossia i capitali a disposizione per le operazioni d’investimento e finanziamento tipiche di una Banca) senza incidere sul bilancio dello Stato” poiché l’operazione sarebbe tutta a carico di Banca d’Italia. Una partita che si gioca sul piano dei rapporti tra sistema bancario privato e il suo organo massimo di vigilanza che, esautorato di molti e incisivi poteri dalla Banca Centrale Europea, è alla ricerca di una nuova identità: una che non sia ancora legata alla proprietà delle Banche che dovrebbe controllare, si augura Berneschi e gran parte del sistema bancario italiano.
D. Martinelli (copyright Genova Zena)
E mò ce tocca pure l’Ungheria…

In questo momento il cui l’Europa celebra il suo 60° compleanno le preoccupazioni che la Comunità suscita a causa dello status economico di non pochi paesi fanno abbondantemente aggio sulle felicitazioni di circostanza siano esse davvero sincere oppure non lo siano affatto. Proprio per consolidare la moneta europea emerge imperiosa la necessità di compiere rinnovati sacrifici da parte di quei paesi che hanno un ragguardevole debito pubblico. E’ evidente allora il senso della svolta politica che appare necessario realizzare, con tutti gli utili supporti tecnici di circostanza. Entrando per quanto intelligente sia possibile nell’ampio orizzonte riformatore e dunque trasformatore dell’attuale assetto politico-sociale, è inevitabile che si scatenino reazioni di non poco conto, promosse da un’opposizione quanto mai disponibile ad agitare le acque per rifarsi dei clamorosi insuccessi precedenti (cui nemmeno hanno saputo rimediare quella parte di magistrati politicizzati che ha affidato le proprie prospettive di carriera all’IdV e in generale alla Sinistra, favorendola con le inchieste “a gamba tesa” nella politica del governo). Ma va sottolineato che sarebbe opportuno redigere anche un piano che potesse in ipotesi far fronte ad una possibile disintegrazione della stessa UE, proprio a causa della troppo marcata diversità di velocità fra i paesi componenti. Non si tratta di fasciarsi la testa prima di essersela rotta, però la simulazione della scissione non è fuori luogo (anche perché sappiamo che la speculazione non intende demordere e, come è noto, sappiamo che l’unico atteggiamento per togliersi i vampiri d’attorno è quello di trafiggere loro il cuore con il consueto paletto acuminato di frassino). In tempi di buonismo generalizzato, purtroppo, queste volontà (e le correlative decisioni antivampiriche) non possono essere praticate. Non solo, taluni in un passato non tanto lontano hanno conferito una laurea honoris causa ad uno di questi pipistrelli dagli acuminati canini svolazzanti attorno alla nostra antica moneta (la lira).
Se ci si avvierà, in modo certamente, prudente verso una politica di sacrifici, cominciando certamente ad alzare l’età pensionabile (per i due sessi, allineandoli oppure no), non vi è dubbio che molti sono i tagli che si dovranno fare. E’ chiaro che gli esponenti della politica per primi dovranno subire le inevitabili decurtazioni. Molti sono stati i suggerimenti ma credo che tutti le assemblee: dai Consigli di Circoscrizione all’incredibile (per compensi ricevuti) Parlamento Europeo. E debbo dire che sarebbe altresì più che opportuno rivedere tutti i nostri contributi all’ampia schermata di organismi pletorici internazionali (a partire dall’O.N.U.). Segnalo tutto ciò perché gli sprechi non sono solo all’interno del nostro territorio nazionale. Vanno ben oltre, anche se di questi se ne parla meno perché sembra che facciano parte di una sorta di curiosa promozione del nostro paese. Può darsi che sia anche così, ma si sono comunque costruite vere e proprie agenzie dello spreco (che qualche volta hanno anche il coraggio di fare la voce grossa!). Dubito che gli Italiani accetterebbero di fare sacrifici a fronte di realtà parassitarie così pronunciate. E’ infatti acquisito che tutti i livelli di rappresentatività di questa democrazia hanno una resa produttiva del tutto inferiore a quanto ricevono come compenso. Non vi è dubbio che i rappresentanti delle assemblee essenziali (quindi assai meno di quelle esistenti) dovrebbero specializzarsi professionalmente. Ma è altresì chiaro che la politica non funziona in maniera aziendale se non in settori limitati, dunque è inevitabile uno scarto quanto ad efficienza e ad efficacia. Credo che però lo scarto si sia troppo ampliato negli ultimi decenni e quindi si è costituito come una realtà sfrontata di spreco, forse superiore alla scarsa produttività dei magistrati (che pure non scherza, quanto a condotta lumacosa dallo svolgimento dei processi alla scrittura delle sentenze).
Un tempo (negli anni che vanno dal 1970 al 1990) ci si è illusi che il periodo delle “vacche grasse” (nulla ha che fare con certi tipi di escort gongolanti!) potesse continuare indefinitamente, aumentando il debito pubblico. Poi si è percepito a fasi alterne il rischio derivante dalla situazione. Ormai tocca purtroppo al centrodestra farsi carico di rimediare alla situazione (economica e politica), imitando quella destra storica che (dal 1861 al 1876) ha lasciato notevole memoria di sé per probità amministrativa e politica. E non c’è dubbio che dopo il periodo (per la maggior parte) inglorioso del giacobinismo di sinistra, tocchi praticare a quello di destra un’economia e una politica che restituiscano al nostro paese quella tranquillità caratteristica del buon governo che il centrodestra ha incominciato a professare e ad applicare da quando si è venuto costituendo come coalizione.
CLAUDIO PAPINI
Metà manovra ce la siamo giocata

In tanti avevamo sperato che i provvedimenti per limare gli eccessi di spesa dei conti pubblici, anche se non risolutivi, non sarebbero stati l’ennesimo atto della solita commedia italiana. La stessa che, per opportunismo o per troppa mollezza, se non per furbizia, ci ha portati ad essere un esempio negativo nel mondo. Ce lo diciamo da troppo tempo che per impegno, determinazione, coraggio, lungimiranza e chiarezza avremmo bisogno di più estesa tensione morale, di più responsabilità politica e di maggiore spirito nazionale.
E’ accaduto che le manovre di macelleria sociale, anche nel recente passato, con Prodi, sono state adottate nell’indifferenza del Capo dello Stato. Ma se si tagliano gli stipendi, ai magistrati ed ai burocrati, da 80 mila Euro l’anno in su, sembra che per firmare a qualcuno tremi la mano.
Quando la barca rischia di affondare per troppo peso, si getta a mare la zavorra e tutto quanto sia di poca utilità o che renda instabile e non più manovrabile l’intera imbarcazione. Meglio perdere il carico, fosse anche costituito da lingotti d’oro e da oggetti preziosi, che perdere, con lo stesso carico, la nave e la vita. Meglio le rinunce di oggi che il rischio di pagare domani un prezzo ancor più insopportabile. E se si parla di zavorra o di “gemme” e di oggetti “preziosi” inutili, e poi di magistrati e burocrati, l’accostamento non deve mai considerarsi solo e sempre casuale.
Il Governo, le parti sociali, i vari ministeri, i magistrati, i partiti, i gruppi interni ed il Presidente della Repubblica diventano troppi filtri per un provvedimento di sacrifici e di responsabilità politica. Troppi per un intervento con le cesoie che doveva scontentare un po’ tutti, ma che dovrà anche servire a raccogliere risorse certe e visibili.
Tutti hanno le loro ricette, spesso fumose. Tutti rimandano, però, la palla nel campo avversario. Idee concrete? Nessuna! Tra i suggerimenti, solo i soliti: il primo è la lotta all’evasione fiscale, che è un coro di tutti, di politici e di gente comune; il secondo è il taglio ai costi della politica, che è invece un coro della sola gente comune. Ma quando occorre realizzare non valgono i buoni propositi e gli impegni a lungo termine. Gli effetti dei tagli devono essere, invece, immediati. L’effetto della riduzione della spesa deve essere più a portata di mano ed immediatamente percettibile.
Un intervento finanziario di un Paese della Comunità Europea, oltre che produrre effetti pratici sui conti, contribuisce a riflettere la fotografia politica dello stesso Paese, e serve anche a ridare slancio e fiducia alle istituzioni monetarie della Comunità. Con l’immagine e con gli atteggiamenti delle diverse parti (maggioranza, opposizione, istituzioni, parti sociali, funzioni dello Stato etc.), benché nei ruoli e con i toni diversi, l’Italia fornisce, pertanto, un quadro complessivo di maggiore o minore coesione nazionale, oltre che di complessiva responsabilità politica ed istituzionale.
Un Paese non sta in Europa, e non adotta la sua moneta unica, perché è governato dalla destra o dalla sinistra, o perché ha un sistema di democrazia rappresentativa di un tipo anziché di un altro, ma perché vuole concorrere ad una politica di stabilità e di crescita comune. In caso contrario sarebbe incoerente. Ma per stare seriamente in Europa è opportuno che nei paesi della Comunità si formi una coscienza complessiva che vada oltre il confronto politico interno. E’ indispensabile l’impegno di tutti i soggetti interessati perché si rispettino i trattati e le regole comuni adottate. Le tensioni politiche vanno, invece, lasciate a casa.
Ciò che sta succedendo in Italia, invece, per una manovra ritenuta da tutti indispensabile, non è affatto una buona risposta ai mercati, né alla credibilità del Paese e neanche ai partner europei. Non rende affatto l’idea di voler fare sul serio. A parità di flussi economici realizzabili per il riequilibrio dei conti italiani, una metà manovra ce la siamo già giocata come effetto e come barriera psicologica da opporre alla speculazione. Continuiamo, cioè, a farci del male da soli. C’è purtroppo ancora un’Italia masochista. Permane la vecchia cultura ideologica del tanto peggio, tanto meglio. Viene da pensare che chi lo fa stia troppo bene! Nevvero Epifani, Palamara, Bersani, Napolitano, Di Pietro?
La Grecia, Il Portogallo, la Spagna non sono solo paesi vicini all’Italia nell’area mediterranea dell’Europa, ma sono vicini al nostro Paese per l’uso che è stato fatto in passato della spesa pubblica: un serbatoio a cui attingere per risolvere le tensioni sociali, un fondo senza fine che hanno sempre pagato le famiglie dei lavoratori ed i risparmiatori con l’inflazione e che salderanno le generazioni future.
Ora, però, questo giochetto è finito. I consociati di una volta (partiti, parti sociali, istituzioni, burocrati, banche, finanza e caste), per evitare il fallimento del Paese devono essere fermati. In Italia, come e forse più che in Grecia, Spagna e Portogallo il debito pubblico ha finanziato gli abusi, i partiti, la corruzione, i privilegi e le mafie. Nessuno, a questo punto, può pensare di farla franca dinanzi a 1800 miliardi di debito pubblico. E la sinistra ha le responsabilità maggiori, e non ha alcun titolo per chiamarsi fuori.
VITO SCHEPISI
Il coraggio di Alice

Esempio di come il piccolo commercio di qualità possa soddisfare clienti esigenti e restituire vita e colore a borghi e quartieri
Mentre, una dopo l’altra, tante saracinesche dei negozi si abbassano mettendo in ginocchio centinaia di famiglie e rendendo sempre più desolati e insicuri i nostri borghi e le nostre città, fa notizia la storia di un Alimentare di successo aperto nel piccolo paese di Mele, nell’entroterra genovese, solo due anni fa. Entri e ti accorgi subito che il “moderno” costituito dal banco-vetrina, dalla bilancia elettronica e dall’affettatrice non cancella lo stile della bottega d’una volta, dove si può trovare tutto ciò che serve alla vita quotidiana e persino quello che è quasi scomparso dalla circolazione, come lo stoccafisso bagnato e le rape-cavolo di pasta bianca e gialla, ortaggi gustosi e salutari, impossibili da trovare sui banconi dell’omologazione globale, che impone all’utente prodotti insapori e di origine tanto certificata quanto, in realtà, incerta.
Merita di essere raccontata perché bella ed esemplare la storia della giovanissima Alice, che ha avuto il coraggio di andare contro corrente, cimentandosi in un’impresa apparentemente impossibile. Tutto ebbe inizio quanto la merciaia di via del Piano si ritirò dal commercio e il ferramenta rimase l’unico a tenere una vetrina aperta lungo la principale arteria del paese, quella che si apre sulla valle di Carnoli e collega la piazza del municipio con l’oratorio di Sant’Antonio Abate, dov’è custodita la magnifica arca lignea del Maragliano. L’uomo, preso dallo sconforto che gli derivava da tanta solitudine, chiese alla nostra ragazza, allora in cerca d’una attività a cui consacrarsi per assicurarsi l’avvenire: “Perché non apri qui un negozio tutto tuo?”. Bisogna dire che due anni fa Alice aveva appena ventitre anni e qualche esperienza come commessa in un panificio e in un supermercato della grande Genova. Così giovane e sottile sembrava il personaggio meno adatto a sfidare la strapotenza dei supermercati e dei centri commerciali e tentare di risalire la corrente di quel fiume in piena che, negli ultimi decenni, ha travolto l’ineguagliabile rete di piccoli negozi che vivacizzavano e rendevano sicuri i nostri paesi e i nostri quartieri e tanto comoda e ben servita l’esistenza dei loro abitanti. Ma, se solo si fossero osservati attentamente gli occhi azzurri della giovane, già allora vi si poteva scorgere quel particolare riflesso di determinazione e coraggio, testimonianza dell’antica forza di volontà dei suoi antenati liguri capaci di domare una terra aspra quante altre mai e di renderla fertile attraverso l’opera titanica dei terrazzamenti, in modo da assicurare di che vivere al nucleo familiare, quindi fatto rotta verso l’ignoto sul grande mare aperto per acquistare, mediante scambi e commerci con popolazioni lontane, quella prosperità che permise loro di erigere sul proprio suolo una città come Genova, tanto bella e ricca da meritarsi l’appellativo di Superba.
Lo scetticismo che inizialmente la sfida di Alice ha incontrato da parte di alcuni è stato, fortunatamente, smentito dalla risposta positiva degli abitanti di Mele, liguri fino al midollo e quindi, come tutti i loro conterranei, condizionati, almeno oggi, da un eccesso di prudenza sconfinante spesso in un paralizzante pessimismo. Questa volta essi hanno saputo apprezzare il coraggio d’una loro figlia, tributandole il premio che la sua intraprendenza meritava e trasformandosi in suoi clienti affezionati, grati, oltretutto, di poter trovare un negozio sempre aperto anche alla domenica mattina, quando tutti gli altri esercizi chiudono. Alice costituisce un esempio virtuoso per tanti altri nostri giovani, i quali, pur coltivando il desiderio di rendersi autonomi avviando o rilevando una libera impresa, si trovano a dover fare i conti con l’esorbitante potere dei monopoli, con gli ostacoli talvolta insormontabili opposti dalla burocrazia e con le pretese del fisco sempre in agguato e pronto a divorare il frutto d’un lavoro spesso opera del sacrificio e dell’impegno più duri; e questo, probabilmente, solo per mantenere quel cospicuo esercito di furbastri e parassiti d’ogni genere che infestano il nostro Paese. Sicuramente, per stare al passo coi tempi e ritrovare un futuro di sviluppo, ai liguri come a tutti gli altri italiani, occorre tenere gli occhi ben aperti sulle occasioni offerte dall’innovazione tecnologica e dal mercato globale ma, accanto a queste, tornare a considerare seriamente le innumerevoli possibilità occupazionali che potrebbero derivare dalla ricostituzione della rete dei laboratori artigianali e dei piccoli esercizi commerciali che tanta parte hanno avuto nel rendere attraente ed accogliente e, quindi, turisticamente appetibile il nostro territorio. Per riavviare un processo virtuoso e cominciare ad ottenere risultati soddisfacenti in questo settore, occorrono leggi lungimiranti nel campo del fisco e della formazione professionale, prese di posizione culturali e mediatiche da parte degli amministratori più avveduti, in grado di restituire l’antico prestigio a mestieri ingiustamente quanto improvvidamente svalutati e, soprattutto, creare un punto di riferimento politico forte in cui possano riconoscersi tutti coloro che vogliono aprire un’attività commerciale o che ancora lottano nella disperata impresa di salvarne una già esistente. E’ necessario sfatare una volta per tutte la credenza errata che l’interesse dei più deboli coincida con l’abnorme diffusione di mostruose concentrazioni commerciali, spesso irraggiungibili per gli anziani o per chi non possiede un’adeguata mobilità e che, una volta distrutti tutti gli esercizi preesistenti sul territorio, finiscono immancabilmente per imporre i loro prezzi, spesso fatti apparire vantaggiosi attraverso la strategia acchiappagrulli del 3 per 2 o dello sconto che è sempre “eccezionale”, ma in realtà già opportunamente gonfiati non appena consolidato il regime di monopolio; senza contare, poi, la fondamentale questione della qualità dei prodotti.
Già oggi da Alice, per limitarci all’esempio che abbiamo sott’occhio, accanto alle primizie che la solerte ragazza può offrire a prezzi competitivi perché le arrivano direttamente dagli orti della valle, si possono trovare magnifiche uova di galline autenticamente ruspanti, quelle che i contadini superstiti allevano ancora con cura quasi amorosa; un prodotto di alta qualità che potrebbe già di per sé costituire un buon motivo per fare una capatina a Mele, paese che già occupò un posto di rilievo nella storia dell’industria della carta e che in futuro potrebbe accendersi anche d’interesse turistico, se solo riuscisse a valorizzare pienamente l’arca del suo santo protettore, quel Sant’Antonio Abate per il quale il grande scultore Anton Maria Maragliano ha prodotto uno dei massimi capolavori dell’arte devozionale e processionale della nostra regione.
MIRIAM PASTORINO






