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	<title>Il Culturista</title>
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	<description>Il nuovo giornale on-line ispirato alla politica di centro-destra</description>
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		<title>Destra e cultura</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 10:35:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>Siamo stanchi di ascoltare il solito reframe sulla cultura di destra inesistente e le ironiche allusioni di sbadati personaggi imegnati a sproloquiare giudizi su cose che non  conoscono. Da tempo sul &#8220;Il Giornale&#8221; appaiono interventi di lettori-elettori del centrodestra che lamentano la scarsa presenza e la pochezza degli uomini di cultura d&#8217;area. Intendo fare chiarezza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;">Siamo stanchi di ascoltare il solito reframe sulla cultura di destra inesistente e le ironiche allusioni di sbadati personaggi imegnati a sproloquiare giudizi su cose che non  conoscono. Da tempo sul &#8220;Il Giornale&#8221; appaiono interventi di lettori-elettori del centrodestra che lamentano la scarsa presenza e la pochezza degli uomini di cultura d&#8217;area. Intendo fare chiarezza sul tema una volta per tutte e con estremo rigore. A Genova, personaggi come Piero Vassallo (filosofo), Alberto Rosselli (storico), Bruno Pampaloni (giornalista e saggista), il sottoscritto (cineasta), Claudio Papini (filosofo), Dionisio di Francescantonio (pittore e scrittore), Sergio Maifredi (regista teatrale), Andrea del Ponte (grecista), Mario Bozzi Sentieri (saggista) e molti altri, hanno dato luogo a una vera e propria sfida all&#8217;establishement culturale sinistro e formano un cenacolo coeso in continua evoluzione, capace di intavolare  discussioni serissime sul futuro delle destre. Alcuni tra loro hanno pure pagato sulla propria pelle il fio dell&#8217;azione anticonformista (Il sottoscritto, Maifredi, Rosselli) con boicottaggi, minacce islamiche, malversazioni varie. Le radici a cui ci si appella sono le più svariate, a testimonianza della ricchezza del nostro patrimonio ideale e della varietà degli spunti in campo. In secondo luogo vorrei fosse chiaro un distinguo: la sinistra ocuupa il potere a Genova da 40 anni e le politiche culturali le fa chi è seduto nei luoghi delle decisioni e maneggia i quattrini. Gli altri restano a margine, con le mani legate, sopratutto se marchiati con l&#8217;infamente nomea di &#8220;uomini di destra&#8221;. Pertanto non possono incidere sulle politiche museali, sugli eventi, sull&#8217;immagine cittadina, sulle scelte festivaliere e fieristiche. Fino a che la sinistra governerà avrà anche in mano la cultura, c&#8217;è poco da fare. Le altre sono chiacchiere. Vinciamo le prossime comunali, dateci in mano la cultura e vedrete che rivoluzioneremo questa città come un calzino.</p>
<p>MAURIZIO GREGORINI</p>
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		<title>Aspettando Godot a Mirabello</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 10:14:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<br/>
Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4540" title="godot" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/godot.jpg" alt="godot" width="372" height="297" /></p>
<p style="text-align: justify;">Samuel Beckett scrivendo la sua opera più nota aveva pensato di sottolineare quanto ci fosse di così insignificante e superfluo nella vita di ciascuno. Nella sua commedia si presentano situazioni in cui c’è chi aspetta un evento senza conoscerne le ragioni, senza comprenderne il significato ed ignorandone l’esito finale. In fin dei conti l’essenziale della vita si risolve sempre in quei pochi episodi che marcano l’esistenza di un uomo. La nascita e la morte, principalmente, e poi un’attesa più o meno lunga di un qualcosa che mai, in nessun momento, nei tempi e per le emozioni, sarà mai possibile stabilire con certezza.</p>
<p style="text-align: justify;">Aspettando Godot nel pensiero dell’autore doveva essere una rappresentazione teatrale noiosa, perché non può che essere noiosa una storia che non interessa nessuno, e noiosa è anche la sensazione di attesa di un qualche episodio che non si sa quale sia e che si lascia far credere, invece, che possa dar significato a qualcosa. Come l’attesa per il discorso di Fini. In definitiva anche questa  attesa è inutile e noiosa. Come per un discorso che appare scontato e che non risolverà niente, né allo stato dei fatti potrà risolvere niente. Ci sarebbe solo da prendere atto che si è rotto un rapporto di fiducia. Manca ora solo la lealtà di trarne le conseguenze e di arrivare alle conclusioni. L’opera di Beckett è di quelle che appartengono al cosiddetto “teatro dell’assurdo”. Noi aspettiamo Fini, ed in verità ci annoiamo. E se non è anche questo assurdo?</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo giorni di silenzio e d’attesa, come quella di Vladimiro e di Estragone, Fini non si è presentato agli appuntamenti estivi già presi, ed ancora tutti sono nell’attesa che arrivi. Anche perché c’è più di uno che qualche domanda da fargli ce l’ha.</p>
<p style="text-align: justify;">Sulla scena Didi e Gogo aspettano Godot. Per la ripresa della vita politica italiana, tutti aspettano Fini. Tutti ne parlano. S’aprono discussioni su ogni ipotesi, alcune senza senso, altre oziose, muscolose ed inconcludenti. Tutti che discutono e che litigano, e si formulano le congetture più strane. C’è chi difende e chi attacca. Chi richiama al rispetto. Di che? Di cosa? Di chi? E poi c’è chi grida e c’è chi molla, chi minaccia e  chi sorride, chi s’indigna e chi si lamenta. C’è anche l’immagine di “Pozzo” che arriva tenendo al guinzaglio il suo “Lucky”: ha le sembianze di un grande vecchio che governa le briglia delle sue bestie. Toh! Queste bestie perché hanno anche i lineamenti di chi dirige le caste!</p>
<p style="text-align: justify;">Tutti sono così in attesa del niente, tutti sono come i personaggi di Didi e Gogo che aspettano che arrivi il signor Godot, senza sapere perché l’aspettano, né cosa si devono aspettare da lui. Ma non per questo rinunciano all’attesa.</p>
<p style="text-align: justify;">Ed il nostro Godot arriverà a Mirabello. Sempre che venga! Non si sa mai! Beckett il suo Godot non l’ha fatto mai arrivare. Il commediografo ha solo acceso la nostra curiosità, facendocelo immaginare sotto più possibili sembianze: buono, severo, giusto, diverso, anche un po’diabolico.</p>
<p style="text-align: justify;">Anche Fini mostra più facce a seconda delle sue ambizioni. Chissà se verrà!</p>
<p style="text-align: justify;">Se Vladimiro ed Estragone , nella commedia, aspettano e discutono tra loro per la durata dei due atti, quasi per tutto uguali, sempre noiosi, mai rivelatori di nulla, sempre ansiosi di andare senza mai dire e sapere dove, l’onere, invece, di dover dar contenuto all’attesa, Beckett lo ha affidato al pubblico che ascolta. C’è stato così chi ha pensato che i personaggi sulla scena aspettassero il Signore, chi la morte, chi una vita migliore. Di certo non c’è chi ha pensato che aspettassero Fini. E non solo perché il Presidente della Camera al tempo, subito dopo l’ultima guerra, non era ancora nato, ma perché questi in qualcosa si dovrà pur materializzare. Non è il personaggio immaginario di una commedia. O che lo sia? Ma si materializzerà lo stesso!</p>
<p style="text-align: justify;">E’ difficile, infatti, che l’ex leader di AN lasci tutto solo nell’immaginario. E’più facile, invece, che scenda nel pratico e che materializzi un progetto, uno scopo, un fine, una conclusione, un’ipotesi. Si pensa anche alla materializzazione di una esplicita richiesta. Il Presidente della Camera non sembra, infatti,  uomo dai grossi tormenti esistenziali, alla Beckett. Lo si immagina, al contrario, piuttosto impegnato, con curiosità non solo subacquea, ad aspetti più materiali, alcuni anche un po’ troppo materiali. E se nella commedia Godot rappresenta un avvenimento che sembra urgente e non procrastinabile, ma che resta lontano e che non  arriva mai fino alla fine, ci auguriamo che la commedia che,  come italiani, ci interessa più da vicino abbia invece finalmente una fine.</p>
<p style="text-align: justify;">VITO SCHEPISI</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="640" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/IH3vK3gysyM?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="640" height="385" src="http://www.youtube.com/v/IH3vK3gysyM?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Il degrado bohemienne di Genova</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Sep 2010 10:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[centri sociali]]></category>
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Di questi tempi si vengono annoverando altri aspetti dell&#8217;irreversibile (?) degrado di Genova (Zingari e rom padroni della città!). E&#8217; bene che questi temi vengano puntualmente ricordati onde evitare l&#8217;assuefazione a un clima che è stato imposto  e incrementato dagli attuali orientamenti politici della civica amministrazione. Se anche noi fossimo ingenui (o mattacchioni?) orientati a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4543" title="zingari31" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/zingari31-300x265.jpg" alt="zingari31" width="300" height="265" /></p>
<p style="text-align: justify;">Di questi tempi si vengono annoverando altri aspetti dell&#8217;irreversibile (?) degrado di Genova (Zingari e rom padroni della città!). E&#8217; bene che questi temi vengano puntualmente ricordati onde evitare l&#8217;assuefazione a un clima che è stato imposto  e incrementato dagli attuali orientamenti politici della civica amministrazione. Se anche noi fossimo ingenui (o mattacchioni?) orientati a Sinistra ci chiederemmo: ma che senso ha favorire realtà che infastidiscono i nostri stessi elettori e ci fanno perdere (almeno in modeste percentuali) voti? Sappiamo però che il buon senso a Sinistra (che non è così spiccato come ci si vorrebbe far credere) finisce poi con il riconfermare le stesse amministrazioni (per lo meno finora l&#8217;ha fatto). Ma quel che il buon senso (a Sinistra) ignora è che alla propria parte politica ormai un simile orientamento non può essere tolto perché ne è parte essenziale e questo accade per molteplici concause. Sono idee che vengono da lontano (e sono purtroppo andate lontano, nel senso che ce le ritroviamo sempre fra i piedi). E&#8217; l&#8217;idea utopistica che la redenzione umana possa arrivare da quelle aree della società che sono qualificate come “emarginate” e che in un modo o nell&#8217;altro costituiscono centri di resistenza. Anche se non sono in una posizione consapevole di avanguardia, sicuramente in caso di disordini possono fare mucchio. E&#8217; evidente che qui il discorso si allarga ad una parte degli extracomunitari e di quel demimonde che alligna nel centro storico (proprio quello che si è messo in movimento insieme ad una parte della sinistra e dei “pacifisti” nei celebri giorni del luglio del 2001 – il cosiddetto “sacco di Genova” &#8211; sulla scia dei black blockers). Tra l&#8217;altro quest&#8217;area, che annovera vittime della tossicodipendenza e forse anche protagonisti dello smercio di stupefacenti ha trovato una sua figura carismatica in un religioso, un po&#8217; sui generis, come Don Gallo che li ha identificati come gli “ultimi” di evangelica memoria. Ora, dato che ognuno vede quel che vuol vedere poiché sostanzialmente proietta istanze conscie e inconscie sugli oggetti (umani e naturali) prediletti non è il caso d&#8217;insistere. E&#8217; però curioso un fatto: secondo un disegno razionale e politico di tipo marxiano e marxista con l&#8217;area suddetta si identificava il cosiddetto “proletariato straccione” (Lumpenproletariat) che assolveva di solito a compiti (consapevolmente o inconsapevolmente) reazionari nei confronti della classe operaia e del movimento dei lavoratori (sulla cui serietà e solidarietà trasformatrice e rivoluzionaria Marx contava). Questa posizione di base non mi risulta che sia mai stata smentita (salvo l&#8217;aggiunta del mondo contadino, laddove risultava maggioranza nell&#8217;ambito della forza lavoro complessiva). Lasciando però perdere le idee del padre fondatore, c&#8217;è da chiedersi come  sia che, con il passare del tempo,  la situazione sia così cambiata. C&#8217;è chi ha ricordato alcuni aspetti delle idee di Herbert Marcuse che sono circolate moltissimo soprattutto nel 1968 e negli anni seguenti e naturalmente al fatto che la classe operaia tradizionale è venuta diminuendo in maniera sensibile nell&#8217;ambito dell&#8217;area complessiva del lavoro sociale. Ma in quel di Genova il permissivismo e il sostegno nei confronti del “proletariato straccione e del demimonde” è diventato una vera e propria connotazione che non trova riscontro in altre aree cittadine governate dalla Sinistra. E&#8217; evidente che si tratta di un&#8217;astuzia di governo (coperta da una carità “pelosa”). La presenza massiccia e la tolleranza verso quest&#8217;area del mob cittadino è uno strumento di governo per intimidire gli abitanti. I quali purtroppo sono stati giocati abbondantemente fino al punto da essere costretti a non reagire (dato che in fondo i timidi e i non coraggiosi o poco animosi sono la larga maggioranza).  Adesso riusciamo perfettamente a capire il senso di tutte quelle reprimende alimentate dalle accuse di razzismo e di esortazione alla tolleranza nei confronti di chi fiutava l&#8217;imbroglio che veniva perpetrato e tendeva ad insorgere o per lo meno a manifestare contrarietà. Il sottoproletariato (extracomunitario e comunitario) e larghe frange di tutte quelle vecchie conoscenze dei commissariati di polizia sono una costante milizia di intimidazione nei confronti della cittadinanza stessa che fa comodo a chi governa con una mentalità del tutto simile a quello e a quelle. C&#8217;è infatti un sottoproletariato che travestitosi in forme dissimulate può talora pervenire al governo, probabilmente il caso di Genova è esemplare. D&#8217;altronde le inclinazioni della maggioranza politica di governo della città condizionano anche le stesse forze dell&#8217;ordine che adoperano la mano leggera per non parlare di una parte “qualificata” della magistratura. Credo che onestamente ci sia poco da fare: o si cambia rotta o i  cittadini non possono far altro che da soli (quelli animosi) e associandosi, gli altri, intraprendere la via della rivolta più che legittima dal semplice scorrere delle pagine di cronaca nera sui diversi quotidiani cittadini. In determinate situazioni storiche il ricorso all&#8217;autodifesa è più che giustificato.</p>
<p style="text-align: justify;">Claudio Papini.</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/xOa0pY9_DXY?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/xOa0pY9_DXY?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Dal pesce alla buridda, il passo è breve</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 10:08:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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Occupandomi da anni di cultura mi sento obbligato ad intervenire sul tema inerente l’utilizzo dell’edificio che fino ad oggi ha ospitato il Mercato del pesce di Genova e che a breve sarà liberato. E’ noto che la Sindaco Marta Vincenzi spinge per insediare fra le nobili mura dell’edificio di piazza Cavour il centro sociale Buridda, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4528" title="Buridda" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/Buridda.JPG" alt="Buridda" width="800" height="600" /></p>
<p style="text-align: justify;">Occupandomi da anni di cultura mi sento obbligato ad intervenire sul tema inerente l’utilizzo dell’edificio che fino ad oggi ha ospitato il Mercato del pesce di Genova e che a breve sarà liberato. E’ noto che la Sindaco Marta Vincenzi spinge per insediare fra le nobili mura dell’edificio di piazza Cavour il centro sociale Buridda, ora allocato in via Bertani, in quella che fu la sede della facoltà di economia e commercio. Pochi sanno però che il bel palazzo della “Pescheria” (come chiamato in origine) rappresenta un esempio unico di architettura razionalista ad uso commerciale ed è di grande rilevanza storica. Edificato all’inizio degli anni ’30 su progetto dell’architetto del comune Mario Braccialini, addensa molti segni tipici delle varie correnti estetiche dell’epoca: influssi decò s’intrecciano con reminiscenze futuriste, le finestre di taglio espressionista s’innestano nella massiccia costituzione dell’edificio, monumentale e fascistissima nell’aggetto. Destinata fin dal suo concepimento ad ospitare le attività del mercato ittico, la struttura subì la demolizione di una parte in occasione della costruzione dell’adiacente sopraelevata. Da quei tempi l’incuria ha lasciato nell’abbandono la splendida realizzazione architettonica sopravvissuta. Oggi, senza alcun riguardo per il valore storico e culturale, si propone di offrire l’edificio su un piatto d’argento al centro sociale menzionato. Ora, non ho nulla contro il Buridda se si mette in regola come si professa da tempo. Anzi, sono un fautore del dialogo con i ragazzi che lì dentro lavorano e sfogano un bisogno di aggregazione cui la municipalità non sa rispondere. Ma devono andare proprio in una struttura di pregio che da anni aspetta un rilancio e una valorizzazione? Quanto c’è di ideologico e fazioso nella proposta della Sindaco e quanto di obiettivo e realmente favorevole alla cittadinanza? Si trovi un’altra sede per il centro sociale e non si metta in pratica l’ennesimo scempio culturale. Il palazzo del Mercato del pesce deve accogliere fra le sue mura un’attività che nobiliti Genova e il quartiere del Molo. Il senatore Musso propone di realizzare al suo interno un museo dell’architettura: idea nobile e raffinata. Trovo però che l’utilizzo museale, per quanto curato e vivace, somigli sempre ad una mummificazione, una via di fuga dalla vitalità. La memoria è importante, siamo d’accordo, però chi di sole memorie si nutre finisce come Marcel Proust, chiuso nella propria soffitta a rimembrare. Genova negli ultimi decenni ha già intrapreso su sé stessa un notevole sforzo di reminiscenza, si è già  ritrovata dal punto di vista del passato, molti musei sono stati riattivati, tanto materiale storico è stato offerto al pubblico. E’ giunto il tempo di guardare al domani e cominciare a destinare le nostre forze all’innovazione, alle professioni giovani: fra le tante possibili getto sul piatto una proposta sola per il futuro del Mercato del pesce: un campus permanente che offra robuste agevolazioni e fondi per le start up digitali innovative da tutta Europa. In totale apertura all’internazionalizzazione e al mondo della comunicazione. Noi genovesi siamo di fronte ad una decisione epocale: offrirci al mondo per rinascere giovani e turbolenti o chiuderci in noi stessi per invecchiare sereni. Scelte entrambe lecite, ma io voglio sorridere al futuro, per i miei figli, per la gloria della mia terra.</p>
<p style="text-align: justify;">MAURIZIO GREGORINI</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/_7IWBSPPWkE?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/_7IWBSPPWkE?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Gheddafi: ed è subito sera</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Sep 2010 10:05:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[colonialismo]]></category>
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		<description><![CDATA[<br/>
Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4525" title="TOPSHOTS-ITALY-LIBYA-KHADAFI-WOMEN" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/C_3_TopNews_96033_foto.jpg" alt="TOPSHOTS-ITALY-LIBYA-KHADAFI-WOMEN" width="373" height="512" /></p>
<p style="text-align: justify;">Appena se ne presenta l’occasione in Italia è subito polemica. Ora tocca alla politica estera ed alla visita di Gheddafi in Italia. La diplomazia ha però delle regole. Non solo ciascun premier ha il dovere nel proprio paese di ricevere i leader di altri stati mettendo a loro disposizione spazi e cornici per soddisfare i loro cerimoniali, ma ciascuno uomo di stato è libero nel paese ospitante di tenere conferenze e di usare, nella parte privata della sua visita, il protocollo che vuole. L’ospite straniero è libero di esprimersi, di auspicare scelte religiose e di vita, di far riferimento a questioni interne alla propria nazione, di presentarsi in abiti tradizionali, di portarsi un seguito di uomini e donne che gli facciano da scudo umano, di assoldare anche mille hostess a far da coreografia alla propria presenza ed anche di far sfilare una mandria di cavalli berberi.</p>
<p style="text-align: justify;">Fossero questi i problemi!</p>
<p style="text-align: justify;">Ciò che un capo di stato o di governo non può fare in uno paese straniero è offendere il popolo che lo ospita o usare un linguaggio minaccioso o violare le leggi dello stato ospitante. E ciò che invece non può fare un governo di un paese libero e democratico è impedire che il suo ospite si mostri, che parli, che abbia insomma la libertà di manifestare le proprie idee, la propria cultura, le proprie tradizioni e le proprie scelte politiche e religiose. E’ semplicemente ridicolo pensare che il Governo italiano avesse potuto impedire al Colonnello libico di organizzare liberamente le manifestazioni private previste per la sua visita.</p>
<p style="text-align: justify;">Gheddafi è un megalomane, è un dittatore un po’ esaltato ed anche un po’ rozzo, ma è il leader di uno Stato che si affaccia sul Mediterraneo, non molto distante dall’Italia. La diplomazia italiana non lo ha isolato quando ispirava e finanziava il terrorismo internazionale, non si capirebbe perché ora che ha moderato la sua aggressività avrebbe dovuto invece isolarlo. C’è molta ipocrisia in Italia. C’è un modo tutto italiano di strumentalizzare, ed è ridicolo che accada anche per iniziativa dei sostenitori di Fini, aggiuntisi all’indecente cagnara, quando avrebbero altro di più serio da pensare ed alcune spiegazioni imbarazzanti da dare.</p>
<p style="text-align: justify;">Gheddafi esagera nelle sue manifestazioni ? Ma sono fatti suoi! Se si rende ridicolo è un problema suo. Se lo facesse Berlusconi in  Libia gli italiani avrebbero mille ragioni per lamentarsi e prenderne le distanze, ma a noi italiani che ci importa di Gheddafi e dei suoi modi di apparire? Forse che l’invito all’Europa di islamizzarsi sortirà esiti in tal senso? Forse che le hostess invitate ad ascoltare le sue prediche sulla libertà delle donne musulmane si sottometteranno alla cultura maschilista dei paesi arabi?</p>
<p style="text-align: justify;">L’Italia è un Paese democratico, il nostro Paese ha uno stile diverso e più sobrio, non c’è culto della personalità, esiste più responsabilità verso il popolo, c’è maggiore consapevolezza della nostra cultura, dei nostri valori ed i nostri gusti sono soprattutto meno sguaiati. Dover rispondere anche delle megalomanie degli altri è piuttosto pretestuoso e ridicolo!</p>
<p style="text-align: justify;">Ma è anche divertente constatare quanto la nostra politica ed i media siano così privi di decenza e di tolleranza. Appare, infatti, come un desolante sintomo di carenza di sobria ironia, se invece di sorridere ci si strappa le vesti, come se l’Italia avesse perduto la sua dignità. Come se Frattini fosse andato a Beirut a passeggio sotto braccio  con i miliziani di Hezbollah o avesse definito esagerata la reazione di Israele ai missili lanciati sul suo territorio dai soldati del Partito di Dio di Hassan Nasrallah. Solo che in quelle occasioni per D’Alema, allora ministro degli esteri di Prodi, tutta questa cagnara non c’è stata, pur trattandosi di incontri con gruppi terroristici e di valutazioni inopportune e faziose di episodi drammatici.</p>
<p style="text-align: justify;">Nelle mani di Hamas, a Gaza, è prigioniero Gilat Shalit un soldato israeliano catturato nel maggio del 2006, all’età di 20 anni, in tempo di pace ed in territorio israeliano. La sua unica colpa è quella d’essere stato un soldato di leva dell’esercito israeliano. La stampa e la politica italiana avrebbe tempo e modi di mostrare la loro indignazione contro la barbarie. Una marcia? Un  appello? Una raccolta di firme? Una campagna di sensibilizzazione? Niente! Niente di niente! Una banda di ipocriti! Sono solo una cricca di ipocriti, come quelli che parlano di libertà di stampa e che tacciono sulle richieste risarcitorie per pretestuose diffamazioni di alcuni magistrati alle testate minori ed indipendenti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’idea è che la cagnara abbia per obiettivo Berlusconi più che Gheddafi. L’idea è che sia la solita sceneggiata di chi non ha il pudore di ricordare l’assordante silenzio, sempre della stampa &#8211; se non per l’eco del caso Telecom-Rovati che animò la circostanza &#8211; che si ebbe per la spedizione dei mille al seguito di Prodi in Cina, solo che quella del novello Marco Polo in oriente non era per riunire l’Italia, come quella di Garibaldi in Sicilia, ma per chiedere l’elemosina al gigante cinese, facendosi piccoli piccoli, sebbene in mille e tra i cinesi che sono di bassa statura, senza profferire parola contro il genocidio e le dure repressioni del regime cinese nel Tibet.</p>
<p style="text-align: justify;">Basta invece un solo pretesto, anche il più stupido ed insignificante, per accendere la miccia dell’ennesima  manifestazione di antiberlusconismo. Non va giù il pragmatismo e la sostanza dell’uomo di Arcore. L’incapace ha sempre timore di chi invece si mostra capace. L’invidia si trasforma ben presto in odio e rancore. Lo si nota verso questo Governo che, pur tra mille difficoltà, mostra concretezza ed un sentire diverso rispetto al passato, quando per riparare i guasti si usava il debito pubblico per tamponarli.</p>
<p style="text-align: justify;">Eppure con Gheddafi sono stati portati avanti accordi commerciali che interessano molte imprese italiane. Sono in cantiere lavori in Libia per alcune decine di miliardi di Euro. Ci sono accordi per la fornitura di gas per soddisfare buona parte del fabbisogno italiano e soprattutto per non renderlo dipendente solo dalle forniture russe, con le turbolenze esistenti tra la  Russia ed i paesi di passaggio del gasdotto. Con la Libia è stato possibile invertire l’uso, e forse l’abuso, di far partire i barconi di immigrati clandestini diretti verso le isole minori della Sicilia. Quegli stessi barconi che avevano creato non pochi problemi alla vocazione turistica delle isole interessate, generando episodi e proteste subito strumentalizzate dai soliti campioni italiani della doppia morale, come Santoro e Gad Lerner.</p>
<p style="text-align: justify;">Se c’è invece una morale oggettiva da trarre , è che questo nervosismo sia un sintomo di preoccupazione. Ma se sono preoccupati i servi delle caste, vorrà dire che come italiani liberi ci possono essere buoni motivi per esserlo un po’ meno.</p>
<p style="text-align: justify;">VITO SCHEPISI</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="480" height="385" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/nOwmWgPqO34?fs=1&amp;hl=it_IT" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="480" height="385" src="http://www.youtube.com/v/nOwmWgPqO34?fs=1&amp;hl=it_IT" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>Un movimento, un capo</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 12:37:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Polemiche]]></category>
		<category><![CDATA[Genova]]></category>
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La questione della possibile collocazione della Moschea di Genova nel palazzo della Commenda di Pré, porta inevitabilmente a ribadire le ragioni del centrodestra che ormai fanno parte del suo patrimonio genetico (almeno per quanto riguarda la maggior parte dell&#8217;elettorato e dei sostenitori in genere). Tuttavia, come ormai sappiamo, la ragionevolezza di fronte alle maggioranze altrui, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4513" title="commenda" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/commenda.jpg" alt="commenda" width="250" height="130" /></p>
<p style="text-align: justify;">La questione della possibile collocazione della Moschea di Genova nel palazzo della Commenda di Pré, porta inevitabilmente a ribadire le ragioni del centrodestra che ormai fanno parte del suo patrimonio genetico (almeno per quanto riguarda la maggior parte dell&#8217;elettorato e dei sostenitori in genere). Tuttavia, come ormai sappiamo, la ragionevolezza di fronte alle maggioranze altrui, viene regolarmente sconfitta. Tutto è “cosa loro”. E quindi il legittimo e costante argomentare per stornare dai nostri orizzonti le possibili iatture derivanti dalla politica della giunta di centrosinistra è destinato ad infrangersi contro la “dittatura” della maggioranza. E&#8217; chiaro ormai da tempo che a Genova occorre una, per così dire, rivoluzione conservatrice che deve avvenire a partire dallo stesso centrodestra. Ma per proiettarsi al di fuori di esso e investire la società genovese. Per dare ali ai progetti del centrodestra occorre un vero e proprio cambiamento di mentalità che deve tradursi in due fatti pressoché simultanei (e proprio per questo non è mai facile che si verifichino entrambi, anche se non possono che stare insieme e l&#8217;uno richiama l&#8217;altro e viceversa). I due eventi che tutti noi dobbiamo cercare di far avvenire sono: 1) La nascita di un movimento che stia in piazza ed operi e manifesti (con alcune differenze di sensibilità) così come siamo abituati a vedere che fanno abitualmente le organizzazioni di sinistra; 2) un leader locale che, essendo movimentista, lasci perdere le cautele se non le litanie del moderatismo tradizionale.</p>
<p style="text-align: justify;">La dinamica che può scaturire dall&#8217;agire del leader e dall&#8217;esserci del movimento è destinata a diventare la forza d&#8217;urto del suo successo. Lo abbiamo visto (a suo tempo) con il caso Castellaneta (prescindiamo ora dalle cause apparenti e nascoste della sua sconfitta). Tralasciando la persona dell&#8217;ex-Presidente dell&#8217;Ordine dei Medici e dei Chirurghi, ed ex-avversario di Pericu nella corsa alla carica di Sindaco, dobbiamo ritrovare quel tipo di impostazione: su essa è possibile far convergere un elettorato che va oltre quello stesso del centrodestra.  Credo che si debba comunque convenire che se il moderatismo del centrodestra è una risorsa pregevole e preziosa, essa non basta. La sinistra, in non poche delle sue articolazioni, si presenta ora come moderata ora come sovversiva. Genova ne è un notevole esempio. Direi che il centrodestra non possa che fare altrettanto. L&#8217;eccesso di moderatismo del P.d.L. (e segnatamente quello della sua leadership) ha finito con il costituirsi involontariamente e indirettamente in una sorta di rendita per il centrosinistra (che si guarda bene dallo sconfessare le stupidaggini delle sue frange ma le perdona e le accarezza come comanda il Vangelo di don Gallo, di don Farinella e, perché no? Di Alessandro Repetto). In politica, purtroppo, si impara ben di più dagli avversari e dai nemici che non dagli amici. Anzi è noto il detto: “Dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io”. Occorre dunque ritrovare un leader che sappia coniugare la mobilitazione del centrodestra (agitando opportunamente le acque) e l&#8217;azione di opposizione nelle sedi giuridicamente predisposte dai risultati elettorali. Questo per il capoluogo ligure è un punto indispensabile, altrimenti si continua a ricadere in quello stato di inerzia (tipico di non pochi dei moderati che votano sì bene, cioè per il centrodestra ma poi sono quanto mai alieni da ogni manifestazione di piazza). Sono naturalmente consapevole che ogni cambiamento della mente e del  conseguente comportamento non sia cosa che si possa realizzare con facilità ma se vogliamo riprenderci la città non possiamo che spingere con l&#8217;energia morale e intellettuale in questa direzione.  Altrimenti localmente il P.d.L non può far altro che ribadire il suo ruolo subalterno, quello che purtroppo l&#8217;elettorato moderato ha tenuto quasi senza interruzione di continuità dal 1976 in poi.</p>
<p style="text-align: justify;">Chi ha mantenuto alta la bandiera della moderazione, dell&#8217;individualismo e della legalità ha dato una testimonianza onorevole che però non è mai bastata se non a garantire (talvolta in modo continuo, talora a fasi alterne) la propria personale rielezione, non però a capovolgere davvero in maniera duratura la maggioranza politica. Se non riflettiamo su questo e non ci ingegniamo ci risolvere spregiudicatamente la questione, ho l&#8217;impressione che non abbiamo scampo. Questa esiziale risposta ce l&#8217;ha fornita il fatto che nemmeno il favorevolissimo terremoto elettorale berlusconiano è riuscito  a Genova e in Liguria a mandare se non sporadicamente ed eccezionalmente la Sinistra-centro all&#8217;opposizione.  Direi che questo sia il problema imponente che ci sta dinnanzi e che noi non dobbiamo mai dimenticare quando vengono legittimamente sollevate le questioni che quotidianamente derivano e dipendono da esso.</p>
<p style="text-align: justify;">CLAUDIO PAPINI</p>
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		<title>La rivoluzione impossibile</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Jul 2010 12:29:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Politica]]></category>
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A chi ha (ancora !) il “gusto della politica” , intesa come grande scuola civile e laboratorio di idee e di programmi, mi piace consigliare un libro “inusuale”, a metà strada tra il saggio politologico ed il diario generazionale: La rivoluzione impossibile (Edizioni Vallecchi), a cura di Marco Tarchi
E’ un po’ come imbarcarsi su una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4515" title="campo-hobbit1" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/campo-hobbit1.jpg" alt="campo-hobbit1" width="215" height="320" /></p>
<p style="text-align: justify;">A chi ha (ancora !) il “gusto della politica” , intesa come grande scuola civile e laboratorio di idee e di programmi, mi piace consigliare un libro “inusuale”, a metà strada tra il saggio politologico ed il diario generazionale: <em>La rivoluzione impossibile </em>(Edizioni Vallecchi), a cura di Marco Tarchi</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un po’ come imbarcarsi su una “macchina del tempo”, facendo un balzo all’indietro di trentacinque anni, ritrovandosi a contatto con una “destra” fuori dell’ordinario, né nostalgica, né settaria, pronta a guardare con occhi diversi nella modernità, ad occhieggiare, in modo “trasversale”, verso temi cari fino ad allora alla sinistra eretica,  come il terzomondismo, l’ecologia o l’autodeterminazione dei popoli, impegnata a gridare “né Marx né Coca-cola, né banche né soviet”,  ad organizzare  il primo “campo Hobbit”, in onore degli eroi fantasy di Tolkien, con tanto di musica alternativa, dibattiti sulla questione giovanile e femminile, sulla musica pop e sul teatro d’avanguardia.</p>
<p style="text-align: justify;">Guardando a  quella breve stagione, che fece intravedere la possibilità di portare il Movimento sociale oltre uno stanco  nostalgismo , Tarchi &#8211; che di quel laboratorio fu uno dei principali animatori – parla di “Rivoluzione impossibile”:  “Una rivoluzione impossibile – dice Tarchi &#8211; perché non c’erano le premesse perché quel fermento avesse un seguito: la volontà del partito di non rinunciare alla redditizia nicchia composta dai fascisti non pentiti, la paura che il confronto con la sinistra scalfisse l’immagine anticomunista del partito e soprattutto un viscerale conservatorismo. E così il Msi continuò a restare inevitabilmente fuori del proprio tempo”.</p>
<p style="text-align: justify;">La “rivoluzione” non fu però limitata – a mio parere -  al linguaggio e ai simboli (Tolkien, gli elfi e la croce celtica al posto del Duce, del fascio littorio e delle camicie nere), ma incise  sull’immaginario e sulle idee, anche della destra politica, specie giovanile, fino a condizionarle – in prospettiva – più o meno consapevolmente.</p>
<p style="text-align: justify;">Per tracciare il profilo di quell’esperienza, Tarchi ha ripreso in mano “<em>Hobbit/Hobbit</em>”, opera collettanea di inizio degli anni Ottanta, con l’obiettivo di limitarsi a commentarla, a 30 anni di distanza. “Poco alla volta ho capito però che non mi potevo limitare a introdurre una ristampa &#8211; aggiunge &#8211; ma era necessario ricostruirla, ampliarla e ripensarla”. È nato così il saggio che ricostruisce modo di pensare, agire, tic e ossessioni di quella prima generazione nata politicamente dopo il ’68, che ha attraversato la prova degli anni di piombo. “Avevamo un linguaggio innovativo per la nostra epoca, adeguato al gergo giovanile del periodo, ma riletto oggi ci sono tutte le tracce di un continuo conflitto con gli stereotipi e i tabù tipici del neofascismo &#8211; ammette Tarchi -. Volevamo mettere alla berlina l’ambiente missino, ma tutte le polemiche e i riferimenti erano introflessi, segnali in codice per ‘iniziati’ che nessuno che non proviene da quel mondo oggi potrebbe più comprendere”.</p>
<p style="text-align: justify;">Resta il fatto che, al di là dei riferimenti d’ambiente, si mise in moto, in quegli anni, un processo di mutazione della destra italiana, a cui  non fu estranea la “rivoluzione elettorale” del 1993-1994, con tutto quello che ne seguì.</p>
<p style="text-align: justify;">Da questo punto di vista la riflessione di Tarchi è un essenziale strumento di comprensione di quel processo di mutazione, che, lo si condivida o meno,  offre un’idea della destra italiana  certamente non banale. Un libro da leggere, anche sotto l’ombrellone, cercando di cogliere l’alito di idee e di passioni “inusuali” per questi nostri tempi di …bassa politica.</p>
<p style="text-align: justify;">MARIO BOZZI SENTIERI</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>Ascanio Celestini, il guitto astuto</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 09:43:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Teatro]]></category>
		<category><![CDATA[attori]]></category>
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		<category><![CDATA[Letteratura]]></category>
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C&#8217;è un personaggio che negli ultimi tempi imperversa sui teleschermi e i palcoscenici nazionali, capace di ammaliare gli utenti/spettatori rimbambiti grazie ad una sofisticata arte affabulatoria. Già, perchè l&#8217;Ascanio Celestini da Marxistolandia sembra genuino e facile, verace come un&#8217;ostrica di Mont Saint Michel, in realtà utilizza sapientemente tutte le tecniche e gli escamotage del narrare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-thumbnail wp-image-4502" title="ascanio_celestini" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/ascanio_celestini-150x150.jpg" alt="ascanio_celestini" width="150" height="150" /></p>
<p style="text-align: justify;">C&#8217;è un personaggio che negli ultimi tempi imperversa sui teleschermi e i palcoscenici nazionali, capace di ammaliare gli utenti/spettatori rimbambiti grazie ad una sofisticata arte affabulatoria. Già, perchè l&#8217;Ascanio Celestini da Marxistolandia sembra genuino e facile, verace come un&#8217;ostrica di Mont Saint Michel, in realtà utilizza sapientemente tutte le tecniche e gli escamotage del narrare per rendere appetibili i suoi personaggi e portare il pubblico nel suo cantuccio. E lo fa assai bene, bisogna dargliene atto. Già nell&#8217;aspetto, il nostro bardo, ispira fiducia. Quel visetto da bimbo male alimentato e cresciuto tra i fumi tossici della fabbrica, il pizzetto da intellettuale di sezione, così affidabile e idealista. La vocina fessa che tanto intenerisce tutte le mamme postmoderne. Ma dietro la facciata fru fru si nascondono affermazioni estremamente ideologiche e inquinate da una visione retrograda. I suoi personaggi sono sempre poveri cristi appartenenti al popolo, derelitti e vessati dalle istituzioni (solo se destrorse, ovviamente), che mai, con abile stratagemma retorico, affrontano a muso duro il nemico; al contrario restano passivi, subiscono inermi, come se il mondo si dividesse in cattivi dominanti e buoni in catene&#8230;Inquietante e pericolosa visione marxista, degna di Lucaks o chi per lui. A Nietzsche verrebbe l’orticaria nello scorrere la galleria dei caratteri che il proletante mette in scena. E&#8217; sufficiente leggere le pagine dell&#8217;Ascanio tratte dall&#8217;antologìa di narratori edita da Einaudi e intitolata &#8220;Questo terribile, intricato mondo&#8221;, per rendersi conto di quali luoghi comuni sinistri incarni dietro le falde puzzone del suo costume da giullare innocente. Il guitto s&#8217;impelaga in un pericoloso raccontino anticlericale, durante le cui righe il povero papa Ratzinger crepa in un incidente aereo. Tra i vari caratteri, al solito ben tratteggiati dal buffoncello, spiccano gli zingari buoni e il bravo immigrato clandestino sfruttato dall&#8217;imprenditore italiano, evasore e bandito quanto basta. C&#8217;è n&#8217;è abbastanza per inorridire. Quelli come il Celestini dovrebbero aggiornarsi un pò e cominciare a guardarsi attorno. Il mondo, caro Asca, va avanti e le cose non si possono più chiudere nel cesso ammuffito dei cliché ideologici. Fino a che non lo avrai capito, Cele, resterai il giullare di un&#8217; esigua, sorpassata minoranza.</p>
<p style="text-align: justify;">MAURIZIO GREGORINI</p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="445" height="364" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/e_irEb7javw&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="445" height="364" src="http://www.youtube.com/v/e_irEb7javw&amp;hl=it_IT&amp;fs=1?color1=0x5d1719&amp;color2=0xcd311b&amp;border=1" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true"></embed></object></p>
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		<title>La fiducia è la chiave della ripresa (by Ge-Zena)</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Jul 2010 09:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gong]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
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Il parere di Pierluigi D&#8217;Angelo (Presidente &#8220;Anaci&#8221; Genova)
Quando il sistema economico va in recessione gli esperti, i giornalisti ed anche il nostro Presidente del Consiglio ci dicono che bisogna ripristinare la fiducia.
Gli economisti danno una loro particolare interpretazione al termine “fiducia”; in effetti tutto ciò che ci circonda è caratterizzato da diversi equilibri e sensazioni.
Prendiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-medium wp-image-4504" title="crisi_finanziaria1" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/crisi_finanziaria11-300x199.jpg" alt="crisi_finanziaria1" width="300" height="199" /></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Il parere di Pierluigi D&#8217;Angelo (Presidente &#8220;Anaci&#8221; Genova)</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Quando il sistema economico va in recessione gli esperti, i giornalisti ed anche il nostro Presidente del Consiglio ci dicono che bisogna ripristinare la fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli economisti danno una loro particolare interpretazione al termine “fiducia”; in effetti tutto ciò che ci circonda è caratterizzato da diversi equilibri e sensazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo l’esempio di una zona ove vi è stata una devastante inondazione: chi vi ricostruisce la propria casa? Chi non si sente di abbandonare le proprie radici (correndo il rischio di una nuova alluvione) o chi vuole speculare sull’acquisto a prezzi stracciati dei terreni a rischio; o se molti si mettono a ricostruire allora anche altri vorranno farlo?</p>
<p style="text-align: justify;">Ecco che potrebbe crearsi un equilibrio positivo (la ricostruzione) ed in tal caso diciamo che c’è la fiducia; ma potrebbe esserci un equilibrio negativo (la non ricostruzione) ed allora vi è la mancanza di fiducia.</p>
<p style="text-align: justify;">In questo esempio si può affermare che la fiducia non è altro che una previsione, riferita al fatto che altri ricostruiscano oppure no.</p>
<p style="text-align: justify;">Una previsione fiduciosa è quella che vede un futuro roseo, una revisione sfiduciata vede un futuro nero.</p>
<p style="text-align: justify;">Sul dizionario la parola “fiducia” è più di una previsione: è un sentimento di sicurezza che deriva dal confidare, senza riserva, in qualcuno o in qualcosa.</p>
<p style="text-align: justify;">La parola deriva dal latino “fido”, io ho fede.</p>
<p style="text-align: justify;">La crisi di fiducia si può definire anche crisi di cedimento: la parola “credito” deriva anch’essa dal latino “credo”, dunque io credo.</p>
<p style="text-align: justify;">Forse posso dare l’impressione di essermi perso sulle sfumature di significato delle parole; ma non è così perché, dopo questa analisi, voglio arrivare al punto di vista degli economisti, basato sull’equilibrio delle previsioni rosee e delle previsioni nere.</p>
<p style="text-align: justify;">Gli economisti esprimono solo in parte il significato di “fede”.</p>
<p style="text-align: justify;">La loro logica richiede che la fiducia sia razionale: usano informazioni disponibili per sviluppare previsioni razionali.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso si prendono decisioni in piena fiducia; ma la nozione di fiducia non si esaurisce nel valore della parola; il vero senso della fede è spingersi oltre il razionale; se una persona ha davvero fede spesso rigetta o tiene in poco conto certe informazioni; addirittura non è in grado di elaborare razionalmente le informazioni di cui dispone e, se le ha elaborate razionalmente, può non agire di conseguenza in modo razionale, ma agirà esclusivamente sulla base di ciò che è convinta sia vero.</p>
<p style="text-align: justify;">Ricapitolando le sopra indicate considerazioni: se è questo che intendiamo per fiducia; allora capiremo subito perché, se varierà nel tempo, la fiducia dovrà sviluppare un ruolo centrale nella ripresa economica.</p>
<p style="text-align: justify;">E’ un ragionamento semplice: nei periodi positivi la gente si fida, decide in maniera spontanea, è istintivamente convinta che avrà successo, è quindi meno sospettosa; finchè le persone rimarranno fiduciose, la loro impulsività non sarà evidente.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quando la fiducia svanirà, la marea calante rivelerà la nudità, o meglio la nullità, delle decisioni prese.</p>
<p style="text-align: justify;">Ritornando alla parola fiducia” si può tranquillamente affermare che la stessa genera un comportamento che esula da un approccio razionale alle decisioni e ci ribadisce il motivo per cui essa svolge un ruolo centrale e fondamentale dell’economia. Chi è fiducioso esce di casa e va a comprare, chi non lo è resta a casa o, addirittura, vende.</p>
<p style="text-align: justify;">La storia dell’economia mondiale è composta da cicli di fiducia e di ritirate. Il noto economista Keynes citava nei suoi saggi “gli spiriti animali”: quando le persone prendono importanti decisioni sugli investimenti devono basarsi sulla fiducia. Ma la teoria economica suggerisce altri comportamenti prima di prendere decisioni razionali: si considerano tutte le opzioni disponibili, si valutano gli esiti di dette opzioni, e quanto sarebbe vantaggioso ciascun esito, calcolando le probabilità di ciascuna opzione ed, infine, assumendo la conseguente decisione.</p>
<p style="text-align: justify;">Domandiamoci: siamo davvero in grado di fare tutto ciò? Siamo capaci di stabilire quali sono le probabilità e gli esiti? Oppure le decisioni economiche anche strettamente personali su quali beni comprare o conservare, sono prese più sulla base del fatto che ci fidiamo oppure no?</p>
<p style="text-align: justify;">Possiamo concludere affermando che molte nostre decisioni, comprese quelle più importanti nella vita, sono prese perché sentiamo ”a naso” che sono quelle giuste.</p>
<p style="text-align: justify;">A livello di economia mondiale, e quindi di ripresa economica, la fiducia va e viene, a volte con corrette giustificazioni, a volte no.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è solo questione di razionalità, ma di “spirito animale”</p>
<p style="text-align: justify;">(copyright Genova Zena &#8211; partner de Il Culturista)</p>
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		<title>La fabbrica di Nichi</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 09:28:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gong]]></category>
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Vendola, dopo aver devastato  la Puglia, si muove per demolire anche il Paese. Ha lanciato la sua proposta  di candidarsi per competere da premier. Il largo anticipo, però, desta qualche sospetto. Una candidatura troppo anticipata rischia d’essere bruciata. Vendola ha dovuto anticiparla per almeno tre ragioni. Forse anche per quattro. Sgombriamo subito il campo dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<br/><p style="text-align: justify;"><img class="aligncenter size-full wp-image-4479" title="nichi-vendola" src="http://www.ilculturista.it/cultura/wp-content/uploads/nichi-vendola.jpg" alt="nichi-vendola" width="413" height="567" /></p>
<p style="text-align: justify;">Vendola, dopo aver devastato  la Puglia, si muove per demolire anche il Paese. Ha lanciato la sua proposta  di candidarsi per competere da premier. Il largo anticipo, però, desta qualche sospetto. Una candidatura troppo anticipata rischia d’essere bruciata. Vendola ha dovuto anticiparla per almeno tre ragioni. Forse anche per quattro. Sgombriamo subito il campo dalla quarta, che è quella di dar modo a De Benedetti di spianargli la strada con i suoi giornali ed i suoi contatti industriali e finanziari.</p>
<p style="text-align: justify;">La prima ragione, invece, è quella di mantenere viva la sua popolarità. Vendola è sempre un personaggio che si muove in una scena minore, quale può essere quella di una delle 20 regioni italiane.</p>
<p style="text-align: justify;">La seconda è che l’ex rifondarolo ha vinto le elezioni pugliesi ma non ha convinto. Le ha vinte solo per la spaccatura dell’elettorato moderato. Tra l’altro ha già i suoi problemi. L’opposizione nel complesso ha preso più voti di lista. Due consiglieri eletti con la sinistra  (uno del PD e l’altro dell’Idv), con un altro consigliere eletto nel centrodestra, hanno costituito un gruppo che si è collocato all’opposizione. L’Idv di Di Pietro, infine, è determinante per la maggioranza in Consiglio e si pensa che, prima o poi, in una Regione con tanti problemi, anche giudiziari, farà pesare la sua presenza, sottraendo visibilità e popolarità al leader di socialisti e libertà.</p>
<p style="text-align: justify;">La terza ragione è che Vendola non è proprio convinto che alla lunga la Puglia mantenga la visione di quella magica oasi nella realtà politico-amministrativa meridionale che vorrebbe far passare. I giornali locali e le pagine pugliesi delle testate nazionali sono state troppo tenere con lui. Le sceneggiate ora contro Fitto, ora contro Tremonti, perdono pian piano la loro eco dinanzi ai problemi non risolti. Il Governatore teme, inoltre, il progressivo logoramento politico della sinistra pugliese, pensa ai danni fatti nei 5 anni precedenti i cui costi cadranno sui contribuenti pugliesi, riflette sul degrado ambientale, sociale, produttivo che si accresce a spese dei giovani ed, in senso più largo, della complessiva qualità della vita nella Regione.</p>
<p style="text-align: justify;">Vendola avverte così l’esigenza di un palcoscenico diverso da calcare. Prepara il suo distacco dai problemi che ha creato. Ha paura del futuro pugliese e di essere travolto dal dissesto amministrativo e ambientale, come è capitato a Bassolino in Campania e Loiero in Calabria.</p>
<p style="text-align: justify;">I suoi stati generali a Bari si sono aperti con la simbologia fantasiosa del  vulcano islandese, evocato come “eruzione di buona politica”, con il giovanilismo inteso come valore aggiunto della politica, con l’immagine del “Berlusconi &#8211; Cesare” che impedisce un confronto politico reale. E’ da lì che parte, come da copione, con tutta una serie di immagini successive che fanno parte del suo consueto bagaglio delle apparenze e dell’immaginario. Parte la sua funambolica furbizia con cui spaccia per salvifica poesia un verbalismo inconcludente e con cui fa passare per idee le sue fumosità verbali e le sue certezze ideologiche, prive invece di un qualsivoglia spessore politico.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Pullman di Prodi e Veltroni, il treno di Franceschini, la fabbrica sempre di Prodi, il loft di Veltroni e non poteva mancare, pur se non originale, anche  la fabbrica di Nichi, l’abile fabulatore e tracciatore di illusioni, il realizzatore di fantasticherie e di buoni propositi spacciati per poetar di politica. Vendola: lo stesso uomo ben posto tra i politici cialtroni dal Ministro Tremonti.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è una Puglia ideale che è molto diversa dalla Puglia reale. Quella ideale è anche quella che diventa ideologica, esclusiva, immutabile, eterna nei racconti del Governatore Vendola. Una Puglia in cui la passione, il sacrificio, il sangue, il sudore, l’impegno si mischiano alla natura, al mare, ai paesi lastricati di pietre, agli odori di una cucina deliziosa che profuma di terra e di mare, alle case ai monumenti, agli ulivi millenari, ai colori intensi di una natura prorompente. La Puglia della musica, dei canti e dei balli popolari. Quella delle feste estive della tradizione popolare fatta di mostre e degustazioni di vini e di prodotti tipici. La Puglia che si fa amare da chi la conosce da sempre e da chi la scopre per la prima volta. La puglia delle barche che portano a riva il pesce appena pescato, dei pescatori che seduti per terra sui moli dei piccoli porti dei paesi marinari riparano le reti per la nuova giornata di lavoro, la  Puglia della cortesia, della semplicità, dei sorrisi, della arguzia popolare, della modestia e della mesta rassegnazione dei suoi abitanti.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma ci chiediamo, a ragione, se questa che tutti vorrebbero ritrovare intatta nella sua magnifica semplicità sia la stessa Puglia violentata invece dall’incuria, dai pannelli fotovoltaici che sostituiscono gli alberi e le piantagioni dell’uva e degli ortaggi. Se sia la stessa delle “foreste” di  pale eoliche che deturpano i paesaggi. La Puglia dove la differenziata non esiste ancora, quella delle discariche a cielo aperto, quella delle pulizie delle strade … solo quando mi ricordo.  La  Regione dove l’igiene nelle città è spesso un’opinione. La Puglia sitibonda in cui l’erogazione dell’acqua potabile, come accade in alcuni paesi del Salento, è razionata o manca del tutto. La stessa a cui  manca l’acqua per l’irrigazione.</p>
<p style="text-align: justify;">Ci chiediamo se la Puglia della poesia di Vendola sia la stessa Regione del Levante d’Italia delle condutture che saltano, delle fogne che scoppiano, della desertificazione di vaste zone, delle devastanti ed intollerabili dispersioni dalla rete idrica e dei furti dell’acqua. Se è, insomma, la stessa Puglia delle comunicazioni stradali insufficienti, dei trasporti che mancano, degli asfalti gruviera. Ci chiediamo, inoltre, se questa Puglia ideale sia la stessa di quella che è indicata come luogo di una sanità tribale. Sull’argomento c’è oramai una letteratura cospicua fatta di abusi, di violenze, di umiliazioni, di squallore, di mafia, di degrado, di precarietà e di incuria. E’ la sanità dei ticket che dovevano essere aboliti ed ora ci sono anche per patologie invalidanti, delle liste di attesa che dovevano essere anch’esse abolite e che ora sono lunghe per mesi ed a volte per anni. Quella pugliese è la sanità dei debiti oltremisura contratti per un servizio da terzo mondo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma quella di Vendola è anche la Puglia dove non esistono posti di lavoro per i giovani, e dove non esiste nessuna idea in cantiere per lo sviluppo delle attività imprenditoriali e produttive che possano assorbire le domanda di occupazione. Investimenti non fatti, fondi non utilizzati. Una colposa responsabilità per le occasioni perdute.</p>
<p style="text-align: justify;">La fabbrica di nichi è solo un opificio di chiacchiere, un involucro vuoto, come vuote sono le idee del suo capo fabbrica.</p>
<p style="text-align: justify;">VITO SCHEPISI</p>
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