La crisi è più pesante del previsto

febbraio 3, 2010 da Redazione  
Capitolo Economia

monete euro

Il conto della crisi economica è più pesante del previsto. Sulle imprese e lavoratori si sta abbattendo uno tsunami. Si chiama disoccupazione  lo spettro che sta mettendo in ginocchio il nostro paese, che politicamente non ha affrontato seriamente la recessione.

Adesso che i dati parlano  chiaro (disoccupazione al10%, buste paga più leggere, aziende che chiudono), possiamo pure dirlo, il governo Berlusconi per lungo periodo ha sottovalutato la portata epocale della crisi economica  In virtù di questa leggerezza, l’esecutivo non ha messo in atto nessuna politica sociale ed e economica di sostegno.

Per mesi, mentre il Cavaliere sorrideva e invitava tutti a consumare e  a mantenere il solito tenore di vita, 120 mila aziende del settore terziario sono state costrette a chiudere, sono aumentati i fallimenti del 127%. La Confesercenti ha calcolato che solo nel 2007 sono stati costretti a chiudere 60 mila negozi.

Non parliamo della spesa pubblica che nel 2009 era al 51,7% del Pil. L’aggiornamento del Patto di stabilità  considera ancora prioritari i tagli alle partite correnti.

Ma in questo settore tagli se ne vedono pochi. Silvio Berlusconi, invece, decide di aumentarla e nomina Bertolaso ministro.

Insomma, se tutto va bene siamo rovinati.  La crisi regala ai disoccupati italiani un contratto di non lavoro  a tempo indeterminato. Tremonti si sveglia e dice :<<Le regole tecniche sono inutili  dannose. La politica prende forma nei trattati. Non bastano i convegni servono i Parlamenti>>.

Le decisioni sula crisi, quindi, spettano alla politica. Bene, il Governo di cui Tremonti fa parte in tutti questi mesi era altrove, mentre il Pil veniva decapitato dalla ghigliottina di una recessione  che è stata ignorata dall’ottimismo fuori luogo del presidente del Consiglio.

Nicola Vacca

Commenti

9 Risposte a “La crisi è più pesante del previsto”
  1. Dionisio scrive:

    Mi pare esagerato prendersela con Berlusconi perché la crisi si sta rivelando peggiore del previsto. Direi più esatto rilevare che la responsabilità della perdita dei moltissimi posti di lavoro a cui assistiamo sia da attribuire a quegli imprenditori che hanno chiesto (e avuto) gli aiuti dello Stato per affrontare notevolmente rafforzati gli effetti della crisi economica e ora spostano le loro fabbriche o manifatture in paesi dove le maestranze costano loro molto meno che in Italia (l’esempio della Fiat è quello che abbiamo sott’occhio, ma il processo è in atto da anni nel nostro paese). Certo, ci aspettiamo almeno che il governo chieda la restituzione degli incentivi elargiti a questi signori che lasciano sul lastrico senza farsi alcun scrupolo i nostri operai.

  2. Claudio Papini scrive:

    Non credo che sia Tremonti sia Berlusconi si illudessero che la crisi si sarebbe risolta con grande facilità (mi pare che nessuna delle grandi crisi, a partire da quelle del XIX secolo, si sia risolta in breve tempo). L’ottimismo “berlusconiano” ha costituito uno scudo di legittima difesa contro il solito catastrofismo di coloro che hanno perso sonoramente le elezioni. D’altra parte con il catastrofismo ambientale da cui siano perseguitati da vent’anni a questa parte si doveva comunque mettere in campo qualche forma di controtendenza, per salvaguardarsi politicamente. Continuo a condividere la linea politica del governo. Credo tuttavia che sarebbe meglio mettere molto più esplicitamente le carte in piazza circa i limiti di manovra che chi governa l’Italia oggi (l’ha governata nel passato prossimo e la governerà nell’avvenire) dovrà suo malgrado sopportare. Abbiamo un debito pubblico che è doppio rispetto a quello inglese. Continuiamo a scontare le follie economiche dei decenni precedenti, i cui risultati consolidati non si possono ovviare. Un segnale l’abbiamo avuto con il passaggio all’euro dove la stima di 1936, 27 lire per un’unità della nuova valuta nel giro di pochissimo tempo le ha ridotte a mille soltanto (quanto a potere d’acquisto). Questo rivela limiti strutturali della nostra economia ad un punto tale che la crisi originatasi negli U.S.A. come si trascina da loro, infierisce anche da noi per le restrizioni che il minor consumo genera sulla produzione. Il problema del deficit di bilancio impedisce un forte sostegno al consumo e restringe la produzione delle aziende. D’altra parte stando le cose nei termini detti, avendo bisogno di un gettito fiscale costante, non si può alleviare il livello delle imposte. E’ una situazione complessa e difficile da cui non è tanto facile uscire, anche perché gli incrementi rilevati nella produzione sono modesti e non è ben chiaro se costanti.

  3. Paolo Bottazzi scrive:

    @Nicola : analisi un semplicistica non ti pare ?? Magari bastase cambiar governo e non fare ministro Bertolaso per risolvere i problemi della crisi …

  4. Dionisio scrive:

    A parte il fatto che Bertolaso ha operato benissimo ovunque sia andato e non si vede perché non affidare a lui un settore del governo del paese. Per esempio, quello dell’inconsistente signora che governa l’Ambiente, la Prestigiacomo (dove ci sarebbe da fare un lavoro enorme, visto lo stato disastrato del nostro territorio dacché abbiamo deciso, da italioti imprevidenti quali siamo, di costringere il nostro mondo contadino ad un ripiegamento dal territorio sempre più accentuato, origine del degrado territoriale, e relativi, ricorrenti disastri a cui assistiamo).

  5. Dionisio scrive:

    Ho già espresso la mia opinione a proposito delle vicende Fiat di questi giorni, ma dopo quanto ha avuto la faccia tosta di dichiarare Montezemolo, cioè che la Fiat non ha avuto un euro dal denaro pubblico (cioè il denaro che noi versiamo in tasse allo Stato), verrebbe da chiedere al popolo italiano (da anni chiamato a pagare gli errori e gli insuccessi della Fiat, che in cambio ha riempito il nostro Paese di quelle scatole di latta che hanno solo contribuito ad alterarne la fisionomia e la bellezza), a quale castigo condannereste il signor Montezemolo e tutti i signori della famiglia Fiat per la loro ingratitudine e la loro impudenza e il loro cinismo?

  6. nicola vacca scrive:

    Caro Paolo,
    non è questo il problema.E nel mio pezzo non ipotizzo alcun cambio di governo.
    Sulla crisi il nostro presidente ancora sostiene, vedi le recenti dichiarazioni oggi sui giornali, che il suo governo ha fatto bene.Lui è un uomo di convinzione, noi se, permetti,abbiamo qualche piccolo dubbio.

  7. Elisa Serafini scrive:

    Ma come e quanto doveva intervenire il governo piu’ di quanto gia’ non avesse fatto? Ovviamente esistono diverse posizioni in merito a questo argomento, ma io continuo a pensare, che l’ingerenza dello stato nell’economia il piu’ delle volte ha distorto i mercati, falsato la concorrenza, e creato crisi. proprio come e’ nata quella di cui parliamo ora, causata da manovre politiche sull’economia (mutui in particolare) volute dal democratico Clinton all’urlo di “Tutti devono avere una casa”.

    Certo, per ridurre i danni al minimo bisogna elaborare una strategia, ma di sicuro assumere o licenziare un ministro non crea grossi nuovi margini di spesa.
    Una risposta (e non una soluzione) alla crisi e all’elevata disoccupazione sarebbe stata e potrebbe tutt’ora essere una riforma del sistema del lavoro, con maggiore flessibilita’ e minore tassazione sui contratti. Ma sappiamo che chi ha imboccato questa strada, e’ stato ammazzato dietro l’angolo di casa.

  8. Enrico Bovone scrive:

    Buongiorno a tutti,

    Credo che si sia perso di vista lo scopo della politica: governare un Paese significa risolvere i problemi, trovare soluzioni.
    E in questo il governo ha dato linee precise: le grandi opere, il nucleare e l’indotto delle infrastruttureri rilanceranno il motore delle imprese e dell’intera economia.
    Le piccole – medie aziende rimaste in piedi dalla crisi saranno le migliori come è giusto che sia nel libero mercato.
    I disoccupati verranno riassorbiti in tempi più o meno lunghi in base alla loro competenza.
    Le multinazionali (compresa la Fiat) sposteranno la produzione, come hanno sempre fatto, in base alle agevolazioni e agli incentivi dei Paesi che le ospiteranno.
    Una precisazione.
    La riforma del lavoro esiste già e se le imprese non utilizzano sufficientemente i contratti flessibili le cause sono molteplici.
    Ad esempio per le piccole imprese esiste una scarsa propensione all’assumere persone nuove e al rischio che ne comporta.
    Spesso datori di lavoro richiedono al lavoratore un impegno da lavoro fisso ma con condizioni flessibili il che porta ad una disaffezione verso il luogo lavorativo e di conseguenza uno scarso rendimento ed infine al licenziamento (o alle dimissioni).

  9. Giulio Gennaro scrive:

    belìn che analisi, attendiamo il Pulitzer fiduciosi!
    BTW: ma l’autore di cotanta fatica letteraria è mai stato all’estero? Perchè se è vero cha la crisi picchia anche in Italia, io vedo che altro picchia molto più duro, e con il nostro debito pubblico non è che il governo (qualunque governo, non necessariamente questo) possa fare deficit spending come se piovesse (governo ladro!). Confesso che trovo gli articoli di Nicola Vacca delle gran vaccate (pun not intended). Saluti da Tuzla, Turchia, dove dei 55 cantieri navali (della sola Tuzla, si badi bene) non uno è un acque tranquille.

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