Nietzsche e Wittgenstein cattivi maestri?

febbraio 4, 2010 da Redazione  
Capitolo Letteratura

E’ giusto affermare con Ludovico Wittgenstein che il linguaggio sia in ultima analisi uno strumento pratico; sarebbe altrettanto però dire, per esempio, che in ultima analisi tutti gli uomini sono egoisti. Ciò serve solo, retoricamente, a giustificare la distruzione del linguaggio medesimo. Wittgenstein, in effetti, spiana la strada a tutta una serie di filosofie tra le quali è da segnalare la non-filosofia del “postmoderno”.

Ci vuole un grande artificio per ridurre il linguaggio ad una funzione pratica, occorre abbassare molto, fare un grosso salto; il salto è sì quantitativo, essendo già una buona percentuale del linguaggio vistosamente pratica, e quindi non facendo altro, Wittgenstein, che rivelare il resto, da cui un’operazione quantitativa di aumento di quel valore (o disvalore) della praticità; ma, per il verso di tale effetto suddetto, di apertura di una nuova filosofia, è qualitativo: l’artificio usato da Wittgenstein permette codesta nuova visione del postmodernismo.

Wittgenstein è per cui perdutamente nichilista nel suo ultimo lavoro “Ricerche filosofiche”.

Ora, ci sorprende sì constatare come molte persone nell’attuale società, ed in particolare giovani persone, utilizzino il linguaggio solamente per il fine pratico che esso consente (che è in genere: dare le coordinate di un appuntamento, esprimere il proprio assenso o dissenso oppure volontà); ma quanto è ottuso venire a giustificarlo usando quel totem protettivo di Wittgenstein! Noi non crediamo che sia così, perché la nostra fede nel linguaggio (prettamente della lingua qui si parla) è diversa. Eppure, Wittgenstein pare avere vinto e convinto ciascheduno.

C’è un altro grande amato dai giovani d’oggi, Federico Nietzsche, che “ci pesa come un macigno” (la citazione è di un nostro amico). Egli vede il mondo secondo la prospettiva delle volontà di potenza. Egli giustifica l’arrivismo, semplicemente, così come in passato egli ha giustificato le guerre, plasmando buona parte del secolo che aveva inizio con la sua morte. Ma non finisce qui: il suo rifiuto di ogni metafisica religiosa od estetica, come tutti sanno, gli comporta la creazione di una metafisica di supporto (il visionario, il martellatore, lo Zarathustra, l’ancestrale, lo storico, l’atemporale, l’esotico, il mitico: che riconducono ad una sua propria religione; il frammento, il ciclo, la sententia, la tassonometria, etc., che riconducono ad una sua propria estetica). La sua intelligenza è limitata qui, che egli non riconosce di operare una distruzione in nome di una ideologia analoga alla vecchia, sebbene più pericolosa la sua poiché permeata da un’aspirazione demiurgica (en passant è una ideologia orientaleggiante che il Nietzsche oppone allo schema dell’Occidente). La sua mancanza di garbo e di profondità (egli ha piuttosto l’acutezza) lo portano a dimenarsi sui territori di qualcosa di ineffabile che diviene vera e propria favola, fuga dal mondo con l’uscita dagli spazi e dai tempi consoni, ma in un senso prevalentemente narrativo più che etico o logico. La pazzia è la concretizzazione artistica di questo suo credo, che svela la natura retorica del linguaggio da lui usato.

Notiamo che noi possiamo permetterci queste osservazioni perché culturalmente ci troviamo ormai fuori del suo percorso.

Non è ancora così evidente per molti giovani, che, seppure debolmente come ai giovani d’oggi è proprio, prendono alla lettera Wittgenstein il quale afferma retoricamente che il linguaggio ha la funzione pratica, e Nietzsche, che depenalizza guerra e ambizione e rifiuta falsamente religioni ed estetismi, per somministrarci una pozione letale di cultura spicciola decadente, pseudo-rifiuto dei valori e volgarità del linguaggio. Ma ciò in realtà funziona solo nella misura in cui gli adulti li prendono sul serio.

Simone Fresia

Commenti

5 Risposte a “Nietzsche e Wittgenstein cattivi maestri?”
  1. Dionisio scrive:

    Ottimi argomenti, Simone, complimenti. E’ necessario sfatare il mito di questi (pur abili e dotati sul piano della dialettica comunicativa) seminatori di confusione e di non senso (cioè, alla fin fine, di propugnatori del nulla per attrarre le coscienze nel baratro del nichilismo); soprattutto per preservare la gioventù, facile preda di chi predica al vento in momenti storici di grande confusione culturale come il nostro.

  2. Simone scrive:

    Ti ringrazio; il problema dei valori è complesso in particolare per quanto riguarda la sua connessione con la felicità dell’uomo.

  3. piero vassallo scrive:

    in questi giorni scopro (per puro caso e con piacevole sopresa – grazie a zunino e a gregorini) che in questa desolata città opera un ceto di ben pensanti piùnumeroso di quello conosciuto – mi dispiace tuttavia che i ben pensanti spesso non abbiano tra loro collegamento – la loro voce spesso si leva da solitudini e da margini, mentre i devastatori delle menti si esprimono in cori che hanno alta risonanza mediatica (il secolo XIX, giornale che io non voglio toccare neppure con un palo, e reopubblica idem c.s.) – ultimamente anche il secolo d’italia (giornale che – direttore giano accame – condusse memorabili battaglie contro il nichilismo) si è appiattito sul pensiero unico – frutto di tale appiattimento è la candidatura dell’inaccettabile polverini, squallida ripetitrice delle sinfoniette radical-chic – se i ben pensanti (termine cui ovviamente va attribuito un valore altamente positivo, visto che i non-ben-pensanti si collocano fuori dal solco della razionalità) si organizzassero il delirio (in atto anche a destra, purtroppo) incontyrerebbe una seria resistenza – invece… – ma non è detta l’ultima parola

  4. Dionisio scrive:

    Uno di questi è Simone Fresia, vero Piero? Anch’io l’ho scoperto con grande piacere.

  5. Simone scrive:

    Pur entrato da poco, sorprende pure me di trovare tale assonanza e proprio nella mia Regione, rendendomi questa rivista una casa per le esigenze dello spirito. E questo sia detto oltre il piacere di potere imparare da professionisti della cultura (mi si perdoni la definizione che va intesa in senso positivo).

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