Italia in coda per libertà economica

marzo 4, 2010 da Redazione  
Capitolo Economia

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L’Istituto Bruno Leoni di Milano ha presentato di recente il «2010 Index of Economic Freedom», pubblicazione della Heritage Foundation e del Wall Street Journal. La libertà economica è misurata sulla base di 10 indicatori che riguardano impresa, commercio internazionale, moneta e finanza, fisco, governo, lavoro, diritti di proprietà e corruzione. L’Indice, che copre 179 Paesi, può variare da 100 a 0 e viene calcolato per ciascuno dei settori sopra indicati e come valore medio. Nel 2009 Hong Kong ha ottenuto per la sedicesima volta consecutiva la posizione più elevata, con un indice complessivo di poco inferiore a 90, seguita da Singapore, Australia e Nuova Zelanda. Le economie europee più libere sono quelle di Irlanda e Svizzera, che occupano il quinto e sesto posto, appena davanti a Canada e Stati Uniti. La prima grande economia europea che si incontra nella classifica è il Regno Unito, che occupa l’undicesima posizione, mentre la Germania è al 23esimo posto. Non sorprendentemente bisogna scendere ancora di molto nella classifica, passando, ad esempio, Armenia, Albania, Giamaica, per trovare al 74esimo posto l’Italia. Il fondo della classifica è occupato da quel (poco) che resta delle economie comuniste: Cuba e Corea del Nord.

Innanzitutto evidente è la correlazione tra un più elevato indice delle libertà economiche e il Pil pro-capite. La correlazione positiva si manifesta a tutti i livelli di reddito pro-capite, ma è più forte quando il reddito è più elevato. Cosa significa? Che le libertà economiche sono un fattore necessario ma complementare dello sviluppo nelle sue fasi iniziali, poi diventano essenziali man mano il reddito cresce. Molto ci si interroga in questi anni circa il debole tasso di crescita dell’Europa, gli indici della Heritage Foundation suggeriscono che a contenere il nostro tasso di crescita è conseguenza di uno Stato troppo vorace, in termini di entrate e troppo presente nell’economia, di un mercato del lavoro troppo regolamentato, di prezzi distorti per via di interventi statali o della stessa Ue. Una seconda relazione è tra libertà economiche e sviluppo umano. Risulta positiva e significativa la correlazione tra le libertà economiche e l’indicatore dello sviluppo umano dell’Onu. Un indicatore più complesso rispetto al Pil pro-capite, in quanto include speranza di vita e salute degli individui. Il Rapporto 2010 analizza la risposta di vari Paesi alla crisi economica. Molti hanno continuato a promuovere le libertà economiche, altri non lo hanno fatto, anzi le varie forme in intervento statale nell’economia si sono tradotta in un generale abbassamento del grado di libertà economica. Soprattutto nelle economie Ocse si è assistito ad un aumento della spesa pubblica.

Lo stimolo fiscale, tuttavia, non ha avuto alcun impatto né sulla crescita né sull’occupazione. L’Italia, come visto, occupa un posto basso della classifica, ma vi è di positivo il fatto che si è registrato nell’ultimo anno un aumento dell’indicatore. Quali sono i punti di eccellenza e di debolezza delle libertà economiche nostrane? Innanzitutto la libertà commerciale, che si colloca a 87,5. Riguarda l’apertura del Paese al commercio estero. In realtà questo risultato è il frutto delle politiche commerciali dell’Ue. Il valore di questo indicatore è il medesimo per i Ventisette. Segue la libertà di investimenti, anche in questo caso gli elementi positivi derivano dal fatto di appartenere al grande mercato unico, mentre quelli negativi inglobano la lentezza della giustizia, la burocrazia, le infrastrutture; comunque con un livello di 75 siamo ben oltre la media mondiale. La libertà monetaria, che si sintetizza nella bassa inflazione, è anche essa su un buon livello, frutto della nostra partecipazione all’euro. Molto meno bene vanno le cose su quegli aspetti, a partire dal fisco per continuare con il mercato del lavoro, dove le politiche europee sono più blande. In definitiva godiamo di libertà economiche indotte, frutto dell’Europa, piuttosto che di nostre deliberate politiche. Una remora allo sviluppo del Paese che andrebbe rimossa con riforme troppe volte sbandierate, ma troppo spesso non fatte.

MARIO BOZZI SENTIERI

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