L’antico simbolismo del vino

A lui spetta di iniziare al tiaso con i cori, di unire al flauto lo scoppio delle risa, di dissipare i dolori, quando nel grappolo il ganos appare nei festini solenni e quando nei banchetti dove ci si orna di edera il cratere vi circonda col vapore del sonno…Il dio figlio di Zeus gode dei banchetti festivi, ama la Pace madre dell’abbondanza, la dea nutrice dei giovani. Egli dona sia al ricco, sia al miserabile la gioia del vino che ignora il dolore. Egli dona chi disdegna, alla luce del giorno, come all’ombra dell’amabile notte, di godere la vita.
Con queste parole Euripide, nelle Baccanti (vv. 417 ss), celebra Dioniso, ribadendone il collegamento con il vino, l’ebbrezza e la gioia della vita, aprendo al contempo ad una molteplicità di significati simbolici che permettono all’uomo tradizionale di andare al di là della materialità profana.
Dioniso, il dio straniero, è da sempre connesso con il vino, vero e proprio sangue della vita in cui il fuoco si è congiunto con l’elemento umido, capace di produrre nell’anima umana effetti sia esaltanti che terrificanti, testimonia la capacità del divino di dispiegarsi anche nella vita vegetale: il termine ganos, che non ha equivalenti in italiano, ci collega con l’idea di splendore e di scintillamento, di alimento succoso e di gioia.
Ecco, allora, che il banchetto, il simposio, diventa un qualcosa di più si un semplice ritrovo fra amici: è un atto religioso, un festino per gli dèi, comprendente intermezzi liturgici sotto forma di canti e libagioni, con i convitati incoronati come per un sacrificio.
Se ci allontanassimo dal mondo greco per addentrarci in quello semitico, il risultato non cambierebbe: nel mondo ebraico il vino segno e simbolo di gioia (Cant. 2,4; Salm. 104,15; Eccl. 9,7) e, più in generale, simboleggia tutti i doni che Dio, nella Sua misericordia, fa all’uomo (Gen. 27,28).
Ma attorno al popolo ebraico, il vino lo ritroviamo come bevanda degli dèi delle popolazioni vicine ad Israele (Deut. 32, 37) e questo comporta, da un lato, che alcune volte ne sia stato proibito l’uso al fine di distinguersi dai politeisti, dall’altro che il vino, proprio grazie al fatto di avere un valore sacro, sia entrato nel sacrificio e nel culto: “Ecco quello che offrirai sull’altare: due agnelli di un anno ogni giorno, in perpetuo. Offrirai un agnello la mattina e l’altro la sera. Col primo agnello offrirai la decima parte di efa di fior di farina, intrisa di un quarto di hin di vino” (Es. 29, 38-40).
Da una parte, quindi, per il popolo ebraico c’è la preoccupazione di non cadere vittima del lato oscuro della bevanda (ecco il divieto di ubriacarsi), dall’altra la consapevolezza del suo aspetto rituale, in quanto connesso ad una vera e propria trasformazione spirituale correlata ad un elemento vitale: la stessa connessione col fuoco e col sangue, già vista nel rito dionisiaco.
Nel rito cattolico dell’Eucarestia, del resto, l’espressione del Vangelo di Marco (14,24) “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza…” allude chiaramente al sacrificio sanguinoso descritto in Es. 24,8. L’accostamento vino-sangue è sancito dalla considerazione secondo la quale il vino è il sangue del grappolo d’uva (Gen. 49,11; Deut. 32, 14) e per questo, dopo l’esilio, il vino sostituirà il sangue nei sacrifici: simbolo di immortalità, una vigna d’oro sarebbe stata introdotta da Erode all’interno del Tempio di Gerusalemmte (Gius. Flav., Ant. giud. 15, 393).
Simbolo di immortalità e di forza, il vino –o le analoghe bevande inebrianti- lo ritroviamo in rapporto col simbolismo solare e col vigore ad esso connesso: ecco, allora, il raki delle sette sciite dell’Anatolia, che prende il nome di “latte di leone” (e il leone è non a caso simbolo dell’Imâm Ali) e il fatto che, nell’esoterismo bekhtashy, un unico termine, “dem”, che traduce il “soffio vitale”, il “tempo” e il “vino”.
Analogamente al mondo ebraico, nella tradizione islamica, ferma restando la proibizione essoterica nei confronti dell’uso del vino, la bevanda diviene così, nell’aspetto esoterico, simbolo di unione con la divinità, di trasformazione e di immortalità: “O cammelliere, guarda ai cammelli! Da un capo all’altro della carovana sono ebbri, ebbro il padrone, ebbra la guida, ebbri gli estranei, ebbri gli amici! O giardiniere! Il Tuono fa da menestrello, la Nube da coppiere, e ormai è ebbro il giardino, ebbro il prato, ebbro il bocciolo, ebbra la spina. Fin quando te ne starai a girare, o cielo? Guada al girare degli elementi: ebbra l’Acqua, ebbra l’Aria, ebbra la Terra, ebbro il Fuoco! Così si presentan le forme, quanto all’intimo senso non chieder neppure: ebbro è lo Spirito, ebbra la Mente, ebbra la Fantasia, ebbri i Cuori! E tu, o tiranno, lascia la tua crudele superbia, fatti terreno e vedrai la polvere tutta, atomo ad atomo, ebbra di Dio sublime Creatore.” (Rumi, Poesie mistiche).
GLAUCO BERRETTONI






