“The hurt locker”, cinema allo stato puro

marzo 9, 2010 da Redazione  
Capitolo Cinema e Televisione

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Stupisce che gli stupiti si stupiscano. Chi aveva visto il film a Venezia o in sala (pochi) aveva apprezzato la potenza dell’opera (tutti tra i pochi). Di fronte alla baracconata avatariana dell’ex camionista, tecnico FX e marito James Cameron, la regista Kathryn Bigelow partiva decisamente svantaggiata: zero incassi al botteghino, immagini crude e sconvenienti, tema scottante, realismo senza remore. Dall’altra parte le mirabolanti fesserie del pianeta Pandora, tra marines handicappati e alieni caudati, luoghi comuni fantascientifici e rumori assordanti in 3D (notare la sinestesia, quanto mai calzante nel caso del filmaccio cameroniano).  Ebbene ha vinto lei, ben sei Oscar, la bella cinquantenne con le palline sotto, già autrice di lavori adrenalici come “Blue steel” e “Strange days”. “The hurt locker” è indubbiamente un capolavoro, non si discute. Asciutto e  velenoso come la guerra irachena che descrive, narra le gesta poco patriottiche ma molto politiche di un nucleo speciale degli artificieri dei marines a Baghdad.  Non c’è un attimo di tregua nella feroce progressione degli eventi, i personaggi si muovono sul teatro di guerra come robot combattenti, posseduti dall’adrenalina dello scontro; talvolta indifferenti alla propria sorte,  oppure, al contrario, disperatamente aggrappati alla vita, presi come sono dalla malattia della tensione, dall’orgia del sangue. Non c’è pietà nei loro occhi, se mai un solido cameratismo utile a difendersi. Mirabile il tratteggio del protagonista, il carismatico Jeremy Renner, capace di raccontare con grande equilibrio l’amore sconsiderato per il rischio. Ma nel film tutto funziona a meraviglia e nell’insieme ci si avvicina alla perfezione. C’è da chiedersi come mai proprio una donna sia giunta per la prima volta a smascherare il volto profondo della guerra, laddove tanti registi uomini hanno fallito. Prima di lei ci avevano infatti provato i Kubrick, i Coppola, i Cimino, gli Stone, gli Scott e ogni film era caduto nelle retoriche più svariate: quella del dolore, quella della crudeltà, dell’eroismo, dell’ideologia pacifista. La Bigelow no, lei si attiene, lei si limita a descrivere senza sottrarsi alla verità: gli uomini (il genere umano) può amare la guerra e riesce a trovare in essa motivazioni fuori dalle regole. La violenza si può fare vizio e anche abitudine, certo, ma sovente è libidine.  Smitizza, Kathryn, e desume al contempo, con le sue riprese glaciali, frenetiche, le atmosfere nude, i paesaggi muti, i volti coperti di sabbia e sudore. Una partitura visivo-narrativa degna di un Edgar Varèse, un soliloquio nel buio. Senza effetti speciali ridondanti, senza grafiche ipercolorate inutili, senza vezzi registici. Riconciliazione con il cinema allo stato puro. Brava Bigelow.

MAURIZIO GREGORINI

Commenti

Una Risposta a ““The hurt locker”, cinema allo stato puro”
  1. romain scrive:

    ho avuto la fortuna di vedere The Hurt Locker subito dopo l’Oscar l’altro ieri sera su Sky, senza nemmeno scomodarmi a uscire di casa: evidentemente dopo che il film era stato snobbato alla Mostra di Venezia mi pare l’anno scorso (e non poteva essere altrimenti) il film è andato insieme a quelli di seconda e terza visione. Felix culpa, per me. I miei timori all’inizio erano tanti: film pacifista? film antiamericano o anti-Bush? nulla di tutto questo, solo realismo, efficacia, e giusto un tantino di sano patriottismo, ma poco. L’unico dubbio: the Hurt Locker si potrebbe tradurre in italiano con un terribile Armadietto a chiavi danneggiato?

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