Stavolta la ricreazione è veramente finita

giugno 30, 2010 da Redazione  
Capitolo Economia

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L’Italia ha avuto la buona sorte d’aver attraversato, senza traumi eccessivamente pesanti, la fase critica della più difficile crisi recessiva dal 1929 in poi. La misura del debito pubblico lasciava presagire grosse difficoltà. I tesissimi rapporti tra maggioranza ed opposizione non aiutavano a compattare il Paese. Non era avvertita da tutti l’opportunità dell’impegno congiunto, per favorire un clima di fiducia, come accade nelle democrazie più consolidate e tra contendenti politici più responsabili. Per l’interesse generale, maggioranza ed opposizione avrebbero dovuto concorrere insieme a superare l’emergenza. Ma non è stato così!

La sinistra uscita sconfitta dalle elezioni della primavera del 2008, dopo l’apparente disponibilità al confronto annunciata da Veltroni, già in campagna elettorale, sulla spinta di Di Pietro, aveva ripreso il vecchio atteggiamento della delegittimazione sistematica dell’avversario politico, ed aveva  rispolverato quell’antiberlusconismo che Veltroni aveva detto, invece, di  voler riporre in soffitta. Già dai primi passi della crisi, la maggioranza trovava un’opposizione impegnata solo a sbarrarle la strada. Gestire una crisi, mentre l’opposizione aizza il Paese, non è facile. Franceschini succeduto a Veltroni, arresosi dinanzi alle deludenti prove elettorali ed all’incapacità di compattare il partito, gridava alla catastrofe e accusava Tremonti e Berlusconi di voler nascondere la crisi. Di fatto il nuovo leader PD proseguiva sulla linea della sudditanza all’iniziativa sfascista di Di Pietro.

Se il governo, pertanto, tranquillizzava il paese asserendo la sua costante attenzione, ed impegnandosi a prendere tutte le iniziative sostenibili per le imprese e le famiglie, l’opposizione, Di Pietro e la Cgil annunciavano catastrofi ed alimentavano le inquietudini nel Paese. Un’azione poco commendevole e poco costruttiva che, invece di lenirle, accentuava le preoccupazioni e la sfiducia.

La crisi in Italia non ha colpito le banche. Non c’è stato il panico dei risparmiatori ed il pericolo di fallimento degli Istituti di Credito e la corsa a ritirare i risparmi. Le banche italiane non avevano i portafogli ammorbati dai titoli derivati che diventavano carta straccia senza valore. Non c’era nessuna ragione di allarmismo, se non la dovuta attenzione per il calo dei mercati dovuto al calo globale della domanda. La crisi italiana ha colpito gli investimenti, ha colpito i consumi, ha colpito l’occupazione, ha colpito il fatturato del Paese, rendendo più critici tutti gli indicatori che si rapportano con il Prodotto Interno Lordo.

Mentre Berlusconi sosteneva “non lasceremo indietro nessuno”, Franceschini annunciava una voragine entro la quale sarebbero cadute imprese e famiglie, attribuendone la responsabilità al Governo per la sottovalutazione della crisi. Ed era lo stesso Franceschini che chiedeva, invece, l’adozione di misure insostenibili, date le note difficoltà dei nostri conti, come il salario garantito a tutti. Misure che avrebbero fatto ritrovare l’Italia nella stessa morsa della Grecia: con il debito pubblico fuori controllo.

Le ricette demagogiche non aiutano a diffondere tranquillità e fiducia. Vengono  invece sfruttate per trasformare gli abusi in diritti, come si è visto con i falsi invalidi. Le conseguenze in Italia sarebbero state le stesse del paese balcanico: l’assalto della speculazione, il declassamento della solvibilità, l’aumento dei costi di collocamento del debito pubblico e la necessità di misure drastiche di  riduzione della spesa imposte dalla Commissione Europea. Per dirla in breve: se non un fallimento, un’amministrazione controllata.

Mentre la fase recessiva, con i primi aumenti del Pil, con le previsioni di crescita dell’1,2% nel 2010 e dell’1,6% stimato per il 2011, si allontana, l’Italia, come tutti gli altri stati europei, per contenere il debito pubblico, origine della recente speculazione sull’Euro, ha predisposto una manovra finanziaria di tagli per circa 25 miliardi di Euro in tre anni. Una manovra poco coraggiosa, ma appena necessaria per tenere sotto controllo il debito pubblico. Altri paesi come la Spagna, la Grecia, la Germania, l’Inghilterra sono andati più a fondo coi tagli. In Italia c’è una sollevazione generale che parte dalle opposizioni e si diffonde nel sindacato post comunista, tra i magistrati, nel pubblico impiego, nelle regioni.

E’ appena uscita una relazione molto severa della Corte dei Conti sugli sprechi negli enti locali. Nella manovra ci sono tagli anche in presenza di situazioni difficili. Si pensi al Lazio, alla Calabria, alla Campania, ad esempio, uscite da amministrazione spendaccione. Occorreranno provvedimenti. Se sarà il caso sarebbe anche giusto chiamare a risponderne i responsabili.

La manovra non si tocca, però. Deve risultare chiaro che la ricreazione in Italia è finita.

VITO SCHEPISI

Commenti

Una Risposta a “Stavolta la ricreazione è veramente finita”
  1. Claudio Papini scrive:

    E’ noto che con l’espressione “la ricreazione è finita!” il generale-presidente francese Charles De Gaulle, alludeva nel 1969 alla fine dell’esuberanza studentesca nell’ambito del movimento del “maggio” dell’anno precedente. Da noi il movimento con tutti i protagonisti fu molto più catastrofico sotto diversi profili. A cominciare dal 1974 cominciò il terremoto ora lieve ora pesante nell’ambito della spesa pubblica (autorizzazione a spendere senza la necessaria copertura). Questa sistemazione, alla lunga esiziale, ha creato localmente e centralmente una mentalità spendacciona che ha alimentato rendite locali inossidabili. Riuscirà la ricreazione a finire? C’è da dubitarne, nonostante l’indubbio pericolo segnalato. La sistemazione politica negli ultimi decenni si è sclerotizzata ad un punto tale, che per liquefarla occorrerà un’opera diuturna per qualche decennio. Se il centrodestra riuscirà a resistere per altre due legislature al governo, forse sarà possibile, altrimenti verrà innestata la retromarcia. Ci sono localmente (il che vuol dire anche centralmente per quanto riguarda Roma) delle rendite che se sconfitte faranno precipitare clientele affastellate e incrociate con conseguenti agitazioni popolari. Spezzare le clientele dei vari “Cacicchi” locali comporta uno stravolgimento politico epocale e sarà una lotta perpetua (ammesso che la si voglia condurre). Il centro-presidenzialista andrebbe rinforzato senza strangolare il decentramento-federalista ma a questo punto sorgeranno altre questioni capaci di suscitare conflitti. Si tratta di una battaglia esaltante ma difficile. Un po’ come quella contro le organizzazioni criminali (sebbene le colpe locali non siano nella maggior parte dei casi della portata di quelle anche se l’incrociarsi dell’illegalità qua e là genera un discreto sodalizio incivile).

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