Lo sciamanesimo
luglio 21, 2010 da Redazione
Capitolo Letteratura

Con il termine sciamanesimo intendiamo un complesso di tecniche estatiche che, all’interno di una cosmologia ed una psicologia estremamente complesse, permettono la comunicazione fra i “mondi” ed il contatto con il “sacro” allo scopo di aiutare l’individuo o la comunità.
In realtà, oltre ad essere divisi sul valore o meno di “religione” nel caso dello sciamanesimo, gli studiosi sono anche divisi sull’origine del termine: fermo restando che il vocabolo “sciamano” deriva dal mangio-tunguso “saman-shaman” che indica “colui che sa” (analogamente al similare “toltos” ungherese), da una parte vi è chi lo fa risalire al sanscrito “cṥaramana” e al pali “samana” (termini indicanti la figura del monaco-mendicante) supponendo che siano stati i Cinesi ad introdurlo presso i tungusi, dall’altra, invece, vi è chi insiste sulla similitudine fra la radice tungusa “sam-sham” con il turco “qam”, termine con il quale gli indigeni turcofoni della Siberia indicano colui che possiede le tecniche specifiche di comunicare con il sovrannaturale.
In ogni caso, al di là della disquisizione filologica, nell’ambito della storia delle religioni indica un fenomeno religioso che interessa prevalentemente i territori della Siberia e dell’Eurasia Settentrionale, dell’Asia Centrale ma anche, con modalità differenti, l’America Settentrionale e Meridionale e l’Oceania.
Centrale, nel fenomeno sciamanico di ogni latitudine, la figura del “professionista” che, scelto dagli dèi per svolgere tale compito, è in grado di comunicare con il Sacro e di guarire le malattie grazie alla sua capacità di muoversi lungo il cosiddetto pilastro del mondo.
Ancor oggi, in lingua italiana, rimane fondamentale per comprendere a grandi linee il fenomeno sciamanico il voluminoso testo di Mircea Eliade Lo Sciamanesimo e le tecniche dell’estasi (ed. Mediterranee): in esso, lo studioso romeno mette in evidenza come sia centrale la concezione cosmologica dell’esistenza di tre zone cosmiche -Cielo, Terra, Inferi – in comunicazione fra di loro grazie ad un “asse centrale” che permette agli dèi di scendere sulla terra, ai morti di andare nelle regioni sotterranee ed allo sciamano di innalzarsi in volo o intraprendere un viaggio celeste o infero (cfr. p. 283).
Se il passaggio fra i mondi, al tempo perfetto delle origini era cosa normale, nell’attuale epoca decadente può essere intrapreso solo da particolari individui che, non per loro decisione, ma in quanto “chiamati” posseggono le necessarie tecniche estatiche: gli sciamani.
E poiché in una visione tradizionale deve esserci una corrispondenza fra macro e microcosmo, ecco che i Turco-tatari concepiscono il Cielo come una Tenda: la Via Lattea ne è la cucitura e le stelle i buchi per far passare la luce; analogamente, per gli Yakuti le stelle sono le finestre del mondo, aperture create appositamente per l’areazione delle varie zone del Cielo e per permettere la comunicazione fra i mondi.
La Tenda Celeste è sorretta dalla Stella Polare, che ne diviene il “palo centrale”: ecco allora che i Samoiedi la chiamano “il Chiodo del Cielo”, i Ciukci ed i Coriachi “la stella-Chiodo” e analoghe definizioni le troviamo fra i Lapponi, i Finni e gli Estoni (cfr. ibid., p. 285).
Anche le popolazioni Turco.Altaiche concepiscono la Stella Polare come un Axis Mundi: per Mongoli, Calmucchi e Buriati è il “Pilastro d’Oro”, per Kirghisi, Bashkiri e Tatari siberiani è il “Pilastro di Ferro”, mentre per i Teleuti è il “Pilastro solare”.
Tale pilastro viene simbolicamente riprodotto nel simbolismo della tenda e della yurta: per gli Eschimesi, il Pilastro del Cielo coincide simbolicamente -e quindi realmente!- con il pilastro centrale che regge la loro abitazione e allo stesso modo è concepito il palo della tenda dai Tatari altaici, dai Buriati e dai Soioti: quest’ultimi, addirittura, lo ornano di stracci azzurri, bianchi e gialli che rappresentano le varie regioni celesti.
In quanto strumento di comunicazione con il sovrannaturale, il palo della tenda è sacro: ecco, allora, l’usanza –troppe volte fraintesa da etnologi modernisti!- di un altare di pietra vicino ad esso su cui deporre le offerte. Non si tratta in alcun caso di una divinizzazione del palo ma, invece, di interpretarlo simbolicamente come via per comunicare con gli dèi e i defunti: anche le popolazioni artiche e nord-americane lo usano quale veicolo per preghiere e sacrifici, in quanto è grazie ad esso che ci si può mettere in contatto con l’Essere Supremo Celeste.
GLAUCO BERRETTONI






