La rivoluzione impossibile

A chi ha (ancora !) il “gusto della politica” , intesa come grande scuola civile e laboratorio di idee e di programmi, mi piace consigliare un libro “inusuale”, a metà strada tra il saggio politologico ed il diario generazionale: La rivoluzione impossibile (Edizioni Vallecchi), a cura di Marco Tarchi
E’ un po’ come imbarcarsi su una “macchina del tempo”, facendo un balzo all’indietro di trentacinque anni, ritrovandosi a contatto con una “destra” fuori dell’ordinario, né nostalgica, né settaria, pronta a guardare con occhi diversi nella modernità, ad occhieggiare, in modo “trasversale”, verso temi cari fino ad allora alla sinistra eretica, come il terzomondismo, l’ecologia o l’autodeterminazione dei popoli, impegnata a gridare “né Marx né Coca-cola, né banche né soviet”, ad organizzare il primo “campo Hobbit”, in onore degli eroi fantasy di Tolkien, con tanto di musica alternativa, dibattiti sulla questione giovanile e femminile, sulla musica pop e sul teatro d’avanguardia.
Guardando a quella breve stagione, che fece intravedere la possibilità di portare il Movimento sociale oltre uno stanco nostalgismo , Tarchi – che di quel laboratorio fu uno dei principali animatori – parla di “Rivoluzione impossibile”: “Una rivoluzione impossibile – dice Tarchi – perché non c’erano le premesse perché quel fermento avesse un seguito: la volontà del partito di non rinunciare alla redditizia nicchia composta dai fascisti non pentiti, la paura che il confronto con la sinistra scalfisse l’immagine anticomunista del partito e soprattutto un viscerale conservatorismo. E così il Msi continuò a restare inevitabilmente fuori del proprio tempo”.
La “rivoluzione” non fu però limitata – a mio parere - al linguaggio e ai simboli (Tolkien, gli elfi e la croce celtica al posto del Duce, del fascio littorio e delle camicie nere), ma incise sull’immaginario e sulle idee, anche della destra politica, specie giovanile, fino a condizionarle – in prospettiva – più o meno consapevolmente.
Per tracciare il profilo di quell’esperienza, Tarchi ha ripreso in mano “Hobbit/Hobbit”, opera collettanea di inizio degli anni Ottanta, con l’obiettivo di limitarsi a commentarla, a 30 anni di distanza. “Poco alla volta ho capito però che non mi potevo limitare a introdurre una ristampa – aggiunge – ma era necessario ricostruirla, ampliarla e ripensarla”. È nato così il saggio che ricostruisce modo di pensare, agire, tic e ossessioni di quella prima generazione nata politicamente dopo il ’68, che ha attraversato la prova degli anni di piombo. “Avevamo un linguaggio innovativo per la nostra epoca, adeguato al gergo giovanile del periodo, ma riletto oggi ci sono tutte le tracce di un continuo conflitto con gli stereotipi e i tabù tipici del neofascismo – ammette Tarchi -. Volevamo mettere alla berlina l’ambiente missino, ma tutte le polemiche e i riferimenti erano introflessi, segnali in codice per ‘iniziati’ che nessuno che non proviene da quel mondo oggi potrebbe più comprendere”.
Resta il fatto che, al di là dei riferimenti d’ambiente, si mise in moto, in quegli anni, un processo di mutazione della destra italiana, a cui non fu estranea la “rivoluzione elettorale” del 1993-1994, con tutto quello che ne seguì.
Da questo punto di vista la riflessione di Tarchi è un essenziale strumento di comprensione di quel processo di mutazione, che, lo si condivida o meno, offre un’idea della destra italiana certamente non banale. Un libro da leggere, anche sotto l’ombrellone, cercando di cogliere l’alito di idee e di passioni “inusuali” per questi nostri tempi di …bassa politica.
MARIO BOZZI SENTIERI






