De Benoist e il comunitarismo

In Italia si dibatte spesso sull’immigrazione, meno spesso sul comunitarismo, dibattito invece estremamente diffuso in Francia, dove finisce col confondersi con un altro dibattito: integrare gli immigrati significa assimilarli?
A destra e a sinistra, all’estrema destra e all’estrema sinistra, e beninteso al centro, in Francia si denuncia oggi il comunitarismo etnico come una minaccia: nel discorso pubblico è la figura da respingere, la causa delegittimante. Ma pochi precisano che cosa intendano con comunitarismo. Il non definirlo favorisce l’unanimità. Ma in politica l’unanimità è generalmente sospetta. Proviamo a vederci più chiaro.
Denunciare il comunitarismo etnico è per la verità del tutto naturale per i fautori del repubblicanismo (o nazional-repubblicanismo) alla francese. Dalla rivoluzione del 1789, essi hanno ereditato l’idea che la nazione sia un tutt’uno indivisibile, da dirigere da un centro onnipotente, equidistante da ogni sua parte. Repubblicanismo è qui sinonimo di giacobinismo, che affonda le radici nella tendenza, già dell’Ancien Régime, a centralizzare un potere la cui sovranità era anche considerata, dopo Jean Bodin, una e indivisibile. Questo modo di concepire la vita politica esclude la sovranità condivisa (o ripartita) e il principio di sussidiarietà (o di competenza sufficiente). Facendo della «neutralità» la principale caratteristica della dimensione pubblica, si esclude anche il pubblico riconoscimento di identità regionali, lingue e costumi particolari, modi di vita e valori condivisi tipici di una parte soltanto dei cittadini.
Squalificate da un’unica istanza sovrastante, nel migliore dei casi tali differenze si riversano sulla sfera privata, sono cioè indotte alla discrezione, anzi all’invisibilità. In tale ottica, integrare gli immigrati è necessariamente sinonimo d’assimilazione, come la nazionalità è sinonimo di cittadinanza. La Repubblica «procedurale» non vuol riconoscere le comunità; riconosce solo gli individui e li integra, assimilandoli, perciò rifiuta di «differenziare» (distinguere) i cittadini secondo criteri etnici e religiosi: l’individuo sconta l’assimilazione con l’oblio delle radici.
Il concetto di comunità è vecchio quanto la filosofia politica. Risale almeno ad Aristotele. Ancor oggi, nel Nord America, i principali avversari del liberalismo (Charles Taylor, Michael Sandel) si dicono comunitaristi. Tradizionalmente, gli avversari della filosofia dei Lumi aderiscono a una concezione del fatto sociale come comunità più che come società. La dicotomia comunità/società è stata studiata da vari autori, a partire da Ferdinand Tönnies. La comunità ha carattere organico, olistico. È un tutto, la cui portata eccede quella delle parti: solidarietà e aiuto reciproco vi si sviluppano dal concetto di bene comune, non distribuito ugualmente fra tutti, ma di cui si gode subito, prima della spartizione. Invece la società si definisce fondamentalmente come somma d’individui: risulta dalla volontà razionale e si ordina attorno all’idea di contratto, perché i componenti della società decidono di vivere insieme, non per comuni valori, ma per reciproci interessi.
Storicamente, la filosofia dei Lumi ha soprattutto attaccato le comunità organiche, denunciandone il modo di vita come intriso di «superstizioni» e «pregiudizi», per sostituirvi la società degli individui. L’idea centrale era che l’individuo non esiste sulla base delle appartenenze, ma indipendentemente da loro, visione astratta d’un soggetto «disimpegnato», anteriore ai fini, che è anche la base dell’ideologia dei diritti dell’uomo. Portata da una versione profana dell’ideologia dello Stesso, s’è così formata la teoria moderna che definisce l’umanità come sradicamento o strappo da ogni tradizione.
La denuncia attuale del comunitarismo, che mescola critica delle minoranze etniche e critica del principio anti-individualista comunitario, si pone in diretta derivazione da questa filosofia, principale matrice dell’ideologia individualistica liberale e il cui argomentare, ieri usato contro i popoli minoritari della Francia (e contro ogni tipo di rivolta popolare), è oggi usato di nuovo, in pratica senza cambiamenti, contro le minoranze frutto dell’immigrazione. La denuncia «repubblicana» del comunitarismo riduce l’appartenenza del cittadino all’adesione a principi astratti. Equivale al «patriottismo della Costituzione» auspicato da Jürgen Habermas sulla base della sua teoria della ragione «comunicativa». Sotto l’apparenza della denuncia di gruppi autocentrici, si afferma così l’etnocentrismo nazionale. Ne sono simboli il persistente rifiuto francese di firmare la Carta di difesa delle lingue nazionali o minoritarie e la negazione dell’esistenza del popolo corso.
La politica è detta l’arte del possibile. Ordinata solo attorno a principi astratti o pie intenzioni, la politica «ideale» è un’antipolitica. La grande dote del politico è il realismo. Da questo punto di vista, la denuncia del comunitarismo deriva dall’accecamento volontario. Si agisce come se le comunità non ci fossero o si decide di non vederle, mentre esistono e la loro esistenza è lampante. La stessa preoccupazione di realismo dovrebbe far constatare che il modello dell’assimilazione individuale non funziona più, innanzitutto perché oggi i rapporti sociali si costruiscono fuori dallo Stato, poi perché l’attuale immigrazione, per carattere e ampiezza, non è più compatibile col modello nazional-repubblicano d’integrazione.
Le comunità esistono. Perché non riconoscerle?
By Arianna
Giovani mostri fra noi

Quando i media hanno fatto conoscere al mondo l’orribile strage di Toulouse, tranquilla cittadina francese dove un mostro si scatenò nell’uccisione, oserei dire l’esecuzione di ebrei adulti e bambini, immediatamente si scatenò la caccia non tanto all’assassino, quanto all’assassino nazista- razzista: solo un “mostro” di questa matrice poteva aver compiuto lo scempio…Molto presto si scoprì, e il risalto dato alla notizia fu assai minore, che il pluriassassino era un ragazzo di 25 anni, arabo, affiliato o simpatizzante di Alcaida, già pregiudicato e noto alla polizia francese proprio per attività culminate nella tragedia. La nostra Europa imbelle e buonista sa solo rivolgere lo sguardo verso un tristo passato che si spera morto e stramorto, e non sa guardare al presente e al futuro che si prepara per i popoli occidentali, i quali non si capisce perchè continuano a prendere sottogamba il pericolo dell’islamismo integralista nonostante tutti i segnali che da questo mondo arrivano. Un islamismo ormai ben organizzato e radicato nelle nostre città, che ha per scopo la jihad e la distruzione, meglio se fisica,dei cosidetti infedeli, fra i quali si annoverano anche gli ebrei, colpevoli di esser ritornati nella loro terra, la Palestina, e di averne fatto un giardino fiorito e fiorente.
Sto rileggendo “Gerusalemme! Gerusalemme!” di Dominique Lapierre, e riscopro quanto lunghe e ben radicate nel tempo siano le radici dell’odio arabo contro gli Ebrei, sto riscoprendo gli errori delle nazioni europee che hanno ridato ad essi, prima e dopo l’orrore dei campi nazisti, una terra che era in gran parte di un altro popolo : nulla però giustifica l’orchestrazione minuziosa della jahad che coinvolge tutti coloro che non sono seguaci del Profeta, soprattutto nulla giustifica la supina rassegnazione o l’ottusa cecità di chi oggi non vuol vedere nè sapere quello che si sta preparando per noi, per i nostri figli e nipoti, e che nulla ha a che vedere con l’integrazione e la pacifica convivenza. Se quel giovane che aveva tutti i motivi per essere controllato fosse stato fermato, non ci sarebbe stata prima la strage dei parà ( fra i quali vi erano alcuni islamici!) e subito dopo quella degli Ebrei,ma come dice il proverbio “del senno di poi sono piene le fosse”. Continuiamo così, nell’assurda speranza che intervenga qualche Deus ex machina a salvarci da un destino che sarebbe addirittura assai peggio dell’attuale crisi di cui tutti patiamo!
Fiorella Merello Guarnero
“Il Sabba” di Maurice Sachs, uno strano libro
marzo 2, 2012 by Redazione
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Il mito della Parigi tra le due guerre continua a rimanere intatto, quando si tratti di relazioni tra arte e vita, letteratura e tentativo sociale, sperimentazione sessuale e dichiarazione di orientamenti estetici radicali.
I party di domani, cantati nel celeberrimo primo disco dei Velvet Underground, erano quelli di cui tutti tenevano rigorosamente il conto, tra una serata a Le boeuf sur le toit e una gita con orgia a qualche illustre magione di campagna, mentre divampavano gli scandali, golosamente attesi. Tra l’altro quelli delle opere surrealiste, e in specie del magico L’âge d’or di Luis Buñuel, che pure mise non poco in imbarazzo i suoi blasonati produttori De Noailles.
Da decenni Maurice Sachs emerge da questo mondo come figura di seduzione e oscurità, con fans e detrattori al seguito.
Del complesso personaggio esiste da tempo un’ottima biografia, Les travaux forcés de la frivolité che Henry Raczimow ha pubblicato nel 1988 da Gallimard, mentre online è reperibile un lavoro di Emmanuel Pollaud- Dulian (www.excentriques.com).
Se Jean Genet inneggiava ai tedeschi come castigatori dell’odiata borghesia francese che lo aveva imprigionato nel corso di tutta la sua vita, il nostro autore vanta un profilo da squisito “traditore”, voltagabbana, mirabile trasformista, villain incallito, ladro e socialista, omosessuale e seduttore di belle signore, per finire come il ser Ciappelletto di Boccaccio in precario equilibrio tra santità (per alcuni ha salvato degli ebrei in fuga) e dannazione (per altri invece ha approfittato biecamente della situazione).
Ora Adelphi ripropone Il sabba (nella traduzione animata di Tea Turolla e Leopoldo Carra, con una informata nota di Ena Marchi), suo principale volume di memorie insieme a La chasse à courre, a distanza di molti anni dalla prima presentazione italiana, che era avvenuta nel 1972 da Sugar, nella versione di Marco Amante.
Quella proposta aveva suscitato una certa eco e il libro infatti era stato poi ospitato nella collana di edicola dei Pocket di Longanesi, che in quegli anni sdoganava il Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell come lettura “erotica” e proponeva comode edizioni tascabili del Divino Marchese.
Peraltro questo recupero era stato anticipato, un decennio fa, nel 2002, da Meridiano Zero con La decade dell’illusione (a cura di Manuela Maddamma), testo gemello di questo oggi ripresentato che, in sintesi maggiore, attraversa gli stessi luoghi della memoria.
Il mito del traditore Maurice in primo luogo si alimenta di una vera e propria epifania di travestimenti. Nel libro le pagine più memorabili sono quelle in cui racconta la sua conversione da ebreo a mondanissimo abatino, sotto l’egida, chicchissima, di Jean Cocteau e Jacques Maritain. La sottana della tonaca gli procura eccitazione assoluta e finalmente si trova nelle vesti di donna che ha sempre sognato. La sua carriera in parrocchia dura prevedibilmente poco, ma il seminario si rivela perfetto luogo per l’invenzione di avventure e sogni erotici mirabolanti. Eppure è in grado, con rapido voltafaccia, di sposare una ricca americana di salde convinzioni puritane, per il gusto di viver bene, star negli agi. Insomma, un ribaldo, con il gusto del rocambolesco e con una passione, confessata, per la lettura delle opere di Gian Giacomo Casanova.
Il titolo del libro nasconde un sottotitolo che precisa una atmosfera: “ricordi di una vita burrascosa”. Siamo quindi nel territorio di una survoltata, velenosa, nevrotica “confessione di un figlio del secolo”, in cui il dettato mussettiano, tramato di ansie adolescenziali e sogni di gloria, diviene invece cronaca del tran-tran di un fascinatore, o se si preferisce, una marchetta. Una figura pronta a tutto per ottenere il proprio scopo.
Eppure (come segnala Ena Marchi in apertura alla sua nota), era pingue e segnato da malattie psicosomatiche, ma in lui colpiva lo charme di una persona pronta a tutto, per assicurarsi un proprio “posto al sole” in quel tout Paris, sempre pronto ad accogliere nuove celebrità, ma altrettanto rapido a scaricarle, quando fosse in vista una nuova attrazione. Il sabba è quindi quello di un circo mondano, di cui il nostro vuole farsi cicerone, imbonitore e star principale.
Viene in mente la celebre scena di Lola Montes di Max Ophüls, in cui il presentatore offre al pubblico il corpo della leggendaria femme fatale, decantandone le gesta e allo stesso tempo identificandosi con lei.
Leggendo le pagine, anche troppo dense di nomi e fatti, di questo libro si comprende bene un’ansia di vita, che tutto brucia. La scrittura, sempre sognata come via all’affermazione e come espressione del suo personaggio segreto, assai lontano dalla sua conclamata, esasperatissima maschera pubblica, non darà per l’autore i frutti nel grande romanzo sognato, ma piuttosto nella tessitura di una memoria che diviene specchio scuro di un’epoca che troppe volte ha amato rappresentarsi trionfalmente, nella visione di una “festa mobile” destinata a non tramontare mai.
Maurice Sachs racconta benissimo anche i doppi fondi, le attese lunghe snervanti nelle quinte, prima di entrare nel palcoscenico. Il testo è spesso brillante, lucido, ma talvolta invece si avvolge su se stesso nel tentativo di offrire una visione coerente di un frammento di esistenza, polverizzata in mille assunzioni di maschere e vissuta fino all’ultimo respiro.
Tra tanti affondi e attacchi, accuse e dichiarazioni, compare anche un momento di commozione, quando l’autore dichiara di non essere riuscito mai a rivedere la madre con cui aveva rotto i rapporti tanti anni prima, quando aveva abbandonato il suo cognome Ettinghausen, per adottare il nome di battaglia, con cui ha firmato le sue opere.
Sachs non ha la forza di Cèline o di Genet, ma pure ha una sua voce inconfondibile, ossessiva e velenosa, quasi un controcanto all’autocelebrazione di un’epoca.
By L’INDICE dei libri del mese
http://youtu.be/dPkJEjPl7Ls
Gli inutili vertici dell’Eurozona

Il Nuovo Ordine Mondiale è in grossi guai. La suddivisione Europea sta visibilmente cadendo a pezzi.
Si può sempre dire quando un accordo importante del NWO è in modalità crisi. I rappresentanti dei media mainstream continuano a chiedere ai portavoce di alto livello: “Ciò minaccia il vostro programma?” Rispondono: “No, questo è solo un’aberrazione temporanea”. Lo ripetono sempre. Nel frattempo, gli eventi che portarono alla sopracitata domanda diventano sempre più minacciosi.
L’altro segno di una vera crisi è che i leader politici del mondo si riuniscono ripetutamente in qualcosa chiamato vertici. Un vertice significa “i capi del mucchio”. I funzionari di alto livello si incontrano tra di loro. Si incontrano in privato, ma l’incontro è visibile per i media.
I giornalisti amano un incontro al vertice, perché i vertici sono sempre tenuti in hotel sfarzosi di località boriose. Voglio dire, chi prenderebbe sul serio un vertice che si tiene a, diciamo, Hoboken, New Jersey? Nessuno. Così, i leader si incontrano in qualche Località Molto Costoso. I giornalisti vanno lì e ci danno dentro con le spese. E tutti passano una buona giornata.
Il problema di questa strategia è che i manifestanti possono presentarsi senza troppi problemi. Non soggiornano nello sfarzoso hotel. I media non dicono con precisione dove stanno. In qualche modo, migliaia di loro hanno i soldi per pagare le tariffe per l’aereo. Trovano un rifugio pagando prezzi da scantinato. Poi sfilano di fronte all’hotel, portando cartelli e urlando molto. “Basta con questo! Basta con quello! Basta con questo! Basta con quello!” Forse qualcuno porta un cartello “Free Mumia”. Questo va avanti fino a quando il vertice non si conclude.
A volte, diventano violenti. Alcune decine sono stati arrestati.
I membri del vertice non hanno mai detto nulla pubblicamente sulla protesta. I media educatamente non lo chiedono.
Il comunicato stampa rassicura il mondo che ci sono state discussioni franche al vertice. Ci saranno ulteriori discussioni franche da parte dei membri della commissione permanente a cui è stato assegnato il compito di esaminare la questione in profondità. I partecipanti si incontrano per una foto di gruppo. Poi la riunione viene sciolta.
E Mumia rimane in carcere.
RIPETERE I VERTICI
Quando il gruppo si riunisce di nuovo in due mesi per esaminare Il Problema, possiamo essere sicuri che la gente in cima al mucchio – la cima vera, non i loro uomini eletti che mandano sempre avanti – è nei guai. La riunione precedente dei loro portavoce non ha calmato la situazione. La crisi sta peggiorando. Quindi, la parola va ai Leader Ufficiali che farebbero meglio a chiamare un altro incontro al vertice. Il comunicato stampa da quello più recente non ha fatto la magia.
Così, i Leader Ufficiali hanno fatto in modo che i loro assistenti pianificassero una prenotazione in un altro hotel sfarzoso. Hanno fatto le valigie, assemblare il loro entourage, messo in moto i loro jet da Leader Ufficiali, e sono volati via in un’altra città di prestigio per il prossimo vertice. Si incontrano in segreto, ma questa volta hanno permesso ai fotografi dei media di entrare in una stanza per una foto di una discussione franca in scena tra i due Leader Ufficiali di più alto rango – o, raramente, i tre più alti. Si siedono su sedie da $2,500 e sembrano molto preccupati.
Poi il gruppo rilascia un altro comunicato stampa che annuncia la creazione di un quadro permanente per le discussioni future Del Problema.
I mercati azionari a livello mondiale salgono notevolmente per un giorno. Poi il giorno dopo ricadono al punto in cui erano il giorno prima del comunicato stampa.
Ecco una regola inviolabile: se c’è un terzo vertice in un periodo di tre mesi, il sistema bancario è in guai davvero grossi. Se, tra il vertice due e tre, ci sono un paio di fallimenti bancari o di società di intermediazione di cui la gente non ha mai sentito parlare, ma che risultano avere un patrimonio di decine di miliardi di dollari, la gente in cima alla mucchio vanno in modalità panico. Essi si chiedono: “Chi è il prossimo?” Ciascuno di loro pensa “forse la mia banca”, ma naturalmente parlano gli uni agli altri solo di qualche banca di grandi dimensioni che ha cercato per anni di entrare nel cerchio interno, ma non ce l’ha ancora fatta.
Vertici multipli in cui si parla dello stesso problema sono il segno che il problema non sta andando via. E sta peggiorando.
VERTICI IL FINE SETTIMANA
Un vertice inizia sempre di Venerdì e termina di Domenica. L’incontro inizia dopo che il mercato azionario nel fuso orario dell’hotel sfarzoso ha chiuso. In questo modo, il mercato regionale non precipita, in modo da inviare un segnale ai mercati che rimangono aperti con fusi orari diversi.
L’incontro di Sabato è quello in cui i leader decidono quali questioni saranno oggetto del comunicato stampa di Domenica. Le principali aree di discussione sono queste:
- Quanti soldi dei contribuenti menzionerà il comunicato stampa?
- Quali nazioni o organizzazioni internazionali prenderanno la quantità raccolta?
- Quanto tempo ci vorrà per prendere in prestito i soldi, e da chi?
- Quanto tempo resta fino a quando il denaro effettivo verrà raccolto?
- Che chiamerà il premier Cinese per un’altra promessa di acquisto di maggiori bond?
Le discussioni sono molto franche. “Non cercate di fregarmi! Quante volte pensate che io possa tornare dagli elettori? La mia coalizione è sul punto di sfaldarsi.” “Come possiamo convincere gli elettori che non stiamo buttando i loro soldi in una dolina?” “Quali tre più grandi banche hanno bisogno di un’infusione di fondi?” “Quali banche potrebbero presentare i prestiti necessari se vogliamo offrire garanzie sui prestiti?” E così via.
Poi arriva Domenica. Nessuno al vertice va in chiesa. Non adorano tornare a casa, così qualsiasi indicazione di cui hanno bisogno da parte di un intervento divino potrebbe mandare il messaggio sbagliato ai mercati dei capitali il Lunedi mattina.
La Domenica pomeriggio, rilasciano il comunicato stampa.
Se aspettare fino a Domenica sera, i mercati apriranno al ribasso dell’1% il Lunedi.
Se non annunciano alcuna decisione, i mercati apriranno al ribasso del 3%.
Il comunicato stampa deve sembrare che dica qualcosa di nuovo. Ci sarà un nuovo quadro di discussione. Il gruppo ha impegnato un totale di [X] miliardi di euro, da versare al governo di [Y]. Ciò significa che le banche che hanno prestato 4X di euro ad Y non andrà fallito. Ancora.
Il problema del vertice dovrebbe essere ovvio. Visto che le maggiori banche hanno stipulato prestiti stupidi, basati sui libri fasulli della precedente coalizione di governo, nessuno è sicuro che le banche abbiano il rating del credito e il capitale liquido sufficiente per concedere i prestiti promessi all’Agenzia Europea per il salvataggio. L’intera struttura bancaria è sul bordo del baratro. Se due o tre grandi banche annunciano il fallimento, in stile MF Global o in stile Dexia, ci sarà una corsa degli hedge fund creditori per riallocare i loro fondi rimanenti verso quelle che sperano saranno grandi banche solvibili. Quali potrebbero essere queste banche? Nessuno lo sa. “Fate il vostro gioco. La finestra sta per chiudersi.”
GLI INCONTRI ANNUALI DEL G-20
Il G-20 è una organizzazione specializzata in comunicati stampa annuali per quanto riguarda la situazione finanziaria del mondo, che sta sempre migliorando, rispetto al caos che ha prevalso subito prima la riunione precedente. L’ultimo incontro in programma si è svolto in Francia, Ottobre 14-15. C’è stato un vertice d’emergenza questa settimana.
Non fa mai male rivedere il sito ufficiale di un’organizzazione di alto livello del Nuovo Ordine Mondiale. Ciò richiede sempre una traduzione dal gergo ufficiale.
Il G20 è stato fondato nel 1999, sulla scia della Crisi Finanziaria Asiatica del 1997, per riunire le principali economie avanzate ed emergenti al fine di stabilizzare il mercato finanziario globale. Fin dalla sua nascita, il G20 ha tenuto incontri annuali di Ministri delle Finanze e dei Governatori della Banca Centrale ed ha discusso delle misure per promuovere la stabilità finanziaria del mondo ed il raggiungimento di una crescita economica sostenibile.
Traduzione: Il G-20 è stato creato per affrontare la prima grande minaccia al piano del Nuovo Ordine Mondiale per il lancio dell’euro nel 2000, come primo passo nella creazione di una moneta gestita a livello mondiale.
Per affrontare la crisi economica e finanziaria che si è diffusa in tutto il mondo nel 2008, i membri del G20 sono stati chiamati a rafforzare ulteriormente la cooperazione internazionale. Di conseguenza, i vertici del G20 si sono svolti a Washington nel 2008, a Londra e Pittsburgh nel 2009, ed a Toronto e Seul nel 2010.
Traduzione: Il salvataggio Asiatico del 1998 ha tenuto insieme il sistema, soprattutto perché gli Asiatici stanno vivendo una crescita economica. Cià ha mantenuto le loro banche fuori dal buco. Ma, nel 2008, un ceppo diverso di “influenza Asiatica” ha colpito l’Occidente. Ciò ha richiesto un incontro annuale per mantenere sotto controllo i segni di rottura.
Le azioni concertate e decisive del G20, con la sua composizione equilibrata di paesi sviluppati e quelli in via di sviluppo ha aiutato il mondo ad affrontare efficacemente la crisi finanziaria ed economica, e il G20 ha già prodotto una serie di risultati significativi e concreti:
Traduzione: un incontro di teste rotanti di stato – diverse all’anno in Giappone – risolve i problemi finanziari del mondo generati dalla crisi in una riunione tenutasi il fine settimana in programma una volta all’anno, solo per rilasciare un comunicato stampa, possiamo essere sicuri che ci sono cose che accadono dietro le quinte e tra i comunicati stampa annuali. Ciò include:
In primo luogo, la portata della regolamentazione finanziaria è stata largamente ampliata e la regolamentazione prudenziale e la vigilanza sono state rafforzate. C’è stato anche un grande progresso nel coordinamento delle politiche grazie alla creazione di un modello per una crescita forte, sostenibile ed equilibrato, progettato per migliorare la cooperazione macroeconomica tra i membri del G20, e quindi per mitigare l’impatto della crisi. Infine, il governo globale è notevolmente migliorato per tenere maggiormente in considerazione il ruolo e le esigenze emergenti dei paesi in via di sviluppo, soprattutto attraverso la ambiziose riforme del governo del FMI e della Banca Mondiale.
Traduzione: La soluzione Keynesiana istantanea ad ogni problema è una maggiore regolamentazione. Ciò è noto in altri ambienti come chiudere la porta della stalla quando i buoi sono scappati. Il G-20 dispone di un modello per una crescita equilibrata, che ha scarseggiato sin dal 2008. Inoltre, il FMI ha preso in prestito un sacco di soldi da consegnare ai dittatori del Terzo Mondo per finanziare i loro conti bancari Svizzeri.
Sulla base di queste importanti progressi, il G20 ora deve adattarsi ad un nuovo contesto economico. Deve dimostrare che è in grado di coordinare le politiche economiche delle maggiori economie su base continuativa.
Traduzione: Il nuovo contesto economico è questo: l’intero sistema internazionale bancario a riserva frazionaria sta cadendo a pezzi, e ci vorrà più che un comunicato stampa per tenerlo insieme. Dietro le quinte, ogni governo sta cercando di trasferire le passività agli altri governi. “Le nostre banche sono in condizioni peggiori delle vostre!”
Il 2011 sarà l’occasione per costruire i successi recenti del G20 ed assicurare un seguito attivo dei processi già in corso. Sarà anche il momento di affrontare altre questioni essenziali che sono cruciali per la stabilità globale, come la riforma del sistema monetario internazionale e la volatilità dei prezzi delle materie prime.
Traduzione: “A malapena riusciamo tenere insieme questo sistema a fronte dei fallimenti continui. Questo è il successo massimo di cui siamo capaci in questo momento. Nel frattempo, i mercati sono così volatili che stanno richiamando l’attenzione sul fatto che la nostra passeggiata sul filo del rasoio tra inflazione e recessione sta diventando visibilmente inquietante. Non vogliamo finire come l’Olandese Volante”.
Crediamo infatti che le principali sfide economiche di oggi richiedono un’azione collettiva ed ambiziosa a cui il G20 è in grado di fornire impulso.
Traduzione: Non sono sicuro di cosa voglia dire “in grado di fornire impulso”. Mi dispiace.
LA VOLATILITA’ RIVELA INSTABILITA’
I mercati azionari quest’anno hanno riflesso la presenza di pessimismo negli investimenti per quanto riguarda
- l’imminente partenza della Grecia dalla zona euro,
- la probabilità crescente di un default della Grecia per il proprio debito basato sull’euro,
- la perdita di centinaia di miliardi di euro da parte di grandi banche del nord Europa,
- il rischio di fallimenti bancari in Italia dopo il default del governo Greco,
- la condizione traballante delle banche Portoghesi e Spagnole,
- la probabilità crescente di una recessione a livello mondiale nel 2012, e
- il timore di un evento imprevedibile risultante da un “momento Dexia”.
I mercati azionari hanno riflesso anche ottimismo per quanto riguarda
- il potere calmante dei comunicati stampa rilasciati negli incontri al vertice,
- la speranza che la banca centrale della Cina continuerà ad inflazionare in patria per comprare IOU basati sull’euro al fine di sostenere l’euro stesso e promuovere le esportazioni Cinesi,
- la speranza che la Federal Reserve farà qualcosa di nuovo che possa eventualmente cambiare le cose,
- la speranza che le aziende con enormi flussi di cassa annunceranno programmi di riacquisto di azioni in modo da far aumentare le stock option dei senior manager.
I mercati azionari sono più volatili di oggi rispetto a qualsiasi momento nella memoria recente. Nella misura in cui il 20% degli Americani che possiede circa l’80% dei singoli titoli presta attenzione, stanno recependo questo messaggio: nessuno sa cosa sta succedendo. Per quanto ne sa l’uomo comune, le cose non stanno affatto migliorando per lui. Le oscillazioni del mercato azionario sono solo più rumorose. Egli è preoccupato per la sicurezza del suo lavoro – per una buona ragione.
CONCLUSIONE
I Poteri In Carica si trovano ad affrontare Problemi Che Non Andranno Via. Il cuore del loro controllo è la riserva frazionaria ed il mercato per i titoli di stato (debito sovrano). Entrambi sono sotto assedio. Entrambi stanno mostrando segni di vulnerabilità senza precedenti.
Gli incontri al vertice dell’euro si stanno trasformando in reality show. Quale squadra Sopravviverà? Merkel-Sarkozy? Papandreou-Berlusconi?
Nel frattempo, l’Estonia è l’unica nazione in Occidente che non è in guai fiscali.
Poi c’è l’Islanda.
L’Islanda, le cui banche fallirono per $85 miliardi nel 2008, ha completato nel mese di Agosto un programma di 33 mesi del Fondo Monetario Internazionale. Il fondo con sede a Washington si aspetta che l’economia Islandese cresca più velocemente della media della zona euro quest’anno e il prossimo. Costa meno assicurarsi contro un default sovrano Islandese di quanto costi, in media, proteggersi da un evento di credito nello show del debito del blocco valutario Europeo.
Islanda ed Estonia non sono mai state invitate ai più importanti incontri al vertice Europei. Non sono nel G-20. C’è una lezione da imparare qui.
Gary North
[*] traduzione di Johnny Cloaca by: www.rischiocalcolato.it
Libia, bombardamenti e privatizzazioni

I pro e i contro dell’arresto di Strauss Kahn

I grandi beneficiari sono in primis gli USA di Obama eppoi Sarkozy. Perche’? I motivi sono molti:
1) Ricordiamo che Strauss-Kann voleva cominciare a sostituire il dollaro con i DSP (Diritti speciali di prelievo, la moneta usata dall’IMF). Una mossa che serviva ad abituare il mondo ad utilizzare per gli scambi internazionali un paniere di monete anziche’ solo la valuta USA. La sostituzione del dollaro, in questo caso con l’oro, e’ stata la vera ragione dell’attacco alla Libia come ci ricorda il sempre ben informato Russia Today, la tv in lingua inglese del governo russo.
Tripoli, bel suol d’orrore

Sarkozy il colono
Allacciarsi le cinture di sicurezza, prego: le nouveau Napoléon de France, sta sganciando bombe in Libia per vedere l’effetto che fa. C’è Mme Marine Le Pen che lo tallona nei sondaggi e allora Sarkò oui, ha bisogno di far sapere alle prossime elezioni, che la grandeur c’est lui, anche se è basso di statura. Grandeur TOTAL visto che è pure a corto d’ energia. E allora, pussate via cuginastri italioti! voi e il vostro cagnaccio nero a sei zampe! Eppoi che nome ha l’italico cagnaccio? Enì, enì viens ici. Vuoi mettere Total? C’est plus facile.
Ha un bel dire il mefistofelico ‘Gnazio La Russa che lui non darà “le chiavi di casa” delle nostre basi militari: Sarkò sorvola siulla portaerei americana e Cameron fa fare i rifornimenti in volo ai suoi piloti della Royal Force e chissenfrega delle vostre basi italiote!
Caravan petrol francobritannico et à vous les Italiens, il lazzaretto dei profughi e lo tzunami dei clandestini.
Il più incazzato nero in queste ore è proprio il Cav: dal baciamano al Beduino al baciabombe sul Beduino modello Stranamore, non se lo sarebbe mai aspettato nemmeno lui.
L’Abbronzato della Casa Bianca pensava di cavarsela con qualche rivoluzione colorata alla tunisina, ma urgono Tomahawak. Missione di pace: bombardare! E’ la guerra umanitaria, bellezza! Ora la risoluzione Onu 1793 c’è. Basta un numero e….oplà si fa la pace.
Il Gran Beduino barcolla, caracolla, ma non molla e il suo motto è resistere, resistere, resistere. E’ Allah che lo vuole. Dicono che non sia così pericoloso perché schiera dei gran ferrivecchi: aerei e carri armati sovietici. Eppoi se spara Scud su Lampedusa, ci sono più nordafricani che lampedusani, per la gioia del Bossi che magari dirà che intanto I’n tucc nègher.
Destino vuole che le uniche armi serie in dotazione libica siano gli italianissimi missili Otomat, della Oto Melara. Siamo bravi noi Italiani a farci del male.
La battuta del centocinquantenario, l’ha detta Giorgio Napolitano in visita a Venaria Reale nei pressi di Torino, sul “Risorgimento libico”. Si vede che respirava troppa aria savoiarda perché pareva un compunto re Vittorio Emanuele II col suo non siamo insensibili al grido di dolore….
“Non possiamo rimanere indifferenti alla sistematica repressione di fondamentali libertà e diritti umani in qualsiasi paese”. Ma va’ la? E poi?
Eppoi sempre secondo il Presidente Rosso antico oggi diventato “Rosso tricolore”, urge lavorare per un “Risorgimento libico”.
Tripoli bel suol d’amore
ti giunga dolce questa mia canzon!
Sventoli il tricolore
sulle tue torri al rombo del cannon…
Cercansi conti Camillo Benso di Cavour e Costantino Nigra, contessa di Castiglione, conte Federico Confalonieri. principessa di Belgiojoso, marchese Massimo d’Azeglio tra le 25 tribù della Cirenaica e della Tripolitania, a scopo “esportazione del Risorgimento”.
Vipera Gentile
Se Carlo Martello a Poitiers…

La battaglia di Poitiers
Tutti noi abbiamo studiato a scuola che nel 732 Carlo Martello fermò l’invasione araba a Poitiers; e all’incirca nello stesso periodo (721 -725) il re Pelayo cominciò in Spagna la Reconquista con la vittoria di Covadonga (Oviedo) iniziando a cacciare i mori dal nord della Penisola iberica. Più tardi, con le vittorie di Raimondo Berenguer IV a Barcellona e in tutta la Catalogna (1150), e sotto Pietro III il Cerimonioso, con la vittoria cristiana a las Navas de Tolosa (1212), ebbe inizio la riconquista del resto della Spagna, che terminò con la presa di Granata nel 1492 , data quest’ultima che a noi e al mondo ricorda l’impresa di Cristoforo Colombo alla conquista del Nuovo Mondo.
Senza queste imprese che ormai si perdono nella notte della storia, buona parte dell’Europa sarebbe rimasta sotto il dominio arabo, e la civiltà europea così come l’abbiamo conosciuta e come oggi la conosciamo semplicemente non sarebbe esistita, la Chiesa e la Fede cattolica sarebbero state schiacciate e riassorbite da quella immensa potenza insieme civile e religiosa che è l’Islam.
E’ per questo che non dobbiamo dimenticare, neppure per un minuto, che lo scopo dell’Islam, peraltro proclamato a mezza voce ( forse è per questo che qualcuno non sente…) dagli Imam all’estero e in Italia, è la conquista del mondo occidentale e la conversione di esso all’Islam. Noi europei siamo “gli infedeli”, coloro che devono essere condotti verso la luce di Maometto, e se i metodi scelti a questo scopo sono diversi a seconda della “ moderazione” o dell’ “integralismo” che dividono il mondo musulmano, il fine è unico.
Persino il Pontefice, sempre così prudente e moderato nelle sue parole, non ha potuto tacere sul pericolo insito nei fenomeni che stanno sconvolgendo il mondo arabo, e di riflesso anche il nostro, non i pericoli che riguardano l’economia ( non spetta al Papa parlarne) bensì quelli che minacciano le nostre radici cristiane e la Cristianità nel suo insieme. Non fa notizia,lo sappiamo, l’uccisione di qualche sacerdote o vescovo in paesi musulmani, eventi che si verificano di frequente e che meritano si e no quattro righe di cronaca; neppure fa notizia il fatto che delle migliaia e migliaia di “profughi” che ogni giorno sbarcano sulle nostre coste o arrivano per altre vie, una buona parte sia costituita da evasi dalle loro prigioni ben felici di allontanarsi dalla sbrigativa e spesso crudele giustizia di quei paesi, e quindi pericolosi per le nostra sicurezza quotidiana già di per sé alquanto precaria!
Noi europei siamo troppo intenti a crogiolarci nel nostro buonismo di facciata, nella falsa solidarietà che va sempre a senso unico, mai nei confronti dei nostri poveri, dei nostri bisognosi che sempre più aumentano; troppo presi e infognati nel nostro gossip quotidiano, nel nostro miserabile piccolo benessere odierno per preoccuparci di quale sarà il futuro del nostro paese, dei nostri figli e nipoti, il giorno che forse noi non vedremo ma che loro, i nostri discendenti, pagheranno con la perdita della libertà religiosa e civile sotto le rigide e antidemocratiche regole dell’Islam.
Forse dovremmo pensarci di più, tutti quanti, traendo per una volta ammaestramento dal passato, da vicende storiche che crediamo concluse e che si riaffacciano sotto altre forme, e che per pigrizia, per ideologia, per ignavia o semplice ignoranza ci rifiutiamo di vedere. Ma la lezione della Storia, purtroppo, non è mai servita nel volgere dei secoli a non ripetere gli stessi errori.
FIORELLA MERELLO GUARNERO
Il Portiere – Jacques Tati
dicembre 22, 2010 by Redazione
Filed under La televisione del Culturista
Quest’oggi Il Culturista intende omaggiare un grande comico e mimo francese del passato: jacques Tati. Enjoy yourself!
Potiche, Ozon e il cinema di sinistra
novembre 24, 2010 by Redazione
Filed under Cinema e Televisione

Manifesto del film
Ho visto l’ultimo film di François Ozon “Potiche” con la premiata coppia Deneuve-Depardieu. Ma per fare un buon film non bastano due vecchie glorie. Specie se poi Ozon vuole mettere in piedi una commedia coi ritagli della più defunta letteratura “gauchiste”.
Potiche in francese significa letteralmente “ammenicolo di porcellana”, “soprammobile”, nell’accezione di “bella statuina”. E la bella statuina è Catherine Deneuve, casalinga coi bigodini in testa, la tuta fa ginnastica, qualche chiletto di troppo e tenuta in disparte da marito e figli a sbadigliare e a far manicaretti in una bella casa. Quand’ecco che il marito (un imprenditore che la trascura e che la tradisce con la solita segretaria tuttofare) viene rapito da facinorosi ultrà del sindacalismo selvaggio nella sua stessa azienda. E allora la dimessa ”statuina” è costretta ad afferrare le redini dell’azienda di famiglia, sfoderando una grinta inattesa. Coadiuvata durante le vertenze, da una sua vecchia fiamma (Gerard Depardieu) che l’aiuterà nel corso della difficile trattativa, ad accontentare gli operai nelle loro rivendicazioni e a far rilasciare il marito.
Finale scontato: il marito verrà liberato, la potiche non vuole più rientrare nei ranghi della sua casalinghitudine di lusso, ma si presenterà candidata alle prossime elezioni amministrative gareggiando col vecchio sindaco Depardieu e vincendo pure le elezioni. Al marito, il mesto ruolo di nonnetto casalingo che cura i nipoti. Tié.
Che dire? la recitazione è stucchevole e forzata secondo un registro sopra le righe che Ozon vorrebbe teatrale. La Deneuve con le labbra gonfiate modello canotto Pirelli, si è banalizzata alla stregua di tante altre tardone, e da donna di classe che era, col botulino non riesce nemmeno a ringiovanire. Da candidata alle elezioni poi, rassomiglia – chissà perché - a Ombretta Colli.
Depardieu modello Mazinga Z, diventa sempre più grosso e grasso e i tempi della magica coppia dell’”Ultimo metrò” di Truffaut, sembrano remoti. Come lontane sono pure le atmosfere leggere e rarefatte di “Otto donne e un mistero” di Ozon, il quale, per fare cassetta, ha puntato su una commediola all’insegna del sinistrissimo e banale ”come eravamo”.
Così non si va avanti e anche il cinema francese sembra prigioniero di un passato che non passa.
Barbara Majorino


![Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011. [Resp. grafica non indicata]. Pagina dell'occhiello (part.), 1](http://farm8.staticflickr.com/7061/6887737815_42630f1659.jpg)
![Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011. [Resp. grafica non indicata]. Colophon (part.), 1](http://farm8.staticflickr.com/7043/6887740451_4a49c87f36_m.jpg)
![Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011. [Resp. grafica non indicata]. Dorso (part.), 1](http://farm8.staticflickr.com/7064/6887746281_bef3258984_m.jpg)
![Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011. [Resp. grafica non indicata]. Copertina (part.), 5](http://farm8.staticflickr.com/7206/6887735253_69bc98f161.jpg)
![Maurice Sachs, Il Sabba, Adelphi 2011. [Resp. grafica non indicata]. Frontespizio (part.), 1](http://farm8.staticflickr.com/7209/6887739511_c931f4b233_z.jpg)













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